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copertina numero 56 la bassa

la bassa 56

Articoli e saggi nella nostra rivista “la bassa/56” - giugno 2008

In copertina

Particolare della CARTA / FORI IVLII ACCURATA DESCRIPTIO dal “Theatrum Orbis Terrarum”, di Abram Oertel, Anversa 1573; Latisana, settembre 1998. L’antica Zelcova del giardino Rossetti vista dal campanile (Foto Enrico Fantin).

Editoriale, (p. 5)
Erico Fantin

Questo numero ha l’onore di ricordare i trent’anni di fondazione della nostra associazione e come relazionato sulle nostre attività all’assemblea annuale dei soci, tenutasi nella splendida città di Caorle il 9 marzo u. s., dove fra le altre rimarcai l’intensa operatività sia nelle organizzazioni di serate culturali che nell’editoria dissi “... e 1’ anno appena trascorso, il 2007, ci ha visto editare ben 13 libri, alcuni dei quali ci sono voluti più anni di studio. Abbiamo pertanto, in questi 30 anni, raggiunto quota 224 pubblicazioni.
Per dare una piccola immagine dell’attività prendiamo ad esempio due periodi.
Il primo periodo dal 1978 al 1989, 12 anni di attività, edito 50 libri - media 4 annui.
Il secondo periodo dal 1990 a12007, 17anni di attività, edito 174 libri - media 10 annui”.
Quindi non a parole ma con i fatti abbiamo confermato la nostra operosità dove ha visto riuniti una moltitudine di studiosi e anche di nuove leve, vogliose di esprimere le loro “intelligentie’. Le nostre pubblicazioni, infatti, sono richieste da molti studenti per le loro tesi di laurea.
Noi pertanto siamo fieri di continuare su questa via tracciata dai nostri padri fondatori, cui va il nostro ringraziamento e la nostra gratitudine.
Abbiamo dato la voce a molti scrittori e volentieri li abbiamo ospitati sostenendo tutto l’enorme iter burocratico e mettendo in moto l’organizzazione.
Tuttavia resistendo alla tentazione di scrivere su quello che si ha fatto, mi preme tendere un bilancio volto al futuro.
Questa è la nostra vera sfida se si vuole bene alla nostra istituzione e farla partecipe ancora per molti anni …

Primo Cesare Mori: il suo impegno nella trasformazione del volto della Bassa Friulana (1929 - 1942), (p. 7)
Stefano Felcher

Il costante ripetersi dei fenomeni mafiosi sul territorio nazionale ci costringe, da sempre, ad associare la figura di Primo Cesare Mori con quella dell’energico funzionario, che inviato da Mussolini in Sicilia, riuscì in breve tempo a sferrare durissimi colpi alle organizzazioni criminali operanti sull’isola, rimanendo così immortalato nella storia, anche grazie al contributo di un romanziere di successo qual è effettivamente Arrigo Petacco e da un attore del calibro di Giuliano Gemma, con l’appellativo di “Il Prefetto di Ferro”. Di contro, con il trascorrere del tempo, sono state dimenticate le vicende successive del personaggio, legate alla sua presenza al vertice di due delle più importanti iniziative economico-infrastrutturali avviate dal Regime nell’Area Nord-orientale del Regno, e cioè quelle della bonifica della Bassa friulana e dell’Istria.
Ciò che questi, in meno di un quindicennio (dal 1929 al 1942), seppe realizzare in Friuli ed in Istria ha dell’incredibile, soprattutto se rapportato ai mezzi operativi del tempo, alla vastità dei comprensori da sistemare ed alla gravità dei problemi da risolvere: un imponente ed articolato programma di trasformazione ed un ambizioso quanto difficile tentativo di rilancio economico del settore primario locale. Ripercorrere oggi l’azione del Sen. Mori, entro le vicende economiche dei Friuli del tempo, risulta assai arduo, in quanto quest’ultimo argomento è già stato oggetto, in parte, di numerosissime ed importanti pubblicazioni nell’ultimo trentennio. Nonostante ciò, ad eccezione d’un piccolo saggio pubblicato nel 1992 dal Comune di Pagnacco, in occasione di una fortunatissima operazione promozionale, culminata in un convegno che tra gl’altri invitati ebbe il piacere d’annoverare la presenza dello stesso Arrigo Petacco, nulla è stato invece scritto a riguardo del soggiorno udinese del Mori…

