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copertina numero 63 la bassa

la bassa 63, anno XXXIII, n. 63, novembre 2011

Estratti di articoli e saggi nella nostra rivista “la bassa/63”

In copertina:

Particolare della “CARTA / FORI IVLII ACCURATA DESCRIPTIO
dal “Theatrum Orbis Terrarum” di Abram Oertel, Anversa 1573.

Aquileia, 28 ottobre 1921.
La salma del Milite
Ignoto viene issata sul carro funebre.
Da "L'Illustrazione Italiana",
anno XLVIII, 45, 6 novembre 1921.

Sommario


Da Fraforeano a Udine una tela di Giovanni Battista Bissoni
GIUSEPPE BERGAMINI

L’antico palazzo dei conti della Porta, sede della Curia Arcivescovile di Udine, che già si configura come mirabile scrigno d’arte per la presenza dei prestigiosi affreschi eseguiti nel 1692 dal pittore comasco Giulio Quaglio nella minuscola cappella palatina e nell’elegante loggetta, per l’interessante lacerto di affresco medioevale (figura di donna) recuperato alla metà dell’Ottocento nell’atrio del Palazzo patriarcale, per il quadro raffigurante il Concilio di Trento, preziosa testimonianza di un evento storico di straordinario significato, per i dipinti provenienti dal duomo di Udine e da altri luoghi sacri, si arricchisce di un’ulteriore importante opera d’arte, un telero raffigurante una Messa di suffragio dipinto all’inizio del Seicento dal padovano Giovanni Battista Bissoni, pervenuto in deposito all’Arcidiocesi di Udine per disposizione della Parrocchia di Fraforeano - cui era stato donato dalla nobile famiglia Guiccioli de Asarta - desiderosa di farlo oggetto di una più larga fruizione.

Collocato nella facciata interna della chiesa parrocchiale dei Santi Fermo, Rustico e Procolo, il grande quadro, che si trovava in cattivo stato di conservazione, era praticamente inedito, essendone stato fatto frettoloso cenno soltanto in un paio di pubblicazioni locali. Per meritoria volontà della parrocchia e con il sostegno della Regione Friuli Venezia Giulia e della Fondazione Cassa di Risparmio di Udine e Pordenone, è stato sottoposto ad accurato restauro, affidato ad Elisabetta Milan che l’ha riportato al primitivo splendore, recuperando non solo l’originaria policromia, ma anche la firma stessa dell’artista: di qui ha preso avvio una serie di ricerche che porteranno a far completa luce sulla storia esterna del quadro, il quale già oggi si presenta come una delle più complesse, organiche e piacevoli opere del Bissoni, come avranno modo di constatare i visitatori, che potranno ammirare la bella impaginazione della scena, l’originalità del contenuto, la grande capacità ritrattistica, i colori forti e accattivanti.

Il pittore Giovanni Battista Bissoni nasce a Padova (o a Castelfranco, non v’è certezza sulla località di nascita) intorno al 1575 ed inizia la sua attività sotto la guida di Francesco Apollodoro detto il Porcia prima, poi di Alessandro Varotari, meglio noto con il nome di Padovanino dalla città di nascita, artista ben conosciuto anche in Friuli per i dipinti presenti nel Museo di Pordenone (Madonna con Bambino tra la Giustizia e San Marco evangelista, 1626, eseguito per commissione del Magnifico Consiglio di quella città) e nel duomo di Palmanova (la bella pala delle Milizie del 1641).

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Un contenzioso fra il Comune di Latisana e l’arch. Marcello D’Olivo per il Piano regolatore generale
ENRICO FANTIN

Un gruppo di imprenditori, nel 1951, riuniti a Rivignano, iniziarono a parlare di investimenti prevedendo il risveglio della nazione dopo la guerra. I fratelli Anzil, proposero agli amici l’acquisto di un centinaio di ettari nella pineta a mare tra Lignano e la foce del Tagliamento. Così dopo aver con cura valutato l’investimento, l’11 gennaio 1953 nacque la società Lignano Pineta.

