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copertina numero 78 la bassa

la bassa/78

anno XLI, n. 78, giugno 2019

Estratti di
articoli e saggi
della nostra rivista

In copertina:

Particolare della CARTA / FORI IVLII
ACCURATA DESCRIPTIO
dal “Theatrum Orbis Terarum” di Abram Oertel.
Anversa 1573.

Latisana, la pescheria in una cartolina degli anni Cinquanta. (Archivio la bassa)

Sommario

Promozione per attività progetto archeoinsieme FVG 2.0

Nell’ambito della riforma nazionale del Terzo Settore in fase di sviluppo a partire dal 2017 la Regione FVG su delega del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha emesso nel corso del 2018 un Avviso pubblico per il finanziamento di iniziative e progetti di rilevanza regionale promossi da organizzazioni di volontariato e associazioni di promozione sociale. Tra le aree tematiche proposte nell’Avviso vi era quella inerente progetti di sviluppo e rafforzamento della cittadinanza attiva, in particolare attraverso la tutela e la valorizzazione dei Beni Culturali regionali. La Società Friulana di Archeologia-ODV ha proposto come capofila il progetto denominato Archeoinsieme-FVG 2.0 che è risultato vincitore (unico nell’area tematica sui Beni Culturali) e quindi finanziato.

Vari e qualificati sono i partner (altri Enti di volontariato o di promozione sociale) che si sono resi disponibili per sostenere e collaborare al progetto: Assoc. La Bassa, U.TE Carnia, U.T.E Naliato-Udine, Assoc. Ikarus, Gruppo Archeo 2000, Assoc. Fioristi-FVG, Gruppo Archeo Cellina-Meduna, Centro Spazio Aperto e Assoc. 5 Agosto S.Osvaldo, mentre responsabile scientifico e gestionale del progetto è il dott. Massimo Lavarone, archeologo friulano che opera nel settore della divulgazione e della didattica dei Beni Storico-Archeologici del FVG da molti anni.

Tema centrale del progetto è la condivisione del Patrimonio Archeologico del FriuliVG mediante azioni di cittadinanza attiva con il coinvolgimento di adulti-volontari e di giovani studenti appartenenti a nove Istituti secondari delle province di Udine, Pordenone e Gorizia (Educandato Uccellis-Udine, Liceo Stellini-Udine, Liceo Marinelli-Udine, Liceo Linussio-Codroipo, Liceo Percoto-Udine, Liceo Leopardi-Majorana-Pordenone, Liceo Paschini-Tolmezzo, Liceo Le Filandere-S.Vito Tagl., Liceo Dante A.-Gorizia).

In sintesi i volontari e gli studenti partecipano tra i mesi di marzo e maggio 2019 a dei “Campus Archeologici” giornalieri che si svolgono in vari siti archeologici situati nelle province di Udine, Pordenone e Gorizia. Durante le uscite i partecipanti seguiranno esercitazioni di Topografia, di Elementi di rilievo di strutture archeologiche, di Fotografia di elementi e reperti, di Catalogazione di Beni Archeologici, ma, elemento cardine per la condivisione attiva, soprattutto effettueranno attività di pulizia e manutenzione dei siti.

I campus si svolgono in Aquileia (UD) presso il fondo denominato Pasqualis (in convenzione d’uso con la Fondazione Aquileia) area con strutture collegate ad un uso mercatile in epoca romana; ad Invillino (UD) (in convenzione con il comune di Villa Santina) presso l’area denominata Col di Zuca (strutture basilicali paleocristiane); a Forgaria nel F. (UD) (in convenzione con l’omonima amministrazione comunale) all’interno dell’area archeologica detta di Castelraimondo (insediamento per attività commerciali e metallurgiche preromano e romano); a San Canzian d’Is. (GO) (in collaborazione con Parrocchia e Comune) presso le varie testimonianze archeologiche di epoca paleocristiana. Inoltre Si effettuano esercitazioni di scavo simulato all’interno del parco archeologico denominato Bosco della Mantova in comune di Azzano Decimo (PN). Il progetto prevede in aggiunta alle attività pratiche la visita degli Antiquarium di Tesis di Vivaro (PN) e Lestans di Sequals (PN) e del Museo Carnico di Arti e Tradizioni Popolari di Tolmezzo. Naturalmente a monte delle attività pratiche e di visita si tengono degli incontri di formazione sulle esercitazioni e di conoscenza delle vicende storiche collegate ai siti oggetto delle iniziative di cittadinanza attiva.

Tutte le attività (sia pratiche che di formazione) sono supportate da un equipe di operatori professionisti (archeologi, topografi, storici dell’arte, operatori didattici) coordinati dal responsabile scientifico. Inoltre nelle varie attività sono coinvolti alcuni giovani neolaureati che faranno esperienza per un futuro lavorativo nel settore dei Beni Culturali, ma soprattutto i principali attori del progetto sono i volontari e gli studenti che, a fine progetto, faranno superare le 1.200 presenze nel totale dei 25 campus realizzati.

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La dinamica dei confini di sovranità in Friuli dalla Dieta di Worms al trattato di Campoformido (1521-1797)

Roberto Tirelli

Il Friuli non è soltanto una terra di confine: è anche una terra di confini. Al suo interno lungo i secoli si sono moltiplicate le separazioni e le riunioni in un incessante contrasto fra un “di qua” e un “di là” di linee tracciate e quasi mai accettate. Il periodo storico in cui maggiormente tale mobilità si è manifestata è quello che va dalle cosiddette “guerre d’Italia” dei primi anni del Cinquecento sino all’irrompere nella storia locale di Napoleone Bonaparte il quale, con il trattato di Campoformido del 1797, riuscirà nell’intento, però sotto la dominazione austriaca, di riunire, ma per poco, il Friuli. (Sarà poi lui a dividerlo di nuovo).

Questo intenso movimento di passaggio da un dominio all’altro trova puntuale riscontro oltre che nello scritto di accordi e trattati, ove si esercita a pieno l’arte diplomatica di veneziani ed austriaci, nelle carte geografiche che visivamente tracciano, in un connubio fra scienza geografica ed arte, le linee di separazione fra diverse sovranità.

I confini storici del Friuli, e percepiti come tali da chi vi è vissuto nei secoli passati, sono ben diversi dai confini di Stato, ovvero di sovranità, che, invece,hanno diviso, senza tenerne affatto conto, questa terra. Dall’esterno ci si è ingegnati a tracciare linee di demarcazione fra comunità e territori fra essi omogenei, forzando divisioni che non avevano ragion d’essere con tutto ciò che ne è conseguito.

I secoli XVI e XVII in particolare hanno visto due potenze in concorrenza fra loro per il dominio di questa regione collocata assieme a quelle contermini in uno dei punti strategici dell’Europa, facile transito fra il centro del continente e la pianura padana e nondimeno importante per controllare i Balcani.

