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copertina numero 79 la bassa

la bassa/79

anno XLI, n. 79, dicembre 2019

Estratti di
articoli e saggi
della nostra rivista

In copertina:

Particolare della CARTA / FORI IVLII
ACCURATA DESCRIPTIO
dal “Theatrum Orbis Terarum” di Abram Oertel.
Anversa 1573.

La penisola di Lignano Sabbiadoro e la laguna di Marano Lagunare

Sommario

EDITORIALE

Il perché di un numero speciale dedicato al turismo

IL TURISMO CULTURALE: UNA RISORSA PER LA BASSA FRIULANA E PER "la bassa"

ROBERTO TIRELLI

dicit mater ejus ministris quodcumque dixerit
vobis facite. Erant ibi lapidae
hydriae…capientes
singulae metretas binae

Il lettore si meraviglierà del perché dedichiamo questo numero al turismo, dal momento che in apparenza solo marginalmente ci siamo occupati in passato di questa materia dai contenuti prevalentemente economici. Lo facciamo perché l’unico finanziamento che quest’anno ci è giunto è arrivato dall’Assessorato regionale al turismo al quale abbiamo sottoposto un progetto, che poi è pure interessante per chi ne volesse cogliere l’opportunità di applicarlo.

La tesi che sostiene questo progetto si basa su una constatazione sempre più vera: il turismo cambia e non è più quello tradizionale del soggiorno marino o montano, né di lungo periodo, ma è breve, dinamico, diretto alla scoperta del territorio. Negli ultimi anni si è sviluppato un turismo culturale che si indirizza alla progressiva scoperta del patrimonio culturale «minore», rappresentato da borghi, cittadine, castelli, siti archeologici, chiese di campagna etc, in precedenza appena sfiorati dal turismo culturale. In questa tipologia di turismo un ruolo fondamentale è svolto dal paesaggio, che sempre più è oggetto di particolare attenzione da parte di turisti il cui obiettivo è la ricerca di un ambiente diverso da quello standardizzato delle città di residenza. Si tratta di un turismo che si dirige prevalentemente, anche se non unicamente, verso aree e luoghi non lontani dalla località di residenza, che possono essere raggiunti nel corso di una sola giornata o al massimo di un week-end. Gli aspetti che un tempo facevano la forza delle stazioni turistiche litoranee oggi hanno meno impatto e cresce, invece, la quota di persone che preferisce investire il tempo della sua vacanza per conoscere cose nuove, sempre meno di “massa” e sempre più di “elite”, intendendo con questo termine non dei privilegiati, ma degli interessati alla scoperta di cose nuove “per pochi”.

Questo tipo di turismo cerca di “immergersi” nella storia del luogo che visita, desidera conoscere i fatti, le leggende, l’ambiente, la vita delle comunità ospitante. Esige delle risposte complete, chiare, esaustive spesso anche perché possiede già un buon bagaglio di nozioni riguardo alla realtà in cui si trova.

Succede, però, che, sovente, trovi motivi di delusione perché gli interlocutori che ha di fronte non sanno un bel nulla dei beni culturali, del loro paese, della loro storia. E ciò perché in questi ultimi anni si è investito molto in tante cose, giustamente, ma è stata trascurata se non negletta la cultura.

Se interroghiamo la gente della Bassa friulana su quali beni culturali possegga il paese in cui risiedono, gran parte risponderebbe di non averne o darebbe dei riscontri parziali od errati.

La storia è stata per molto tempo maltrattata, considerata una disciplina noiosa e poco utile, invece è un elemento di grande valore culturale, civico ed economico. Perché quindi non usare la storia per dare i contenuti al turismo? Ormai non è più tempo di fare un turismo senza contenuti e privo di significato, la gente vuole emozionarsi e sperimentare. Ogni persona che viaggia vuole sentirsi parte del luogo che visita, vuole avere la sua storia da raccontare e da ricordare sulla base di criteri culturali: che rilevano la qualità e quantità delle risorse territoriali nelle singole unità territoriali; criteri storici: riguardano l’aspetto storico legato all’architettura, al paesaggio, all’urbanistica, ecc. dell’unità territoriale; criteri geografici e fisico/spaziali: riguardano la morfologia, l’accessibilità, le infrastrutture ricettive dell’unità territoriale; criteri politico/amministrativi; criteri sociali: riguardano il “capitale sociale” dell’unità territoriale, ovvero la presenza di diffusa fiducia e partecipazione; criteri economici: il tipo di struttura produttiva presente; criteri demografici: le caratteristiche del “capitale umano” presente.

L’unica associazione che opera costruttivamente in questo campo è l’Associazione “la bassa” che, dalla sua fondazione, di fronte al deserto negli studi di cultura locale che c’era ha ricostruito la storia e non solo del territorio che va dalla linea delle sorgive sino alle lagune ed al mare. Pur avendo svolto un’opera meritoria con qualche centinaio di pubblicazioni, una rivista prestigiosa, numerose iniziative, ormai da anni l’Associazione non riceve aiuti da Regione, Comuni, Fondazioni bancarie e tantomeno privati benché sia l’unica in grado di fornire al vasto territorio della Bassa friulana quei contenuti che costituiscono la sostanza non solo dell’identità storica, ma anche, se vogliamo marginalmente, del turismo culturale.

Pertanto se si vuol attingere a questa nuova opportunità economica non solo si debbono finanziare le infrastrutture di accoglienza, ma anche e soprattutto il motivo dell’attrazione turistica che è la cultura locale e dunque l’attività di studio, ricerca e produzione di testi della “bassa”.

Sinora la Bassa friulana è stata trascurata in fatto di attività turistiche perché troppo vicino al mare e la campagna evidentemente attirava di meno delle spiagge, soprattutto perché veniva attraversata distrattamente con la fretta di giungere a destinazione. E d’altronde l’economia locale si è basata sull’agricoltura e su attività che poco avevano a che fare con l’impiego del tempo libero e lo svago. Oggi, invece, è in crescita la domanda, non di massa, ma di famiglie e piccoli gruppi desiderosi di conoscere i luoghi della pianura, quelli che offrono di patrimonio artistico e storico, le tradizioni locali e tutto quanto fa identità.

Il turista culturale non vuol essere più un estraneo di passaggio ed accontentarsi di quattro nozioni più o meno esatte, superficiali, ma vuole delle risposte serie in quanto il livello delle sue conoscenze e dei suoi studi lo richiedono. Infatti siamo di fronte al fenomeno che Sygmund Baumann chiama “glocalizzazione” cioè la attenzione anche alle piccole comunità, tenuto conto della facilità con cui si possono acquisire informazioni. Le culture locali sono un valore aggiunto alle attività economiche, le microidentità che in passato erano caratterizzate da povertà ed ora da benessere, ma non è venuto meno l’impatto con elementi emozionali frutto di un’esperienza viva.

Ecco quindi perché “la bassa” diventa indispensabile in questo contesto. E’, infatti, in grado di fornire quanto richiesto sia agli ospiti sia agli operatori turistici che sono a contatto con loro. E’ una associazione di volontari, benevola quanto si vuole, ma ha bisogno di sostegno economico tanto più che, sia pure indirettamente, potrebbe concorrere al successo dell’industria dell’accoglienza.

Nell’ambito di un progetto territoriale per il turismo culturale importante è il presentare le culture locali come fattore di identità, in modo da stimolare il desiderio di conoscenza che non può fermarsi solo alla gastronomia o all’enologia. Ci sono le arti minori, le celebrazioni religiose tradizionali, i mercati, il paesaggio sia esso naturale sia letterario, i luoghi storici, le feste paesane, i piccoli musei, i laboratori artigiani, le case storiche, i monumenti, le chiese…Tutto questo al volerlo valorizzare nella Bassa friulana c’è, ma non c’è la formazione degli operatori turistici a promuoverlo con cognizione di causa.

La conoscenza dei luoghi e delle identità favoriscono un turismo non superficiale con le sue proprie strategie operative e le sue pratiche di consumi che permettono di sviluppare una politica di commercializzazione locale.

Vengono interessati dei buoni clienti che generalmente sono disposti a spendere più della media ed intrattengono ottime relazioni con le comunità ospiti, interessati alla comunicazione ed alla integrazione. Sanno apprezzare le particolarità locali e sfuggono ad un a organizzazione su modelli standard,puramente consumistici, contribuendo a preservare i beni culturali e naturali dal degrado.

Chi è il turista che, arrivando nella Bassa friulana, è interessato a conoscere la cultura locale nelle sue varie manifestazioni? E’ l’appassionato delle culture locali (purposeful cultural tourist) che le considera sua prima motivazione per un soggiorno e sa vivere una esperienza molto profonda legata alla specifica identità territoriale non solo per gli aspetti materiali, come edifici, ambiente etc , ma anche per quanto riguarda l’aspetto immateriale consistente in racconti storici, leggende, tradizioni.

Per la promozione dell’offerta turistico-culturale della Bassa friulana la funzione dell’Associazione “la bassa” è essenziale. Infatti prima che venisse fondata il territorio era “scoperto” e non vi erano studi e ricerche sufficienti a tracciare il percorso storico-ambientale-etnografico-economico-sociale che oggi costituisce il patrimonio interessante la nuova tipologia di turista.

Il presente numero speciale della rivista si lega ad un progetto promozionale che ha ricevuto l’appoggio economico dell’Assessorato al turismo della Regione Friuli Venezia Giulia e verrà distribuito agli addetti alle strutture turistiche della zona innanzitutto per presentare l’Associazione, illustrare alcuni dei temi che affronta, far comprendere l’utilità dell’avere sul territorio e al fianco degli operatori economici, una realtà “pensante”. In effetti nessun sistema può basarsi solo sui rapporti materiali perché sempre c’è la necessità anche di apporti intellettuali, senza i quali anche iniziative di successo finiscono per inaridirsi. Pertanto il coinvolgimento de “la bassa” nella promozione turistica è una garanzia che ci saranno sempre motivi nuovi per richiamare sul territorio persone desiderose di immergersi in una realtà ove la curiosità è sempre stimolata e c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire.

Come tutte le proposte innovative anche il turismo culturale richiede una pluralità di partners e un “gioco di squadra” nel senso che l’inserimento dell’ospite nella realtà che gli interessa conoscere non può avere delle mancanze. Da un lato le strutture di accoglienza devono essere di dimensioni piccole o medie (bed and breakfast, agriturismi, stanze in affitto, piccoli alberghi etc) per permettere un contatto diretto con la realtà locale e le persone che ci vivono, dall’altro gli operatori debbono essere in grado di corrispondere alle domande degli ospiti in modo chiaro ed esauriente, con conoscenza degli argomenti di loro interesse.

Si pone quindi il problema della formazione e qui entra in gioco “la bassa” per fornire agli operatori turistici le nozioni necessarie affinché l’ospite non debba trovarsi di fronte ad una scena muta o a notizie non corrispondenti alla realtà. Tutti sono chiamati ad essere aggiornati per non deludere gli interlocutori.

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I porti turistici e i "marina" intorno a Lignano Sabbiadoro e alle lagune di Marano e Grado

ENRICO FANTIN

Già da molti anni importanti mass media e case editrici che pubblicano prodotti sfogliabili e multimediali dedicati al turismo e agli eventi del Friuli Venezia Giulia hanno giustamente messo in evidenza l’importanza dei porti turistici regionali. Ho rilevato una comunicazione interessante apparsa, il 13 luglio 2013, che riporto, nel sito /www.girofvg.com/friuli-venezia-giulia-sigilli-ambientali

“Il Friuli Venezia Giulia può innalzare la bandiera dei porti turistici migliori d’Italia per limpidezza delle acque e servizi offerti ai diportisti, secondo i sigilli ambientali e di qualità conferiti dalla Fondazione per l’Educazione Ambientale (F.E.E. - Federation for Environmental Education).

In particolare, i porti premiati sono a San Giorgio di Nogaro il Marina Sant’Andrea, a Latisana-Aprilia Marittima il Marina Punta Gabbiani, il Marina Capo Nord e la Darsena Aprilia Marittima, mentre a Lignano Sabbiadoro Porto vecchio, Marina Uno, Marina Punta Verde e Marina Punta Faro.

In provincia di Gorizia premiati invece a Grado Porto San Vito e a Monfalcone la Marina di Hannibal.