Per urbanizzare l'area e armonizzare Lignano vecchia con Lignano nuova, fu indetto un concorso dal Comune di Latisana, vinto poi dall'architetto Marcello D'Olivo.

Nacque così la famosa "chiocciola" che, oltre agli indubbi vantaggi d'ordine funzionale ed alla sua originalità ed eleganza estetica, assunse un forte significato pubblicitario, diventando in breve una sorta d'immagine-slogan della stazione balneare, riportata anche nello stemma del diventato Comune.

Una vicenda però, forse poco conosciuta, che aveva interessato il Piano regolatore della frazione di Lignano, è venuta alla luce durante alcune ricerche d’archivio presso il Comune di Latisana. Si tratta di un contenzioso fra il Comune di Latisana e l’architetto Marcello D’Olivo, redattore del piano, dove il professionista aveva promosso una causa contro il Comune al fine di ottenere quanto dovutogli dal progetto, nominando suo procuratore speciale l’avv. Loris Fortuna.

Motivo del contendere è stata la richiesta della parcella per la redazione del Piano regolatore generale dell’intero Comune di Latisana, come peraltro previsto dall’art. 7 della Legge 17.8.1942, n. 1150, mentre il Comune di Latisana sosteneva di aver affidato al professionista solo il piano regolatore della frazione di Lignano.

L’Amministrazione comunale, preoccupata per gli sviluppi politici che potevano intervenire sulla vicenda, si affrettava a trasmettere tutti i relativi incartamenti alla Prefettura di Udine al fine di ottenere una favorevole soluzione del problema.

Nel fascicolo non ci sono documenti che chiariscono l’esito della vicenda. Comunque, essendo l’argomento interessante e per non incorrere in certi errori di interpretazione lo proponiamo in quest’articolo riportando l'integrale relazione difensiva, inviata alla Prefettura di Udine, dal sindaco Francesco Zanelli, che aveva redatto in data 20 settembre 1955, avente per oggetto: Piano regolatore del Comune dell’arch. Marcello D’Olivo.

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Milite ignoto
GIANFRANCO ELLERO

L’Italia è il paese delle divisioni, delle contrapposizioni, del muro contro muro (gli esempi didattici sarebbero davvero numerosi e ricorrenti). Neanche la grande guerra era riuscita a unire tutti gli italiani, che alla vigilia dell’evento si divisero fra interventisti e neutralisti; nei due anni delle “spallate” sull’Isonzo fra combattenti e imboscati; dopo Caporetto fra oltranzisti e disfattisti. E dopo la vittoria, fra ex-combattenti che chiedevano il rispetto dello slogan “la terra ai contadini” e proprietari terrieri che non volevano perdere i loro privilegi! E ancora fra socialisti e cattolici…

Soltanto il viaggio del Milite Ignoto da Aquileia a Roma, fra il 29 ottobre e il 4 novembre 1921, su un treno speciale che viaggiò lentissimo fra due ali ininterrotte di folla, estinse per pochi giorni il fuoco delle fazioni e forse per la prima volta tutti misurarono davvero gli impronunciabili numeri di quella che Benedetto XV aveva definito “l’inutile strage”: più di seicentomila morti e un milione e mezzo di feriti.

Noi, nel novantesimo dell’avvenimento, proponiamo alcune immagini fotografiche del viaggio da Aquileia a Sacile, fornite dalla Cineteca del Friuli di Gemona, e a commento il resoconto della cerimonia della “scelta” nella grande Basilica dei Patriarchi, celebrata il 28 ottobre.

Aquileia. La bara prescelta viene caricata su un affusto di cannone
IL MILITE IGNOTO

Dal 20 ottobre 1921 la chiesa di Sant’Ignazio a Gorizia fu la camera ardente per le salme degli undici militi senza nome raccolte sui campi di battaglia della grande guerra, trasportate poi nella basilica di Aquileia per la struggente cerimonia della "scelta", che si svolse il 28 ottobre.