1928-2008 Ottant’anni dalla bonifica di San Michele al Tagliamento. Relazione storico - tecnica - amministrativa (a cura della redazione), (p. 60)

Consorzio di Bonifica di San Michele al Tagliamento

Aprile 1928 - Relazione Storico - Tecnica - Amministrativa

Chi, posando lo sguardo sull’arco dell’alto Adriatico, osservi attentamente la zona costiera ed insulare tra le foci del Po e quelle dell’Isonzo, si farà l'idea che quel tratto di territorio, che potremmo chiamare “la Venezia Marittima” ebbe a subire attraverso i secoli, notevoli trasformazioni fisiche. E per provarlo, basta il fatto che alcune isole e città, un tempo fiorenti, oggi più non esistono: le prime hanno perduto ogni conformazione e carattere, per pretendere ancora il nome di isole, anzi trovansi congiunte con il continente, tanto da non poter rilevarne i limiti, le seconde, dapprima spopolate, indi abbandonate, finirono coll’essere sepolte dalle alluvioni. Tale la sorte di Eraclea, che ancora nel secolo VII figura sede del Ducato Veneziano, mentre oggi non se ne conosce che la posizione, situata a 14 Km, in linea d’aria, dal mare.

Se dunque la discesa dei ghiacciai dalle Alpi ed il correre impetuoso dei fiumi modificò l’aspetto fisico della pianura Veneta, più intenso si svolse il fenomeno nella la zona prossima al mare, per la maggior potenza ed impetuosità della massa acquea. E perciò, nella stessa guisa che le torbide dei fiumi depositarono ingenti masse alluvionali presso le foci (le isole di Rialto, ad esempio, per opera del Brenta, che in tempi remoti sfociava con l’attuale Canal Grande) le piene successive colmavano. in parte o del tutto, gli spazi fra le isole stesse…

Le bonifiche in Veneto e Friuli Venezia Giulia fra Ottocento e Novecento, (p. 93)
Andrea Pedron

Introduzione

Cap,. 1 - L’economia del periodo post-unitario

La situazione veneta e friulana che ne emerge risulta disomogenea e complessa; il settore primario continuava, a rivestire un ruolo predominante, l’agricoltura era in gran parte arretrata, i rapporti sociali si conservavano generalmente statici. E’ del resto impensabile che nel Veneto e nel Friuli si realizzasse un considerevole aumento della produzione e della produttività quando la grande e la media proprietà o mancavano di capitali o preferivano non investirli nell’agricoltura, dati gli scarsi profitti. Era del tutto prevalente l’azienda familiare di piccoli proprietari, mezzadri, fìttavoli in lotta per la sopravvivenza e necessariamente orientati ad una produzione in larga parte di tipo sussistenziale; mancavano innovazioni importanti nei metodi di coltura e nell’uso di concimi e di macchine. Rimane un dato acquisito: il peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori della terra; soprattutto a loro spese si realizzava il processo di contenimento dei consumi deteriorando la loro posizione sia dal lato occupazionale che da quello reddituale…

Addio cara antica Zelkova, (p. 99)
Enrico Fantin

Un auspicio per un recupero conservativo dell’antica Zelkova latisanese
Dei rumori strani, come di scricchiolii, attutiti dalla pioggia scrosciante e dal vento erano stati percepiti dalla famiglia Rossetti, in quella sera tenebrosa del 16 gennaio 2008.
Allarmati, spensero immediatamente l’apparecchio televisivo e nel silenzio più assoluto si misero ad ascoltare. Timidamente aprirono poi il portoncino d’ingresso e lo sguardo corse subito sulla grande chioma dell’antica Zelkova, in quanto sembrava anormale e l’albero stava già inclinandosi lentamente.
Poi un terribile schianto al suolo.
Si può dire che la pianta anche nel suo ultimo respiro abbia protetto i suoi proprietari e la gente che transitava per la statale.
Nemmeno un calcolatore matematico avrebbe potuto fare meglio.
Nella sua caduta, infatti, ha preservato dai danni le case circostanti ed i suoi abitanti, il teatro Odeon, le autovetture e quant’altro, andandosi ad adagiare sul campetto di calcio dell’adiacente oratorio.
La zona è stata immediatamente transennata ed è stato attuato un primo intervento di messa in sicurezza da parte dei Vigili del Fuoco.
Con le prime luci dell’alba del mattino seguente si è potuto vedere globalmente il triste spettacolo del ’gigante buono’ adagiato a terra e l’enorme vuoto aereo lasciato dalla pianta…