Le contese per i confini avvengono in due contesti: uno è quello proprio degli Stati e dei loro interessi politici,economici e di difesa (fondato sulla storia degli Stati Reichgeschicte); l’altro è quello delle comunità locali tese a difendere quelle terre comuni vitali per i villaggi ed a sfuggire a pesanti imposizioni sui commerci. (fondato sulla storia locale Landgeschicte).

I friulani più che ai macroconfini di Stato tengono piuttosto conto dei microconfini di proprietà che si inseriscono in un altro contesto che è quello della civiltà rurale e in quella carta geografica mentale tramandata da una generazione all’altra, al massimo delineata nei catasti ecclesiastici.

Dal continuo lavorio diplomatico e talora anche degli eserciti della Serenissima e dell’Impero asburgico ne esce un Friuli di carta in carta cangiante di colori. La mancata stabilità e i cambiamenti frequenti dettati dalle contese ne fanno una terra storicamente di incontri e di scontri, come ebbe a definirla qualche decennio fa Brigitte Prost.

L’utilità delle carte geografiche e dello studio della geografia, purtroppo oggi del tutto trascurata nelle scuole, non è solo quella di avere delle indicazioni per muoversi nello spazio, ma anche nel tempo, perché da esse, si può ricostruire anche la storia di un territorio. è il caso proprio del Friuli ove i confini non si tracciano solo sul terreno, ma vi sono altri che vi si sovrappongono continuamente discussi e rimessi in gioco.

Non sono solo geografici o politici, ma di volta in volta possono essere anche etnico linguistici, culturali, fra sistemi economici o religiosi, il che ha aggiunto elementi di instabilità ulteriore. E ciò in contrasto con una realtà che, vista dall’interno del Friuli, sembra invece omogenea essendo le contrapposizioni condivise solo da una minoranza. Il confine infatti si muove, ma la gente rimane ferma.

La regione storica friulana ha conosciuto per la sue caratteristiche fisiche una permanente instabilità di delimitazione.

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I Fasan detti Tabel da Mure

Mauro Fasan

XVII secolo. Un piccolo villaggio nella Bassa friulana, ai confini con il trevigiano. Una comunità rurale, nella quale tutti conoscevano tutti e tutto di tutti. Pochi nobili che gestivano e controllavano tutto, qualche sporadica attività artigiana e per il resto coloni, allora chiamati villici.

Questo il contesto nel quale ha origine la storia documentata dei Fasan Tabel1 da Mure.

Mure era un villaggio di campagna, allora sottoposto alla giurisdizione civile della vicina Meduna (oggi Meduna di Livenza) ed era sotto la cura della parrocchia di Lorenzaga (attuale frazione di Motta di Livenza).

Nella Mure seicentesca sono presenti almeno due famiglie Fasan ben distinguibili – senza escluderne la presenza di altre – di diversa estrazione sociale, una appartenente alla borghesia2, l’altra (i Tabel) al popolo minuto3. La documentazione non permette una ricerca più approfondita, o retrodatata e rende, peraltro, impossibile individuare un eventuale legame di parentela fra le due.

Il primo Tabel del quale si ha informazione documentata è Vincenzo, morto alle ore 20 del 29 ottobre 1780 a Mure, «munito della Confese Comme ed O.S.». Vincenzo, figlio di Daniele, si spense «in età di anni 78 ca e fù sepolto in questo cimitero [Lorenzaga]».

Oltre alla paternità, di Vincenzo si è venuti a conoscenza dell’anno di nascita, il 1702 e della moglie: Apollonia Codolo, dall’atto di battesimo del figlio Giacomo, venuto alla luce il 26 luglio 1745 e battezzato il giorno seguente. Vincenzo e Apollonia ebbero almeno un altro figlio, Battista, nato nel 1736 e morto il 14 maggio 1816 «d’anni 80 ca infermo da vari mesi per vecchiaia munito dei Sacramenti». Nell’annotare la morte, il parroco riportò «Battista Fasan do Tabel q. Vincenzo di Mure», riportando per la prima volta il soprannome distintivo di questo ramo familiare.

Giacomo sposò Maddalena Spert, figlia di Giovanni, ed ebbe sicuramente tre figli: Domenica, morta nel 1774 all’età di cinque anni, Antonio, nato il 9 maggio 1778 e Pietro, tre anni più giovane.

Antonio, battezzato a Lorenzaga il giorno dopo la nascita, ebbe come «compare Antonio figlio di Angelo Prosdocimo della parrocchia della Meduna; comare Zanetta moglie di Zuanne Bortolusso della Bova sotto questa parrocchia». Il 22 novembre 1802 sposò Angela Mattiuz da Pasiano di Sopra, dopo la promessa di matrimonio, datata 22 ottobre e le pubblicazioni del 31 ottobre fatte a Pasiano, Lorenzaga e Azzanello. La sua vita si svolse tra Mure e Fagnigola, dove faceva il contadino, era analfabeta e mise al modo tre figli: Giovanni Battista (nato a Fagnigola il 22 settembre 1803), Giacomo (nato a Fagnigola il 27 maggio 1807) e Maria (nata a Fagnigola il 1° aprile 1805). Morì il 19 giugno 1851 a Mure di morte improvvisa, mancando «ai vivi repentinamente», senza conoscerne però la causa.

La nascita dei tre figli a Fagnigola, testimonia la residenza della famiglia in quel luogo, almeno dal 1803 al 1807. Dal registro “Stato delle anime della parrocchia di Lorenzaga” 4, si ha un quadro generale del nucleo famigliare di Giacomo, figlio di Antonio e Angela Mattiuz, che risulta residente a Mure e «colonia del sig. Francesco Rotelli».

Dunque anche il padre era certamente colono dei Rotelli (o Fabris-Rotelli), nobile famiglia che aveva interessi e proprietà tra Meduna, Brische, Corteabbà, Quartarezza, Mure e Fagnigola. Non è difficile dunque immaginare che il breve periodo di allontanamento da Mure fu per il servigio svolto ai Rotelli, che spostavano i coloni da una campagna all’altra secondo necessità.

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Il mio fiume

David Maria Turoldo

Fiume del mio Friuli, povero
Fiume, vasto, di ghiaia
Ove appena qualche incavo di acque
Accoglieva, nell’estate, i nostri
Bianchi corpi di fanciulli
Simile a un selvaggio battistero!

Ma più amaro ancora è l’altro
Fiume che dentro mi attraversa,
fiume di sicure acque lustrali,
dalle cui rive attendo, o Padre,
che la tua voce mi chiami
e dica: «O figlio!»

E’ questo il mio Giordano
Fiume del mio esilio
E della mia sete più vera:
fiume percorso da segrete
acque, come il fiume
della mia infanzia.