A Trieste, infine, la bandiera sventola alla Lega Navale Italiana.

Le marine che hanno ricevuto l’importante riconoscimento si sono impegnate, tra le diverse attività, a raggiungere obiettivi di risparmio energetico, riduzione degli sprechi dell’acqua, raccolta differenziata dei rifiuti, raccolta delle batterie e dell’olio esausto. Una best practice che accomuna tante marine del Friuli Venezia Giulia che hanno seguito un percorso di continuo miglioramento nella qualità e nella gamma dei servizi erogati ai turisti nautici.

Questo settore di alto profilo è indiscutibilmente una risorsa su cui puntare e l’Agenzia Turismo FVG ha già le idee chiare sul percorso da seguire in questo senso, che prevede il lancio di un’app per smartphone e lo sviluppo di un portale verticale, entrambi pensati ad hoc per venire incontro alle esigenze e soprattutto ai desideri di un turista che sceglie le nostre coste per vivere l’esperienza del mare a 360°. Turismo FVG inoltre sta portando avanti un progetto legato alle stazioni nautiche del Friuli Venezia Giulia. Il riconoscimento assegnato alle 11 realtà imprenditoriali del territorio è quindi un importante tassello del progetto che include la ricerca verso la qualità dei servizi e l’attenzione alla sostenibilità.”

In seguito le attività di questi porti turistici hanno avuto sempre un incremento di crescita e sviluppo come riportato dal Consorzio “Rete FVG Marinas”: il 2017 ha chiuso con un più 30% di transiti, incremento che ha spinto gli amministratori e il personale dei Marina a puntare ulteriormente sull’elevato standard degli ormeggi e dei servizi accessori, promuovendo la propria attività in quattro fiere del settore.

Il primo appuntamento è con Boot Düsseldorf, la più importante fiera nautica europea dal 20 al 28 gennaio, presso lo stand regionale di PromoTurismo FVG. Dopo un paio di settimane, dal 9 all’11 febbraio, il personale dei Marina sarà a disposizione del pubblico nell’unica fiera italiana programmata per il 2018, la Fiera Mondomare di Padova. Per il mercato austriaco confermata la partecipazione a Boot Tulln dall’1 al 4 marzo e infine un altro debutto, quello in Ungheria, per la Budapest Boat Show dal 22 al 25 febbraio”.

Considerevole pure l’articolo apparso sulla stampa il 27 gennaio 2018:
Germania: cresce l’interesse per i porti turistici del FVG

DÜSSELDORF. E’ oltre il giro di boa la Boot Düsseldorf, la più prestigiosa fiera europea dedicata alla nautica, in cui è presente per il secondo anno la Rete FVG Marinas. La Rete, che riunisce i principali porti turistici della regione Friuli Venezia Giulia, non ha voluto rinunciare alla prestigiosa vetrina internazionale e grazie al sostegno di PromoTurismo FVG anche quest’anno espone allo stand B54 nella Halle 13. Rispetto allo scorso anno, che ha segnato il debutto per FVG Marinas Network, in questo appuntamento tedesco 2018 i Marina espositori sono 20, dopo il recente ingresso di Dry Marina Punta Gabbiani di Aprilia Marittima, entrato a far parte della Rete poche settimane fa.

La scelta di “fare rete” circa un anno e mezzo fa è stata fondamentale: la Rete è oggi in grado di offrire al diportista oltre 7.000 posti barca dai 7 ai 100 metri di lunghezza, oltre a servizi cantieristici d’eccellenza. I visitatori allo stand hanno avuto un primo ma importante “assaggio” della professionalità e accoglienza dei Marina, grazie al personale presente allo Stand, composto dagli Amministratori e dai dipendenti dei Marina, che hanno fornito preziose informazioni sulla Rete e il territorio, una zona dalla forte vocazione turistica, con Marina in grado di offrire anche numerosi svaghi come ristoranti, piscine, campi giochi per bambini e famiglia, golf e sport acquatici.

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Alma Aquileyensis Ecclesia

FRANCA MIAN
Madonna con Bambino e angeli

Aquileia cristiana e i suoi sviluppi: la tradizione di Sante Sabide o Sabida ovvero il “riposo dei Santi o Christifideles” nel sabato della Nuova Legge

Quando Onorio divenne imperatore romano d’Occidente, il suo dominio si estese all’Italia, Gallia, Spagna, Britannia, al lato sud-ovest della Germania lungo il corso del Reno e del Danubio, alla metà occidentale dell’Illirico (Austria ad ovest del Danubio e Dalmazia) nonché all’Africa settentrionale fino a Tripoli. Si cominciò così a delineare, benché Stilicone tendesse (ma invano) ad ampliare il dominio imperiale, ciò che dalla diffusione del Cristianesimo interessò direttamente Aquileia: l’Africa con Alessandria, la Dalmazia con la predicazione di Tito3, probabilmente la presenza dello stesso Marco nel nucleo che si affacciava sull’Adriatico e successivamente il mondo germanico con i Patriarchi.

Si può dire che, dalla decadenza dell’Impero romano d’Occidente, si salvarono Milano e Ravenna, a motivo della loro importanza aquisita tra il sec. IV e il V, nonché Aquileia, il forte baluardo d’Italia lungo la frontiera orientale. Mentre l’Impero declinava e le istituzioni politico-sociali si stavano indebolendo, una ulteriore crisi apparve matura alla fine del sec. IV: quella religiosa. Ad essa subentrarono le relazioni con il Cristianesimo e il movimento filosofico-religioso del mondo romano-orientale o meglio ellenistico, ossia una forma di civiltà universalizzante permeata dalla grecità. Infatti, nel greco della koinè ovvero delle aree in cui era diffuso quel fenomeno plurietnico, ma unitario nelle sue componenti, promosso da Alessandro Magno, furono persino tradotti, con un’operazione di inaudito ardire teologico, i libri sacri dell’Ebraismo, dando luogo alla versione greca dei Settanta. Tale fu il contesto in cui si diffuse e si inculturò il messaggio cristiano. In Palestina ebbe, tramite le comunità ellenistiche, non solo un ambiente privilegiato di diffusione ma anche una punta avanzata per un allargamento ai pagani secondo un modello proprio di quella cultura. Da ciò il messaggio cristiano produsse un nuovo ellenismo, incomparabilmente diverso dal precedente. Infatti ne mantenne le categorie del pensiero filosofico e la struttura del linguaggio ma ne tradusse con appropriata libertà i contenuti. Di conseguenza la lingua teologica dei Padri dei primi secoli fu corroborata da termini platonici, aristotelici, neoplatonici, stoici ecc., che vennero assunti con significazioni nuove a motivo dell’inadeguatezza del linguaggio umano ad esprimere verità nuove, non contrarie alla ragione, ma enormemente superiori. L’importanza della nuova religione si rivelò di fatto quando potè trovare spazio entro l’Impero come fattore storico e sociale, ossia quando si presentarono le condizioni adatte alla sua non incontrastata diffusione.

Per l’argomento qui preso in considerazione dobbiamo accontentarci di giudicare i fatti in se stessi e di ricercarne i moventi nello svolgimento palese ma anche nella logica connessione degli avvenimenti. Innanzitutto è chiaro che la predicazione di Tito, seguace di Paolo, in Dalmazia (2Tim, 4-10) dovette ben presto diffondersi nelle zone viciniori e più importanti della Venetia orientale, con i suoi porti, ossia Aquileia che, a partire dal I secolo dell’era cristiana, ebbe aperti i contatti con la Provincia dalmata in virtù pure dell’incremento viario romano e della fondazione di floridi centri agricoli e commerciali. Questo per quanto riguardò la predicazione apostolica e i suoi effetti relativamente immediati. In seguito si dovette attendere il cambiamento operato da Diocleziano e Costantino, che per i cristiani giunse in tempi propizi, quando la Chiesa era organizzata istituzionalmente e, come ogni Istituzione, per prosperare aveva bisogno di pace, ordine e garanzie legali, possibili solo in un Impero non ostile. Già Paolo e in seguito gli apologisti mantennero l’obiettivo costante di dimostrare come la nuova fede non insidiasse né direttamente né indirettamente l’ordine politico-sociale dell’Impero benché da parte di esso si ritenesse, non del tutto a torto, il contrario. S. Paolo diede alle Chiese delle origini un primo assetto organizzativo, che sarà più chiaro in Clemente romano ma soprattutto in S. Ignazio di Antiochia, assertore e propugnatore dell’episcopato monarchico4. E’ evidente che lo schema evangelico si ripeteva allo stesso modo ovunque ci fosse una comunità cristiana, che a noi non è dato negare ad Aquileia in età molto antica in ordine ai dati su accennati. Sul nostro giudizio pesa pure la realtà del Venetorum angulus con il suo prolungamento verso l’Adriatico e il Mediterraneo nonché l’attenzione sull’ex Gallia Cisalpina mantenuta con costanza da Roma, città ben presto principale sede di diffusione evangelica di Paolo e Pietro, la cui autorità si rafforzò con la tutela del supremo diritto del pontificato imperiale (mantenuto in auge anche da Costantino che lo detenne per tutta la vita) e pertanto fu chiara solo nel sec. IV d. C., ossia all’epoca di Valeriano, Cromazio, Eliodoro, poi vescovo di Altino, Girolamo dalmata (autore della celebre Volgata), Rufino e Teodoro.

E' ovvio che il paganesimo continuò ad esistere, ma senza la forza di rigenerare se stesso, neppure con l’approdo all’enoteismo prima e al monoteismo in seguito.Risale al 238 l’uccisione dell’imperatore Massimino Giulio Vero detto il Trace sotto le mura di Aquileia assediata, che resistette e lo vinse ubbidendo, si dice, all’oracolo di Beleno. Lo sforzo per la conservazione della religione pagana (peraltro non abolita da Costantino), del classicheggiante ed esteta Giuliano non servì a nulla come pure quello dell’aristocrazia senatoria, facente quadrato attorno alla statua della Vittoria, centro di collegamento degli ideali pagani, che fu acquisita anch’essa dal nuovo credo e rappresentata nel pavimento musivo della basilica teodoriana di Aquileia, scoperto agli inizi del sec. scorso da archeologi austriaci sotto la direzione del dr. Gnirs e “riscoperto” dall’allora reggente di quella parrocchia don Celso Costantini, quand’essa fu occupata dagli Italiani nel 1915. L’interpretazione della raffigurazione musiva relativa alla Vittoria cristiana e della Chiesa dopo tante immolazioni di vite apparirebbe scontata qualora si ponesse mente, ad es., al Peristephanon (Le corone) di Prudenzio (che imitò Ambrogio), un complesso di inni celebranti i fatti eroici di Apostoli e martiri. Quindi, nel IV sec., si combattè l’ultima battaglia tra Cristianesimo e Paganesimo, del cui ultimo la fine ufficiale è datata al 391, mentre più di due secoli prima la primitiva Chiesa fu in parte separata dall’Ebraismo in seguito alla politica addottata e messa in atto dalle armate romane. Per inciso e per precisazione si aggiunga che il paganesimo in sé non fu mai ostile al cristianesimo, in quanto non aveva difficoltà a riconoscere Gesù come Dio, ma non poteva ritenerlo unico Dio. In ciò tutto il popolo attaccato ai vecchi dei era concorde e pertanto ne fu contrastato l’insegnamento dottrinale e morale, che sembrava minare pure le fondamenta dell’Impero poiché tutte le divinità di esso erano state assunte complessivamente nella deità di Roma e del Principe augusto. La lotta fu pertanto triplice: ebbe un lato religioso, uno morale e uno politico. Ma contro la persona del Fondatore del Cristianesimo né Greci né Romani furono avversi come invece lo fu il Giudaismo. Comunque apparve chiaro e per forza di cose che si doveva, in tempi maturi, eliminare il nesso inscindibile tra paganesimo e Impero, concedendo a ogni gruppo religioso la relativa libertà (312).

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In venti per un "Palazzo solo”

GIULIANO BINI

Il territorio dell’attuale comune amministrativo di Palazzolo dello Stella si estende su una superfice di 34 kmq e comprende i comuni censuari di Palazzolo e Piancada. Su tale territorio, nel corso di circa sessantasette secoli, si stabilirono circa una ventina insediamenti umani stabili che ebbero una propria identità, sebbene da noi per buona parte sconosciuta, una loro autonomia ed autarchia e un territorio di loro pertinenza.

