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copertina numero 77 la bassa

la bassa/77

anno XL, n. 77, dicembre 2018

Estratti di
articoli e saggi
della nostra rivista

In copertina:

Particolare della CARTA / FORI IVLII
ACCURATA DESCRIPTIO
dal “Theatrum Orbis Terarum” di Abram Oertel.
Anversa 1573.

Guardando, forse, per l'ultima volta, le foto dei propri cari prima dell'assalto.

Sommario

Provincia di Udine, Regione dei friulani

Gianfranco Ellero

Per effetto della legge regionale n. 26 del 12 dicembre 2014 e della legge costituzionale n. 1 del 28 luglio 2016 sono state abolite le quattro province della Regione Friuli Venezia Giulia.
Le Province di Gorizia, Pordenone e Trieste, commissariate dal 1° gennaio 2017, hanno concluso la loro vita il 31 dicembre dello stesso anno. Quella di Udine, che aveva ancora organi elettivi in carica, ha potuto vivere fino alla scadenza del mandato (22 aprile 2018).
Per concludere degnamente la bicentenaria esistenza del più importante e rappresentativo ente pubblico della storia moderna friulana, la Presidenza e il Consiglio hanno affidato allo storico Gianfranco Ellero, nostro socio onorario, il compito di una
lectio magistralis, intitolata “Provincia di Udine, Regione dei friulani”, che è stata applaudita con una “standing ovation” da tutti coloro che il 21 aprile scorso affollavano il salone di Palazzo Belgrado.
Alla fine della cerimonia il presidente Fontanini ha chiuso il portone del Palazzo Belgrado, che è stato “sigillato” con un manifesto recante una celebre profezia di Pier Paolo Pasolini: “Al vegnarà ben il dì che il Friul si inecuarzarà di vei na storia, un passat, na tradision”.
Trattandosi di un testo di alto valore storico, abbiamo deciso di pubblicarlo su queste pagine perché molto utile al presente e anche in futuro. (Enrico Fantin)

Presidente Fontanini, Presidente Pitton, Assessori e Consiglieri,
mi avete affidato il compito di illustrare la storia di un Ente che tanta parte ha avuto nel Friuli degli ultimi due secoli, ma le mie parole di gratitudine per l’onore concessomi sono velate di tristezza perché devo parlare a conclusione di una lunga e fruttuosa esistenza: la Provincia di Udine, infatti, domani uscirà dalla vita pubblica del Friuli per entrare definitivamente nella storia della nostra terra. Non è questo il momento di interrogarsi sulle cause di estinzione della Provincia, più volte affermate, dibattute e contrastate in tempi recenti, ma l’occasione è propizia per un’illustrazione a futura memoria dei valori e dei meriti dell’Ente.

IL TERRITORIO E LA FUNZIONE REGIONALE

Vista l’impossibilità di tratteggiare, sia pure di profilo, la storia della nostra Provincia, ho deciso di mettere a fuoco due aspetti che mi appaiono decisivi: il territorio e la funzione regionale dell’Ente. Stiamo parlando di un ente territoriale, e dobbiamo preliminarmente interrogarci sull’origine del suo territorio, cuore e spina dorsale di diversi enti politici ed ecclesiastici in un lungo giro di secoli, per stabilire se fu delimitato per conquista militare, per capriccio feudale o per fattori naturali e storici di lunga durata. Vediamo, innanzi tutto, che cosa si intende per Friuli in senso fisico. [Carta geologica del Taramelli, 1874]

Un altro Ellero, che si chiamava Giuseppe, parlando a Como nel novembre del 1918, così descrisse la nostra regione, segnata dal Tagliamento e dall’Isonzo: “Se i due fiumi fossero due spranghette d’acciaio e voi, gentili signore, le poteste sollevare alla loro foce con tutta la regione che percorrono, voi avreste fra le vostre mani il Friuli simile a un ventaglio, di cui le Alpi sarebbero il lungo pizzo che ne corona l’estremità, e gli affluenti e le valli le laminette sottili che lo solcano a raggera fino al vostro pugno, piccolo mare che, limitandolo, l’accoglie: ecco il Friuli fisico”.

Noi abitiamo, quindi, in una regione fisica completa, “alpestre, piana e lagunosa in sessanta miglia da Tramontana a mezzodì” secondo la notissima definizione di Ippolito Nievo. Il suo primo nome documentato e stabilito con criterio etnico è CARNIA. Tito Livio scrisse, infatti, che la colonia latina di Aquileia fu dedotta nella “regio Carnorum”, cioè nel territorio dei Carni, un certo numero di anni anni dopo la fondazione di Roma, ovvero 181 anni prima di Cristo. [Strade romane]

Da allora la regione fisica fu il calco di diversi enti politici e amministrativi, come la regione di Aquileia, il Ducato longobardo, il Principato feudale dei Patriarchi; e ancora della diocesi cristiana di Aquileia, poi anche di Concordia e, nel millennio appena trascorso, della Patria del Friuli, dapprima patriarcale, poi veneta.

LA PATRIA DEL FRIULI

Carta del Guadagnino, 1553

Che cos’era la Patria del Friuli?
Patria del Friuli era una divisione etnografica per non dir nazionale, e indicava un popolo convivente sotto la stessa legge in una data estesa regione. Così eravi la Patria di Vaud, la Patria di Savoia, la Patria di Provenza. Mentre la Patria de’ Veronesi, Vicentini, Padovani, Trevisani, limitavasi al territorio delle città e luoghi dipendenti, cioè ad una provincia, i Friulani consideravano lor Patria l’aggregato di varie piccole provincie, e deliberavano nel lor Parlamento guerra, pace o tregua per tutta la Patria, o pubblicavano leggi pel buono stato dell’intera Patria. Perciò questa denominazione indicava nel Friuli se non una tal quale nazionalità, certamente una specie di confederazione, un’autonomia regionale”. Nel Friuli patriarcale vigeva una sola legge per tutti perché a partire dalla prima metà del Duecento le leggi venivano fatte in Parlamento, e quindi la nostra regione era una “Patria” nel senso medioevale del termine. Quanto durò la nostra Patria? Dalla prima metà del Duecento alla fine del Settecento, e Udine fu la sua capitale o metropoli. Quali erano i confini della Patria? Non sono segnati, ma nel cartiglio sono elencate tutte le principali città della Patria, da Sacile a Gorizia, da Tolmezzo a Latisana, da Portogruaro a Gemona, da Maniago a Monfalcone, da Polcenigo a Gradisca …

Carta del Ortelio, 1573

E se guardiamo con attenzione la carta di Abraham Oertel, nel Theatrum Orbis Terrarum, stampato ad Anversa nel 1573, possiamo vedere, in basso a sinistra, una scritta che indica la Livenza come confine fra la Patria e la Marca Trevigiana.
Qualcuno potrà osservare che già esistevano, verso la metà del Cinquecento, due Friuli, veneto e austriaco, divisi dal confine fissato dalla guerra del 1508-1516, ma è agevole dimostrare che la divisione politica con aveva influito sull’unità etnico-linguistica e sul concetto di Patria: basta sfogliare il volume intitolato “Nomi delle città, terre, fortezze, castelli, et ville de la Patria del Friuli con gli Giusdicenti, raccolti da Pietro Marchettano cancellier d’essa Patria”, stampato a Udine nel 1635, che elenca tutti i luoghi abitati e fortificati dei due Friuli.
Se Napoleone, ospite in questo splendido palazzo nel 1807, non avesse messo mano alle riforme degli enti pubblici e, in particolare, “per provvedere ai bisogni della Nostra buona città di Venezia”, (si noti come prende in giro i veneziani in un documento ufficiale), non avesse ceduto al Dipartimento dell’Adriatico (attuale Provincia di Venezia) il Mandamento di Portogruaro, l’intera parte veneta della Patria del Friuli sarebbe diventata una Provincia annessa al Regno d’Italia nel 1866.

Bandier dal Friul Bandiera di Bertrando

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Novembar

Pia Pilutti

Nui stonfs di ploe,
un grisulon di frêt
mi cor lunc la schene.
La bavisele a robe
lis ultimis fueis ai pôi,
s’ciaps di uciei
si platin ta lis cisis.
Tal curtîl odôr di trape,
il cacâr al pie i ferai.
Cocai in file
tornin in marine.

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La battaglia di Caporetto

Antonino Laudani

“... la battaglia iniziò alle 2 del mattino con il fuoco dell’artiglieria. Per ottenere la sorpresa i tedeschi avevano rinunciato al bombardamento di più giorni delle grandi offensive del ’17, ma scatenato un fuoco di straordinaria intensità, migliaia di cannoni e bombarde spararono per due ore senza interruzione sulle batterie nemiche, con largo impiego di iprite, e sui comandi, con l’obiettivo di troncare i collegamenti telefonici.
Il grosso bombardamento riprese all’alba sulle trincee; mentre i difensori ne aspettavano la fine per uscire dai ricoveri, piccole unità tedesche avevano già superato i reticolati e penetravano in profondità con l’aiuto di una fitta nebbia, lasciando ai rincalzi la cattura dei difensori frastornati.
Nel corso della giornata gli agili nuclei tedeschi, ben dotati di mitragliatrici leggere, continuavano ad avanzare rapidamente cogliendo di sorpresa le unità retrostanti.
Il crollo subitaneo di 65 km di fronte e l’interruzione dei collegamenti telefonici mandarono in crisi l’organizzazione difensiva, i comandi persero il contatto con le loro truppe, ripiegarono in disordine senza riuscire a contrastare la progressione tedesca...”.

fronte di guerra 24 novembre 1917

Non è di Caporetto che stiamo parlando ma dell’offensiva tedesca del 21 marzo 1918, in Francia, tra Arras e St. Quentin, un fronte tenuto da quattro armate inglesi. I tedeschi avanzarono di 60 km in una settimana, gli alleati subirono la perdita di 300.000 uomini. La V armata si dissolse.
Altrettanto avvenne il 9 aprile nelle Fiandre e il 27 aprile sulla Marna.
Ludendorff, che aveva sperimentato la nuova tattica dell’infiltrazione a Caporetto, l’applicò coerentemente sul fronte occidentale portandosi a pochi chilometri da Parigi per la seconda volta. Ma ormai il suo esercito aveva il fiato corto.
Gli alleati dell’Intesa, al contrario, non fecero tesoro della batosta che avevano ricevuto a Caporetto. L’attribuirono alle deficienze caratteriali italiane. Si salvarono solamente per l’enorme massa di riserve di cui disponevano; per la natura del terreno che non consentiva di ancorare l’avanzata tedesca a punti forti del terreno, da organizzare in caso di contrattacco, né offriva obiettivi strategici; per la capillare rete ferroviaria che consentì a Foch di trasferire rapidamente le riserve là dove erano richieste... e per il milione di americani giunti d’oltre Atlantico.