Itinerario tra gli antichi molini ad acqua del Veneto orientale. Gruaro (II percorso) (p. 103)
Laura Pavan

Prosegue con la seconda tappa l’itinerario nel Veneto orientale, iniziato nello scorso numero de “la bassa”, alla scoperta degli antichi opifìci idraulici ancora presenti sul territorio. Dopo Portogruaro, è la volta di Gruaro, con il molino abbandonato della frazione di Boldara, quelli restaurati in località Stalis e quello ristrutturato e adibito in parte ad altro uso nello stesso capoluogo cornunale. Nell’area corrispondente all’attuale comune di Gruaro le fonti storiche documentano la presenza di sei impianti idraulici multifunzione (macina, sega, battiferro, pilariso, follo, pestelli) le cui prime citazioni risalgono almeno al XIV secolo. Di questi opifici, due non hanno lasciato tracce riconoscibili in situ (il molino di Bagnara e il molino del “Nogarol”, tra Boldara e Cintello, che è stato trasformato in abitazione), tre sono qui di seguito descritti e uno, il molino in località La Sega, si trova attualmente in comune di Cinto Caomaggiore e sarà raggiunto dalla prossima tappa dell’itinerario…
Dati sulla popolazione e sulle abitazioni dei comuni del Veneto Orientale emersi dal censimento generale del 2001, (p. 113)

Roberto Scloza

In questa concisa dissertazione, per Veneto Orientale s’intende l’estremo lembo levantino della pianeggiante provincia di Venezia, sino a due secoli addietro appartenente al Friuli Concordiese, delimitata dai fiumi Tagliamento e Livenza, corrispondente al mandamento di Portogruaro, formato, oltre da detto capoluogo, dai seguenti dieci comuni: Annone Veneto, Càorle, Cinto Caomaggiore, Concordia Sagittaria, Fossalta di Portogruaro, Gruaro, Pramaggiore, San Michele al Tagliamento, Santo Stino di Livenza e Teglio Veneto. Poiché fra i lettori de “la bassa” si annoverano anche abbonati dei paesi circonvicini, si estende la disamina ai comuni friulani del Basso sanvitese: Chions, Cordovado, Morsano al Tagliamento, Pravisdomini, Sesto al Réghena, nonché all’adiacente comune trevigiano di Motta di Livenza.
Seguendo l’ordine alfabetico, per questi enti territoriali, si riportano notizie storiche di rilievo e le eventuali modificazioni verificatesi nei decenni passati alla denominazione e/o al territorio elencando (tra parentesi) le rispettive frazioni…
Una importante ricerca sul DNA degli antenati Veneti della scienziata Nerina Mogentale Profizi, (p. 129)

Gianni Strasiotto

La concessione della cittadinanza onoraria, da parte del suo comune natale - Pravisdomini - alla prof. dott. Comm. Nerina Mogentale in Profizi, i cui numerosi studi e ricerche hanno contribuito a dare una svolta significativa nel campo della ricerca genetica, ci ha consentito di conoscere la “Storia dei nostri antenati attraverso il Dna”.

E’ uno studio finora noto solo alla ristretta sfera degli addetti ai lavori, gli studiosi di genetica internazionale, uno dei pochissimi riguardanti l’Italia, ed è l’unico nel genere riguardante la gente friulana.

La dott.ssa Mogentale Profizi ha eseguito diverse ricerche nel Centro di biologia molecolare di Tolone, uno dei più tecnologici di Francia per la cura dei malati e lo studio dei virus, soprattutto quelli delle epatiti e dell’Aids.