Napoleone fu il primo ad aver dato ai comuni un aspetto formale simile all’attuale, dopo fasi sperimentali molto travagliate. Di questi tempi, dal 16 giugno 1806, il comune di Piancada aveva i suoi registri d’anagrafe. Il 7 dicembre 1807 «Al dipartimento dell’Adriatico sono aggiunti i seguenti comuni, cioè (...) Biancada, Marinis (...)». L’8 febbraio 1808, Piancada fu aggragata al circondario del comune di Palazzolo. Il 3 maggio 1808 la frazione di Piancada, non più comune, fu aggragata al comune di San Michele. Il 28 settembre 1810 «il Comune attuale di Palazzol, con i comuni da riunirsi di Biancada, Marins, Carlin, Villafredda, S. Gervasio».

Per giungere a rilevare, in una mappa relativa ad un “progetto di compartimentazione e aggregazione di Comuni”, senza data, ma di quei tempi, l’aggregazione al comune di Pocenia di Palazzolo e Piancada, con Roveredo e Torsa,. Il progetto non fu attuato, però... Palazzolo ha rischiato grosso!

Latisana – Fraforiano, Ronchis, Tisanotta, Voltuzza, Gorgo, Volta, Pertegada, Pichi, Bevazzana,Titiano, Persenico. Varmo – Belgrado, S.ta Marizza, Roveredo, Romans, Cornazzai, S. Marizzutta, Madrisio, Canussio. Rivignano – Sella, Isernico, Flambruzzo, Ariis. Teor – Campomolle, Rivarotta, Chiarmacis, Driolassa. Pocenia –Torsa, Roveredo, Palazzolo, Piancada. Muzzana – Paradiso, Zellina, S. Gervasio, Carlino, Casin. (A.S.Mi, Censo p.m., b.767, in “Il Friuli nel 1807”, Fiume Veneto 1992, p. 49).

I comuni “denominativi” del territorio aggregati a comporre il comune attuale, che sarà poi Palazzolo dello Stella, furono pertanto Palazzolo, Piancada e quel Marinis, Marins che sarebbe Marianis.

Prima e poi nel territorio ci furono tante altre comunità, che cercheremo di identificare, che contribuirono, quali più e quali meno, all’identità del comune, contribuendo o lasciandogli in eredità terra e sangue.

I primi uomini

Sembra che l’uomo del Paleolitico si sia fermato a Bertiolo, mentre le prime tracce sulla presenza umana nel nostro territorio risalgono al Mesolitico. Un uomo del Mesolitico fu pertanto il primo, che si sappia, a frequentare queste terre, ma i “Mesolitici” erano dei nomadi, per cui i loro insediamenti avevano un carattere stagionale, se non episodico, legati alle diverse fasi della raccolta di vegetali, della caccia e della pesca.

L’archeologo Andrea Pessina attesta che «...testimonianze della fase antica del Mesolitico vengono dalla località Fraida Paludo presso Piancada, (...), ove sono stati individuati due affioramenti di materiale litico»1.

In località Fraida certamente, ma non solo, dagli otto ai diecimila anni fa, saltuariamente avremmo potuto trovare degli accampamenti con dei ripari trasportabili, simili a quello raffigurato qui sopra dall’amico Adelmo Della Bianca.

La nostra ricerca riguarda però insediamenti stabili e fissi in un determinato posto, dei villaggi, il “campeggio” o l’accampamento della Fraida non fa il caso nostro.

1 - Il primo insediamento stabile, il villaggio neolitico della Bambina di Piancada

Devono passare ancora alcuni millenni e il diffondersi delle pratiche dell’agricoltura e dell’allevamento per trovare dei luoghi abitati stabilmente e il primo a noi noto fu quello che ha preso il nome dai resti umani di una sua piccola abitante, la Bambina di Piancada.

Il villaggio neolitico della Bambina di Piancada o del Novale, il toponimo del luogo di sua sepoltura, (non “Nogali” come spesso si trova scritto a causa dello strafalcione in una mappa), dovrebbe risalire circa al 4700 a. C. «a est del bosco Nogali (ora pioppeto) sono state rinvenute due officine per la scheggiature della selce, alcune strutture - quali fosse irregolari e pozzetti - e le tracce di una probabile canaletta. Immediatamente a nord del bosco è stata invece recuperata una sepoltura ed è stato scoperto un grande canale»2.

La Bambina di Piancada, i più antichi resti umani rinvenuti in Friuli, pertanto la prima Friulana, visse per circa cinque anni e, per quanto data il C14, verso il 4380±50 a. C. L’insediamento sembra sia stato frequentato fin verso il 4000 a. C.

2 - Il villaggio neolitico della Latteria di Piancada

A circa un chilometro, in linea d’aria, a nord dal villaggio e dal sepolcro della Bambina di Piancada, si sono trovate importanti tracce di un altro insediamento: «Appena a sud del paese, in proprietà De Candido, sono state messe in luce una ventina di strutture. Si tratta generalmente di fosse circolari, aventi diametro intorno al metro, (...) in alcuni casi però sono presenti anche pozzetti del diametro di oltre due metri. (...) Da questo pozzetto provengono infatti un beccuccio di vaso a forma quadrata e strumenti in selce quali cuspidi foliate a faccia piana. Questi materiali sembrerebbero indicare una fase antica della cultura dei Vasi a Bocca Quadrata».3

La particolarità curiosa, quasi simbolica, seppure casuale, di questo insediamento è il rilievo, tramite una fotografia aerea degli anni 80 (fig. 6), dei segni di una fosso perimetrale che disegna un’immagine simile ad un vaso.

Entro e ai margini di quel singolare “vaso”, posto nei pressi dell’abitato di Piancada, nel 1996 furono effettuati degli scavi che portarono a definire l’insediamento databile verso gli inizi del IV millennio a.C. e proprio di una cultura dei Vasi a Bocca Quadrata, più evoluta di quella rilevata nel villaggio della Bambina di Piancada.

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Prigionieri inglesi salvati

GIANNI STRASIOTTO

Nel marzo 1943, secondo i dati della Croce Rossa, c’erano 59.040 prigionieri anglo-americani in Italia - detenuti in 29 Campi di prigionia – in prevalenza catturati in Africa, dal 1940 al 1943, dalle truppe tedesche e italiane; di questi, 9.000 si trovavano nei Campi di prigionia o di lavoro ubicati tra il Veneto e il Friuli (allora la provincia di Udine era inclusa nel Veneto). Alla data dell’8 settembre 1943 non potevano essere aumentati di molto, anche tenendo conto dei possibili avvenuti trasferimenti da altre parti dell’Europa occupata (c’è tuttavia chi, pensiamo esagerando, ipotizza fossero circa 80.000).

La maggior parte lavorava nei Campi di lavoro satellite – ossia sotto il controllo dei Campi di concentramento - due dei quali erano nella parte veneta della diocesi di Concordia: a Prati Nuovi di S. Michele al Tagliamento e a La Salute di Livenza (San Stino, strada per Caorle). Altri Campi di lavoro abbastanza vicini si trovavano a S. Donà di Piave e a Torre di Fine.

A Torviscosa c’era il Campo di prigionia identificato con la sigla PG 107, che forniva uomini anche ai Campi satellite di Prati Nuovi (107/2) e La Salute (107/7), con un migliaio di prigionieri; un altro Campo era a Grupignano-S. Mauro (PG 57), vicino a Cividale del Friuli, con oltre 3.500 prigionieri.

Si trattava per lo più di soldati semplici o graduati, destinati in prevalenza a lavori agricoli, scelti su base volontaria per svolgere attività manuali che escludevano opere in qualche modo legate alla produzione bellica, cioè opere di offesa o di difesa, secondo la Convenzione di Ginevra in base alla quale erano pure esclusi dallo svolgimento di lavori manuali i sottufficiali e gli ufficiali. Una buona percentuale riusciva a parlare l’italiano, studiato anche con l’aiuto delle grammatiche incluse nei pacchi settimanali che la Croce Rossa inviava ai Campi di prigionia o di lavoro: nel nostro caso arrivavano alla stazione ferroviaria di San Donà di Piave.

Erano indicati quali “prigionieri inglesi”, ma solo alcuni erano quelli del Regno Unito: la maggioranza era costituita da soldati che combattevano con l’esercito inglese – con truppe delle colonie della Corona Britannica e dei Dominions - arruolati nei Desert Rats e catturati nel Nord Africa. C’erano australiani, neozelandesi, indiani, marocchini, ecc., alcuni neri di carnagione.

All’annuncio dell’armistizio la maggioranza delle guardie italiane dei campi prese la via di casa o raggiunse la montagna e tanti prigionieri, ora non più nemici, trovarono rifugio presso delle generose famiglie, di solito mezzadrili, salvandosi così dalla morte o dai Campi di concentramento in Germania. Per ragioni di sicurezza, e per non assottigliare troppo le deboli scorte di viveri dei generosi ospitanti, dovettero cambiare ricovero con frequenza.

Sulle vicende dei prigionieri inglesi nel portogruarese ci sono le minuziose ricerche della sanstinese Lucia Antonel e della giornalista neozelandese Susan Jacobs, con interviste a ex prigionieri salvati e ai superstiti delle famiglie dei salvatori.

Francesco Frattolin iniziò, in nome di Piero Paron, una relativamente recente corrispondenza col neozelandese Paul Day, catturato nei pressi di El Alamein il 21 luglio 1942 (dopo aver visto cadere un centinaio di commilitoni), fuggito da Prati Nuovi e ospitato per un periodo dalla famiglia Paron dopo la fuga.

Alla fine del conflitto, un’altissima percentuale dei prigionieri fece ritorno a casa.

Quelli ospitati nel territorio diocesano, provenienti anche da Campi di lavoro di altre zone, possono dividersi in tre gruppi, dei quali però ignoriamo la consistenza:
a) prigionieri rimasti presso le famiglie fino al termine del conflitto;
b) prigionieri che riuscirono a raggiungere le truppe alleate nel sud dell’Italia, mediante le fughe notturne con i sottomarini alleati. Nel nostro caso, almeno un centinaio, imbarcati al largo di Caorle e Torre di Fine, grazie soprattutto all’iniziativa spontanea del caporale neozelandese Arch Scott e a don Fausto Moschetta, parroco di S. Giorgio di Livenza. Scott riuscì a mettersi in contatto con la missione alleata Nelson, attiva nell’area veneziana, e a coordinare l’afflusso dei prigionieri. Alcuni riuscirono, grazie al costante aiuto delle formazioni partigiane, a scendere verso il sud dell’Italia a piedi o con mezzi di fortuna e a passare dietro le linee alleate.

Molti altri raggiusero le formazioni partigiane nelle montagne pordenonesi e con il loro aiuto, con tutta la prudenza del caso e aspettando i tempi opportuni, a valicare le Alpi per trovar accoglienza in Svizzera e Jugoslavia, non molti anche in Francia. Per oltrepassare i confini era stata creata dai partigiani e dalle missioni alleate una ben curata organizzazione, dimostratasi efficiente.

Qualcuno, infine, rimase a fianco dei partigiani, da qui anche il titolo del libro della Jacobs: “Combattendo con il nemico - I prigionieri di guerra neozelandesi e la Resistenza Italiana”. Molti furono quelli ricatturati e spediti in Germania e diversi morirono di malattia o furono uccisi mentre cercavano di sfuggire alla cattura.