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Capitano Gregorutti Pier Antonio
Medaglia d’Oro - Monfalcone 22 ottobre 1915

Enrico Fantin

A conclusione del Centenario della Grande Guerra non si può dimenticarsi di ricordare la medaglia d’Oro concessa al valoroso capitano latisanese Pier Antonio Gregorutti.1
Lo spunto mi viene dato dal ritrovamento di alcune fotografie della cerimonia organizzata dall’Amministrazione comunale di Latisana, guidata dal sindaco Augusto Rubino, dove venne posto un cippo commemorativo nella “zona sacra a quota 85” di Monfalcone, il 26 luglio 1964.
La cittadina aveva onorato la sua memoria con l’intitolazione di una nuova via, (laterale fra Via Risorgimento e Via Marconi) deliberata dal consiglio comunale nella seduta del 15 dicembre 1963, con atto n. 121.
Anche la città di Lignano Sabbiadoro, in quanto il capitano Pier Antonio Gregorutti nacque a Porto Lignano, allora frazione di Latisana, nel centenario della sua morte, il 22 ottobre 2015, ha voluto dedicare la nuova Piazzetta (fra Via Carso ed il Lungomare Marin) all’eroico ufficiale.
Una lapide commemorativa venne posta nella caserma di Chioggia, ove il 118° Reggimento ricevette la Bandiera di combattimento il 28 luglio 1915, ora Scuola intitolata al valoroso capitano Gregorutti.
Per ricordare la sua figura riportiamo alcune note biografiche riportate da Anton Maria Scarpa, nel libro: Pier Antonio Gregorutti ed il 118° Regg. Fanteria “Padova” e da Pier Giorgio Dazzan nel libro “Lignan – Pier Antonio Gregorutti, biografia di un eroe Lignanese”.

Pierantonio Gregorutti

Pierantonio Gregorutti nacque a Lignano, Porto Lignano frazione di Latisana, il 13 febbraio 1880; fu il figlio primogenito di Antonio Natale Gregorutti e Pierina De Checco, primogenito di due figli e quattro figlie. Il padre, Antonio Natale Gregorutti, nacque a Fiume-Rijeka nel 1847, espatriò per assumere la cittadinanza italiana ed intraprendere la carriera militare nella Regia Guardia di Finanza, diventando, della stessa, comandante della caserma di Porto Lignano; la carriera militare lo portò a trasferirsi in varie località della penisola, la famiglia lo seguì e con essa il figlio Pierantonio, che a Venezia frequentò l’Istituto Tecnico Paolo Sarpi, diplomandosi perito meccanico costruttore, una via di mezzo tra il geometra ed il tecnico meccanico. Il 1° novembre 1898, a diciott’anni, Pier Antonio Gregorutti, si arruolò volontario Allievo Ufficiale presso il 54° Rgt. Fanteria della “Brigata Umbria”. Portato a termine il corso rinunciò alla nomina a Sottotenente di complemento ed attese di poter essere ammesso alla frequentazione dei corsi della Scuola Militare di Modena. Ammesso, frequenta l’Accademia Militare di Modena nel biennio 1902-1903, conseguendo la nomina a Sottotenente in servizio permanente. La carriera militare lo portò a Palmanova, in nord Africa per la guerra Italo-Turca, nuovamente ad Udine, a Venezia. Il 1° marzo 1915 fu destinato a Chioggia, al costituito 118° Reggimento di fanteria della Brigata Padova, assumendo il comando della 5a Compagnia.
Eravamo alle soglie di quella che oggi ricordiamo come la Grande Guerra, la Prima Guerra Mondiale. Gli interventisti ebbero la meglio e l’Italia si preparava a “versare” il suo contributo, umano e non solo; “furbe trattative” facevano in modo che il guadagnar tempo apportasse vantaggio all’organizzazione della nostra macchina bellica e la dichiarazione “che l’Italia si considerava in istato di guerra con l’Austria-Ungheria da domani” fu consegnata dall’ambasciatore d’Italia a Vienna al Ministro degli Esteri austroungarico in data 23 maggio 1915, quel “domani” che fu il 24 maggio 1915.
Il 118° Reggimento fu inviato al fronte, sull’altipiano carsico, nel settore del Monte Sei Busi, dove la 3^ Armata affrontava l’esercito Austro-ungarico. Il 24 settembre, a Polazzo nei pressi di Redipuglia, il capitano Gregorutti fu ferito una prima volta, ad una gamba. Il 21 ottobre, il 118° venne spostato nella zona di Monfalcone. Il 22 ottobre, nella “Terza battaglia dell’Isonzo”, il Reggimento del cap. Gregorutti è in prima linea con il compito di attaccare la serie di difese nemiche ad est di Monfalcone, l’obbiettivo principale è la conquista del fronte nord-est di “Quota 85”. Il cap. Gregorutti al comando della 5^ Compagnia, conquista la Sella subendo forti perdite umane, riporta una ferita all’addome, ed anziché farsi portare al posto di medicazione, rimane al comando del reparto per incitare i soldati alla resistenza ad oltranza nella difesa delle postazioni raggiunte. Colpito una seconda volta da un colpo di fucile, alla fronte, resta ucciso. E’ il 22 ottobre 1915. La sera stessa “Quota 85”, faticosamente conquistata con la perdita di 18 ufficiali e 700 uomini della truppa, torna in mani nemiche.
Il corpo esamine del capitano Gregorutti rimane lì, a terra, come per molti altri corpi in attesa di quando si presenterà l’occasione di recupero delle salme per la sepoltura. Ma sarà impossibile identificarne il corpo, come per molti altri, devastati dalla brutalità della battaglia.2
I suoi resti riposano al Sacrario Militare di Redipuglia assieme ai 60.000 caduti ignoti. La lapide 1875 del X° gradone è un tributo alla sua memoria.

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Latisana - San Michele al Tagliamento - 2 novembre 1917
Una testimonianza di un alto ufficiale dell’Esercito italiano in difesa del ponte sul Tagliamento

Valentina Becattini

“Cari lettori di la bassa,
scrivo da Roma e voglio condividere con voi una piccola perla di storia che ho recuperato fra le anticaglie di un mercatino dell’usato a Pomezia.
Si tratta di una lettera dal fronte che un militare di alto grado, di nome Santino o Sante Molajovi (cognome dedotto dal nome della consorte, ma in realtà mai riportato sulla lettera) di stanza tra Latisana e Mogliano Veneto, ha inviato alla moglie, Paolina Molajovi Mennie, in un momento particolarmente drammatico della Prima Guerra Mondiale.
Non vi dico l’emozione che ho provato nel leggere una simile testimonianza. Un passato ancora molto vicino a noi che riemerge in piccoli ritrovamenti quotidiani; ricordi che a volte vengono cancellati, altre volte si salvano grazie a delle fortunate coincidenze.
Non entrerò nei dettagli, invito tutti voi a farlo leggendo la trascrizione della lettera che propongo qui.
Credo che un documento simile debba essere valorizzato e messo a disposizione di chi lo desidera affinché possano tutti sentirsi parte di quella stessa storia della quale noi, oggi, siamo il risultato.
Ringrazio l’associazione la bassa e il presidente onorario Enrico Fantin che ha reso possibile valorizzare questa lettera.
Roma, 20 giugno 2018.

Valentina Becattini”

