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Attività dell’associazione luglio - dicembre 2013

Copertina Libro Sanctorum Steffano et Laurentij alterius Patroni

AL CENTRO ESTIVO DI GRADO

La “Bassa” è stata invitata dagli educatori del Centro estivo di Grado ad intrattenere i ragazzi che lo frequentano su alcune tematiche storiche sia dell’isola sia della sua terraferma con particolare attenzione ai soggetti trattati da alcune delle ultime pubblicazioni: la malaria, la bonifica delle zone umide in particolare di Fossalon, i porti, le vicende del medioevo.

Suddivisi in tre gruppi i giovanissimi gradesi hanno ascoltato Roberto Tirelli che al termine della conversazione ha raccomandato loro di amare la storia, abitando in luoghi che ne hanno parecchia da conoscere e studiare.

PRESENTATO A PALAZZOLO IL NUOVO LIBRO DI GIULIANO BINI

Si intitola “Sanctorum Stephani et Laurentii alterius patroni” il libro che Giuliano Bini ha voluto dedicare alla storia della pieve di Palazzolo dello Stella, un corposo insieme di scritti e documenti edito da “la Bassa”, con la collaborazione di alcune realtà locali ed il patrocinio del Comune.

La presentazione del volume è avvenuta il giorno di San Lorenzo, 10 agosto, ed ha avuto un prologo nella Messa solenne celebrata nella parrocchiale dal Vicario generale mons. Guido Genero, da mons. Igino Schiff parroco di San Giorgio di Nogaro, da mons. Angelo Battiston e dall’arciprete di Palazzolo don Samuele Zentilin. Mons, Genero ha tracciato un ritratto del diacono Lorenzo martirizzato con la celebre graticola richiamando anche il suo detto “i tesori della Chiesa sono i poveri”.

Nella sala della scuola media, alla presenza di circa un centinaio di persone si è tenuta la presentazione del libro con moderatore Dario Rassatti Presidente dell’AUSER. A portare per primo il suo saluto è stato il vice Sindaco Zoroddu il quale ha affermato di stimare il Bini storico anche se politicamente si scontrano spesso. Il vice Presidente del Consiglio regionale Paride Cargnelutti ha sottolineato il valore della storia per la società e l’interesse per la conoscenza delle vicende locali. Hanno poi portato il loro saluto mons. Genero ed il Presidente regionale dell’AUSER il già Sindaco di Monfalcone Pizzolitto.

Il Presidente della Bassa Roberto Tirelli ha sottolineato l’impegno di Giuliano Bini per valorizzare Palazzolo ed il suo passato: “Egli è un testimone della memoria di una comunità che, altrimenti, rischierebbe di perderla e dobbiamo dire fortunati i paesi che hanno fra di loro queste persone qual è Giuliano per Palazzolo, e quali sono Benvenuto per Ronchis o Enrico per Latisana. Attendiamo che si facciano avanti i più giovani, ma questi sono i modelli, gli esempi, che hanno fatto de “la Bassa” una realtà il cui numero di pubblicazioni non viene eguagliato da nessuna zona periferica né del Friuli né in Italia né tantomeno in Europa. Un territorio così limitato ha una letteratura storica immensa, ma invece di essere presi in considerazione per i loro studi e per i loro meriti, questi disinteressati volontari, non solo non vengono agevolati, ma spesso si trovano davanti ostacoli insormontabili. E ancora ha aggiunto: “E’ vero che di cultura non si mangia, ma di cultura si respira, si respira libertà. Ed è appunto dalla libertà, dalla libertas Ecclesiae, sancita da Costantino del quale Palazzolo custodisce un miliare, è necessario partire per parlare di questo libro di Giuliano Bini, uomo libero nei fatti come nelle opinioni. Solo una persona così poteva infatti affrontare il cammino della Chiesa locale fuggendo i paludamenti degli storici ufficiali e mettendo molto di suo, di quello spirito vigile a trovare in una positiva ironia il senso degli eventi e dei comportamenti umani.”

A tenere il discorso ufficiale è stato chiamato il prof. Giuseppe Cucito noto esperto della Aquileia paleocristiana il cui intervento riportiamo in altra parte della rivista, una recensione puntuale e documentata.