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Prigionieri alleati salvati dai latisanesi nella Seconda Guerra Mondiale

ENRICO FANTIN

Prendo spunto da una manifestazione promossa alcuni anni fa dalle sezioni Anpi della Bassa Friulana con l’Anpi Friuli Venezia Giulia con la presentazione del libro “Il soldato Harold. Un neozelandese a Erto”. La storia viene raccontata dall’autore Antonio Manfroi, figlio naturale di Harold Sanderson e presenta la coinvolgente storia di uno dei soldati neozelandesi che vi furono internati per circa un anno, nel Villaggio Roma, ex campo di prigionia durante la Seconda Guerra mondiale e oggi località di Torviscosa. Harold Sanderson parte volontario dalla Nuova Zelanda per arruolarsi nell’esercito dell’Impero britannico e partecipare alla Seconda Guerra Mondiale. Viene catturato, come molti altri, nel luglio del 1942 a El Alamein e trasferito come prigioniero in Italia. Arriva a Torviscosa, dove nel frattempo la SNIA SAICI aveva chiesto di insediare un campo di concentramento per sostituire con i prigionieri i propri operai partiti per la guerra. Il campo di Torviscosa, primo campo di lavoro per prigionieri di guerra in Italia, funziona fino al settembre 1943, quando, in seguito all’armistizio, molti dei prigionieri riescono a scappare. Tra questi anche Harold, che raggiunge le montagne del pordenonese dove si unisce ai partigiani. Dalla storia d’amore con Maria, una ragazza di Erto, nasce nel 1945 Antonio, che non potrà però mai conoscere il padre, nel frattempo scappato di nuovo verso la Jugoslavia per sfuggire ai tedeschi e poi rientrato in Nuova Zelanda. La storia di Harold è stata ricostruita con un paziente lavoro di ricerca di documenti in Italia e attraverso i contributi e i ricordi della sua famiglia in Nuova Zelanda, che Antonio conosce solo dopo la morte del padre negli anni Ottanta e con cui stabilisce un profondo legame di amicizia.

Intanto, l’ex campo di prigionia di Torviscosa si è trasformato in un villaggio operaio: nel corso del 1944, infatti, la SNIA assegna le singole “baracche” ad alcuni dei propri operai e a sfollati per cause di guerra da altre zone del Friuli e dell’Italia e nel febbraio del 1945 gli assegna il nome di “Villaggio Roma” (vedi pag. 157).

Dopo le controverse vicende seguite all’armistizio dell’8 settembre (molti prigionieri si danno alla fuga, ma sono molti anche coloro che rimangono al campo in attesa degli eventi) e il ruolo avuto dalla popolazione della Bassa Friulana nel fornire aiuto a coloro che scappano dal campo.

Per non disperdere la memoria anche nella zona del latisanese vi furono vicende legate all’aiuto e assistenza date ad ex militari alleati prigionieri con testimonianze orali e per iscritto.

La testimonianza orale mi viene resa nel 1994, in occasione di un pubblicando libro, da Giovanni Fanotto e dalla moglie Linda Fanotto che ebbe i genitori morti a seguito del bombardamento avvenuto il 4 settembre 1944 al Forte di Pertegada, con ben 14 vittime.

I coniugi Fanotto fanno risalire le cause di quel bombardamento ad un fatto successo circa due mesi prima.

“Un aereo anglo-americano fu abbattuto dalla contraerea e prima della caduta a terra e dell’esplosione i loro occupanti, cinque o sei dell’equipaggio, riuscirono a gettarsi col paracadute.

Uno di questi, un inglese atterrò vicino alle casette del Forte e venne aiutato da alcuni abitanti del posto a recuperare il paracadute ed a nasconderlo; gli altri atterrarono nei pressi di Bevazzana e di Lignano.

Ma quello che interessa a noi è l’uomo che proprio mia madre aiutò e che lo nascose dandogli da mangiare. Ricordo che indossava tre vestiti ed erano di tre diverse nazionalità, fra le quali anche la nostra, ed aveva pure molti soldi. Mio padre lo aiutò a nascondere il paracadute e gli altri due vestiti sopra il fienile ed ebbe poi la cura di togliere la scala e di portarla in un altro casolare; per i soldi lo consigliò di nasconderli nei calzini, fra piede e scarpa.

Siccome vivevamo un momento molto terribile avevamo molta paura e sospetto di tutti. Infatti qualcuno fece la spia e così, pochi giorni dopo, si presentarono dei presunti militari in divisa di guardia di finanza a prelevarlo. Assieme ai finanzieri giunsero anche alcuni paesani che lo presero in consegna. Quest’ultimi lo spogliarono di tutti i suoi vestiti, gli trovarono i soldi e come madre natura lo creò lo fecero camminare forzatamente, per quelle strade bianche e piene di sassi, fino a Bevazzana, per consegnarlo ai tedeschi.

Giunto colà il poveretto, tutto sanguinante, elevò al cielo una preghiera e tra l’altro disse: «Se Dio mi darà la possibilità di tornare a volare o comunicare con i miei, io vi distruggerò solamente per il male che mi avete fatto». Sta di fatto che quel prigioniero venne portato in montagna, ma senz’altro della cosa vennero a sapere i suoi compagni paracadutisti e così si spiega quella tragica conseguenza del bombardamento del 4 settembre 1944.

L’assurdità e il paradosso è che, mentre mia madre e mio padre lo vestirono e lo nascosero rimanendo in seguito uccisi dalle bombe, gli altri, che lo denudarono portandogli via il denaro e facendolo poi marciare forzatamente nudo e scalzo fino a Bevazzana, rimasero illesi dalle conseguenze belliche.

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La Bassa friulana nel breve e contrastato dominio bizantino

ROBERTO TIRELLI

La fascia costiera ed insulare – lagunare della Bassa friulana, in quella che viene definita da alcuni l’“età barbarica”, per la presenza in questa regione di Goti e Longobardi, in realtà, ebbe una storia sua, caratterizzata dalla presenza dell’esercito dell’Impero Romano d’Oriente, che, oggi comunemente vengono detti dagli storiografi ”bizantini”, ma che, al tempo, si denominarono da sè “romaioi” cioè romani, eredi di una civiltà scomparsa dal punto di vista politico ed istituzionale, ma quanto mai viva dal punto di vista identitario e culturale.

L’insediamento di quelli che, anche noi, per comodità di termini chiameremo bizantini, copre uno spazio che va da Aquileia-Grado sino a Caorle e, in profondità nella pianura, certamente sino al tracciato della antica via Annia, con eccezionali espansioni con presidi più a nord. Il limite della fascia costiera è dato dal fatto che solo via mare e la navigazione endolagunare le truppe chiamate altrimenti “greche” potevano essere rifornite, essendo quasi impossibile il transito lungo la terraferma dominata dalle armi barbariche.

Agli estremi di questo territorio è noto come si sviluppino due agglomerati sufficientemente fortificati quali ad est Aquileia, restituita delle sue mura come vuole la leggenda da Narsete, e la vicina Grado “ castrum”, ad ovest similmente Caorle. Ambedue sono sedi episcopali in un periodo ove accanto alle vicende guerresche, si sviluppano i contrasti ecclesiali conosciuti come “scisma dei tre capitoli” nelle cui vicende interverrà pesantemente il potere imperiale, nella strana situazione in cui tiene i sudditi con potere assoluto all’orientale, ma si vede sfuggire le loro anime.

La Bassa friulana nei secoli successivi ha perduto molti segni della presenza bizantina sul suo territorio innanzitutto perché gli insediamenti oltre ad essere, per ovvie ragioni, molto piccoli si servivano di quelli tardo imperiali ancora in parte o del tutto fruibili per cui le tracce facilmente si confondono anche per coloro che oggi intraprendano una ricerca archeologica. Vi è poi l’estrema mobilità della conformazione costiera a causa dei fenomeni naturali a cominciare dalle esondazioni alluvionali dei fiumi che vi sfociano allora ben più ricchi d’acque di quel che non lo siano oggi. E dove non arriva la forza della natura arriverà la mano dell’uomo a modificare l’ambiente con bonifiche, canalizzazioni, opere di vario genere che cancellano le situazioni del passato. A ciò si aggiunga la memoria collettiva assai labile, non suffragata da sufficienti testimonianze scritte, inficiata anche dall’aspetto religioso che ai contrasti teologici assommava la successiva divisione fra cattolici ed ortodossi con tutte le reciproche ostilità.

Se ai “ barbari” è facile conquistare la terraferma Bisanzio domina le acque e basa la sua strategia sulla molteplicità degli approdi che, poi, sono gli stessi elencati dagli autori antichi, fra il corso dell’Isonzo e quello della Livenza.

L’instaurarsi della signoria bizantina sulla fascia costiera dell’intero Adriatico avviene al seguito della volontà di Giustiniano (sul trono dal 527 al 565) di riunificate l’impero romano sottraendo in primis le terre d’Italia ai Goti che se ne erano impossessati. Giuridicamente il tutto è frutto di una “pragmatica sanctio pro petizione Vigilii” (prammatica sanzione) del 14 agosto 554, emanata su una presunta richiesta di aiuto di Papa Vigilio Inizia così un conflitto ventennale (535-555) conosciuto come le “guerre gotiche”, fra i più devastanti che l’intera penisola ed in particolare il Friuli,fronte secondario a partire dal 539, abbiano vissuto. La guerra si svolge in due fasi: nella prima contro Vitige con al comando il celebre Belisario e nella seconda contro Totila e Teia, con Narsete. Nel 556 Narsete (478-558) riprende la pianura friulana (agrum aquileiensem), s’attribuisce una parziale ricostruzione d’Aquileia con le mura (557) e pone un comando militare avanzato a Forum Julii (anche a Cividale e persino sul castello di Udine o ad Invillino. non mancano segni di questo breve passaggio) che si ritira sulla costa, nel 568, presumibilmente per un accordo con i Longobardi.

La permanenza più duratura dei bizantini avviene proprio nella pianura a sud della linea delle sorgive ove i Longobardi si espanderanno,come vedremo, molto più tardi, circa un secolo dopo il loro arrivo durante il regno di Rotari. Vi sono, in effetti, frequenti scontri, ma anche lunghi periodi di pace, con fecondi scambi commerciali e culturali poiché Bisanzio detta legge in fatto di arte per i gusti del tempo ed i duchi del Forum Julii ne sentono il fascino.

La difesa bizantina del territorio della Bassa friulana ha come punti di riferimento Opitergium l’odierna Oderzo ad occidente ed Aquileia con Grado ad Oriente, a sud, nell’Adriatico, Ravenna, ma localmente troviamo “castra”o “castella” e “turres” Il castrum è un luogo fortificato di una certa consistenza come possono esserlo Marano o Concordia, racchiude un villaggio con una chiesa, mentre la “turris” è un piccolo ridotto caratterizzato proprio da una torre a pianta rotonda, tendenzialmente cilindrica, con un andamento irregolare, caratteristica questa degli edifici dell’Alto Medioevo. La parte alta della torre ha, infatti, una forma ellittica non regolare e le pareti della costruzione non sono perfettamente verticali e non hanno uno spessore costante. Sia i castra che le turres sono difese fragili poiché sono destinate a resistere il tempo necessario affinché abbia ad arrivare il grosso dell’esercito, come è tradizione ancora romana. Secondo quanto affermato da Procopio di Cesarea nel “De Aedificiis” Giustiniano avrebbe adottato un sistema originale di difesa con una rete di piccoli centri fortificati per supplire alle carenze numeriche del suo esercito. La difesa di queste piccole fortificazioni viene affidata alla popolazione. La scelta della fortificazione è dovuta alla conformazione dei luoghi, non di rado già usati dai romani e che in seguito vedranno sorgervi i castelli medievali.

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Un processo medievale a Marano nel 1486

MARIA TERESA CORSO

La serie dei processi svolti dal sec. XV. al XVIII, presenti nell’archivio curiale di Udine, comprende tre tipologie: quelli civili, penali (criminali) e matrimoniali.

In base all’accordo firmato il 10 giugno 1465 con la Repubblica di Venezia, risulta che il Patriarca aveva piena giurisdizione sulle località di Marano, San Daniele, etc. In queste ville, la curia patriarcale gestiva sia la giurisdizione spirituale che quella temporale e pertanto giudicava sia in ambito penale che in quello civile.

Al di fuori di questi limiti territoriali, la curia era competente a giudicare sui processi penali e civili che coinvolgevano i sacerdoti, e sui processi matrimoniali, che potevano riguardare le rotture di promesse di matrimonio, i matrimoni forzati, le richieste di separazione a seguito di maltrattamento o abbandono.

In qualche caso vi sono atti di processi instaurati per provare l’avvenuta morte del coniuge, al fine di contrarre nuovo matrimonio.