2 Nov. 17 – ore 2 Mia cara Mi trovo qui a villa Braida, quella villa della Sig.ra Americana che una settimana fa mi invitò a prendere il te. Chi avrebbe mai immaginato un cambiamento simile nella distanza di pochi giorni! Sono qui per difendere il ponte o per meglio dire per impedire che gli Austriaci ne gettino, perché il nostro ponte è già saltato in aria; ora le artiglierie tuonano; quelle nemiche con calma le nostre affrettatamente; non mi è stato possibile chiudere occhio perché si è messa proprio vicina alla villa una batteria; ed ogni colpo che tira da una scossa alla villa per cui non è possibile dormire e così ho pensato di scrivere alla mia cara moglietta. Oggi mi hanno detto che mi arriveranno sei telegrammi urgentissimi. Spero che non saranno tuoi perché dimostrerebbero che tu sei in pena. Io ti ho scritto un grande letterone che tengo ancora in tasca non sapendo a chi darlo per impostarlo. In essa ti descrivevo le scene che si succedevano in Latisana, e volendo proseguire ti dirò che alle 7 un panico è avvenuto nella colonna carreggio pare destato da un austriaco della provincia italiana vestito da ufficiale italiano il quale ha gridato si salvi chi può; gli austriaci sono dietro a noi! Quanto fatto ha incominciato ad impressionare gli ufficiali i quali hanno abbandonato tutto e così per conseguenza hanno fatto gli altri soldati. Verso le 8 una squadriglia di velivoli austriaci hanno cominciato a bombardare la città senza pietà e poi con le mitragliatrici hanno tirato contro le truppe in ritirata; un xxxxto che passava sotto le mie finestre è stato colpito ed è subito caduto morto. Verso le 10 si può dire che la città non vi era più anima viva. Con i soldati che avevo a disposizione sono andato al cimitero per deporre su ogni tomba la corona che avevo preparato per la commemorazione che doveva avere luogo oggi. Poi ho mangiato una scatoletta di carne e verso le 16 ho ricevuto l’ordine di ritirarmi verso questa villa ove sono giunto alle 17 tanta era la ressa incontrata; appena partito ho veduto molti incendi: io li ho potuti impedire tirando col revolver contro i saccheggiatori; ma l’uomo quando è ubriaco è tanto xxxx nella disperazione. Che cosa sarà diventata di quella bella villa ove stavo? Vi sono entrato prima di partire; era aperta, tutti erano fuggiti, vi avevo messo un carabiniere di guardia perche nessuno entrasse; ma poi?
Dove sarò fra qualche ora? Giovanni sta dicendo il rosario nella camera vicina.
Non credo che quando si farà giorno qualche cosa rimarrà in piedi! Peccato così carina! Sono entrato questa sera un momento nella biblioteca; vi sono tanti e poi tanti libri inglesi. Sembra che i padroni siano andati a Firenze! Mi sarebbe piaciuto rimanere qui in condizioni un po’ più tranquilli. In questo momento viene il tenente Volterra a dirmi che tutto il 2° Granatieri è stato fatto prigioniero e che gli austriaci si ammassano nella direzione della mia finestra. Adesso comprendo perché hanno messo una batteria sotto alla mia finestra ma neppure lei potrà starvi se se ne accorgono gli austriaci, come certamente se ne accorgeranno, quando si farà un po’ giorno. Ritengo che farà molto caldo oggi! Se tu vedessi la faccia che hanno fatto questi miei ufficiali; sembrano tutti intontiti; Volterra è il più forte, poi viene il canonico il quale benché nuovo alle granate ed alle bombe pure si conserva abbastanza distravolto; vi sono di quelli che, se potessi, li invierei a cento chilometri distante tanto mi fanno pena. Ho molti professionisti nella fanteria e molti aristocratici in cavalleria; nella loro vita avranno subito dei colpi, ma non quelli di cannone e perciò sono in uno stato compassionevole. Con le truppe che comando non si può pretendere molto specialmente con la xxxx appiedata che fa da fanteria di molta mala voglia. La dimanda che mi faccio ogni momento è questa: che cosa sarà avvenuto in Italia? Qui nulla sappiamo. Non si riceve più alcuna notizia e credo che così sarà per molto tempo; e questa è una cosa triste. Un fenomeno che si riscontra in queste circostanze è la perdita della nozione del tempo ed il grande desiderio di trattenersi con le persone care scrivendo. In questo momento una povera donna mi chiede che cosa deve fare; se scappare o rimanere. Ha molti bambini ed ha paura che glieli uccidano. Le ho detto che rimanga. Non posso levarmi dalla mente le grida lo strazio di una povera donna che aveva perduto i suoi sei piccoli bambini; erano tutti sul carrettino e nel panico vennero travolti e distaccati dalla povera madre che non l’è stato più possibile rintracciarli. Paolina mia conviene proprio che mi vesta, ed esca perché non mi pare prudenza rimanere più in questa casa. Con i genitori ed i piccoli vi abbraccio ed a te bacio con tutto il cuore. Tuo Santino

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Quei giorni a Latisana alla fine di ottobre 1917

Gianfranco Ellero

Mio padre Ruggero aveva poco meno di dieci anni il 24 maggio 1915, e subito trovò lavoro, come cameriere, in un caffè di Latisana. Veniva pagato con le mance dei clienti, che erano tanti e prevalentemente militari: poteva intascare le bustine di zucchero che rimanevano sui tavolini ed eventualmente qualche spicciolo.
Lo zucchero, giova ricordare, era allora un prodotto suntuario, consumato dalle classi agiate, e quelle bustine erano molto utili nella casa di Assunta Margherita, dal 1913 vedova Ellero, la postina di Latisana: con il suo lavoro manteneva il suocero Ermenegildo e quattro figli, l’ultimo dei quali, Fiorello, aveva soltanto cinque anni.
In quella casa, situata “drio cesa”, verso il mezzogiorno del 27 o 28 ottobre 1917 entrò un bersagliere che gettò sul tavolo un servizio d’argento per dodici persone e domandò in pagamento due uova al tegame!
Dopo aver mangiato in fretta si avviò verso il ponte sul Tagliamento.
Non diede spiegazioni, ma Assunta capì e preparò la partenza per il giorno successivo:
Alle 8 della mattina si avviò verso il ponte con i quattro figli e suo suocero in una calca ormai apocalittica: riuscirono a metter piede sulla riva destra a metà pomeriggio! (Anche a Udine, scrivono i cronisti, era difficile per i pedoni imboccare il Viale Venezia arrivando dal Piazzale XXVI Luglio).
In quell’affollamento inenarrabile non era facile rimanere uniti, e anche i figli più grandi – Fosca, Gigi e Ruggero – collaborarono per tener d’occhio Fiorello ed Ermenegildo, il più giovane e il più vecchio del gruppo, e tutti speravano di raggiungere Roma per trovare ospitalità nella casa dello zio Isidoro, come poi di fatto avvenne.
Ma nel fastidio di quella calca, in cui tutti erano costretti al contatto fisico e i bambini rischiavano di morire schiacciati, non mancavano occasioni di forti emozioni, come, ricordava mio padre, la disperazione di una madre che aveva perso un bambino di pochi mesi scivolato dall’improvvisato port-enfant, gli ordini urlati dai militari, la minaccia degli aerei, la pioggia …
E quando finalmente raggiunsero la stazione di Portogruaro, si accorsero di aver perduto il nonno: lo ritrovarono inebetito, seduto accanto alla Trinità di Masaccio nella chiesa fiorentina di Santa Maria Novella!
A Roma arrivarono dopo un viaggio a dir poco rocambolesco, ma trovarono una città poco ospitale, nella quale risuonavano frasi come “daje ar profugo” e “te faccio magnà dar profugo”; e qualche volta, senza motivo, c’era qualcuno che sul marciapiede dava uno schiaffo ai bambini profughi, ben riconoscibili anche per il loro abbigliamento, a dir poco improvvisato: mio padre, ad esempio, girava con un paio di scarpe da donna …!
Due schiaffi li prese anche lui; ma poi, capito l’andazzo, iniziò a viaggiare portandosi in tasca due sassi del giusto calibro, e così poté ricambiare il terzo schiaffo con una sassata in faccia all’aggressore.
All’inizio del 1918 fu ammesso a un corso di agraria ad Alanno, negli Abruzzi, e così dopo il ritorno, nel 1919, poté frequentare con profitto l’Istituto di Pozzuolo.
Nello stesso anno Fosca, a dimostrazione che la guerra continua a uccidere anche dopo un armistizio, morì di “spagnola”,
La guerra provoca anche disoccupazione e migrazioni, interne o esterne: Gigi partì per l’Argentina nel 1924 e Fiorello per Milano nel 1926.
Ruggero, invece, si impiegò nell’azienda dei conti de Asarta di Fraforeano il 3 settembre di quello stesso anno, per interessamento dello zio Francesco Ellero, lo scultore, che aveva partecipato alla guerra con il conte Manuel (nell’ufficio del Genio).

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I primordii dell’aviazione militare nel campo di volo di Chiasiellis

Roberto Tirelli

Le strategie belliche contemporanee prevedono in misura sempre maggiore l’uso degli aerei, facendo dell’aria il campo di battaglia primario rispetto alla terra ed al mare, ove gli eserciti e le flotte si misuravano nel passato.

Gli aerei sono stati introdotti in combattimento, dopo gli esperimenti durante la guerra di Libia nella prima guerra mondiale e per quanto riguarda l’esercito italiano nel maggio del 1915. Il Friuli venne allora dotato di numerosi campi di volo, il più celebre dei quali Campoformido, in quanto la pianura era prossima alle linea del fronte, tenuto conto anche dell’allora scarsa autonomia dei velivoli. In questi ultimi anni si è andati riscoprendo la storia di questi campi e dell’aviazione nella media e bassa pianura friulana, come ad esempio per il campo di Gonars, anche per l’attivismo sul territorio del “fante alato”, vale a dire Gabriele D’Annunzio, che più di altri creò la mitologia del volare oppure per le imprese di Baracca e dei suoi emuli dell’una e dell’altra parte in conflitto.

Il primo volo ostile italiano sulle linee di difesa austriache ebbe ad alzarsi dai prati di una piccola località Chiasiellis, che sino alla rotta di Caporetto rimarrà uno dei luoghi principali della guerra aerea.

Infatti il 24 maggio 1915 da un aereo al comando del capitano Costantino Quaglia, già allenato in Libia, viene scaricata una bomba su Sagrado come testimonia il libro storico dell’Arma Aeronautica. L’aereo era un vecchio Bleriot di fabbricazione francese e a Chiasiellis se ne erano installate dal dicembre 1914 due squadriglie, la 1a e la 2a, con cinque piloti ciascuna formatesi in Libia nel 1912.

Il campo è un semplice prato livellato da operai con infrastrutture di fortuna, non molto esteso con qualche baracca e degli hangar. è favorito dal fatto che i decolli possono avvenire in tutte le direzioni del vento.

Il 4 giugno avviene la seconda incursione sul monte San Michele ed il 13 giugno Enrico Mazzetti bombarda Monfalcone e Doberdò. Ci si accorge però che i Bleriot sono troppo vecchi cosicché il 25 giugno le due squadriglie vengono sciolte.

Durante questi primi mesi di guerra si illustra decollando dal campo di Chiasiellis il capitano Gaspare Bolla (1874 - 1915) celebrato da D’Annunzio come “cavaliere perdutissimo” e recentemente soggetto di una biografia che ne loda l’ardimento a cominciare dal bombardamento con un Bleriot dell’arsenale di Monfalcone. Decollato dal campo di Gris-Gonars il 18 luglio del 1915 finirà malamente su quello di Chiasiellis per un’avaria al motore, meritando una medaglia d’argento al valor militare e solenni funerali a Mortegliano ove i piloti avevano gli alloggi.

Dopo i primi velivoli piuttosto vetusti arrivano sul campo di Chiasiellis quelli forniti dagli Alleati, i Barman da ricognizione e da combattimento con un equipaggio di tre persone: un pilota, un osservatore ed un mitragliere. Si succedono ai comandi i pionieri dell’aviazione italiana da Enrico Amour a Giuseppe Neri, da Guido Olivo ad Aliquo Mazzei. Vi fanno tappa i celeberrimi Baracca ed Ancillotto, il friulano Locatelli.