E poi, attesissimo, è arrivato l’intervento dell’autore, il quale in piena forma, è partito dagli anni della “Sveglia” il giornalino locale cui collaborarono tra gli altri i suoi amici Aldo Pizzali e Adriano Biasutti, con battute al fulmicotone dai pompieri sul canotto durante l’alluvione ad Erode che si occupa della bimba di Piancada sino a Attila che promuove il parco dello Stella e all’acqua che attizza il fuoco. E’ stata una galleria piacevole e brillante che non a tutti è risultata gradita poiché Giuliano Bini sa fare satira in modo intelligente, ma “ridendo castigat mores” e soprattutto sa pensare e pensare liberamente.

All’incontro oltre ai citati erano presenti i sindaci di Carlino e Teor, il dott.Napoli già sindaco di Precenicco e l’archeologo Fabio Prenc.

E’ stata poi aperta la mostra sulla Pieve di Palazzolo un interessante excursus lungo i secoli. (RT)

Presentazione del libro da parte del prof. Dott. Giuseppe Cuscito di Giuliano BINI,

“…Sanctorum Steffano et Laurentij alterius Patroni”. La Chiesa nella storia millenaria di Palazzolo nel MDCC anniversario dell’Editto di Milano (La Bassa, 87), Udine 2013, pp. 345.

Un fiume col suo bacino come lo Stella e un’importante strada consolare come l’Annia sono i due assi intorno a cui si svolge la storia di Palazzolo, che aveva il suo perno nel ponte romano sull’Anaxum a diciassette miglia da Aquileia, come certifica il cippo miliare in onore di Costantino Maximo P(io) F(elici) invicto Aug(usto), trovato sulla sponda destra del fiume. Palazzolo già nel toponimo denuncia un ruolo non trascurabile nelle vicende del territorio anche grazie alla sua funzione portuale accertata dalle recenti indagini di archeologia subacquea: un centro dunque con evidente funzione commerciale e di mercato che avrebbe trovato la sua continuità nella successiva struttura plebanale, quando divenne pieve matrice di tutte le chiese della Bassa Friulana occidentale, dal Tagliamento al Cormor, dalle risorgive al mare (pp. 12-13). E’ pertanto ragionevole ritenere che il cristianesimo vi abbia messo radici abbastanza presto, anche se il primo segno accertato della sua presenza sul territorio risale a non prima del VII secolo con una piccola aula di culto sorta in una necropoli longobarda e trovata da Paola Lopreato nel 1988 sotto l’attuale chiesa della SS. Trinità di Bertiolo (p. 8).

La topografia del suo centro abitato, un quadrato di circa 140 m di lato, rivela tuttora le sue origini romane con quasi due ettari di superficie per un insediamento di quasi 400 abitanti, un ottavo rispetto all’impianto coloniale della vicina Aquileia. Sono timidi indizi, che via via si arricchiscono di informazioni documentarie e di riscontri archeologico-monumentali, su cui Giuliano Bini, già segnalatosi per una sconfinata bibliografia sull’argomento, ci offre questa poderosa raccolta sempre con l’appoggio delle fonti, con la cautela dello storico e talora anche con l’autoironia dello studioso intelligente che avverte il pericolo e il rischio dell’autocelebrazione campanilistica della piccola patria.

Sfogliando queste dotte pagine, sembra di rivivere la passione con cui Gian Domenico Bertoli nel 1739 pubblicava il suo libro su Le antichità profane e sacre di Aquileia premettendovi come occhiello il versetto biblico tempus colligendi lapides; per l’opera di Bini, attento non solo alle pietre, ma anche alle fonti d’archivio, si poteva scrivere colligite fragmanta ne pereant.

Il volume in parola si articola in otto parti o sezioni:

Conclude il volume una ricca bibliografia e due utilissimi indici sui nomi e sui toponimi.