E se da un fiume d’infiniti
Desideri e pianti del cuore,
una vita può sentirsi fiorire,
allora anche di me si canti
«come d’un albero alto
Piantato sul fiume …»

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La rete stradale locale di epoca medievale nella pianura friulana
Considerazioni sulla nomenclatura

Barbara Cinausero Hofer - Ermanno Dentesano
Introduzione

Le strade, si sa, sono un segno concreto ‒ e hanno costituito per millenni il segno principale ‒ della comunicazione materiale e culturale. Sono nate assieme all’uomo e hanno svolto un ruolo fondamentale nello sviluppo della storia. Sono nate prima degli insediamenti, perché l’uomo percorreva il territorio quando ancora era raccoglitore o cacciatore, e tracciò così sentieri che poi percorse per millenni. Erano sentieri labili per certi aspetti, sentieri che venivano percorsi e poi abbandonati, come tutt’ora in certi ambienti difficili.

Quando ha scoperto l’agricoltura, e ha di conseguenza creato degli insediamenti stabili, l’esigenza di scambiare merci si è tradotto di necessità nella ricerca di percorsi nuovi o nel consolidamento di quelli antichi. I percorsi sono diventati quindi più stabili, divenendo lentamente vere e proprie strade.

E’ ovvio che questi percorsi venissero indicati con un nome, che ben presto diventò un toponimo.

Ci siamo ripromessi, con questo studio che si limita al territorio della pianura friulana, di indagare le relazioni fra viabilità e nomenclatura, fra funzione della strada e toponimo, di capire quanto le particolarità del territorio incidano sulla nascita del nome nelle pertinenze delle singole ville.

L’indagine non poteva essere a tutto campo per una serie di motivi che cercheremo di esplicitare almeno nelle linee essenziali.

Innanzitutto va considerata una differenza fondamentale fra i collegamenti stradali della pianura e quelli della montagna, dove i percorsi sono sostanzialmente imposti dalle caratteristiche morfologiche del territorio. Per questa ragione abbiamo per ora escluso dall’indagine il territorio montano e, per una considerazione analoga, anche se le limitazioni sono meno pronunciate, quello collinare.

Abbiamo quindi limitato il nostro esame al territorio di pianura, dove tuttavia l’elevato numero di insediamenti avrebbe imposto un lavoro improbo, qualora si fosse deciso di procedere in modo diffuso. Abbiamo allora scelto alcuni abitati di dimensioni medio-piccole, che consideriamo i più rappresentativi in quanto l’impianto urbano non presenta l’anello viario tipico dei centri più grossi - caratteristica che avrebbe complicato enormemente lo studio - e non ha subito generalmente drastiche modifiche rispetto alla situazione medievale.

Dopo aver effettuato questa prima scrematura sugli insediamenti di pianura, ne abbiamo operata un’altra di natura informativa. Per facilitare il nostro lavoro e limitare le estenuanti, ma necessarie visite in archivi e biblioteche, abbiamo ristretto la nostra investigazione a una decina di paesi che dispongano della seguente documentazione: mappe dei catasti napoleonico e/o austriaco, raccolte di toponimi già effettuate non solo per i paesi di diretto interesse, ma anche per i paesi circostanti.

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Le “sorelle” crocerossine e l’ispettrice Amalia della Porta

Carmela De Caro

Il Sacrario di Redipuglia, vicino a Gorizia, il più grande Sacrario della Prima Guerra Mondiale, ospita le salme di più di centomila soldati caduti sul Carso, sull’Isonzo e sul Piave. Centomila dei seicentocinquantamila italiani morti in guerra, sono sepolti lì. Nella distesa di marmo bianco si distingue un sepolcro diverso molto più grande degli altri, posto al centro del primo gradone: è la sepoltura di Margherita Kaiser Parodi, l’unica donna in mezzo a centomila uomini; una giovane crocerossina partita per la guerra nel 1915 e morta d’influenza spagnola nel 1918. Una volontaria della Croce Rossa Italiana, un’associazione che durante la Grande Guerra ha permesso a migliaia di donne di fare un’esperienza di vita totalmente nuova.

Allo scoppio della guerra, tante giovani appassionate intesero dimostrare il loro impegno patriottico facendo, come i soldati, la propria parte. “Andavo a prendere il mio posto, a compiere il mio dovere come lo compivano gli altri, lassù in quelle giornate piene di angoscia e di gloria in cui avevo tanto desiderato, in cui avevo tanto atteso a lavorare alla grande opera comune. Questo mio atto di offerta, mi sembrava acquistare la solennità silenziosa di un voto, di una promessa sacra” (dal diario di Luisa Perduca). Altre, invece, trovavano nell’assistenza ai malati un modo per mitigare dolore e angosce per la partenza dei propri cari, un modo per sopravvivere al pensiero assillante di cosa accadesse al fronte. “Ho passato tutta la guerra negli ospedali per egoismo (dice Marianna Denti) per sopportare nel miglior modo, dedicandomi a quel lavoro, le ansie per il Paese e per le vite dei miei cari”.

I primi manipoli di crocerossine entrarono in azione nei treni ospedale e nei posti di soccorso delle stazioni ferroviarie, dove si occuparono di assistenza ai soldati di passaggio, dei profughi e del trasporto dei feriti provenienti dalle linee di fuoco. In zona di guerra, invece, le crocerossine furono collocate negli stabilimenti della C. R. e in quelle delle Armate ovvero negli ospedaletti da campo, negli ospedali di tappa e nelle autoambulanze chirurgiche. I medici impedirono, all’avvio, la loro entrata nelle sale operatorie relegandole ai mestieri più umili ma, loro discussero con i medici e pian piano vi entrarono e s’impegnarono nella maniera più giusta perché erano preparate. Il lavoro negli ospedaletti era il più duro, lungo, caotico e frenetico, ad esso bisognava aggiungere uno stile di vita austero senza gli agi cui molte erano abituate. Furono anni di cambiamenti e le volontarie quando tornarono a casa, sembravano trasformate al punto da essere a stento riconosciute.

A Udine comandi e servizi s’insediarono in palazzi e edifici pubblici e contemporaneamente si formò una rete di ospedali di tappa (siamo nella zona di guerra di seconda linea), di contumacia e di convalescenza.

L’Ospedale “Gervasutta” dal primo febbraio 1915 fu ampliato di due padiglioni per l’isolamento di malattie contagiose, reparti questi, in seguito trasferiti in Via Dante mentre il Gervasutta diverrà lazzaretto.

Nel settembre 1915 la Direzione di Sanità della seconda Armata decise l’insediamento di questi ospedali: Principale in Via Pracchiuso, Contumaciale nella Caserma di Cavalleria in Via Beivars, Tomadini in Via Tomadini nei locali dell’Orfanotrofio, Renati in Via Tomadini, Duodo, in Via dei Missionari del Seminario, Savorgnan in Via Aquileia nella Caserma Savorgnan, Valvason in Via Aquileia, Marco Volpe in Via Asilo Marco Volpe, Paderno nelle Scuole comunali, Toppo-Wassermann in Via Toppo nel Collegio omonimo, Sant’Osvaldo in borgata Sant’Osvaldo nel manicomio provinciale.