I caccia stanziati a Chiasiellis offrono il loro supporto alla II Armata affrontando alcuni assi avversari come Godwin Brumowski che, ad esempio, avrà la meglio nel duello aereo con Umberto Nistri (futuro inventore della aerofotogrammetria italiana) e Carlo Fusar Poli. Frequenti sono le azioni di bombardamento delle linee austriache sull’alto Isonzo.

Anche i Barman in breve temo vengono sostituiti dai Savoia Pomilio 3 che serviranno alle 27a e 35a squadriglia di ricognizione. Un’incursione nemica il 18 agosto del 1917 distruggerà alcuni aerei ed un hangar. Sarà la premessa dell’offensiva di Caporetto per cui il campo verrà evacuato a fronte dell’avanzata austro-ungarica.

Nell’ultimo periodo ad essere utilizzati sono i velivoli Voisin.

Il campo non verrà più riutilizzato e nella seconda guerra mondiale prenderà preminenza l’area Lavariano-Risano a sua volta protagonista di un’altra pagina di storia.

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Il vescovo Pellizzo e il papa dell’inutile strage

Giorgio Milocco

San Vito al Torre ha avuto come parroco reggente un cappellano militare don Ermenegildo Celledoni di Faedis (nato il 27.6.1888, deceduto a Udine il 19.4.1968) che ebbe a sostituire don Evangelista Giovanni Marangon, internato in Italia1.
Don Celledoni era parente stretto del vescovo di Padova mons. Luigi Pellizzo2 che tenne durante tutto il conflitto uno stretto rapporto epistolare con il Papa3. La madre Pierina era sorella del vescovo in un nucleo famigliare composto oltre che dai genitori da ben dodici figli4. San Vito5 era sempre citata nelle esposizioni che periodicamente il vescovo inviava al Papa per relazionarlo su ciò che stava accadendo in Friuli e su quali problematiche sorgessero con il conflitto in atto. Inserite nel panorama più ampio tutte le corrispondenze ricevute dal Papa dai vari punti “caldi”, sono state recentemente pubblicate integralmente6. I contenuti sono estremamente interessanti e meritano di essere letti e riletti.

SAN VITO

Trascorsi pochi giorni dal 24 maggio 1915 quasi tutte le parrocchie situate nei territori occupati dalle truppe italiane furono private dei loro parroci internati senza tante premure in Italia, e sostituiti con altri religiosi richiamati per lo più dalla Sanità. I provvedimenti sostitutivi non furono però immediati e molte furono le variazioni in “corso d’opera”.

Al primo inventario e bilancio della Parrocchia di San Vito (con parroco don Marangon ne seguirono delle altre) il Comando Supremo - Segretariato Generale per gli Affari Civili anche per i periodi successivi (dal 24 settembre 1915 in poi). Fu ufficializzato l’atto di consegna di tutti gli immobili e mobili di proprietà della Chiesa e del Beneficio di San Vito al Torre ai sensi della circolare 2 agosto 1915 inerente alla gestione provvisoria degli Uffici e Benefici ecclesiastici nei territori occupati. La Vicaria di S.Vito doveva rendicontare Benefici ecclesiastici e affitti, gli avanzi di cassa dovevano essere sottoscritti dai fabbriceri. Nel 1915 da queste operazioni contabili si riscontra la vendita di cento litri di vino bianco per la S. Messa da parte di Giosuè Celledoni7, gli acquisti dal negoziante Giulio Venturini, il pagamento del fabbro Piani Francesco, ma anche della ditta Barbieri (cera), da Francesco Broili (campanello grande), dei muratori Comar Pietro e Colussi Edoardo, i compensi erogati ai cantori, all’organista, ai suonatori di campane e via via sino alle minute spese ecc.

Don Giovanni Battista Guerra, cappellano arruolato nella Croce Rossa risulta presente sino al 21.9.1915 (cappellanus militum). Altri cappellani militari presenti sul territorio non ebbero una nomina ufficiale. Don Celledoni, che prese possesso dell’incarico il 23 settembre 1915, proveniva dalla V Compagnia Sanità, Lozzo di Cadore (28 agosto 1915). Dopo il disastro di Caporetto si recò a Feletto Umberto e nel dopoguerra per lungo tempo condusse la parrocchia a Bertiolo.

Entrò nel merito della poco chiara situazione ecclesiale a S. Vito lo stesso Commissario Civile di Cervignano Crispo Moncada il quale in una lettera del 29 marzo 1916 affermò: “E qualsiasi provvedimento oggi, non sarebbe favorevolmente accolto dall’opinione pubblica che considera le misere condizioni economiche della famiglia stessa, e attribuirebbe la cosa a manovre dell’attuale Sindaco che era acerrimo avversario politico di don Marangon...”

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Il presunto attentato al Kaiser Carlo I d’Austria del 4 maggio 1918 a Camino di Codroipo

Carmela De Caro

Tra il gennaio e il febbraio 2015 è avvenuto uno scambio di mail tra me e il sig. Kerry R. J. Tattersall (Hr) storico austriaco e responsabile di mostre, quando mi rivolsi agli archivi di Vienna per avere un’eventuale documentazione sull’attentato all’Imperatore Karl I avvenuto a Camino di Codroipo ora Camino al Tagliamento e consumatosi in data 4 maggio 1918. La mia mail fu inoltrata al Sig. Kerry poiché autore di una mostra speciale tenutasi ad Artstetten nel 2014 su Carlo I.

Tattersall fu sorpreso dalla richiesta; mi spiegò che di quest’attentato non era minimamente a conoscenza, contrariamente all’incidente quasi mortale capitato all’Imperatore a Torre Torrente che, non solo era ben noto ma anche ben documento. Fu interpellata la signora Eva Demmerle direttrice degli archivi privati della famiglia imperiale, storica, ricercatrice e autrice di testi su Carlo Magno, perché gli archivi di Arstetten di pertinenza di Tattersall conservavano principalmente documenti sull’arciduca “Francesco Ferdinando”.

Risposte vennero anche dal direttore dell’archivio I.V. Rill cui Kerry R.J. Tattessal si era rivolto. Il “Kriegsarchiv” precisò che l’Archivio di Guerra si era già occupato del caso nel 1991, nel 1993 e infine nel 2006 quando altri studiosi italiani avevano presentato la mia stessa richiesta. Affermò anche, che i documenti, a proposito dell’attentato a Kaiser Karl del 4/5/1918 presso Camino al Tagliamento, riportati dall’aiutante generale dell’imperatore non riflettevano alcun tentato omicidio, suggerendo che la notizia di un attento perpetrato ai danni dell’imperatore fosse solo frutto di un fraintendimento di eventi locali legati alla guerra. Terminava sostenendo che a quest’ultima osservazione era giunto anche in Gr. Uff. Prof. Angelo Filippuzzi in una sua lettera del 1993 e, a prova del fatto che non c’era stato alcun tentativo di assassinio, allegò alla risposta non solo la copia del documento ma anche la pagina del giornale del 6 maggio ’18 che rilevava gli spostamenti dell’imperatore in Veneto (November 10: Gorizia - Incidente in Torrente Torre - Gorizia (Incontri con il re (zar) Ferdinando I di Bulgaria e l’imperatore Guglielmo II) Udine - Baden. Il giornale non riportava alcuna menzione di simili incidenti. Gli archivi di guerra austriaci, dunque, non prendevano in considerazione l’attentato all’imperatore del 4 maggio ’18 in quel di Camino, vista la mancanza di documentazione certa e giudicavano la notizia, un’errata interpretazione, solo locale, di eventi connessi con fatti di guerra. Inconcepibile, per loro, che in una situazione politica esplosiva, come quella dell’approssimarsi alle battaglie sul Piave, fosse coperto un attentato all’imperatore consumato da uno o più ufficiali. Per capirne un po’ di più riportiamo la lettera-documento del Gran. Uff. prof. Angelo Filippuzzi di Provesano (PN) datata 31 marzo 1993: “Caro Sig. Hofrat, rispondo con molto ritardo alla Sua gentile lettera del 2 dicembre 1991 per dirLe che nel frattempo una signora e precisamente la figlia del sig. Francesco Stroili, allora proprietario della villa di Camino di Codroipo al Tagliamento, nella quale essa ora abita da proprietaria erede del padre, ha fatto ricerche sui pretesi attentati compiuti contro l’Imperatore Carlo I d’Austria nella primavera del 1918. Pare che effettivamente tali attentati non abbiano avuto luogo. Si tratta soltanto di dicerie popolari sparse in una mattinata durante la quale l’imperatore con alcuni ufficiali del suo seguito andò a visitare la villa del signor Stroili, nella quale si trovava il Comando militare austriaco e dall’alto della torre della villa, mentre l’imperatore assisteva a qualche manovra, si sentì scoppiare da lontano probabilmente un cannone militare, che il popolo scambiò con l’attentato. La diceria diede origine probabilmente a commenti. Qualcuno racconta che i soldati austriaci salirono su un campanile vicino per sparare contro l’imperatore, altri dicono che un prete fece fare il giorno dopo nella chiesa vicina una messa per ringraziare il Padre Eterno perché l’imperatore era stato salvato dall’attentato. Qualcuno racconta anche che durante l’attentato fu colpito invece dell’imperatore un suo aiutante che si trovava con lui sulla torre della villa Stroili.

Io Le mando qui unita una delle tante fotografie scattate nella zona di Codroipo e a Camino in occasione della visita dell’imperatore nella villa Stroili. Le sarei grato se, facendo qualche ricerca, Lei riuscisse a trovare in qualche documento militare di quel tempo la descrizione della villa Stroili di Camino di Codroipo con l’indicazione che in essa risiedeva appunto il Comando militare austriaco in quella lontana primavera….

Le sarò grato se potrà magari telefonicamente informare anche Hofrat Mikoletzky”.

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Sanguinis mortisque colores gestamus: ubique victores. 15 e 16 luglio 1917.
La rivolta della Brigata Catanzaro a Santa Maria la Longa.

Giulia Sattolo

Fu proprio questo il motto della Brigata Catanzaro che ebbe assegnate le mostrine dai colori rosso e nero, colori che stavano ad indicare per l’appunto “sangue e morte”.