Cominciamo col dire che la dotta e un po’ enigmatica citazione latina nel titolo è presa dal verbale di una visita pastorale del 1595 in cui il visitatore lamenta la mancanza di una pianeta rossa per la celebrazione liturgica dei santi Stefano e Lorenzo: da documenti trecenteschi risulta che al primo era ed è intitolata la chiesa di Palazzolo (p. 19), la cui dedicazione però si celebrava nella festa di S. Lorenzo alterius Patroni…in veneratione habiti ob dedicationem ecclesiae que quotannis eo die celebratur (p. 21).

E’ questa una combinazione piuttosto strana che l’A. cerca di spiegare osservando, sulla scorta di una nota di monsignor Federico Pilutti (+1953), parroco emergente della comunità e “letterato di buon gusto” (p. 323), che la primitiva chiesa parrocchiale di Palazzolo si trovava in località San Lurinz dedicata appunto a S. Lorenzo, documentata la prima volta nel 1382 e demolita circa duecento anni fa (p. 21). Quella chiesa, forse sorta come oratorio cristiano dopo la pace della Chiesa lungo la via Annia e presto divenuta chiesa battesimale per il territorio corrispondente al bacino dello Stella col titolo dei Santi Stefano e Lorenzo, sarebbe stata abbandonata a seguito delle scorrerie ungare del X-XI secolo e la sede della pieve trasferita sul sito della parrocchiale odierna di S. Stefano fra lo Stella e la struttura fortificata di Palazzolo.

L’A. inclina a ritenere che, con l’edificazione della nuova chiesa in luogo difeso, lì siano state trasferite le funzioni pievane con tutti i titoli. Col tempo, delle due chiese, una sarebbe stata riconosciuta solo sotto il titolo di S. Stefano e l’altra solo sotto il titolo di S. Lorenzo (p. 23). Si tratta solo di ragionevoli ipotesi dell’A., che perciò auspica energicamente e a più riprese (Introduzione e p. 23) una verifica con investigazioni archeologiche nel cortile della vecchia scuola elementare di proprietà comunale, già sede della primitiva S. Lorenzo, come quelle condotte fra il 1987 e il 1990 nella chiesa arcipretale da Massimo Lavarone che mise in luce le stratigrafie archeologiche del S. Stefano a cominciare dalla prima fase collocabile fra il X e l’XI secolo (pp. 20-40).

Questo per quanto riguarda la chiesa e il suo titolare o, se vogliamo, i suoi titolari. Quanto alla pieve, occorre dire che sull’origine dell’istituto plebanale in Friuli siamo scarsamente informati, come si avvede anche l’A.: bisogna arrivare al Concilio di Cividale convocato da S. Paolino nel 796 per sentir parlare con sicurezza del sacerdos plebis. Non vi manca un cenno anche nel concilio di Grado del 579, quando si riconosce che Grado era una plebs di Aquileia, ma non siamo sicuri se quel passo degli Atti sinodali appartenga al testo originario o alle manipolazioni da essi subite nel corso del Medioevo.

Ad ogni modo per sentir parlare della pieve di Palazzolo dobbiamo riferirci appena a documenti della metà del XIII secolo relativi alle rendite di quel beneficio ecclesiastico, ai relativi censi e alla dimensione territoriale della pieve compresa nel bacino dello Stella, esclusa la foce e le sorgenti, con i territori di pertinenza (Palazzolo, Muzzana, Teor e Rivignano) (pp. 16-18) e con 44 chiese e oratori (p. 69). Che la pieve fosse ampia e popolosa è attestato anche dalle varie tassazioni sui proventi ecclesiastici imposte a Palazzolo, che perciò risulta di un certo rilievo fra tutte le 110 pievi della diocesi di Aquileia (p. 19). La concessione del beneficio, o la collazione di chiesa come si dice in linguaggio tecnico, era contesa tra la Curia romana e quella patriarcale e il titolo era assegnato per lo più come commenda a personaggi di rango, talora anche non preti, che ne riscotevano la rendita senza esercitare personalmente la cura d’anime, affidata pertanto a un vicario. Di tali vicari l’A. si occupa nell’intero capitolo VI, sempre appoggiandosi alle fonti documentarie ampiamente riportate nel testo.