In questo modo, Udine si scoprì città-ospedale per ospitare malati e feriti di guerra e qui la Croce Rossa, organizzata e preparata, bandì un corso per ottenere il diploma di infermiera volontaria nel 1914-15 al quale si erano iscritte ben 317 signore udinesi.

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Il cardinale Celso Costantini (Castions di Zoppola 1876 - Roma 1958): alcune considerazioni

Franca Mian

Le sue opere (epistole, diari, scritti vari ecc.) di cui si fa riferimento con dotte pubblicazioni1, furono scritte in un arco di tempo alquanto ampio e sono dettate da diverse esigenze, per cui sembrano avere - almeno in senso stretto - non molto in comune. Il complesso degli scritti tuttavia si giustifica pienamente perché segue le diverse fasi della sua,per certi aspetti mirabile,operatività sacerdotale ed umana. Tale complesso non ha (o sembra non avere) gli stessi destinatari né è composto allo stesso scopo. La non-unità di intenti e di destinatari incide fortemente quindi e complessivamente sul giudizio delle sue opere, benché esse formino un insieme con qualche filo conduttore perdurante nel tempo (ad es. l’arte cristiana ed il culto, con la relativa organizzazione) per cui ne risultano anche coerenti.

Il modo più adeguato forse, perché esprime il Costantini spontaneo e il suo sentire più profondo, è quello che ricade in ambito artistico-cristiano, a lui connaturato e che amava molto. Egli con ciò apre il suo cuore, senza nessuna preoccupazione di dover “mediare” culturalmente, perché non aveva bisogno di offrire alcuna concessione dialettica ad un pensiero non suo, permanendo costantemente ancorato alla dottrina cattolica.

Sono questi, pare, i tratti salienti su cui dovrebbe soffermarsi chi vuol leggere il Costantini: occorrerebbe immaginarlo quando tratta con chi, in modo eminente, ne condivideva il sentire, con lo stesso suo slancio e serietà, la sua ardente prontezza di spirito e di ingegno, uniti ad una fine capacità di mediazione, che lo portarono ad operare ai massimi livelli della gerarchia della Chiesa, ricoprendo cariche non facili, addirittura nuove o che aprivano a tempi nuovi.

Elevata e poliedrica resta pertanto la figura del Cardinale, che riscosse e ad oggi riscuote successo per i significativi meriti cumulati dal suo eccezionale operato in più di un campo di azione.

Proveniva da una famiglia oriunda di Arba (Pordenone), dove ancora si ricordano maestranze di muratori, terrazzieri, mosaicisti, edili ecc.2. Il nonno paterno si trasferì a Castions di Zoppola (Pordenone), dove nacque Celso Benigno Luigi nel 1876, secondogenito di Costantino e Maddalena Altan di Bagnarola, appartenente da un ramo cadetto della nobile famiglia dei Conti Altan di S.Vito al Tagliamento. Benché il padre lo avesse avviato al mestiere di muratore nella sua impresa, si sentì naturalmente attratto dagli studi, che intraprese gradualmente ma con risolutezza, sostenuto dal genitore, che inizialmente lo aveva avviato all’arte e alla creazione di forme artistiche,come disegni e stucchi, che sfociarono in svariate e diverse belle opere disseminate un po’ dovunque e prodotte dal 1902 al 19143.

Nel 1891-92 entrò nel seminario diocesano di Concordia a Portogruaro ma, desideroso di studiare e di formarsi culturalmente secondo le sue esigenze, si trasferì a Roma, dove si laureò in filosofia e teologia alla Pontificia Università Gregoriana nel 1899, quando fu ordinato anche sacerdote nella cappella del vescovado portogruarese. A tal proposito i riferimenti scritti che possediamo ci consentono di avere un’idea abbastanza precisa sulle sue conoscenze filosofiche, forse non molto profonde, pur tuttavia vastissime, irrobustite da una retta teologia morale,che gli permisero di immergersi nel peculiare pensiero di C’ung fu-tse, latinizzato in Confucius (da M. Ricci), fondatore di un sistema etico, in parte diventato religione, le cui salienti tradizioni potè cristianizzare senza abolire, una volta divenuto, nel 1922, il primo Delegato Apostolico in Cina.

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NOTE DI TOPONOMASTICA:
Via Stretta, Sabbionera e Crosare nel commune di Latisana e Carpenera nel commune di Precenicco

Gino Vatri

I toponimi inglesi sono stati coniati durante il periodo inglese antico o anglosassone dagli immigrati germanici del V e VI secolo dopo il dominio di Roma in Britannia. I nuovi venuti adottarono alcuni termini dai discendenti Britanno-Romani, più tardi nel IX e X secolo, alcuni termini di norvegese antico sono stati integrati nella nomenclatura. Ma la maggioranza dei toponimi inglesi di ogni categoria è inglese antico.

Anche e toponimi italiani hanno una chiara origine anglosassone e sono stati probabilmente coniati dagli stessi scrivani normanni che nel 1085-1086 compilarono, in latino clericale, il “Domesday Book” in Inghilterra. Non sempre si è in grado di comprendere i nomi di luogo, parecchi di questi ci appaiono con formulazioni oscure e apparentemente insensate. Se vogliamo far derivare Via Stretta dal latino Via Stricta (strada stretta, angusta) attestata a Latisana già nel 1530, i nostri problemi sono risolti, ma sarà così? Dalla Terra di Latisana, torniamo nuovamente in Inghilterra. Straet è un termine antico inglese che troviamo anche nell’anglico e nel kentico come stret, significa via e strada alta. Si tratta di un prestito dal latino strata, strada lastricata. In antico inglese era il termine normalmente usato per descrivere una via pavimentata oppure una strada romana, più tardi questo significato è stato esteso alle altre strade, alle vie cittadine, e nei dialetti del sud-est ad una strada di abitazioni, ad un villaggio sperduto, ad un borgo di campagna. Dal composto straet-tunderiva il toponimo inglese Stratton che richiama alla mente il nostro Stradon o Stradone per Lignano.

È possibile che Via Stretta stia ad indicare una strada romana importante, una strada che porta a una strada romana o semplicemente, anche se poco probabile, alla Stretta del Tagliamento in questo caso. Via Stretta, come toponimo, è attestata da circa 5 secoli, ma di secoli ne ha almeno 4 di più... Quando i tecnici normanni anglicizzati arrivarono dalle nostre parti nel 1086 dopo la compilazione del “Domesday Book”, le nostre comunità esistevano già, i toponimi sono stati cambiati! Latisana, paese di stalle con fienile, paese della terra, del distretto, piccola contea se vogliamo era già importante, non era certamente Apicilia che in inglese antico e in quello moderno significa semplicemente prato o prateria avente la forma di una punta! Nella mappa di Von Zac del 1798 che accludiamo a questo articolo, si nota chiaramente che Via Stretta supera la strada per Lignano e sembra dirigersi verso Titiano del quale si notano molto chiaramente i dieci appezzamenti agricoli.