"Altissimo silenzio domina la folla – scrisse l’inviato speciale de "La Patria del Friuli" - e un brivido sentono tutti i cuori nell’attesa che la designazione sia fatta; e l’attesa di brevi istanti sembra non finisca mai. Il generale Paolini stende la mano ad una delle dolenti, la popolana Bergamas di Trieste: ella avanza, coperta da un lungo velo nero che quasi tutta l’ammanta e due decorati di medaglia d’oro la seguono nell’esecuzione del rito. La popolana è accompagnata al cippo romano dove è l’urna con l’acqua del Timavo.

Quivi il generale s’allontana, e la popolana s’inginocchia e piega il capo. Piange. I singhiozzi suoi sono uditi.

La commozione vince tutti.

La madre sta per qualche tempo immobile dinnanzi al cippo e prega. Poi, lentamente, si alza, si accosta alla linea delle salme, s’inginocchia di nuovo dinnanzi alla seconda salma e prega.

Un brivido corre in tutti i cuori. Sarà quella la salma che la donna piangente designerà? La salma che nell’Altare della Patria, in Roma eterna, sarà l’eterno simbolo che dirà nei secoli la gloria di tutto il mezzo milione di morti?...

Proprio quella.

La Bergamas si alza e posa il proprio vello sulla seconda bara (…).

Le campane suonano a gloria, i cannoni tuonano a salve.

"Le altre dieci bare furono interratte fra i cipressi della grande basilica, mentre per quel milite sconosciuto iniziò il lento viaggio in treno che l’avrebbe condotto a Roma, dove fu collocato sull’altare della Patria nel terzo anniversario della vittoria, il 4 novembre 1921.

Il convoglio partito da Aquileia nella mattina del 29 ottobre, sostò in ogni stazione per ricevere l’omaggio di enti, associazioni e popolo. A Cervignano arrivò alle 8.20 e ripartì alle 8.35; a Palmanova rimase dalle 9 alle 9.15; a Udine sostò dalle 10.10 alle 11.10; a Pasian Schiavonesco (oggi Basiliano) dalle 11.31 alle 11.36; a Codroipo dalle 11.56 alle 12.01; a Casarsa dalle 12.30 alle 12.45, e così di seguito fino a Roma.  

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Rosis di Sante Marie*
GIOVANNI URBAN

Rosis blancjis di Roncjetis
rosis rossis di Tissan
o mi faseis diventâ mut
e o mi faseis trimâ la man.
Fevelait par me e platait
no stait mai mostrâ lis spinis
us domandi di dislidi
un moto mut, impercetibil
su la muse de mê frute:
voli vîf, bocje di ridi.
Jo o spasimi
la bocje e tas, al vôse il cûr.

*Premio di poesia Giuseppe Ungaretti - classificata al 3° Posto - Sezione Friulano Comune di Santa Maria la Longa (UD), 5 giugno 2011.

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Il vescovo di Concordia Giacomo D'Ungrispach
un protagonista nella destra Tagliamento in Concordia e Portogruaro
ROBERTO TIRELLI

Se dei Patriarchi di Aquileia si conoscono molti particolari biografici non altrettante cose si conoscono dei Vescovi di Concordia soprattutto per quel che riguarda la loro presenza nel Portogruarese, prevalendo in quei tempi la “cessione” del beneficio. La Bassa, poi, era lontana dai centri di potere del  Patriarcato.

Una delle personalità più eminenti fra di loro alla fine del secolo XIII è il vescovo Giacomo di Ottonello Ungrispach, della nobile famiglia cormonese, nato a Medea  e già in giovane età nominato canonico dell’Insigne Collegiata di Cividale poi lo sarà anche di Aquileia nonché arcidiacono di Concordia.