La Brigata Catanzaro si costituì a Catanzaro Marina il 14 gennaio 1915 dalla formazione del 141° Reggimento Fanteria e dal 142°Reggimento Fanteria.

Cartolina Brigata Catanzaro

Il 141° Rgt. si costituì a Catanzaro nel marzo 1915 dal deposito (ufficio territoriale con competenze amministrative, matricolari, di gestione del materiale e di mobilitazione) del 48°Rgt.; il 142°Rgt. si formò nel gennaio 1915 dal deposito del 19°Rgt. a Monteleone di Calabria (Attuale Vibo Valentia): da questi, il 1° marzo dello stesso anno, nacque la Brigata che assunse il nome di “Catanzaro”.

Il 141° Rgt. era formato prevalentemente da ragazzi nativi della Calabria, da Catanzaro e da Reggio Calabria ma, all’interno di tutta la Brigata oltre ai fanti di provenienza calabrese, fu pure massiccia la presenza di siciliani e pugliesi. La Brigata venne inviata fin da subito in Friuli dove fu inquadrata nella Terza Armata che obbediva e di questo si gloriava, agli ordini di Emanuele Filiberto di Savoia, Duca d’Aosta.

Già alla fine del 1915 la Brigata Catanzaro dovette contare molte perdite: i morti ammontarono a 991, i feriti a 3.814 ed i dispersi a 753.

Il 22 dicembre del 1915, dopo qualche breve spostamento, la “Catanzaro” venne dislocata nella zona di S. Maria la Longa – Lavariano – Felettis – Cuccana e, nel febbraio del 1916, il 141°Rgt. (che fu impegnato per oltre due anni sul fronte più duro, quello del Carso) scese a riposo a S. Maria la Longa, dove la Brigata fino a primavera avrebbe continuato ad addestrarsi, svolgendo anche lavori campali e stradali.

Un evento importante, vissuto dal 141°Rgt., avvenne il 28 marzo 1916, presso il campo di aviazione e di istruzione di Bicinicco con la consegna della bandiera di guerra al 141°Rgt. e la benedizione data dal cappellano militare del reggimento don Giovanni Manella.

Numerosissime furono le località che videro in azione i reggimenti della Brigata Catanzaro ma, sicuramente, una menzione particolare la merita il Monte Mosciagh (Altipiano di Asiago), scenario di dure lotte. Nei giorni dal 19 al 23 maggio 1916 la Brigata, che faceva parte del XIV Corpo d’Armata, venne trasferita a scaglioni sull’Altipiano di Asiago.

Il 26 maggio due battaglioni del 141° Rgt. furono schierati in prima linea sul Monte Mosciagh, mentre il resto del reggimento rimase sulle pendici, pronto come riserva nel caso fosse necessario dover intervenire3. Verso le ore 19 un violento temporale, accompagnato da una fortissima grandinata, colpì il reggimento e le truppe austriache ne approfittarono per un attacco a sorpresa. Ci fu il panico, cosicché alcuni soldati si ritirarono in modo disordinato e, nel caos che seguì, alcune centinaia dei fanti del 141°Rgt. si sparpagliarono nel bosco vicino, finendo bersagliati dal fuoco italiano. Quasi tutta la 4a compagnia si disperse; poi una parte venne finalmente radunata e riportata in linea per contrattaccare, ma gli altri soldati tornarono solo al mattino.

La giustizia sommaria li colpì duramente: vennero, infatti, ordinate 12 fucilazioni e sessantasei arresti con rinvio a giudizio. La decimazione riguardò otto soldati e graduati di truppa estratti a sorte in ragione di uno ogni dieci e tre sergenti ed un sottotenente.

Il Colonnello Attilio Thermes, comandante del reggimento, in ottemperanza alle disposizioni emanate dal Comando Supremo, ordinò l’esecuzione sommaria: fu il primo ufficiale italiano ad essere citato in un Ordine del giorno del Comando Supremo in data 22 giugno 1915, firmato da Cadorna, non per un fatto d’arme ma per aver fatto fucilare i propri soldati.

L’episodio dell’ammutinamento accaduto sul monte Mosciagh turbò gli animi dei fanti ma comunque, anche in seguito al loro spostamento sulla zona di guerra del Carso, la Brigata continuò a dare numerose prove di impegno e di sacrificio. Il 6 agosto le truppe furono riunite per agire contro le postazioni nemiche sul Monte S. Michele; mossero risolute all’attacco e raggiunsero gli obiettivi assegnati catturando molti prigionieri ed un ingente bottino di guerra. Il 9 agosto il 142°Rgt occupò un tratto di trincea catturando altri prigionieri mentre il 12 agosto, dopo aver resistito ad una forte pressione, la Brigata conquistò il Nad Logem.

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Riabilitazione negata ai condannati per punizioni e decimazioni

Gianni Strasiotto

L’iniziativa legislativa per restituire, dopo un secolo, l’onore ai soldati fucilati o condannati “da fuoco amico” nel corso della Grande Guerra non ha avuto l’auspicata conclusione.

La proposta di legge Scanu-Zanin, approvata all’unanimità dalla Camera dei Deputati il 21 maggio 2015, prevedeva un procedimento per la riabilitazione dei militari delle Forze armate italiane che “nel corso della prima Guerra mondiale abbiano riportato condanna alla pena capitale” per alcuni tipi specifici di reato e di affiggere una targa di bronzo in un’ala del Vittoriano in Roma a ricordo del loro sacrificio. Il testo, passato al Senato, è rimasto per oltre un anno nella disponibilità della Commissione Difesa. Erano emerse alcune problematiche per la legge, iniziate con l’incostituzionalità del testo, subito fugata, seguita da proposte di emendamenti tra loro inconciliabili.

Il relatore Nicola Latorre, presidente di detta Commissione, ha proposto una totale riscrittura della legge, fatto che non ha precedenti.

Il nuovo testo, in sostanza, non fa più cenno alla riabilitazione dei soldati ingiustamente fucilati o condannati, ma si conclude con: “A chi pagò con la vita, il cruento rigore della giustizia militare del tempo (l’Italia) offre il proprio commosso perdono”.

Ci si chiede quale perdono si debba invocare per la morte di un condannato per decimazione.

Scrivono gli onorevoli Gian Piero Scanu e Giorgio Zanin che è stato “realizzato un pasticcio-capolavoro portando, di fatto, la legge, approvata all’unanimità dalla Camera, su un binario morto […] Aldilà delle oggettive responsabilità del relatore, è difficile pensare che questa soluzione finale sia nata senza complici sparsi ai vari livelli”.

Non sono mancate le prese di posizione, a iniziare da quella del “Messaggero Veneto” di Udine, sostenitore della campagna di riabilitazione dei “Fusilats di Cercivento”. Qui un intero plotone di 80 uomini dell’8° Alpini fu accusato dal proprio comandante di Compagnia d’insubordinazione e ribellione. Il Tribunale militare inflisse quattro condanne alla pena capitale, eseguite davanti al muro del cimitero, 145 anni di carcere ed emise alcune assoluzioni.

Un articolo del suddetto quotidiano friulano, a commento dello stravolgimento della legge in Senato, indicava: “Dietro la riabilitazione negata, i troppi eccidi da nascondere”. La reazione, fu ampiamente condivisa da numerosi politici e dal mondo culturale non solo locale, a iniziare da un o.d.g. approvato all’unanimità dal Consiglio comunale di Vittorio Veneto.

Gli onorevoli Scanu e Zanin, prima dell’avvio della campagna elettorale 2018 hanno dato alle stampe un opuscoletto dal titolo “Papaveri rossi vegliano per un Giubileo Civile. La legge di riabilitazione dei fucilati per mano amica”, diffuso gratuitamente nel corso di alcune conferenze e poi inviato a ciascun parlamentare eletto nelle due Camere, auspicando la ripresentazione della legge e una rapida approvazione prima della conclusione delle manifestazioni per il centenario del tremendo conflitto, cosa che riteniamo inattuabile.

Va ricordato che la legge approvata alla Camera prevedeva la riabilitazione non soltanto per i soldati fucilati dopo la condanna, ma per tutti i condannati alla pena capitale.

Si trattava di ridare dignità alla memoria dei morti per l’esempio.

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Soldato

Monica Mingoia

Ricordo ancora quel mattino
che ti vedea giovinetto
il richiamo della Patria, dell’Onore e del Rispetto.

Lungo la via marciavi,
pensavi alla tua bella, alla casa natia,
lasciate in grande fretta,
per andare lontano,
per salire la vetta.

Camminavi fiero lungo la via della vita,
circondato dai compagni verso l’irta salita.
Eravate un bel gruppo,
ricordi i visi amici,
eravate spensierati, forse quasi felici.

Ora sorridi con tristezza e fierezza,
vecchio soldato,
ricordando quel giorno, quel giorno spensierato.

Ora sei solo meditabondo,
l’epilogo amaro si trova in fondo,
in fondo al tuo cuore, l’ardente ferita,
la tragedia più grande continuare la vita...

I tuoi compagni persi lungo la via,
disperso eri tu in quelle lande oscure:
tra trincee e fango e mille paure,
il dolore per molto tempo ti ha accompagnato,
di corpi dilaniati da quel mostro assetato.

Guerra, guerra, guerra!
Ora rivivi ancora quei terribili momenti,
i tuoi compagni morti e tu stringevi i denti.

Infine sei tornato nelle affettuose mura
tua madre ti ha aspettato,
tra le sue braccia stanche ti sei confortato.

La vita è trascorsa tra gioie e dolori,
soddisfazioni e onori ma anche frustrazioni;
sei nonno, ormai vecchio,
soldato,
ma ora ripensi più spesso al passato.

Ripensi a quel mattino della tua gioventù,
quando eri un ragazzino,
pieno di aspirazioni, di sogni, di pensieri e di mille passioni.

Il fronte ti ha cambiato ma tu sei ancora fiero
e dopo cinquant’anni ci credi ancora,
è vero!
Credi ad un mondo libero senza costrizioni dove siam tutti uguali.
E non vi son padroni...