Sabbionera è una località situata a sud di Latisana, è attestata già dal 1851 come Braida della Sabionera, Braida della Sabbionara nel 1543, Sabionera nel 1810 e Sabbionera nel 1951. Le grafie sono tutte molto interessanti e vedremo subito perchè. Il termine inglese antico here o hare si poteva rendere in italiano con esercito, in seguito però e specialmente nella toponomastica inglese, here o hare è un termine usato per indicare una strada principale, abbastanza larga da lasciar passare un esercito in marcia, in file larghe. Sotto Strata (Carpenera) è un toponimo fantasma sul quale torneremo più tardi in questo articolo. La traduzione ideale di Sotto Strata in latino è Sub Strata o Sub Stratam in antico inglese, ma anche in quello moderno, Subenhere o Subehare, la nostra Sabenera che guarda caso, si trova sotto Via Stretta! Per amor di patria non parliamo di genitivi inglesi così evidenti a Sabenera, Carpenera e a Precenicco.

Crosare o Crosere è una località di Latisana,Crosara è attestato dal 1527 indica un crocicchio, crocevia o incrocio di strade. Cros in inglese antico, come Cross in inglese moderno indica un incrocio e trova riscontro in diverse lingue tra le quali il latino crux, croce in italiano. Abbiamo già visto il significato del termine inglese antico hare o here usato nella toponomastica anglosassone come strada o via principale. Crosare, Crosere, Crosaris indicano un incrocio di strade importanti, la prima parte del composto ha funzioni di aggettivo, la seconda di sostantivo. Il pretore Tito Annio Rufo aveva fatto costruire la via Annia nel 131 avanti Cristo per collegare Aquileia con la via Emilia, in pratica la via Annia corrisponde all’attuale statale 14 che passa proprio per Crosare che anche al giorno d’oggi è un noto incrocio di strade importanti.

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Chiesa e Cenobio paleocristiani a Sant’Andrea

Maria Teresa Corso

Chiesa di Sant’Andrea sull’isola omonima.

Nell’isola di Sant’Andrea sono finora note zone d’insediamento già in epoca romana fino a tutto il Rinascimento ed oltre (I sec.-XVII sec. d. C.). Negli anni Trenta del Novecento la Soprintendenza di Trieste trovò notevoli tracce di insediamenti romani: porto, struttura religiosa, monastero, sporadico pavimento in mosaico. L’archeosub negli anni Ottanta rinvenne un mosaico, composto da tessere bianche lavorate grossolanamente.

Già nel 450 d. C. circa si cita nella storia dei cenobi d’Italia il Monasterium S. Andreae apostoli, cenobio femminile all’Isola di S. Andrea (CORBANESE 1983: p.260).

Nell’isola di Sant’Andrea sorse nel periodo longobardo (VI sec. d. C.) un monastero ed una chiesa, eretti dal patriarca Elia (570-587).

Ci fu un cenobio benedettino femminile in località ancora oggi denominata Gisia de Sant’Andrea (dal lat. ecclesia, ‘assemblea, chiesa’), il cui toponimo testimonia il significato del luogo di cui si parla. Sull’isola in effetti ci sono almeno due zone archeologiche oggetto di studio: l’una verso oriente, la zona di Porto Buso in cui venne attestata nel 1803 la presenza di una chiesiolla di Porto Buso (Rota-Naschinetti) e dove nella parte più orientale dell’isola negli anni Quaranta (1940 circa) ci fu il rinvenimento da parte di pescatori locali di una statua acefala, in pietra carsica, denominata dagli stessi Statua di Sant’Andrea. In effetti è attribuibile a un ‘non santo’ romano, come si nota dal panneggio della veste, appartenente, secondo gli specialisti, al I sec. a. C., ad un magistrato dell’aristocrazia locale che ornava un monumento funerario d’epoca augustea. Allora la statua venne depositata presso lo stabilimento conserviero I. Mazzola a Marano ed in seguito portato dal direttore sig. Aurelio Malagnini al Museo archeologico di Udine.

Nell’altra zona più verso occidente dell’isola, nella parte più stretta, si potevano trovare resti e macerie di probabile edificio religioso con monastero annesso.

Dalla Cronaca altinate, v. III relativamente agli anni 571-586 d.C. si rileva l’annotazione della spiaggia, lunga sei miglia romane, dove venne fondata la chiesa in onore di S. Andrea apostolo e dove venne eretto un cenobio di monache benedettine con buona probabilità giovani nobili, legate alla clausura e all’isolamento.

Il toponimo Gisia de S. Andrea è sinonimo di chiesa e nei registri delle seraie, del tocco o altri custoditi presso l’archivio comunale di M., si fa spesso riferimento al toponimo Gisia e alla zona da affittare per alcune stagioni di pesca, secondo usi e metodi locali, vale a dire anticamente all’asta al maggior offerente ed in tempi annuali stabiliti.

Dai documenti d’archivio la zona Sant’Andrea risulta affittabile per i pescatori che volessero impostare delle seraie (chiusure limitate di aree lagunari), infatti: nell’anno 1583 La Palùa della Giesia rotta è stà affittà l’anno presente ducati vinti, li anni passati ducati disdotto et ancho sedese. (ASV ZANE CATASTO, 1583).

Per quanto riguarda l’indicazione della chiesa si può risalire al geografo Vincenzo Maria Coronelli che nel 1668 citò nella sua Carta Topografica della Provincia del Friuli il toponimo come église détruite ‘chiesa distrutta’.

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1847 - Un maestro per Summaga: Giacomo Buora, detto l’orbo

Vittoria Pizzolitto

Giacomo Buora fu Pellegrino nacque a Portogruaro nel 1798.1

Lo certifica don Antonio Falcon Arciprete della Parrocchia di Sant’Andrea Apostolo, quando scrive che Giacomo, suo parrocchiano domiciliato da sempre a Portogruaro, nel 1847 ha 49 anni ed è “persona di buona morale condotta e di edificanti costumi, nonché suddito fedele Austriaco”.

Giacomo Buora è un maestro di scuola elementare! Aveva insegnato come maestro provvisorio per tredici lunghi anni nella scuola elementare maschile di Fossalta, fino a quando le superiori autorità gli comunicarono nel luglio del 1847, che il suo posto era stato assegnato a don Agostino Toneatti, unico concorrente al posto di maestro della scuola pubblica.