Non entro nelle beghe per precedenze, e altro fra la nostra pieve e le filiali o per quartesi non pagati da coloni morosi di cui rimane traccia nei documenti dal Quattrocento in giù; non mancano anche ripetuti tentativi di disgregazione perpetrati per desiderio di autonomia da parte delle ville “Imperiali” o “austriache”, dopo l’estinzione dello stato patriarcale e l’annessione del Friuli a Venezia (p. 24). Un decreto patriarcale dell’8 novembre 1597 legò il beneficio della nostra pieve al seminario di Aquileia, anche se le riserve della Curia romana annullarono gli effetti di tale provvedimento (p. 25) fino al 1781, quando l’abolizione delle riserve romane permise all’arcivescovo di Udine e al seminario del mettere mano su quel beneficio con l’esplicito assenso del Senato veneto. (p. 32). Col tempo la pieve fu divisa nel vicariato di Palazzolo, mentre il titolare della pieve ne godeva la rendita fuori sede come commendatario, curazie con notevole indipendenza, se si esclude l’obbligo del quartese, e cappellanie (p. 26). Dopo il 1797 l’occupazione francese significò per la nostra chiesa la confisca dell’argenteria, circa sei chilogrammi d’argento, che indicava il prestigio materiale di quell’istituzione.

Solo nel 1821, con decreto dell’Imperial Regio Governo, la chiesa di S. Stefano riuscì ad affrancarsi dalla dipendenza del Seminario cui era legata come beneficio, e a divenire parrocchia indipendente: così la pieve, scomparsa di fatto e rimasta solo nominalmente a indicare un feudo ecclesiastico a servizio di un abate o beneficiario qualunque, riprese la sua denominazione di parrocchia, fu paga dell’indipendenza riacquistata e nelle filiali di un tempo, già fatte adulte, salutò altrettante sorelle con le quali divise la comunanza dei diritti e degli obblighi (pp. 34-35).

La perdita del titolo plebanale non dovette essere vissuto senza rimpianti, se all’inizio del Novecento il parroco Giovanni Mauro ottenne dai parroci delle antiche filiali e dall’arcivescovo Pietro Zamburlini il riconoscimento per la parrocchia della qualifica di pieve (26 nov. 1906). La rinnovata pieve, per così dire onoraria, ottenne dall’arcivescovo Giuseppe Nogara un’altra onorificenza, ossia il riconoscimento di chiesa arcipretale per aver rinunciato nel 1937, su proposta del pievano Federico Pilutti (p. 82), al giuspatronato popolare, cioè al diritto dei capifamiglia della parrocchia di eleggere il loro pastore (p. 35), diritto attestato almeno dal 1580 con l’elezione del vicario Raffaele Apollineo (p. 78). Nel 1972, con lo smembramento di Chiarmacis, Palazzolo rimase l’unica villa di una pieve che nella sua storia documentata ne contò almeno ventisette: una pieve, una villa, un sacerdote - commenta l’A. – sembrava essere ritornati al nucleo della cellula originale (p. 36).

Seguono una descrizione delle chiese e delle feste religiose anche attraverso i verbali delle visite pastorali e una serie di materiali iconografici, tra cui spicca la croce reliquiario del 1584 adorna di clipei con l’immagine della chiesa di S. Stefano (pp. 40-42) e con lo stemma del vicario Raffaele Apollineo di cui si legge anche il nome sul nodello (p. 120). Di grande suggestione per l’irrompente dinamicità della composizione e per l’intenso fremito chiaroscurale del modellato negli agitati panneggi si presenta la marmorea statua della Madonna del rosario, opera seicentesca del fiammimgo Enrico Meyring (1645-1714), da lui italianizzato in Meringo (p. 45), autore di numerose opere tra Venezia e Udine.

Dice giustamente il Presidente dell’associazione culturale ”La Bassa”, Roberto Tirelli, in premessa che il volume si presenta come un “ideale pellegrinaggio nel passato cristiano di Palazzolo” con i suoi preti “non solo mediatori del sacro, ma anche …costruttori di storia” e di cultura, nonostante – aggiungo io - le contraddizioni e i condizionamenti del vivere nel tempo e in mezzo agli uomini.

Giuseppe Cuscito

Palazzolo dello Stella, 10 agosto 2013