Negli atti la lingua utilizzata è il volgare veneziano cancelleresco, idioma usato anche da Pietro Edo Capretto, noto umanista di fine Quattrocento, che traduce nel 1484 le Costituzioni della Patria del Friuli, promulgate dal patriarca Marquardo di Randeck nel 1366 nel volgare trivisano, non in quello toscano, non in quello friulano.

Tra questi documenti, rinvenuti presso la Curia arcivescovile di Udine, che risalgono al 1486, vi è una donna che si appella, poiché si ritiene danneggiata dall’uomo che reputa di aver sposato in quanto, dopo due anni di effettiva convivenza, egli non aveva ancora saputo dare un assetto definitivo alla loro unione, e non aveva voluto, al di là delle promesse, rendere noto ai famigliari il matrimonio contratto quasi due anni prima.

Antonia Viola di Marano chiede al vicario del patriarca, Buzio de Palmulis, che le venga riconosciuto il contratto di matrimonio celebrato a casa di maestro Mathio, ‘barbiere’, il 7 dicembre del 1484, giorno di Sant’Ambrogio, in Avvento, periodo che a dir il vero non era tanto seguito dalla tradizione.

Il matrimonio, vale a dire la scelta di fondare una famiglia, presupponeva di astenersi dalla celebrazione e quindi dalla festosità in Quaresima e in Avvento, cioè dall’ultima settimana di novembre al 24 dicembre.

In genere un barbiere era considerato da tutti come un uomo di fiducia, al punto che più avanti vennero estese le sue funzioni fino a diventare infermiere e poi medico. Un tempo il barbiere aveva compiti molto diversi rispetto ad oggi. Dal XII secolo, infatti, la pratica della chirurgia era regolarmente affidata ai barbieri che nel corso del tempo avevano raggiunto un sufficiente livello di competenza pratica: assistevano le partorienti e si adoperavano per effettuare anche tagli cesarei!

L’uomo seduttore, chiamato a rispondere era Ieronimo, figlio del cancelliere, notaio Adamo q. Antonio, appartenente, ad una famiglia di notabili.

Il padre, infatti, rogava gli atti in fortezza nel 1473 (1).

Essendo il padre assente, Ieronimo portò la moglie a casa sua, trattandola pubblicamente come moglie. Solo che non rese mai l’impegno palese ai suoi genitori, promettendo alla giovane di trovare, prima o poi, il momento per dirlo ai genitori.

La giovane Antonia si sentiva come ‘sospesa’. Ella domanda perciò all’autorità religiosa, che si occupava di questi casi, chiarezza, dichiarando essere un legittimo matrimonio quello che legava lei e Ieronimo Adamo, il quale avrebbe dovuto condurla, tenerla e trattarla come legittima moglie.

Non trovando modo di convincerlo, secondo la donna l’Ufficio, doveva sentenziare, in conformità alla norma del capitolo 1° e 2°, un corrispettivo che tenesse conto di tante cose, prima di tutto la condizione di sedotta e abbandonata e in secondo luogo di un marito che difficilmente riuscirà a trovare, essendo in quello stato.

La sua richiesta venne formalizzata con una dote di 300 ducati, avendo Antonia già ricevuto dalla sorella di Ieronimo per effetto del matrimonio, come patto dotale 100 ducati.

I capitoli citati parlano di stupro e adulterio, cose che la giovane par di capire ne fosse a conoscenza o che ne avesse sentito parlare.

Prima del Concilio di Trento (1543-1565) i matrimoni si celebravano in casa, nelle camere da letto se le spose erano convalescenti, legando la coppia con una semplice promessa pronunciata da parte dei futuri sposi, alla presenza di qualche testimone che nella maggior parte dei casi era un parente con una semplice formula.

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Mons. Luigi Janes (1891-1975)

GIANNI STRASIOTTO

Mons. Janes Luigi nato a Polcenigo nel 1891 fu un sacerdote molto popolare in diocesi di Concordia, in special modo nel periodo tra le due guerre mondiali.

Iniziò gli studi a San Vito, nel collegio per le Missioni Pio X fondato e diretto da mons. Gian Giacomo Coccolo e, alla chiusura dell’istituto, passò nel Seminario di Portogruaro.

Da chierico prestò servizio militare nel 1912-13 nell’8° Alpini. Ordinato sacerdote il 9 maggio 1915, una settimana dopo l’entrata dell’Italia alla Grande guerra fu richiamato e riassegnato all’8° alpini, con la mansione di cappellano militare e destinato sul Pal Piccolo. Qui edificò la cappella di Sella Freikofel, con la partecipazione al progetto di tutti gli alpini, soldati e ufficiali.

Nel marzo 1916 si guadagnò una medaglia di bronzo al V. M. per il servizio prestato ai feriti, sotto il fuoco nemico. Nel giugno successivo ottenne una seconda medaglia di bronzo sul Pal Grande, ancora per l’assistenza ai feriti e ai morenti, oltre che per il loro trasporto negli ospedali da campo nei giorni d’intenso bombardamento.

Comandato all’ospedale da campo 203, operò in zona d’operazioni fino alla Vittoria, partecipando a tutte le campagne di guerra.

Dopo il congedo ottenne la laurea in lettere e la nomina a professore nel Seminario di Pordenone e l’incarico di vicedirettore. Insegnò pure nel Ginnasio Paterno, di cui fu cofondatore, e poi nel Collegio Don Bosco, entrambi di Pordenone.

Per alcuni anni assunse la direzione della GIAC (Gioventù Italiana di Azione Cattolica), quale presidente e assistente.

Fra le due guerre, non si contano le cerimonie patriottiche che lo videro oratore ufficiale, in particolar modo all’inaugurazione di monumenti ai caduti, cappelle votive, viali della Rimembranza, ecc., ma non si lasciò mai strumentalizzare dal fascismo. Nel 1924 lo troviamo tra i fondatori della Sezione Alpini di Pordenone. Per un periodo diresse anche il settimanale diocesano Il Popolo.

L’8 dicembre 1931 divenne titolare della parrocchia di Azzano Decimo. L’anno dopo giunse la nomina a Cavaliere della Corona d’Italia.

Ad Azzano completò i lavori del nuovo campanile, diede inizio alla costruzione dell’asilo infantile e costruì la sala cinematografica, tenne la vice presidenza della Cassa Rurale Cattolica (1931-32), assumendone la presidenza negli anni 1933-37 Nel 1932 benedisse il nuovo cimitero comunale, nel 1934 la cappella in località Le Fratte, nel 1937 la rinnovata serie delle stazioni della Via Crucis.

Sacerdote di rara intelligenza, schietto, grande organizzatore, ma umorale e dal carattere difficile, a volte impossibile. Perdeva facilmente la pazienza, con tutti, dai cappellani ai curiali, e spesso con i rappresentanti del regime. Non temeva nessuno. Nel 1936 chiese di lasciare la guida della parrocchia e arrivò la nomina a canonico residenziale; nel 1939 quella di esaminatore pro sinodale. Mantenne i contatti con Pordenone, dove fu insegnante e preside dell’appena eretto Istituto Magistrale “Vendramini”.

Nel corso del triennio portogruarese operò per un periodo a Teglio Veneto.

Dall’ottobre 1944 passò a reggere l’importante parrocchia di Concordia. Siamo già nel periodo caldo della Resistenza. E’ stato scritto dei suoi interventi diretti a favore dei combattenti per la Libertà ed è noto il suo prodigarsi per alleviare molte sofferenze. Fra l’altro, nel dicembre 1944 impedì l’arresto di una trentina di concordiesi rastrellati per rappresaglia e ottenne la liberazione di altrettanti, anche se trovati con armi nascoste, “impedì vessazioni, angherie e latrocinii”. Si avvaleva dei fidi cappellani don Natale Quattrin e don Anselmo Pauletto, che “dettero assistenza ai prigionieri inglesi nascosti per le case o sotto la paglia nelle bonifiche”.

Salvò tre uomini, già destinati alla forca dai nazifascisti.

Impedì energicamente l’occupazione dell’asilo e lo sfratto delle suore da parte dei tedeschi e parlamentò con i tedeschi di Cavanella per la loro resa finale.

A Concordia ebbe il rispetto di tutti, anche della Concordia rossa del primo dopoguerra. E’ ricordato come il catechista dalle mille risorse per agganciare l’attenzione dei fanciulli e dei ragazzi nell’oratorio, che erano allora alcune centinaia.

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I rifugi antiaerei, comunali e familiari a Casarsa nel Secondo conflitto mondiale

CARMELA DE CARO

Casarsa come qualsiasi altra località del nostro paese, fu informata tramite radio dal messaggio del Duce, dell’entrata in guerra dell’Italia accanto alla Germania. Era il tardo pomeriggio del 10 giugno 1940. Accadde che una folla di persone si riunisse nella piazza della stazione per ascoltare le notizie radio che erano trasmesse da un rudimentale amplificatore posto sul balcone dell’albergo “Leon d’Oro”. Seguì dapprima un’irrefrenabile gioia, poi prevalse il ricordo amaro dei lutti legati al primo conflitto mondiale che avrebbero potuto ripetersi.

Una testimonianza di Fedele Girardo, pubblicata da Ovidio Colussi nel 1997, dal titolo “50° anniversario del bombardamento su Casarsa”, riporta: “Si cominciò subito a prendere le misure di prevenzione civile, in caso di attacco nemico. I rifugi antiaerei furono fatti costruire dal Comune, affidando l’incarico all’impresa di Umberto Querin. I primi rifugi furono dietro la Chiesa (nell’attuale campetto di calcio), nel casale di Giovacchin, in Via Pordenone e sul terreno di Filello, vicino alle stalle Lucchesi, dove ora sorge il Municipio”.

Il conflitto inizialmente pareva durasse poco, ma, presto, ci si accorse che il teatro delle operazioni andava ad allargarsi sempre più e che le campagne di Grecia e Albania erano uno scarso bottino; la realtà diventava sempre più difficile. Poi giunse l’armistizio del 1943 che divise l’Italia in due e gettò le popolazioni friulane nella morsa della disperazione.

Incominciarono i giorni terribili dei continui bombardamenti degli aerei americani e inglesi su Casarsa. La stazione e il campo di aviazione già dal 1944 furono oggetto d’incursione di aerei alleati P51 Mustang e “Pippo” bimotori B25 North American Michetell inglesi e americani allo scopo di annientare le postazioni logistiche e le vie di comunicazione. Obiettivi delle incursioni erano: la stazione ferroviaria, le caserme, il campo d’aviazione con i suoi aerei militari, i magazzini di rifornimento dei Tedeschi e il ponte della Delizia sul fiume Tagliamento. Casarsa era ed è in una posizione strategica, al centro di un quadrivio che porta a sud verso il mare, a nord verso la montagna a est a Udine e a ovest verso Treviso e Venezia. Per questa sua posizione decisiva fu sottoposta a continue azioni, ad attacchi aerei e a terrificanti bombardamenti a causa dei quali la popolazione dovette sgombrare in parte nei paesi vicini. Gli stessi tedeschi avevano parcheggiato nel campo d’aviazione i loro aerei lungo il lato della ferrovia (mentre lungo il lato della strada statale avevano il loro quartier generale) per sottrarle ai bombardamenti alleati in seguito trasferirono gli Junkers 52 nei campi di Rivis, sulla sinistra Tagliamento. Già prima del ’43, a Casarsa e S. Giovanni si costruirono rifugi nell’eventualità di attacchi aerei ma si trattava di ripari presso case private, cantine; solo nel ’44, vista la gravità del momento, il Comune costruì ripari pubblici nei pressi di obiettivi strategici.

Tratteremo l’argomento “Rifugi comunali e familiari” attraverso testimonianze, ricordi e annotazioni di coloro che vissero gli eventi bellici e dettero anche a distanza temporale la loro attestazione, non solo della violenza perpetrata nei confronti di persone, ma anche del territorio. Le testimonianze ci consentiranno di dare un volto, un nome, un’identità alle vittime e ci permetteranno di ricostruire vissuti personali. La guerra ha tracciato inevitabilmente un solco profondo e incolmabile nella vita di chi l’ha vissuta, ha obbligato individui comuni a fare i conti con la “grande storia”; ha anche consentito, però, di avviare un discorso di elaborazione, di ricerca della verità, che va oltre schematismi di comodo di cui non si avverte la necessità. La ricerca, infine, vuole tentare una mappatura dei rifugi pubblici e privati nel territorio di Casarsa con una serie di testimonianze inedite, rilasciate oltre venti anni fa da tanti che sono passati nel frattempo a miglior vita e che, proprio per questo, ci sono ancor più care.