Alzate le tre dita della mano destra il neo assunto pronunziò la clausola del giuramento il 3 luglio 1847, come prescritto dal Decreto del 2 gennaio 1834. “ […] giuri avanti all’Onnipotente Iddio, che sarà in ogni tempo fedele obbediente e devoto alla Maestà dell’augustissimo suo Sovrano Ferdinando I° Imperatore d’Austria, Re d’Ungheria, Boemia, Lombardia, Venezia, ecc. nonché ai legittimi suoi eredi e Successori prometterà d’eseguire con tutta esattezza zelo ed onore le incombenze dell’impiego che gli viene affidato, di conservare il più rigoroso segreto negl’affari d’ufficio, di obbedire e portare il dovuto rispetto agl’ordini dell’Eccelso Governo ed all’autorità da cui ella immediatamente dipende. Dichiarerà poi di non appartenere ad alcuna Società segreta, né nella Monarchia dell’Augustissimo Sovrano d’Austria, né in alcun altro estero Stato, e prometterà si non farne parte giammai. Tutto ciò che mi fu letto, e che ho bene inteso, prometto e giuro di mantenere esattamente e fedelmente. Così Dio mi aiuti!”

Siamo alla vigilia del fatidico ’48, ma gli ardori rivoluzionari e le aspirazioni risorgimentali nulla hanno a che fare con il nostro uomo travolto da ben altro destino. L’anziano maestro infatti, supplente da una vita, viene licenziato in tronco accompagnato con una nota finale di buon servizio fornita dallo stesso Ispettore del Distretto Scolastico Girolamo Volta.

“Ella dunque in relazione alla provvisoria e condizionata sua situazione col giorno stesso cessando di mantenersi nel posto che occupa attualmente, viene sollevato dal provvisorio suo magistero. Lo scrivente, nell’atto di esercitare quest’ufficio, dichiara la propria soddisfazione per l’attività e diligenza con le quali disimpegnò nel corso di 13 anni alle sue interinali mansioni.”

Giacomo è senza lavoro, ha sei figli e la moglie da mantenere, quando ha modo di leggere l’avviso comunale di Portogruaro che mette a concorso un posto di maestro nelle scuole maschili minori di Summaga, per l’annuo assegno di austriache lire 400, da corrispondere “di mese in mese posticipatamente”.

Si apre per lui un’occasione imperdibile che non si lascia sfuggire: provvede prontamente a recuperare le carte necessarie e a presentare la propria domanda per “insinuarsi” nel concorso “Trovandosi egli libero da altri impegni, desideroso di guadagnarsi il pane con le proprie fatiche, e provvedere onestamente alla sussistenza della numerosa famiglia della quale è padre, s’insinua al concorso stesso…”.

Nel 1832, aveva frequentato il corso di metodica semestrale nella Regia Scuola Normale di Venezia, ed aveva appreso un metodo comune a tutti i maestri del Regno Lombardo Veneto per insegnare i principi della Religione Cristiana, i vari caratteri dell’alfabeto italiano, e per alfabetizzare i piccoli allievi a compitare, a leggere e a scrivere sotto dettatura. Il metodo da usarsi riguardava proprio le materie di base nelle quali il maestro doveva dimostrare di essere competente: calligrafia, ortografia, pronunzia, grammatica italiana e aritmetica, materia nella quale il nostro candidato ottenne i risultati migliori.

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I due “Battesimi” della parrocchiale di Ronchis

Benvenuto Castellarin

Nella chiesa parrocchiale di Sant’Andrea Apostolo di Ronchis nella parete frontale del luogo in cui si trovava il fonte battesimale, ora trasformato in confessionale, esiste un affresco - dipinto di cui quello sovrapposto è stato eseguito con la tecnica a tempera. Nel 2018, in occasione dello spostamento del fonte battesimale nella navata è stata fatta una riproduzione a dimensione reale e collocata nella parte frontale del trasportato fonte.

Il soggetto rappresentato, è “Il Battesimo di Gesù”, dove a destra si vede San Giovanni Battista con un grande saio di colore marrone il quale con la mano sinistra regge una croce nodosa con appeso il cartiglio recante l’iscrizione sacra “Ecce Ag[nus Dei]”, mentre la mano destra è nell’atto di versare da una ciotola l’acqua sulla testa del Cristo che ha la testa leggermente piegata e le mani giunte. Completano il quadro sulla sinistra, un albero con fronde verdi.

Il dipinto è stato attribuito (si veda la scheda del Centro regionale per la catalogazione del patrimonio culturale e ambientale di Passariano (UD), compilata nel 1985) a don Igino Fasiolo (Treppo Grande 1862 Sammardenchia 1949), curato a Ronchis dall’ottobre 1894 all’agosto 1909, collocandolo nei primissimi anni del Novecento (1903?). Don Fasiolo fu pure autore del dipinto devozionale sulla facciata frontestrada della casa ora di Dante Castellarin, in via Massille, 1 a Ronchis, raffigurante una Madonna del Rosario tra San Giuseppe e Sant’ Antonio da Padova e una “Natività” a Canussio di Varmo, pure frontestrada, la quale reca, sul lato destro la firma: P. Igino Fasiolo 19/9/1901.

Nella parte inferiore l’umidità ha scoperto un altro dipinto, eseguito questo con la tecnica dell’affresco, di autore anonimo, da cui traspare data la posizione, se pur parziali delle figure, una forte analogia, se non una vera e propria imitazione con il “Battesimo di Cristo” di Paolo Caliari detto il Veronese (1528-1588), che si trova nella pieve abbaziale di Latisana, collocato nel 1567.

Dalle minuziose descrizioni del dipinto del dipinto del Veronese di Antonio Feder e Gellio Cassi presenti e nel libretto “La Pala del Veronese nella pieve abbaziale di Latisana” di Davide Sciutto, (pp. 47-53), combaciano con la posizione di San Giovanni: “spiccano in basso la figura di S. Giovanni, a destra di chi guarda e quella di Gesù nel mezzo … [il quale ha] piegato alquanto il ginocchio tiene i piedi immersi nel Giordano … ai piedi del tronco [d’albero] di sinistra quattro angeli, in mistica posa, assistono al sacro rito” e l’asta della croce appoggiata su un drappo rosso: nell’affresco di Ronchis la figura posta sulla sinistra anche se sbiadita s’intravvede che è dotata di un’ala: quindi è un angelo, uno dei quattro presenti nel dipinto del Veronese; la croce completamente appoggiata a terra è dotata di fascia con la scritta “Ecce Agnus Dei, qui tollis [peccata mundi]” .

Sulla datazione dell’affresco il periodo va dal 1753, termine della costruzione della chiesa alla fine del 1700: sarà, probabilmente, già stato eseguito per la consacrazione della chiesa avvenuta il 9 settembre 1760.

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Carobulis salvadies

Stefano Lombardi

Bisas,
bisas dapardut,
in tiare
e su par i froscs
dal boschet.
Saltâts fûr
da l’aghe clope
da la fontane
che, se tu cjalis ben
a jê lì, sot dal muscli.
Carobulis pardut,
par int e pursits
scjampâts par simpri.
Bisas,
in tiare
e su par i froscs,
ch’a van daûr
la curint
dal svint
piardût.