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La donna e Pier Paolo Pasolini

Gianfranco Nosella

Intendo presentare questo lavoro come un compendio delle interviste, ricerche e conoscenze fatte e trascritte nel corso degli ultimi dieci anni in Friuli, in questo caso specifico, su una relazione fondamentale per Pier Paolo Pasolini: il rapporto con la madre e le donne in generale. Non è stato un lavoro semplice ma ho cercato di non farmi coinvolgere nel racconto delle azioni e dei pensieri dai diversi protagonisti, poiché se il personaggio centrale è Pier Paolo Pasolini tutti, raccontando le loro testimonianze, sono stati quindi protagonisti. Le ricerche presentate sono tratte dai libri da me pubblicati precedentemente, e sono “Una sera a Casarsa”, “Testimonianze da Casarsa”, “Una trilogia per Casarsa”, “Casarsa, un uomo”, editore Campanotto.

Castellarin Donnino:
“Ma sai che anche Pier Paolo aveva una “morosa”! Esclamò Donnino. “Chi ti ha raccontato questo” gli chiese Bruno. “Eppure io so che Pier Paolo aveva una morosa”. Tutti noi rimanemmo meravigliati da quell’affermazione di Donnino…”

Moglie di A.D. classe 1921:
“…Sapeva, inoltre, che c’era una ragazza, una maestra, di San Vito che lo veniva a trovare anche a casa e con la quale in bicicletta andava pure a ballare. Pier Paolo amava il ballo e spesso nelle gare si accompagnava con Pia Paron, una ragazza mora di San Giovanni. Certamente Pasolini si accompagnava con donne perché era gentile e alcune si innamorarono di lui, ma da parte di Pier Paolo “nema”; così fu per Pina Kalz, che era innamorata di lui ma non ci fu nulla da fare; non che lui non la “disdegnasse”, non ne era innamorato. Anche per Laura Betti ci fu stessa situazione; con la Callas Pier Paolo a suo parere aveva avuto una grande amicizia; Pasolini, allontanatosi da Casarsa, era cambiato, forse se fosse rimasto in paese… Anche la famiglia dei Pasolini era piuttosto selettiva, in modo particolare Giannina, poiché di ogni pretendente andava a cercare pregi e difetti “questo qui sì, quello lì no, ecc.” Annì figlia di Enrichetta, invece, aveva sposato uno di Udine mentre Franca, l’altra figlia una bella donna, aveva scelto un brav’uomo di Orcenico; preferì un buon uomo. Ebbe due figlie Giulietta e Graziella; quest’ultima raggiunse Pier Paolo a Roma, divenne la dama di compagnia di Susanna ed alla morte di Pasolini gestì ogni suo bene…”

Maria Querin:
“Una sera d’estate pur essendo tardi, c’era ancora una luce chiara, Pier Paolo si trovava a casa nostra perché voleva andare a giocare a pallone con mio fratello dietro la chiesa. Un certo Sandrin Marino, che era uno degli addetti “alla rima”, chiese a Pier Paolo che cosa ne pensasse del fatto che due fidanzati si erano lasciati perché lui aveva un’altra ragazza. La conclusione della riflessione fu che Alida si era accorta tardi che Pietro le aveva fatto le corna e gliele stava disegnando. Pier Paolo si godette la scena con una delle sue risate, poi corsero verso il campetto dietro la chiesa in mezzo al verde, fiancheggiato da una roggia ricca di vegetazione i cui rami toccavano il pelo dell’acqua: era bellissimo. Quel campetto era stato livellato dopo la guerra poiché era stato dilaniato dalle bombe.
…Alcuni mesi prima sua madre e Susanna si erano accordate per comperare dei piccoli di oche: tre ciascuna... Passarono alcuni mesi e delle sei bestiole ne erano rimaste solo tre, sopravvissute a varie malattie, ma erano cresciute belle e grasse; di chi erano? Quando avvenne l’uccisione dei due tedeschi, come si è narrato, nella caserma dei carabinieri la loro casa fu perquisita da cima a fondo e porte e finestre dovettero rimanere aperte. La porta del campanile tuttavia, di cui essi possedevano la chiave, era rimasta chiusa ed un soldato vi montava di guardia giorno e notte.
Tutte le volte che il milite passava davanti al campanile le tre oche starnazzavano rumorosamente. Maria credeva che i tre pennuti emettessero grida perché sentivano dei rumori nel campanile e terrorizzata osservava la scena. Pensava che i quattro lassù non vedessero gli animali e non sapeva come allontanarli senza destare sospetti. Solo dopo il quarto giorno Pier Paolo, sceso dal campanile, si era dileguato attraverso le proprietà dei vicini e le aveva raccontato che essi da lassù avevano visto ogni cosa.

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Relazione di un medico condotto sulle condizioni igienico-sanitarie nel Comune di Ronchis alla fine dell’Ottocento

Benvenuto Castellarin

Nel corso delle mie passate ricerche presso la biblioteca comunale “V. Joppi” di Udine, mi sono imbattuto su un libretto di 37 pagine e un formato inusuale (cm 11,5 x 17,5), stampato a Milano nel 1895 dal titolo: Relazione sulle condizioni igieniche e sanitarie del Comune di Ronchis di Latisana durante l’anno 1894, del dott. Francesco Marani, medico-chirurgo e ufficiale sanitario di Ronchis (Picc 721, inv. n.29861), estratto dal Corriere Sanitario, Giornale settimanale di medicina pratica e di interessi professionali. Milano, anno 1895 (settimanale autorevole fondato nel 1889: fu l’organo ufficiale dell’Esposizione sanitaria di Torino del 1895). Il libretto, oltre per l’importante argomento che tratta, è anche, per il momento, la prima “opera” a stampa che riguardi il Comune di Ronchis, che allora si definiva, “di Latisana”.

Ne è autore il dott. Francesco Marani medico condotto e chirurgo a Ronchis dal 1894 al 1906 (era coniugato con Bellesia Lucia, da lei, nel febbraio del 1895, ebbe una figlia Carolina Rosa). Venne nominato dal comune di Ronchis dopo un periodo di vacanza dovuta a malattia del titolare il dott. Giovanni Scarpa di Latisana e del supplente dott. Alberto Marianini pure di Latisana. Proveniva dalla condotta di Varmo (non sappiamo se era nativo o meno di quella località). La nomina venne fatta dal consiglio comunale in base all’allora regolamento comunale e provinciale ed alle disposizioni dell’art. 16 della legge sanitaria 22 dicembre 1888. L’incarico aveva una durata di tre anni, rinnovabili, con un capitolato che prevedeva: la dimora nel capoluogo del Comune (Ronchis), prestare assistenza medico - chirurgica e, dato che il Comune aveva in organico la levatrice, di prestarle assistenza in caso di necessità.

Doveva ispezionare, sezionare, dove occorra cadaveri e redigere i relativi verbali e relazioni; rilasciare certificati in materia sanitaria; far visita ed ispezioni giudiziarie di polizia medico-sanitaria nel circondario comunale, secondo i regolamenti d’igiene; praticare le vaccinazioni di primavera ed autunno e, all’occorrenza, le rivaccinazioni.

Non poteva allontanarsi dal comune per più di 12 ore (in seguito portate a 24) senza permesso del sindaco; anche in caso di malattia e d’impossibilità, il medico doveva farsi supplire da un altro medico a sue spese e quando la sua malattia si fosse fatta grave e lo avesse reso incapace a esercitare la professione oltre sei mesi, il comune poteva nominare in sua vece un altro medico condotto, ritenendo così sciolto il contratto e annullata la sua nomina.

Il dott. Marani nella sua relazione, che qui è stata fedelmente trascritta per ragioni di spazio, non illustra solo le pessime condizioni igienico-sanitarie di allora nel comune di Ronchis, le quali non erano purtroppo molto dissimili di altre località friulane, ma dà anche importanti informazioni, ad esempio, sulla posizione geografica del comune, abbondando un po’ sul numero degli abitanti (1800 circa invece dei 1707 del censimento del 1881), di carattere storico, era a conoscenza della memoria inedita di Filippo Donati, pubblicata da Virgilio Tavani di Latisana nel 1881, con il titolo di “Quadro storico delle vicende Politiche-Commerciali e Morali di Latisana e dell’attuale suo fisico stato (1807)”, conosceva il libro “Latisana ed il suo distretto”. Sulle antiche presenze di boschi e la loro permanenza nei nomi di luogo sui corsi d’acqua quali il fiume Tagliamento non solo la sua pericolosità, per il quale ricorda un passo di Gian Francesco Palladio degli Olivi nella Storia del Friuli, ma anche il consiglio dato dalla Prefettura di Udine nel 1890, sulla opportunità di chiudere i pozzi artesiani per la pessima qualità dell’acqua e di rendere «più agevoli le viuzze che menano al Tagliamento, affinchè la popolazione si potesse servire dell’acqua del fiume, come quella, date le attuali circostanze, che presentava maggiore garanzia per l’igiene», e la roggia Barbariga, «dove quivi irriga risaie, marcite e serve a sviluppare la forza motrice di macchine elettriche ed agricole».

Molte altre sono le notizie che si possono ricavare dalla relazione igienico-sanitaria di questo avveduto medico condotto di fine Ottocento (una in particolare: le manipolazioni delle comari sul cranio dei neonati per assestarne le forme) che ebbe la capacità di esporre i mali che affiggevano i miseri abitanti di un comune della Bassa Friulana e di renderli pubblici assieme ai possibili rimedi, in quali, come nella conclusione della sua relazione rivolta agli amministratori del comune «abbiano a tener calcolo di quanto, con intelletto d’amore, son venuto fin qui dimostrando». Purtroppo i rimedi auspicati dal dott. Marani saranno attuati solo molto più tardi.

Via Maggiore a Ronchis anni 1930

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Galeno nella Bassa

Roberto Tirelli

E’ solo un’ipotesi quella di Giuliano Bini nel suo ultimo libro oppure il più celebre medico dell’antichità, Galeno, è passato davvero da Palazzolo dello Stella?

Il racconto storico vuole che abbia raggiunto ad Aquileia l’imperatore Marco Aurelio per risolvere il morbo della cosiddetta “peste antonina”, partendo dalla sua Pergamo, in Asia Minore. Si annota il suo passaggio in Grecia, ma da qui avrebbe più facilmente raggiunto Aquileia via mare piuttosto che sbarcare in un porto dell’Adriatico e poi percorrere la via Annia per passare, appunto, per Palazzolo.