Testimonianza di don Silvio Morson, nato il 31/01/1933.
Prestava il suo servizio presso l’Ospedale Civile di Pordenone. “Il rifugio era un buco scavato sotto terra. La sua grandezza variava secondo il numero di famiglie e persone che lo costruivano. Nel nostro rifugio stavano dalle dieci alle quindici persone. Il rifugio aveva la forma di una L. Infatti, dopo l’entrata c’era un corridoio molto stretto, lungo qualche metro e, dopo si apriva “la stanza”. L’entrata era stata collocata in una zona appartata perché così le schegge di un’eventuale bomba erano meno pericolose e dannose per le persone all’interno del rifugio. La stanza non era molto alta perché non ci si poteva muovere liberamente: non si riusciva ad alzare le braccia. Nel nostro rifugio avevano posto due pioli della stessa grandezza e poi sovrapposta una trave che formava una panca su cui sedersi. Il tetto era fatto di legna e terra. All’inizio si posavano le travi di sostenimento che attraversavano trasversalmente la buca, su cui erano poste delle fascine di legna e ancora sopra, della terra battuta. Il tetto all’interno era a volta perché le travi s’incrociavano; all’esterno non si notava nulla. Usavamo le lanterne e i lampioni per illuminare la stanza oppure delle semplici candele. Nel nostro rifugio non c’era legna posta sui lati verticali perché il legno era molto prezioso; con esso si riscaldava la casa e cucinava il cibo. I rifugi erano costruiti o sotto gli orti, oppure nei campi vicino le città. Quando si avvistavano aerei, era lanciato il segnale d’allarme e così la gente si nascondeva. Passato il pericolo, era rilanciato il segnale e la gente usciva. Uno dei tanti aerei era “Pippo” detto così dalla gente del posto. Agiva soprattutto di notte e colpiva tutte le strade o case illuminate. Una delle tante vittime di quest’aereo fu un membro della famiglia Centis che, ai tempi della guerra abitava nella casa vicino al ponte Meduna. Un giorno un aereo nel tentativo di colpire il ponte, ferì una donna, così uno dei tre figli di questa famiglia corse per prestarle i primi soccorsi e per metterla in salvo; purtroppo, il giovane restò vittima di una seconda bomba lanciata dallo stesso aereo”.

Testimonianza di Celso Girardo e Portolan Rina.
“Durante la seconda guerra mondiale, Casarsa era un importante nodo ferroviario e, quindi, tutti quelli che abitavano nelle vicinanze, si spostavano perché la stazione era un obiettivo militare (pensando così di mettersi al sicuro). In quasi tutte le case, ogni famiglia, nel proprio orto, costruiva un rifugio sotterraneo per scampare alle bombe. Questi rifugi erano scavati sotto terra, larghi circa un metro e lunghi 5-6, coperti da legni e terra perché le schegge e le bombe non penetravano più di mezzo metro. Infatti, quelli che sono morti si trovavano o nella propria casa o in aperta campagna. Nella sera del 4 marzo 1945 sono morte 17 persone, tra cui 4 bambini. Ci furono parecchi feriti che furono trasportati all’ospedale di S. Vito con un carro con le ruote di legno trainato da cavalli. Dopo quella sera, Casarsa rimase deserta perché tutti erano andati a rifugiarsi nei paesi vicini o a Castions o a San Lorenzo dove avevano qualche parente o conoscente. Quello che mi ha colpito è stato un fatto straordinario accaduto a tre sorelle. Le tre ragazze si erano rifugiate sotto il tavolo perché avevano sentito arrivare i bombardieri. Le schegge delle bombe sganciate numerosissime colpirono e distrussero tre delle quattro gambe del tavolo senza colpire le ragazze: oggi sono ancora vive! Un giorno io e mio marito cercavamo rifugio dalle bombe nei paesi limitrofi perché avevamo sentito arrivare gli aerei che tornavano a bombardare e all’improvviso sentimmo un aeroplano che volava moto basso e vicino e così ci buttammo subito in un fossato molto grande; l’aeroplano sganciò una bomba e una scheggia colpì un albero proprio sopra le nostre teste. Ci alzammo impauriti, ma felici di essere salvi. Un altro episodio molto triste di cui mi ricordo è questo: una sera un uomo e suo figlio uscirono da casa appena sentirono il rombo minaccioso di un aeroplano per andare nel loro rifugio; molte schegge li colpirono, uccidendoli. Probabilmente i due, se fossero rimasti in casa, si sarebbero salvati. Quasi ogni sera prima del 4 marzo c’era un aeroplano soprannominato “Pippo” che sorvolava Casarsa e i paesi vicini e ogni tanto sganciava una bomba. La sera del 4 marzo, il mio futuro marito venne a casa mia (allora eravamo fidanzati) e quando sentimmo il rombo degli aeroplani che sorvolavano Casarsa e sparavano dei razzi che illuminavano il paese come se fosse giorno, andammo nel nostro rifugio e qualche minuto dopo cominciarono i bombardamenti che durarono tutta la notte. I giorni seguenti, con dolore e sgomento si celebrarono i funerali delle tante persone morte”.

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Leonardo da Vinci e le fortificazioni del medio e basso Friuli

ROBERTO TIRELLI

Se la Regione Friuli Venezia Giulia, nell’esaminare i progetti delle Associazioni su Leonardo da Vinci, avesse usato criteri oggettivi e metodi di giudizio equi, il presente intervento sarebbe stato una corposa e documentata ricerca sulle fortificazioni del Medio e Basso Friuli, connessa proprio al passaggio da queste parti del grande protagonista del Rinascimento.

Benché non esista una testimonianza probante la presenza di Leonardo in Friuli nell’anno 1500 se non basata sui suoi stessi scritti, è certo che non potesse arrivare all’Isonzo ed a studiarlo con attenzione senza essere sbarcato a Portogruaro ed aver percorso le strade che attraversano la pianura.

La ricerca avrebbe stabilito innanzitutto se non le date esatte almeno il periodo in cui la visita venne effettuata dando credito a quella del luogotenente Loredana del gennaio piuttosto che a quella tardiva accreditata dalla maggioranza degli storici. Prevale l’idea di un viaggio in incognito perché Leonardo era sconosciuto ai più anche a Venezia. Il suo operato alla corte di Ludovico il Moro era limitato alla conoscenza di pochi anche nel Milanese. Al momento in cui arriva in Friuli egli ha maturato esperienze, oltre quelle artistiche già a Firenze nella bottega del Verrocchio, nella ingegneria idraulica e nelle strutture di difesa.

E’ noto che una delle preoccupazioni dei veneziani anche nei domini di Terraferma fosse proprio come regolamentare le acque non solo dei fiumi, ma pure di tutta l’ampia fascia di territorio alimentata dalle sorgive.

In quegli anni il Friuli rappresenta una opportunità di studio davvero interessante perché nessun intervento ancora è stato fatto lungo il corso dei principali fiumi che esondano incontrollati, né sugli altri corsi d’acqua. Leonardo, invece, è intervenuto in situazioni analoghe in Lombardia e certamente gli si è chiesto un parere a proposito, anche per una sua personale curiosità scientifica.

Quali avrebbero potuto essere le modifiche al sistema idraulico in particolare dello Stella con un parallelo ad analoghe soluzioni lombarde sarebbe stato uno dei punti di studio che avrebbero costituito una parte significativa del progetto de “la bassa”.

La data del viaggio di Leonardo nella Patria del Friuli si colloca in uno spazio di tempo che va dalla fine di gennaio (nomina di Antonio Loredan a luogotenente) a fine marzo Un indizio può venire dal fatto che Leonardo descriverà con accurati particolari una piena dell’Isonzo e dalla radice di quel suo Frigholi che pare essere frigus, cioè freddo. La nostra ricerca propenderebbe per la seconda metà di gennaio durante la quale il luogotenente visita con molta attenzione fortezze e cortine e dà disposizioni sin troppo precise per essere farina del suo sacco o dei suoi immediati consiglieri.

Ad esempio per quanto riguarda Udine già dispone dal 19 gennaio di iniziare a scavare le fosse e fa inviare a nome delle magistrature cittadine a Venezia un dettagliato elenco di armi da fuoco fra cui “bombarde 4 con le sue code.”. Così ad esempio a Mortegliano assegna tutta una serie di modifiche a mura e fossato, alla torre e a quanto pare essere utile alla difesa della cortina.

Più che a marzo forse Leonardo partecipa proprio a questa prima rassegna delle problematiche della difesa territoriale per cui è in grado di scrivere in seguito agli “ illustrissimi Signori mia”. Tale collocazione temporale ci starebbe a pieno perché da Mantova a Firenze ha fatto perdere le sue tracce biografiche e vi è solo un documento che certifica la sua presenza a Venezia, ma è tardo. Si tratta della lettera di Lorenzo da Pavia, liutaio (Laurentius Papiensis Musicus), a Isabella d’Este dopo che ha visto lo schizzo del ritratto della signora di Mantova; “El è a Venecia Lionardo Vinci el qual m’ha mostrato uno retrato de la signoria vostra che è molto naturale a quela. Sta tanto ben fato non è possibile farlo melio” La lettera è datata 13 marzo 1500, la stessa data in cui si esamina il problema dei Turchi in Senato.

Leonardo, secondo quanto ha ricostruito Alessandro Vezzosi “perlustrò questa regione, studiò le correnti dei corsi dei fiumi, il livello delle piene e degli argini, esaltò il ruolo degli abitanti in sinergia con le acque elaborando un progetto difensivo che prevedeva la costruzione di una diga (serraglio mobile) e l’impiego delle acque per impedire il passaggio del nemico ed un “sostegno dentato capace di resistere alle piene.”

I documenti che testimoniano il viaggio di Leonardo in Friuli contengono, in realtà, brevi accenni, sparsi nella vastità della produzione di scritti, schizzi ed appunti di ingegneria idraulica e militare che costituiscono il suo lascito all’umanità oltre alle opere d’arte.

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La roggia Barbariga

BENVENUTO CASTELLARIN

L’esistenza della roggia che ora si chiama Barbariga e strettamente legata alla presenza nel territorio di Fraforeano di Ronchis, di un mulino ad acqua la cui attestazione risale al 1275 quando Asquino di Varmo riconosce di avere, fra le sue possessioni, sei mansi di terra e un mulino: Item in villa de Forforiano sex mansos ed unum molendinum,1 tutti beni avuti in feudo dalla Chiesa di Aquileia.

Nel 1468, i di Varmo, per dimostrare la gratitudine verso la Nobiltà veneta non intendendo aver dominio ove quella anche privatamente possiede ma che anzi s’intenda per spontanea volontà di detti Signori di Varmo2, cedettero la giurisdizione di Fraforeano sito tra la villa e territorio di Ronchis e Petrons, al patrizio veneziano Lorenzo fu Girolamo Barbarico, riservandosi solo il mulino.

…modo quo poterat reninziabat in manibus magnifici domini locumtenentis predictis omnimonda jurisditionem et garritu eorum cum iuribus et pertinensiis, possesionibus, redditibus, et emolumentis, accessibus, ingressibus, utilitatibus, usubus, aquis, piscacionibus, venationibus, paludibus, nemoribus, silvis et pascuis ad jurisditionem predictam Fraforiani et ad dictis nobiles consortes de Varmo in territorio Fraforiani quon. dolibet spectantem de pertinensibus, Uno tantum eorum mollendino excepto…3

I Barbarigo entreranno in possesso del mulino solo nel 1598. Nel 1608 Lorenzo Barbarigo vendette i 2/3 del mulino al cugino Pietro, il quale fece diversi lavori di rinnovamento poiché il mulino era da molti rovinato.

Il corso d’acqua che alimentava allora il mulino era la Roia del Molin, anche denominata Roia di Chianus, non sappiamo se la roggia in antico fosse stata un canale naturale o se fatta artificialmente con il preciso scopo di portare l’acqua al mulino di Fraforeano.