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Quel “mezzo molino” degli Strassoldo sul canale Turgnano supra Ecclesia Sancti Antoni >

Renzo Casasola

Nella recente pubblicazione MULINI E MUGNAI NELLA BASSA FRIULANA edita nel febbraio 2018 dall’Associazione culturale ‘la bassa’, a cura di Roberto Tirelli, trovò spazio anche il contributo dello scrivente che tratta dei molini ad acqua medievali di Muzzana1. Nell’elencare la cronistoria degli antichi opifici della villa, ora inesistenti, erano già emersi parecchi dubbi, tuttora irrisolti, sui sedimi di alcuni di essi. Proprio per tale ragione in quell’elenco ne fu omesso uno, forse quello storicamente più importante e documentato. I dati d’archivio mancanti e a lungo ricercati si sono infine palesati, come spesso avviene per un ricercatore, a stampa ultimata. Di ciò si dà notizia ora, ad integrazione di quanto già edito.

L’oggetto di questo studio è dunque il molino posto sul Turgnano già patriarcale e possesso poi dai conti di Gorizia e dai signori di Strassoldo, ceduto infine da questi ultimi agli uomini ed al Comune di Muzzana con il contratto enfiteutico di locazione perpetua sottoscritto tra le due parti il 30 agosto del 1366. Di questo molino si ha notizia dal 30 marzo 1312 «colla quale Enrico Conte di Gorizia investiva Bernardo di Strasoldo figlio del fu Gabriele pro se et pro illis de domo sua delle terre, degli alberghi, e della Giurisdizione della Villa di Mortegliano, nonché di altri beni, e fra questi di mezzo molino con selve e prati in Turgnano, prestato avendo il giuramento di fedeltà»2.

Si menziona un misterioso ‘mezzo molino’ sul Turgnano circondato da prati e selve ma senza indicazione alcuna su dove fosse il suo sedime e soprattutto su cosa si intendesse dire con quel ‘mezzo molino’. Maggiori informazioni si registrano nell’atto di rinnovo della concessione dell’8 maggio 1330 allorché a Gorizia i conti concessero ai propri vassalli l’intero opificio. Il tributo annuo loro dovuto venne fissato in una quota stabilita di legname, frumento, sorgo, miglio e 100 anguille. «D[o]m[inu]s Odoricus di Strasoldo (…) vendidis unum molendinum situ in aqua dicta Turgnan infra Muzana et Maranum jur. Feu[do] Domini Co[nti] Goritie q.et tener Com. di Muzana (…) et silvis, fru.ti st. 30. Milei st. 30. Surgi st. 15 (…) anguillas 100. D[o]mino Soldonero (…) 7»3.

L’indicazione geografica del sedime ‘tra Muzzana e Marano’ escluderebbe subito quello del molino ‘di Sotto’, pure sul Turgnano, ma posto a ridosso del centro storico di Muzzana e ritenuto a torto finora il vero molino degli Strassoldo. Il contratto di locazione, alquanto corposo, prevedeva la corresponsione annua di quanto dovuto ai conti di Strassoldo da parte del gestore, il Comune di Muzzana. Si potrebbe supporre che le cento anguille richieste fossero la quota spettante al molino. Il contratto di locazione, con le stesse clausole, venne poi rinnovato nel 1334.

Maggiori informazioni sull’opificio ci giungono dalla lettura del contratto di enfiteusi steso il 30 agosto 1366 dal notaio Odorico di Giovanni di Latisana ma residente in Marano. In esso i signori Bernardo del fu Oscalco, Lancilotto, Nicolò, Giovanni e Fantuccio del fu Giovanni di Strassoldo concessero in perpetuo a titolo di censo al Comune di Muzzana, tramite i suoi sindaci e procuratori: «… quomdam eorum possessionem, videlicet quoddam sedimen molendini prope villa Muzzanae et eius pertinentiis situm, et positum supra quamdam aquam quae derivat ex quodam flumine, quod dicitur Turgnanum in loco qui dicitur Arunchi, nec non certas eorum silvas et prata in dictis pertinentiis sita set sita, dicto sedimini pertinentia, et quam possessionem a tot annorum circoli possidet Casata de Strassoldo quod non extat memoria»4.

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Il vestito e l’abbigliamento ovvero la moda nella storia di Palazzolo

Giuliano Bini

La moda non è solo rassegne e sfilate, la moda è il modo corrente del vestire e dell’acconciarsi, legato ad una determinata epoca e al gusto o alla condizione di una determinata società. Si potrebbe dire che la moda ebbe inizio da quando Adamo si pose sul davanti la foglia di fico.

La storia di Palazzolo, o meglio dell’uomo nel territorio dell’attuale comune di Palazzolo dello Stella, ebbe inizio, per quanto si sa, già con l’uomo alla moda, cioè vestito ed acconciato, ovviamente come dettava la moda del suo tempo.

Il primo uomo di Palazzolo grossomodo era abbigliato come ci viene rappresentato nel disegno dell’amico Adelmo Della Bianca. L’orologio della storia segnava fra gli otto e i diecimila anni fa, nella fase antica del Mesolitico. Un uomo del Mesolitico capitò nei paraggi del Paludo, la Fraida, e fu pertanto il primo a frequentare queste terre, o almeno il primo finora documentato.

I Mesolitici erano bella gente, gente da sfilata di moda, aitanti e atletici, ma non possiamo dire che fossero di qui, perché di qui erano solo passati, erano dei vagabondi, cacciatori, pescatori e raccoglitori nomadi, senza fissa dimora, erano gente di passaggio.

Dobbiamo aspettare ancora qualche migliaio di anni per avere il primo residente, che fu un antenato della ormai famosa, quanto negletta, Bambina di Piancada.

Questo era un contadino e allevatore, conosceva pertanto la lana e alcune fibre vegetali, si vestiva perciò con dei tessuti, la moda di circa 6700 anni fa, ma di questa moda non abbiamo nessuna documentazione specifica.

Abbiamo testimonianza in loco di arnesi, vasi, alimenti, di altri villaggi come quello di fronte alla latteria di Piancada, ma non di vestiti. Ci si chiederà allora, quando incominciamo a conoscere l’abbigliamento vero, reale dei nostri progenitori? Bisogna avere pazienza, devono passare ancora tanti millenni.

Devono passare e stabilirsi genti dette Euganei (verso il Turgnano), Veneti nel Cjastelîr (verso Pocenia) e nel Ciasteòn (di fronte a Palazzolo) e poi Romani.

Deve nascere l’abitato di Palazzolo, quasi 2200 anni fa e tutti quegli altri nuclei abitati del territorio, circa una quindicina nella nostra storia.