Il suo interesse si è rivolto dapprima verso i Veneti, intesi come popolo del nord- est d’Italia. E’ partita dall’analisi di ciuffi di capelli col bulbo, che le venivano periodicamente inviati da due cugine, cui ha fatto seguito tutta una serie di ricerche e analisi comparate per arrivare alla sua “storia delle popolazioni attraverso il sangue ed ematologia geografica’. Il suo lavoro di ricerca è avvenuto attraverso la selezione delle persone che avevano entrambi i genitori originari del paese. I campioni sono stati prelevati a cittadini volontari di Barco di Pravisdomini, paese della madre, e di Posina (Vicenza) paese del padre, all’inizio dalla stessa ricercatrice, in seguito le sono stati inviati periodicamente al laboratorio di Tolone, secondo le istruzioni…

Beleno. Sante Sabide, (p. 133)
Franca Mian

Canto te
divino non più ricordato
dio dei soli antichi
e d’altri tempi
adorato da popoli Celti
uomini potenti
che in terra furono eroi
anch’essi signori
della vetusta Europa.
Dio delle schiere
di giovani forti
segno dell’astro
alimento della terra
dei misteri della vita
e dei segreti del mare
melodioso di flutti senza fine.
Dio delle messi ubertose
dei campi e dell’acqua
dei cicli agrari
dei percorsi e delle strade
vittorioso difensore di Aquileia
urbe del tuo nume
decoro dell’empireo,
un abisso ora ci frena
che tutte le acque del globo
con il loro fragore
non potrebbero colmare.
Anche i cieli
non conciliano la tua divinità
con la mia fede.
Ma il Padre che è nei Cieli
col tuo occhio mi vede. Sì, mi vede!
Perché oltrepasso più d’un limite
consueto nei nostri cammini.
Luce splendente
luce di vita
vita e luce
io vengo a te
in un’altra Era,
Sante Sabide,
segno del Sole-Cristo
e della requie dei Santi
nella maestosa indissolubilità
d’una trionfante resurrezione!

Vee, (p. 134)
Luigi Cicuttin

Ta un cjalt di lune,
sauride e vive,
la gnot 'a svuale
tal blucblucâ
dal Tiliment nostran.
Armunie di stelis
pene sveadis al cjantâ
dal cuc
mistérios lontan.
Sassine dai gno voi
emplimi il got
di passion 'mare
O rame d’osmarin
Dal grin fuc.

Omaggio a Giacomo Manzù nel centenario della nascita (1908 - 2008), (p. 135)
Enrico Fantin,

A Natale dell’anno scorso sono state inviate alcune copie del numero 55 della rivista alla signora Inge Schabel Manzù, dove Anita Salvadot aveva composto l’articolo “Un friulano al servizio di Manzù. Dai ricordi di Mido Mauro, collaboratore del grande Maestro”.
Or bene la signora Inge Schabel, nel ringraziarci, ha contraccambiato offrendoci copia del suo libro Lo scultore e la Ballerina ", segnalando, nel contempo, le seguenti inesattezze:
l’immagine di pag. 30 non risulta opera del maestro Manzù,
a pag. 19 leggasi Donna Vittoria e non Laura;
a pag. 20 si parla di un’opera “Busto della signora Lenin” che non è mai esistita;
a pag. 21 il collega di Mauro si chiamava Cremonini e non Tremolini.
Si coglie altresì l’occasione per smentire alcune voci che vogliono l’altare della chiesa di Campomolle sia opera e dono dello scultore Giacomo Manzù. Ad onore del vero il signor Ermenegildo Mauro conferma che, dopo aver avuto l’approvazione del Maestro del bozzetto, l’altare è stato eseguito da un suo allievo e che il parroco di Campomolle ha poi provveduto ai relativi pagamenti.
Esso, quindi, non è opera di Giacomo Manzù ma di un allievo della sua Scuola.

Contis di Torse, (p. 137)
Paolo Monte

“La punture”
I oms, e cun cheste peraule intint ancje lis feminis, a son dai animai pluitost curiôs: se a vegnin criticâts, che a vedin reson o no, no lu acetin. Se la fasin, lu fasin dopo ben cuestionât, dome se a àn tuart patoc e cualchi volte nancje in chescj câs.
Cuant che si trate, invezit di ricevi un compliment, una laude, in chê volte, che e sedi o no meretade, nol impuarte, al va simpri ben e nissun al dî di no, anzit, cuant che nol è merit so ma di un altri o dal câs, il laudât si inzegne a spiegâ il parcè e il par come che al à fat cussì e no culà e che se al ves fat culà vie il risultât al sarèes stât un disastri e vie indenant.
Cheste naine e capite pes robonis come pes robutis…