L’unica traccia finora conosciuta, è segnalata in una mappa del secolo XVIII dove non si vede il punto di presa (probabilmente si staccava dal canale Cragno presso Santa Marizzuta) ma è possibile seguirne il suo corso dai pressi di Sella fino al mulino, constatando che per un buon tratto funge tuttora da confine tra i comuni di Varmo e Rivignano (ora Rivignano Teor).

Questa roggia rimarrà l’unica ad alimentare il mulino di Fraforeano, finché divenne insufficiente per far muovere le pale de mulino, tanto che nel giugno del 1624 indusse Pietro Barbarigo ad inviare una supplica ai Provveditori sopra i Beni Inculti, per fare un nuovo canale che prendesse le acque dalla roggia Le Stalle presso Romans di Varmo (ora denominata Taglio) fino al mulino di Fraforeano, che allora aveva cinque rode.

Tra il giugno e l’ottobre del 1624 Pietro Barbarigo morì e la supplica venne ripresentata dalla vedova Cornelia Badoer, la concessione le venne data il 5 giugno 1625:

Decreto eccellentissimo Senato a favore nobil donna Cornelia Badoer. Concessione d’aqua ad uso molin Forforeano. 1625, 5 giugno. In Pregadi

Che attese le oneste cause esposte per la nobil donna Cornelia Badoer relitta del dilettissimo nobil nostro Pietro Barbarigo procuratore, nella riverente supplicazion ora letta sopra la quale rispondono il luogotenente d’Udine presente l’ultimo tornato in quel regimento 4 e li provveditori sopra i Beni Inculti dover la grazia chiedere a necessario particolar comodo ancora delle ville circonvicine.

Ha l’autorità di questo conseglio, concesso alla predetta nobil donna Cornelia Badoer, di poter pigliar dell’acqua nominata le Stalle nella villa di Romans, quanta sarà giudicata bastevole per supplire alla scarsezza presente del molino di cinque ruode da lei posseduto in villa di Farforeano Patria del Friuli. Mentre però siano fatte le stride ordinarie in riguardo dei particolari interessati, com’è conveniente, dovendo per ricognizion pagar per una volta ducati cinquanta, oltre le spese dell’officio dei provveditori sopra i Beni Inculti.5

Nel successivo decreto d’investitura alla Badoer sulla costruenda roggia del 10 giugno 1645, si specificava che l’acqua doveva servire solamente per il mulino di Fraforeano e non per altri scopi. Inoltre, se il corso d’acqua avesse attraversato beni comunali o canali d’acqua già esistenti a fine divisorio, non dovesse pagare niente, ma se passando per terreni de particolari persone pagar debba il fondo e rive della seriola il doppio della stima,6 come aveva stabilito un decreto del Senato ancora nel 1556. Poteva altresì passare sopra o sotto altri corsi d’acqua, cosa che dovette fare per oltrepassare il canale Cragno costruendovi un ponte-canale che in seguito sarà oggetto di discordia e di una spedizione armata manu nel 1656 da parte di alcuni abitanti di Palazzolo che lo distrussero poiché impediva il deflusso delle acque al loro mulino sul Cragno: furono processati e condannati.7

Nell’Archivio di Stato di Udine, fondo Archivio comunale antico di Udine assieme ai documenti relativi al processo intentato da Cornelia Badoer nel 1656 contro gli uomini del Comune di Palazzolo che per due volte le distrussero un ponte-canale che portava l’acqua al suo molino di Fraforeano, si trovano in copia, alcune registrazioni di prestazioni di lavoro da parte di operai negli anni 1637-1638 e con i nominativi e relativi costi redatte dal notaio Antonio Comucio di Latisana.

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Pasolini e il dialetto

NELLO GOBBATO

Credo che Pasolin susciti sempre grande interesse nei friulani per la vicinanza culturale che esprime nei richiami ad un mondo e ad una tradizione che essi sentono come proprie.

Questa è la sensazione che ho provato leggendo l’articolo di Gianfranco Nosella “La donna e Pier Paolo Pasolini”, sul numero 77 de “la bassa”, che riporta notizie tratte da testimonianze di chi ha conosciuto di persona lo scrittore friulano.

Nosella, oltre a ricordarci l’ambiente in cui si muove il poeta, durante gli anni immediatamente successivi alla Seconda Guerra Mondiale, ambiente che è stato anche il nostro, mette in evidenza i tratti di una personalità eccezionale per spessore culturale anche se segnata da fragilità esistenziali.

In alcune descrizioni del Nosella ci troviamo di fronte ad un Pasolini inedito che in bicicletta percorre le strade del Sanvitese, spingendosi fino a Malafesta di San Michele al Tagliamento, per unirsi alle feste paesane dove ha modo di esibirsi nel ballo, una delle grandi passioni della sua vita in cui eccelle, scene che ci riportano per un momento alle atmosfere di un tempo, agli spettacoli danzanti di afose serate della nostra infanzia quando la gente ballava sulle piattaforme allestite all’aperto.

La grandezza del personaggio, accresciuta nel tempo anche da riconoscimenti postumi, assume un particolare risalto al giorno d’oggi in cui il dibattito pubblico sulle sorti dell’Italia è stato, a mio avviso, immiserito prima da una lunga stagione di conformismo ideologico e poi dai condizionamenti del pensiero politicamenmte corretto, atteggiamenti, in buona parte, estranei quanto meno all’ultimo Pasolini.

L’inquietudine della ricerca, il coraggio di porsi contro le posizioni del pensiero dominante sono propri dei grandi intellettuali e Pasolini lo è stato certamente fino a diventare coscienza critica, voce scomoda, e alla fine solitaria, nel panorama culturale del suo tempo.

Anche se a volte discutibili, le sue idee non sono mai state banali: sappiamo che l’originalità delle sue prese di posizione, frutto di una prorompente creatività, di grande tensione ideale e di un robusto substrato culturale, ha connotato tutta la sua produzione artistico-letteraria.

Pur essendo noto a livello nazionale soprattutto come giornalista, scrittore, poeta, regista e polemista controcorrente, attività che hanno maggiormente occupato la sua vita pubblica, va ricordato che Pasolini anche a livello locale, soprattutto come autore dialettale, ha lasciato una grande eredità in ambito letterario per cui è ancora ricordato con ammirazione e simpatia.

Nel dibattito culturale di quest’anno è stata rilanciata la figura del “Pasolini dialettale” a seguito della ristampa di “Poesie a Casarsa”, che l’autore friulano aveva pubblicato nel 1942, a sue spese e dell’opera teatrale del 1944 “I Turcs tal Friul” ispirata all’invasione turca del Friuli nel 1499.

Il critico letterario Davide Brullo ricorda che Pasolini, trasferitosi a Roma nel 1950, “ha il primo contratto importante con l’editore Guanda per cui allestisce la poderosa Antologia della Poesia Dialettale del Novecento (pubblicata nel 1952). Per la prima volta autori come Salvatore Di Giacomo e Trilussa, Delio Tessa e Biagio Marin, Tonino Guerra ed Edoardo Firpo trovano degna sistemazione lirica..... Direttamente dal sangue verbale di Pasolini sono nati due poeti friulani, bilingue, Pierluigi Cappello e Flavio Santi, tra i più apprezzati, oggi...... Il dialetto resterà sempre il latte letterario di PPP”.

Proprio perchè di vastissimi interessi culturali, fin dai primi anni Quaranta del secolo scorso, Pasolini si mostrò profondamente interessato a rilanciare il dialetto friulano proponendone l’inserimento nelle scuole accanto allo studio dell’italiano, progetto che fu avversato a livello ufficiale. Era talmente convinto della forza espressiva e identitaria del dialetto da fondare l’Academiuta di Lenga Furlana, una specie di laboratorio con cui intendeva valorizzare le parlate del Friuli Occidentale e il rapporto tra lingua e dialetti rimarrà per tutta la vita al centro dei suoi interessi di studioso.

A tale proposito, credo importante ricordare, seppure brevemente, una rievocazione fatta dalla Sociatà Filologica Friulana il 15 novembre 2015 in un incontro di studio sui grandi poeti dialettali Novella Cantarutti e lo stesso Pier Paolo Pasolini. In quell’occasione ricordo che furono analizzati brani dei due autori nei rispettivi dialetti di Navaròns e di Casarsa della Delizia. Della Cantarutti vennero prese in considerazione le poesie “Ciasa da la me gent” e “L’orloi fer”.

Di Pasolini vennero analizzati il brano “Pauli Colus” (tratto dai “Turcs tal Friul”), e il saggio “Dialet, lenga e stil”, anch’esso del 1944.

Il primo, testo di altissima poesia e “di gridata bellezza”, evocando l’invasione turca, da un lato mette in risalto lo sconforto per un Dio distante dal mondo, insensibile all’imminente tragedia che incombe su un uomo che chiede con tutto se stesso di poter continuare a vivere la propria umile esistenza, dentro l’involucro protettivo di secolari tradizioni contadine, dall’altro lascia intravvedere la speranza nell’invocazione alla Vergine “...E tu Verzin Beada? Sint se bon odour ch’al sofla dal nustri pais, odour di fen e di erbis bagnadis: odour di fogolars; odour ch’i sintivi di fantassin tornant dal ciamp. Tu, almancul, Tu ch’i ti vedis pietàt di nu, ch’i fermis il Turc”.

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L'imbarco a Latisana dell'imperatore Corrado IV

ROBERTO TlRELLI

Il porto di Latisana nel Medioevo a lungo rimase uno scalo importante per merci e passeggeri. Qui ci si imbarcava per varie destinazioni nel Mediterraneo e in particolare per la Terrasanta e per Roma, oltre che per diverse località della costa balcanica. Avvenne così che molti personaggi di passaggio ne usufruissero, contribuendo in tal modo ad arricchire la storia di questo luogo, offuscata poi dalla potenza marinara veneziana. La foce del Tagliamento abbondante di acque e navigabile per tutto l’anno metteva al riparo le navi e permetteva un fruttuoso collegamento anche con l’entroterra.

Un porto, poi, è sempre un veicolo di civiltà e la Terra della Tisana era un approdo per mercanti, pellegrini, curiosi, che avevano anche a disposizione il reticolo viario romano per spostarsi sia oltralpe sia ad oriente sia verso la pianura padana.

La prosperità dei traffici portuali era garantita dalla signoria del conte di Gorizia, il quale avendo il doppio mandato, imperiale e patriarchino, pur cedendo spesso in affitto la gestione a terzi, era il referente dei portuali e di coloro che via terra o via fiume operavano nel porto.

Una delle vicende che ebbero luogo nel comprensorio portuale di Latisana è il passaggio dell’imperatore Corrado IV di Hohenstaufen in un momento critico per questa dinastia imperiale dopo la morte di Federico II. E’ un periodo storico abbastanza turbolento sia per l’Europa sia per il Friuli. Il venir meno di un grande sovrano, sostegno del partito ghibellino, e della sua dinastia che aveva dominato a lungo il sacro romano impero germanico e la sua appendice italiana.

Nella divisione dell’eredità a Corrado vissuto in Germania va il titolo imperiale, mentre Manfredi il suo fratellastro ambisce a tenere per sé l’Italia. Nell’ottobre del 1251 Corrado, a quasi un anno dalla morte del padre e dopo diverse lotte intestine, decide di scendere a sua volta in Italia. Ad Augsburg affida al suocero Ottone di Baviera la gestione delle terre tedesche e prende con l’esercito la tradizionale via del Brennero, dopo aver impegnato molti beni per finanziare un’impresa comunque costosa anche per un imperatore. Come di consueto, passate le Alpi, la sosta d’obbligo è a Verona ove gli vanno incontro alcuni dei signori della fazione ghibellina i quali non gli consigliano di proseguire via terra verso il Meridione, ma di usufruire della piccola flotta che Manfredi aveva radunato nel sud ed inviata nell’Adriatico agli ordini di Ansaldo De Mari.

Oltre alle insidie del partito avverso, i guelfi, oltre all’ostilità del Papa, non dovevano essere sottovalutati i veri padroni delle strade d’Italia, i banditi. E’ vero che è un esercito a scortare Corrado, ma si compone di qualche centinaio di persone. Si viaggia a piedi ed a cavallo e gli agguati malevoli si possono tendere ovunque.