Ma vestiti niente, solo qualche fibbia e proprio non mi pare altro. Certamente si può dire che al tempo dei romani e poi nel Medioevo ci si vestiva così e così, letteratura a riguardo non manca, poi ci sono le ricostruzioni dei film, anche se ogni tanto ci scappa qualche orologio da polso, ma noi cerchiamo documentazione specifica di Palazzolo, solo di Palazzolo e del suo territorio.

Per i vestiti bisogna ancora avere tanta pazienza e aspettare l’evo moderno.

Ecco che, finalmente, una serie di testimoni raccontarono che un mercoledì dell’aprile 1536 furono chiamati perché Iacomo de Bernardo di Piancada «steva mal chel voleva far testamento». Così riferirono che, fra le altre cose, dispose, anzi: «Item lasa a la Oliva de Gian Bapta uno lecto cun uno cavezal … et doi linzoli et uno vestido de morelo et una guarnaza et una camisa»1, la Oliva era di Giacomo «la santola che la me a governat».

Il vestito di morello, che non so quale foggia avesse, è il primo vestito della nostra storia.

Anno 1536, 480 e più anni fa, tardi si dirà, molto tardi certamente, ma i vestiti venivano citati nei testamenti, negli elenchi delle doti matrimoniali, o in qualche altro inventario, cioè in atti dei notai. A Palazzolo abbiamo documentazione di notai anche nel 1300, Lorenzo e Marco, ma i loro atti non sono conservati. I primi sono proprio quelli del 1536 del notaio pre Antonio della Ricca vicario.

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Appunti di storia latisanese di fine Ottocento.
La trasformazione di un territorio: dalla costruzione della via di accesso alla nuova stazione ferroviaria alla piazza Caduti della Julia.

Enrico Fantin

Chi ha una certa età certamente si ricorda la bellissima costruzione della “Pescheria”, una tettoia in ferro, sorretta da dodici eleganti e slanciate colonne in ghisa e immortalata da numerose cartoline, esistente fino agli inizi anni Sessanta del secolo XX.

Accanto alla struttura della pescheria esisteva un grande piazzale in cemento dove i contadini portavano le granaglie, essendo anche vicino il centro raccolta dell’Agraria Friulana.

D’inverno, quando le temperature diventavano rigide, i ragazzi facevano scorrere l’acqua delle fontane della pescheria sul piazzale per poi divertirsi a slittare sul ghiaccio.

In quell’area facevano capolino anche le donne della campagna che vendevano i loro prodotti ortofrutticoli.

Or bene, grazie alla raccolta di alcune immagini d’epoca ed ad un disegno planimetrico della zona riproponiamo un po’ la sua storia accanto a quella, un po’ più antica, della costruzione della via di accesso alla stazione ferroviaria avvenuta negli anni Ottanta dell’Ottocento.1

Quest’ultima si presenta più difficile nella raccolta di immagini, però ci aiutano i numerosi articoli di cronaca apparsi nel giornale “La Patria del Friuli” che, trascritti, vengono proposti in nota, anche perché ricchi di particolari che ci aiutano a conoscere meglio la nostra microstoria.

Notiamo che “Nihil sub sole novi”, cioè “Nulla di nuovo sotto il sole”, anche allora esistevano animate discussioni talvolta litigiose che coinvolgevano i consiglieri comunali in sedute “tempestose” 3, per quanto concerne l’argomento che trattiamo e cioè: la scelta per la costruzione della strada di accesso alla Stazione.

Non svelerò altri particolari lasciando al lettore di scoprire quanto riportato dalle note.

Va da sé che alla fine fu deliberata la costruzione del rettifilo che oggi si vede di Viale Stazione. Grazie a questa soluzione in seguito furono costruite ai lati le Scuole Elementari, diverse case signorili e fra le due guerre il mercato del grano e la pescheria.

Negli anni Sessanta del secolo scorso diverse ville furono demolite per far posto a moderni condomini.

Una prima immagine del territorio lo troviamo nella Pianta di Latisana disegnata da A. Banchieri del 1843, che fa bella mostra nel Municipio di Latisana.

Si nota l’intera area priva di costruzioni con alla destra la Via Masutto. Lungo il percorso prativo scorrevano i fossi di discarica delle acque fognarie di Latisana. Il fossato della cinta fortificata venne interraro verso la metà dell’Ottocento.2

Dalle nostre ricerche attraverso articoli di stampa, in particolare da “La Patria del Friuli” anni 1888-1889, troviamo diversi articoli inerenti alla costruzione della linea ferroviaria Udine-Portogruaro. In detti articoli si rilevano le discussioni in consiglio comunale di Latisana, sedute anche tempestose, per delineare la strada di accesso alla Stazione. Diverse erano state le proposte, ma alla fine prevalse la scelta del rettifilo che si vede tutt’oggi. La consegna della ferrovia Udine-Portogruaro alla Società Veneta, da parte dell’ing. Toffani, avvenne il 17 giugno 1889.

Ai lati del nuovo viale, intestato al Re Umberto I° (e nel dopoguerra denominato viale Stazione) spuntarono nuove palazzine e ville con le Scuole Elementari “E. De Amicis”.

Il progetto porta la firma del geometra Aldo Samueli e dell’ing. Luigi Zatti e l’inaugurazione del mercato e della pescheria avvenne il 29 ottobre 1927, come riportato dall’articolo de “La Patria del Friuli” del 3 novembre 1927:

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Notte lunare

Monica Mingoia

La notte è scesa con la sua chioma scura,
la pelle di alabastro ha il volto della luna.
Luna che si rispecchia nel mare increspato,
mentre le onde danzano su quel manto incantato.

Notte che cambia umore come una donna ambiziosa,
donna che si traveste a seconda del paese:
dalle notti Arabe, alla campagna Inglese.

Il tuo profumo emani dai fiordi alle pianure,
profumo inebriante di mille sfumature;
dolce ed amaro insieme,
a volte un po’ speziato,
trasporti i nostri sensi in un luogo mai trovato.

La luna splende ancora nel cielo con le stelle,
i mille luccichii simili a dei diamanti,
risplendono negli occhi nella notte degli amanti.

La luna splende ancora ma sta per albeggiare
Lei ora andrà a dormire, si deve riposare.

Oh Luna!
ti devi coricare, il Giorno sta per sorgere,
non ti deve trovare.
Per un momento esiti,
lo vorresti incontrare ma poi ci ripensi
e decidi di andare...

Luna tanto timida o forse schizzinosa,
il Giorno ti ha raggiunta ti devi ritirare;
ma prima di andartene ti sento sospirare:
una leggera brezza si sente già soffiare.

Il tuo ritiro è lento,
ricolmo d’armonia, ti allontani pian piano con grazia e nostalgia.

Pazienti aspetteremo che giunga di nuovo la sera,
accompagnata sempre da una magica atmosfera...

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