In tempi di pestilenze, per evitare il contagio era senza dubbio più prudente viaggiare in nave. Il dubbio rimane per la statua che assomiglierebbe al ritratto del celebre medico, ma più probabilmente questa non fa che riprodurre le fattezze di Esculapio, dio della medicina.

Secondo il mito il semidio Asclepio ricevette dalla dea Atena il dono di cambiare il suo sangue con quello di Medusa la Gorgone. Da allora il sangue che sgorgava dalle vene del suo fianco sinistro era velenoso e portatore di sventure, ma quello del fianco destro aveva il potere di guarire qualsiasi malattia e persino di fare risorgere i morti. Ciò fece arrabbiare sia Zeus che Ade poiché l’afflusso dei morti dell’oltretomba diminuiva. Secondo una variante del mito, Asclepio inventò una tecnica di guarigione che gli permetteva di guarire ogni tipo di ferita ed ogni tipo di malattia facendo addirittura risorgere i morti. Galeno, figlio di un facoltoso architetto, nacque in Pergamo una città che allora era all’apice della prosperità. Si avvicinò alla medicina quando aveva 17 anni, quando suo padre sognò Asclepio, studiando a Pergamo, Smirne e Alessandria, il principale centro medico dell’antichità. Nel 162 partì per Roma dove in breve venne introdotto negli strati più alti della società grazie alla fama che aveva acquisito per le guarigioni operate su eminenti personalità. Vi è una testimonianza di un passaggio anche in Friuli ad Aquileia, chiamato dagli imperatori Marco Aurelio e Lucio Vero, le cui truppe, mentre stanno svernando in città, vengono colpite da una malattia contagiosa e mortale. Pare si trattasse di una malattia oggi considerata banale, propria dell’infanzia, ma che in uomini adulti allora aveva effetti micidiali: la varicella. Nel secondo secolo della nostra era non si avevano ancora acquisiti gli anticorpi. L’epidemia in Aquileia ebbe un suo rapido diffondersi e ne morirono il prefetto del pretorio Vittorino e lo stesso imperatore Lucio Vero per le conseguenze. Siamo nell’inverno fra l’anno 168 e il 169. Galeno si trova a Pergamo a casa sua. Alla chiamata dell’imperatore accorre attraversando Tracia e Macedonia, probabilmente imbarcandosi poi su una nave per Aquileia. Sostiene che nella città prima di essere ammalati gli uomini è ammalata l’aria, prepara degli antidoti dopo accurata sperimentazione.

Dal 169, raggiunta la fama di guaritore, iniziò una ininterrotta carriera come medico della corte imperiale che durò forse più di 40 anni. La sua autorità crebbe nel mondo greco sino a offuscare quella di Ippocrate. Parte della sua genialità fu quella di saper vendere bene la sua merce, che era senza dubbio un ottimo prodotto. Galeno, infatti, usò un’ampia gamma di farmaci provenienti da tutto l’Impero romano e tentò, con discreto successo, di stabilire un rapporto fra l’intensità d’azione della sostanza medicinale e la severità della malattia. Tuttavia, per ottenere un pieno successo, avrebbe dovuto possedere adeguate cognizioni di chimica e mineralogia. Ancor oggi la fama di Galeno rivive attraverso i Preparati Galenici, cioè quelle preparazioni elaborate dal farmacista con procedimento artigianale sotto la sua diretta responsabilità e nel suo laboratorio, miscelando o rendendo somministrabili i Semplici, cioè i principi attivi presenti in natura, rappresentati per lo più da piante medicinali, dette anche officinali perché il laboratorio del farmacista era l’officina in cui venivano manipolate. Un Semplice è quindi un qualcosa che consta di un solo elemento e che si contrappone a doppio, o a composto. È cioè un qualcosa che non ha nulla d’aggiunto o mescolato: è un principio attivo. Pensava che la filosofia assieme all’etica e alla fisica fosse la necessaria base teorica per la medicina, ma non avrebbe mai pensato di finire fra coloro che hanno reso illustre la storia di Palazzolo dello Stella.

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La ritirata dell’esercito invasore

Gianni Strasiotto

L’esaltazione di Vittorio Veneto ha messo in disparte le vittime del fuoco amico dell’artiglieria o dei bombardamenti aerei negli ultimi giorni della Grande Guerra.

Già nel corso della Battaglia del Solstizio si erano contate numerose vittime dei cannoneggiamenti, anche di ricoverati negli ospedali da campo, a causa di errori di tiro della nostra artiglieria.

La terza battaglia del Piave (o battaglia di Vittorio Veneto) concluse la prima guerra mondiale sul fronte italiano. Iniziò il 24 ottobre 1918 con un sanguinoso attacco diversivo sul Monte Grappa, ma la prevista piena del Piave ritardò fino al 29 e lo sfondamento del fronte si ebbe il giorno successivo. Fu subito evidente il crollo delle truppe occupanti. In soli quattro giorni il nostro esercito occupò il Veneto, Trento e Trieste e il 3 novembre gli austro-ungarici firmarono la resa incondizionata a Villa Giusti di Padova, con l’entrata in vigore dal giorno successivo, per dar tempo agli italiani stessi di entrare a Trento e Trieste.

L’esercito italiano indicò in 36.498 i soldati morti, feriti o dispersi (di cui 1830 britannici e 588 francesi), ma altre fonti indicano in 37.461 il totale delle perdite.

Fra i caduti per fuoco amico vanno annoverati i 25 prigionieri italiani morti il 28 ottobre a Motta di Livenza a causa di un’incursione da parte della nostra aviazione.

Se si escludono i diari storici dei parroci e le note sparse dei registri parrocchiali, rari sono i cenni sugli ingenti danni provocati dagli austro-ungarici in ritirata, sulle loro ultime violenze, gli stupri, i furti, gli atti vandalici, le uccisioni, ecc., che hanno interessato maggiormente la diocesi di Concordia.

Per contro, vanno ricordati tanti fatti di “eroismo minore”, molto spesso sconosciuti, e tanti generosi comportamenti di civili: quello – ad esempio – dell’anziano Giuseppe De Carli detto Ortis, il quale sbarrò le porte del municipio di Pordenone, barricandosi all’interno e sventando così la razzia, ad opera di una quindicina di soldati ungheresi.

In detta città il 31 ottobre gli occupanti avevano sgomberato un piccolo ospedale militare e incendiato il palazzo Salice. Un ufficiale austriaco si recò dal sindaco per chiedere la pompa antincendio, affermando che era suo dovere di soldato fermarsi a spegnerlo, lavorando poi tutta la notte con una squadra di sottoposti per evitare danni ad altre abitazioni. Anche se riuscì a salvare ben poco dell’edificio, riuscì a evitare il propagarsi delle fiamme alle abitazioni vicine.

Il cappellano dell’ospedale di Pordenone, don Celestino Sclabi, scrive dell’uccisione di tre civili senza alcun motivo, soltanto quale sfogo di rabbia per l’umiliazione degli invasori.

In altre testimonianze – riportate dal giornalista Paolo Gaspardo – è descritta la distruzione del ponte sul Noncello e del coraggio di un bambino, sui 10-12 anni, che prese a sassate il soldato che l’aveva minato, salvandosi poi miracolosamente dai colpi di fucile sparatigli contro. Un adulto riuscì, sempre a Pordenone, a catturare il soldato che stava per far saltare palazzo Porcia, trasformato in polveriera, costringendolo a buttare nella roggia la bomba che doveva dar fuoco all’esplosivo già innescato.

“Gli austriaci prima di lasciare Pordenone fecero saltare in aria un fabbricato che ospitava la trattoria ‘Al gallo’ in via S. Marco dove avevano stipato un grosso quantitativo di munizioni. Furono anche distrutti il ristorante ‘Al gambero’ di Corso Garibaldi e la vicina casa Torres. Anche la stazione ferroviaria fu incendiata. E non si salvò neppure il ponte di Adamo ed Eva che fu fatto saltare da un sodato tedesco”. (Fulvio Comin).

A Porcia, fra le numerose devastazioni, la sera del 31 ottobre gli occupanti in fuga incendiarono palazzo Gherardini, palazzo Bernardis, danneggiarono la tessitura di Rorai Grande e Villa Correr. Il danno forse maggiore è rappresentato dalla distruzione dell’archivio secolare del casato dei Conti Porcia, contenente migliaia di preziosissimi documenti sulla storia dell’intera zona pordenonese.

A Travesio, il 2 novembre 1918, soldati della cavalleria ungherese uccisero, senza motivo alcuno, il sindaco Luigi Cargnelli di 57 anni e Edoardo Cargnelli di 25 anni, nel cortile della loro casa.

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La foto e articolo nel cassetto. Latisana 1917-18

Enrico Fantin

Rovine di Guerra a Latisana

Interessante è questa lettera di un profugo rientrato nella sua Latisana, inviata al “Giornale di Udine” e pubblicata il 24 novembre 1918.

Latisana come fu ridotta.

“Torno ora da Latisana e mi affretto a scriverti.
A Latisana c’è desolazione distruzione, miseria e fame. La casa mia completamente distrutta dall’incendio, appicato dai nostri nella ritirata. Distrutta tutta la proprietà di P.G., tutta la casa Morassutti, ed altre. Altre ancora in Sottopovolo, Via Deotto è quasi spianata; distrutte alcune case dietro Chiesa, metà del fabbricato Scuole De Amicis, incendiata è la casa della Banca sul Viale Stazione: così il grande fabbricato o granaio Gaspari in Via Rocca. Si entra a Latisana da un bel ponte carrozzabile in legno che unisce San Giorgio al Tagliamento a Latisanotta costruito dagli austriaci è lasciato intatto. Quello ferroviario, fu pure lascito in piedi. L’altro giorno vidi passare il primo treno da Portogruaro. Il vecchio ponte carrozzabile giace contorto in acqua per metà.

La popolazione ha subito angherie di ogni genere e patito la fame. A Latisana erano infatti pochissimi: una cinquantina. E’ difficilissimo trovare da mangiare alla meno peggio ed anche da dormire.