L’unico porto sicuro è quello di Latisana poiché con il conte di Gorizia non ci sono solo legami politici, ma anche familiari. Messaggeri quindi partono verso i signori goriziani, pure loro del partito ghibellino, affinché consentano l’imbarco e soprattutto non impongano all’imperatore la tassa che invece la gente comune era chiamata a pagare.

L’esercito imperiale quindi si dirige verso Lonigo, sosta ancora a Goito ove c’è il tempo di tenere una assemblea feudale, passa per Vicenza e Padova, sosta nella città imperiale di Pordenone, e poi giunge a Latisana. Per precauzione ad attendere il sovrano nel suo passaggio in Friuli era accorso il marchese di Homburg. Anche i conti Alberto e Mainardo di Gorizia si affrettano ad unirsi al corteo per scortare l’imperatore, ma le loro truppe depredano passandovi le terre patriarchine.

Per i ghibellini in Friuli, infatti, non tira aria buona. Da poco il capo dei guelfi italiani Gregorio di Montelongo è stato nominato Patriarca e bellicoso com’è potrebbe attaccare l’imperatore, ma per fortuna non è da queste parti. In quanto al papa Innocenzo IV s’era affrettato a scomunicarlo non appena aveva messo piede in Italia stabilendo anche l’interdetto per tutti i luoghi che avessero ospitato l’imperatore durante il suo cammino.

L’imbarco è una operazione laboriosa perché la flotta di Manfredi che è al largo non riesce ad entrare in porto e dopo diversi tentativi deve rinunciare. Corrado attende a Latisana alcuni giorni sino a che non si trova una soluzione usando barche più leggere.

In fretta, annunciandosi del maltempo, Corrado riesce a salire su alcune barche locali per raggiungere costeggiando Portorose, poi di nuovo, sempre in barca, passa a Pola. Qui incontra la flotta del fratellastro composta da 16 galee che lo sta attendendo in porto.

Il viaggio per ragioni di sicurezza segue la costa istriana e dalmata sino a Spalato. Da qui a gennaio attraversa il mare e arriva a Siponto il 6 gennaio 1252. Simbolicamente qui Manfredi gli consegnerà il regno, che assumerà alla dieta di Foggia, per avere in cambio la certezza di una proroga del baiulato, secondo la volontà del padre. Il 21 maggio in Germania gli nasce un figlio che egli non conoscerà, Corradino.

Corrado è un poeta e per tutta la vita è stato succube del padre. Non si ambienterà nell’Italia meridionale e morirà di malaria a Lavello il 21 maggio 1254.

La vedova Elisabetta di Wittelsbach, alla quale si era unito in matrimonio il 1° settembre 1246 si risposerà con il conte di Gorizia Mainardo, il 6 ottobre 1259. Quindi anche il porto di Latisana ha contribuito a non poche pagine di storia.

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Appunti di Toponomastica: Gorgo

GINO VATRI

Da “Latisana Appunti di Storia” a pagina 30 rileviamo: “Da notare che il toponimo gorgo indica in tutto il nord Italia la morfologia che rimane alla base degli argini dopo che in quel sito si è verificata una rotta o un ampio fontanazzo; in tali luoghi permane poi uno specchio lacustre ampio qualche decina di metri alimentato dalle acque di falda e che si riempie di sedimenti organici intervallati a quelli limoso sabbiosi trasportati dalle piene successive”. Se il toponimo Gorgo non deriva e non corrisponde all’italiano gorgo (latino gurgus) vortice di fiume, bisogna trovare altre etimologie alternative e di alternative ne abbiamo diverse, dal celtico e dall’inglese antico. Georgia è un toponimo inglese della Cornovaglia, probabilmente significa una siepe rotta o in cattive condizioni. Gorga moor, Georgia (Croft) 1841. Il cornico (celtico) *gorge ‘siepe bassa o in cattivo stato’ (<*gorg.+kee ‘siepe, argine’), dial. gorgoe, gurgey ‘siepe bassa, recinto rudimentale per terreno sterile non coltivato’. In seguito influenzato dal nome dello stato della Georgia che prese il nome da George II nel 1732. La forma dialettale Craft per Croft è moto frequente nella toponomastica inglese e indica un podere recintato. Il toponimo Georgia sembra essere non molto antico, ma se esaminiamo il toponimo Georgeham ci accorgiamo che nella semplice forma Hame risale al 1086. Hamm in questo caso significa una chiusa, il recinto che delimita un terreno e anche il terreno così delimitato. Chiusa di San Giorgio è il significato Georgeham, Hamme Sci Georgii è la forma Latina e risale al 1356. (Vedere English Place Names di Victor Watts).

Da: “Il Friuli di Napoleone, Atlante dei territori compresi tra il Tagliamento e l’Isonzo (anno 1806, foglio 22), a cura di Paolo Foramitti 1994. St. Gernio=Gorgo. In questa mappa che alleghiamo, non troviamo Gorgo, al suo posto troviamo St Giorgio, sarà stato un errore? Probabilmente no, pensiamo però che St Gernio debba essere St Germo. Germoe è un altro toponimo della Cornovaglia. Chiesa di St Germoe’. (capella) Sancti Germochi [c.1176] (Vedere Victor Watts per le varie grafie del toponimo).

Troviamo invece Gorgo nella mappa di Anton Von Zach del 1805. Ringraziamo Enrico Fantin per averci fornito queste mappe. Gorgoe e Germoe si pronunciano Gorgo e Germo rispettivamente.

Gor è un termine inglese antico che in italiano si può rendere in diversi modi. I termini latini, fimus, lutum e coenum spiegano ancora meglio il significato di Gor ma più tardi anche Gore. Fimus è il fieno, il letame; la melma, fango e argilla. Lutum è un’erba palustre di color giallo, ma si riferisce anche al fango e all’argilla. Coenum si può rendere con fango, mota, melma, pantano e luogo paludoso. Paludo di Gorgo e Paludo di Volta o Braccio di Volta sono toponimi che descrivono molto bene il territorio prima delle bonifiche.

Nella toponomastica inglese abbiamo diversi toponimi dove viene usato il termine gor: Gorton (gor+tun) paese o fattoria sul fango. Il ruscello che attraversa il territorio si chiama “fangoso”. Gorefield “Muddy open land” è attestato già nel c. 1190. Antico inglese gore+feld (campagna aperta fangosa). Gorst è una parola inglese antico, ha un equivalente Gorse, furze, bramble in inglese moderno. Gorse o furze è la ginestra spinosa, arbusto delle papillonacee che cresce in luoghi incolti. Bramble è il rovo. Gorst è il tribulus, tribolo che è un’erbaccia spinosa. Gorsley è un piccolo villaggio in inglese del distretto di Cloucestershire, significa luogo ripulito dalle erbacce e coltivato.

Gurgustium è una parola latina di genere neutro della seconda declinazione in italiano si può rendere con capanna, baracca, tugurio, piccolo dimora temporanea. Ai tempi dei romani per gurgustium si intendeva una specie di bettola. Il termine era sicuramente usato dai legionari romani ed era conosciuto anche in inglese antico. La desinenza in um è simile ad un dativo plurale inglese antico, per questa ragione in inglese moderno, gurgustium è spesso tradotto al plurale.

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La Resistenza dei ferrovieri

GIANNI STRASIOTTO

I numerosi scritti sulla Resistenza riportano solo rari cenni sull’attività di Intendenza, che pur aveva mobilitato migliaia di persone per far affluire cibo, vestiario e medicine alle unità di partigiani dislocate nelle montagne.

Rari anche i riferimenti ad altre categorie di collaboratori, a iniziare dai medici condotti: fedeli al giuramento di Ippocrate, sempre pronti ad accorrere laddove c’era un ferito. La maggioranza di essi era – favorevole al movimento partigiano, ma ci sono anche testimonianze sui medici – favorevoli al regime che non esitavano neppure un istante nel rendersi disponibili ad accorrere alle chiamate.

Così come i medici ospedalieri: numerose le testimonianze raccolte a Motta di Livenza (partigiani ricoverati nel reparto infettivi), e a San Vito al Tagliamento. In una di esse, scritta da don Luigi Peressutti, parroco di Pravisdomini, egli afferma di aver fatto ricoverare due partigiani feriti all’ospedale di Motta di Livenza, trasportati dalla zona del Palù di Barco di Pravisdomini nascosti in un carro sotto del foraggio.Aggiunge che ciò è stato possibile con la complicità di medici, farmacisti, suore ed infermieri.

All’ospedale di Motta è ricoverata per un breve periodo e sotto falso nome, anche l’ebrea goriziana Pia Morpurgo, successivamente riparata a Fanna con il marito, dove entrambi sono arrestati dalle S.S. su delazione il 21 marzo 1944: tradotti in carcere a Trieste saranno poi uccisi all’arrivo ad Auschwitz.

A S. Vito il prof. Sestilio Gabrielli nascondeva i partigiani nella parte riservata al convento delle suore.

Una suora di San Giorgio al Tagliamento ci raccontava – tempo fa – che il parroco, don Osvaldo Cassin, aveva nascosto dei partigiani nell’asilo infantile e che le suore provvedevano a curarli e a reperire del cibo. Altre testimonianze sull’impegno delle suore sono emerse anche a Portogruaro, nella Casa di Riposo, dov’era stata ricoverata la scrittrice ebrea Ida Finzi di Trieste.

Gli storici sono concordi nell’affermare l’impossibilità di scrivere la storia della Resistenza, omettendo l’operato del clero: infatti, a diversi sacerdoti è stato consegnato il “Brevetto Alexander”, attestante il ruolo di patriota per il contributo alla lotta di Liberazione. Fra gli oltre 500 “Giusti tra le Nazioni” italiani – riconosciuti dalla Stato di Israele per aver salvato degli ebrei – quasi la metà appartengono al clero secolare o ad ordini religiosi.

Rare, invece, le notizie sulla partecipazione dei ferrovieri alla lotta di Liberazione: quasi del tutto ignorate per il territorio pordenonese e del Veneto Orientale, ma anche nelle altre parti d’Italia. Sono solo due gli studi degni di nota: riguardano la Lombardia e la città di Roma, dove i ferrovieri si sono maggiormente distinti per l’attività antifascista (sei figurano tra le vittime delle Fosse Ardeatine).

Una rara relazione sulla Resistenza dei ferrovieri comunisti di Treviso, datata 10 giugno 1945 e riproposta dal ricercatore-scrittore Camillo Pavan, riporta: “Il Personale viaggiante ha dato prove di coraggio veramente indomito organizzando il sabotaggio su vasta scala durante i viaggi notturni dei convogli militari. Malgrado le scorte tedesche, innumerevoli cisterne di benzina furono vuotate, automezzi distrutti, armi e munizioni asportate o rese inutilizzabili, merci, bestiame e materiali rapinati dal tedesco e destinati alla Germania sottratti nottetempo e scaricati lungo la linea o durante le soste in stazione. Parte di tale merce veniva consegnata ai Partigiani della montagna, altra ancora alla popolazione. Purtroppo, qualche ferroviere (pochi per fortuna), sotto la parvenza di sabotatore e di Patriota, speculò a suo personale beneficio”. Sono poi elencati atti di sabotaggio al Deposito Locomotive e nelle officine, azioni di ingombro delle linee facendo deviare carri in manovra, ecc.

Ne 1965 Pietro Secchia (1903-73, partigiano, dirigente e memorialista del PCI), nella rivista Rinascita indica in 5.571 le azioni di sabotaggio riportate nei bollettini di guerra della Resistenza – pubblicati dal giugno 1944 al marzo 1945 – delle quali oltre 2.000 riguardavano il comparto ferroviario. In prevalenza andarono a buon fine grazie alle informazioni fornite dai ferrovieri sulle stazioni di interesse militare, impianti, scambi, lavori in corso (a volte non necessari, ma per provocare rallentamenti dei convogli), manutenzioni, ecc.

Tanti ferrovieri raccoglievano brevi messaggi, destinati alle famiglie, dai prigionieri rinchiusi nei carri di deportazione, prima che questi fossero sigillati, e riuscivano a introdurre di nascosto modeste quantità di cibi e bevande.

In alcune stazioni ci sono lapidi a ricordo di ferrovieri caduti o impegnati in particolari azioni patriottiche, ma non esiste un loro album dei caduti nella Resistenza o un vero studio sulle loro azioni patriottiche.

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