Per trovare un po’ di tranquillità e d’ordine bisogna passare dalle case dei vivi a quelle dei morti. Il cimitero è in piena regola: la nostra cappella intatta, con le ghirlande appese, ha perfino la lampada nel mezzo. I nostri morti non ebbero turbata la loro pace.

Queste in fretta le notizie di colà. Per ora non c’è nulla da fare, perché v’è da fare tutto. Per la rinascita delle terre desolate occorrono milioni. Li elargirà il Governo? Se no, la miseria e gli stenti ci perseguiteranno per anni!”

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Sicurezza del Tagliamento nella Bassa friulana

Nello Gobbato

Nell’ambito delle manifestazioni per la settimana di cultura friulana, organizzata dalla Società Filologica, venerdì 18 maggio 2018 nella sala consiliare di Latisana, a cura dell’Associazione Culturale “la bassa”, si è tenuto un convegno sul tema «Il Tagliamento, dopo secoli di preoccupazioni, getterà ancora spavento alle genti nella terra della Tisana?».

Nonostante l’attualità dell’argomento, l’incontro si è svolto con una modesta partecipazione di pubblico probabilmente a causa dello scetticismo e della rassegnazione generati da oltre cinquant’anni di contrapposizioni e polemiche che sono servite solo a rinviare la soluzione del problema.

Dopo i saluti dell’assessore Daniela Lizzi e del presidente onorario de “la bassa” Enrico Fantin, che ha introdotto il tema della serata, ed i brevi interventi del presidente della Consulta per la friulanità del Comune di San Michele Francesco Frattolin, del presidente della Società Filologica Friulana Federico Vicario e dell’assessore del Comune di Ronchis Simone Bidin, è intervenuto il sindaco di San Michele al Tagliamento Pasqualino Codognotto dichiaratosi preoccupato per i rischi che, in assenza di interventi per regolare a monte il deflusso delle acque in caso di piena, incombono sul territorio del Comune a sud del ponte carrabile di S. Michele-Latisana, specialmente se questo, come sembra nelle intenzioni, dovesse venire innalzato. Si tratta di una preoccupazione che la Consulta per la Friulanità di San Michele ha recentemente espresso con toni allarmati in un ordine del giorno votato all’unanimità.

Ha ripreso, quindi, la parola Fantin che si è soffermato sulla lunga storia di omissioni e promesse disattese da parte della politica nel corso dell’ultimo cinquantennio mentre alle spalle dell’oratore scorrevano, drammatiche, le immagini delle devastazioni causate a Latisana dalle alluvioni del 1965 e 1966.

Molto interessante l’intervento dell’ingegnere Giorgio Verri, docente di Idrologia Tecnica all’Università degli Studi di Udine ed ex Capo della Protezione Civile della Regione Friuli Venezia Giulia, che ha portato una nota di sano ottimismo con una serie di proposte operative basate su conoscenze scientifiche e tecniche di impiego di moderni strumenti di intervento in situazioni di emergenza. Lo studioso ha ricordato la decina di progetti avanzati dal 1970 ad oggi e che solo nel 2001 sono sfociati nell’approvazione, da parte dell’autorità di bacino, del piano stralcio per la difesa idrologica del medio e basso Tagliamento, che prevedeva la possibilità di trattenere le acque a nord dei ponti di Latisana-San Michele mediante casse di espansione. A tale provvedimento di legge, contestato da comuni del medio Friuli e da tecnici contrari alle casse di espansione, dopo un lungo ulteriore periodo di inerzie, ha fatto seguito un nuovo progetto dello studio di ingegneria Mario Causero denominato “Traversa ponte di livello di stretta naturale” che propone di sostituire le casse di espansione (per i relativi costi di gestione ritenuti eccessivi) con un sistema di diga mobile a bassissimo impatto ambientale e costi contenuti, da realizzare nei territori del medio corso del fiume, in grado di contenere la portata massima dell’acqua di piena entro i 4.000 metri cubi al secondo in prossimità dei ponti di Latisana e San Michele, onde evitarne la tracimazione.

L’ingegner Verri, con una implicita e forte sollecitazione ad affrontare il problema senza altri indugi, ha concluso il suo intervento chiedendosi retoricamente: “cosa può succedere a questo punto in fatto di responsabilità di fronte a danni causati all’economia e alle popolazioni per mancati interventi?”, lasciando intendere che più di qualcuno verrebbe finalmente chiamato a risponderne personalmente.

E’ seguito un brillante intervento del dottor Stefano Micheletti dell’Arpa Friuli Venezia Giulia sugli effetti delle variazioni della temperatura e delle precipitazioni. Per il relatore che ha prefigurato una serie di scenari futuri dipendenti da provvedimenti legislativi più o meno incisivi in materia, è certo che tali variazioni siano generate anche dai comportamenti e dagli stili di vita dell’uomo.

Le conclusioni della serata sono state affidate al vice sindaco di Latisana Angelo Valvason il quale ha espresso la convinzione che tutti i comuni della bassa, Latisana e San Michele in particolare, debbano operare in stretto accordo nella ricerca di una soluzione definitiva ai problemi legati alla sicurezza del fiume che deve tornare ad essere un amico per le popolazioni che gravitano sulle sue sponde.

Al termine dell’incontro, l’assessore Lizzi ha fatto dono ai relatori di alcune pubblicazioni.

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La forza delle donne nella Grande Guerra

Enrico Fantin

Concludendosi con l’anno 2018 le celebrazioni del Centenario della Grande Guerra, non per ultimo vogliamo ricordare, attraverso le nostre pagine, seppur in modo semplice, il sacrificio delle donne che ebbero a patire durante quei terribili anni.

Sono stati scritti tanti libri, ma pochi hanno narrato dei sacrifici e delle rinunce, delle ansie e dei dolori delle donne che hanno visto distrutte le loro famiglie. Mamme e spose di soldati partiti per il fronte che hanno avuta sconvolta la propria vita.

Per la verità la bassa ha dedicato qualche articolo su queste eroiche protagoniste, come nel numero 72 della rivista “Bianca di Prampero. Storia di una crocerossina” di Carmela De Caro e “La biografia di una maestra crocerossina Maria Tesini” di Vittoria Pizzolitto, e nel numero 75 “Gli abusi perversi durante la Grande Guerra. Le violenze sessuali impartite alle donne durante la prima guerra mondiale” di Giulia Sattolo.

Le donne rimanevano praticamente sole nell’affrontare l’angoscia per i loro cari al fronte e a loro non restava che pregare e sperare. Le poche lettere che giungevano non aiutavano certo, avevano solo da sperare che quella lettera non fosse quella fatale scritta da altri che annunciava la morte del proprio caro.

Famiglie distrutte, mamme, spose e sorelle che cercavano delle conferme, dei particolari, di riavere le poche cose lasciate dal figlio, dallo sposo, dal fratello: la foto con dedica, la medaglietta della Madonna che gli avevano donato, l’ultima lettera inviatagli. Dopo mesi arrivava la risposta: “il soldato è stato colpito da una granata di grosso calibro, rendendo così impossibile il recupero degli oggetti che detto militare aveva con sé”. Non restava che piangere e pregare.

Le donne furono anche al fronte, come avvenne in Carnia.

Bracciale rosso al polso, con stampigliato il numero del reparto dal quale dipendevano, queste coraggiose “donne o ragazzine” percorrevano quotidianamente più di mille metri di dislivello, cariche di gerle (zèi - pronuncia gei - in carnico) gremite di vettovaglie, cartucce, granate, medicinali e altro. Pesanti anche 30 / 40 chili. Partivano in gruppo di 10 o 15 di loro, per poi separarsi lungo l’ascesa, che affrontavano cantando o pregando per rincuorarsi dal terribile suono della guerra. Dall’esplosione dell’artiglieria nemica, pronta a ricordagli, a ogni passo - calzato in scarpets o peggio in zoccoli di legno - che il pericolo avanzava con loro.

Queste donne avevano ereditato dal loro passato la fatica. Abituate da secoli per l’estrema povertà di queste zone, ad indossare la “gerla” di casa - che mai come in questo caso può rappresentare il simbolo della donna carnica - ora la mettevano sulle spalle al servizio del Paese in guerra.

Fino ad allora l’avevano a caricata di granturco, fieno, legna, patate e tutto ciò che poteva servire alla casa e alla stalla. In questa situazione invece la gerla era carica di granate, cartucce, viveri e altro materiale.

Dopo ore di cammino massacrante, arrivavano a destinazione col cuore in gola, stremate dalla disumana fatica, che diventava ancor più pesante d’inverno, quando affondavano nella neve fino alle ginocchia. Scaricavano la gerla e dopo un breve riposo, utilizzato per riferire agli alpini le ultime novità, riprendevano la strada della valle per ritornare a casa, dove c’erano ad aspettarle i bambini, i vecchi, i lavori di casa e della stalla. Cariche di panni da lavare e non di rado delle barelle dei militari feriti.

All’alba del giorno dopo si ricominciava con un nuovo “viaggio”. A muoverle però c’era l’amor di Patria, i loro uomini al fronte. Entrare nelle file delle portatrici era come stargli vicino. Un richiamo ben più forte del piccolo compenso (pari a circa tre euro di oggi) a viaggio che veniva loro pagato una volta al mese.

Maria Plozner Mentil

La prima linea era in alta montagna e l’unico modo per fornirla di vettovaglie, munizioni, medicinali e attrezzi era “a spalla”, nel caso “a spalla di donna”, su per impervi sentieri. Gli uomini erano tutti impegnati al fronte, così le donne carniche non esitarono a raccogliere l’accorato invito del Genio Militare con le parole: “Anin, senò chei biadaz ai murin encje di fan” , “Andiamo, altrimenti quei poveretti muoiono anche di fame.

Per questo fu costituito un Corpo di ausiliarie formato da donne di età compresa tra i 15 ed i 60 anni, che dall’agosto del 1915 all’ottobre 1917 rifornirono tutta la prima linea della zona, portando in quota tutto quando necessario ai soldati con capaci “gerli”. Tra queste rifulse la figura di Maria Plozner Mentil, “anima” delle Portatrici carniche, colpita a morte da un cecchino il 15 febbraio 1916.

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