Viene nominato vescovo di Concordia nel 1293, ma nel dirimere la discordia fra il Patriarca ed i signori di Prata probabilmente non è stato imparziale per cui Raimondo della Torre lo fa consacrare nel palazzo di Aquileia il 20 dicembre 1293 alla vigilia della festa invernale di San Tommaso dal vescovo di Trieste Brisa di Toppo senza dar molta importanza all’avvenimento, né solennizzandolo, com’è tradizione, con la sua presenza. E nel primo anno di ministero a Giacomo non viene versata la sua spettanza per l’incarico vescovile perché si rifiuta di obbedire al Patriarca su questioni di contese feudali essendo vicino in particolare ai signori di Fanna, a loro volta alleati dei castellani ghibellini e del Conte di Gorizia.

Non è però solo una questione di schieramento politico. Infatti viene designato dal Capitolo di Concordia con il voto di tutti i canonici tranne quello del decano con il quale già in precedenza  si era scontrato.

Eppure Giacomo di Ungrispach è un vescovo attivo.

Nel 1295 tiene a Portogruaro il Sinodo diocesano. Certamente in tutto il Medio-evo  non ci fu un vescovo di Concordia altrettanto presente nella sua diocesi. Personaggio moderno lo è senz’altro perché, ad esempio, si batte per preservare le acque del Lemene dall’inquinamento causato dalle lavorazioni artigianali che si fanno sulle sue sponde.

L’Unrispach è anche preveggente poiché unisce la chiesa pordenonese di San Marco oggi con cattedrale  come “beneficio” alla sagrestia della cattedrale concordiense, anticipando la formazione dell’attuale diocesi della destra Tagliamento.

All’abate di Summaga conferisce l’avocazia di Portovecchio, investe Giovanni di Latisana di alcuni beni di cui il vescovado dispone in Cesarolo, e, sempre in Latisana, nel 1314 conferisce altri beni di proprietà della mensa di Concordia. Affida la sua sede ad un nobiluomo della famiglia Squarra  come vicedomino, concede l’avocazia di Teglio al castello di Fratta.

Nel 1300 il vescovo si propone di dar ordine alle istituzioni di Portogruaro fissando le regole della convivenza civile nei suoi Statuti, ma la città gli si ribellerà contro pochi anni dopo. Infatti pensa che la plebe non sia in grado di governarsi e possano farlo solo le “distinte famiglie”.  Nei suoi Statuti  emerge la caratteristica propria delle vicinie, cioè la condivisione delle responsabilità. Egli si riserva di scegliere il Podestà e di fungere da supremo giudice della comunità, ma lascia al Consiglio l’elezione ogni anno dei Consoli  e dei giudici.

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Gli anni inglesi di Ugo Foscolo
e gli studi del filologo Cesare Foligno
CARLO COSTANZO

Il contenuto di questo lavoro è la rielaborazione di una comunicazione tenuta a San Vito al Tagliamento nel mese di ottobre del 2009. Conserva in parte il taglio del testo destinato alla pubblica lettura, in verità poi utilizzato come traccia per un’esposizione orale. Questo testo non si prefigge di varcare i limiti di una ricerca personale in ambito bibliografico e di critica letteraria. Spero che quanto ho scritto possa essere utile come spunto iniziale per chi volesse approfondire questo tema.

Il titolo di questo articolo vuol rivelare la duplicità dell’argomento: si parlerà infatti dell’attività letteraria svolta da Foscolo nel periodo del suo esilio inglese e di Foligno suo studioso; la trattazione del primo aspetto intende solo fornire alcuni elementi per meglio comprendere il secondo e più rilevante aspetto, ossia gli studi compiuti da Cesare Foligno sui saggi scritti da Ugo Foscolo durante gli anni trascorsi in Inghilterra.

Foscolo in Inghilterra
Qualunque manuale scolastico delle superiori (per stendere queste note ho consultato principalmente il manuale curato da G. Bellini e G. Mazzoni e quello curato da R. Luperini, che cito in bibliografia) ci dice che Foscolo decise di andare in esilio, a seguito della sconfitta di Napoleone e del ritorno degli austriaci a Milano. Dopo un breve soggiorno in Svizzera scelse l’Inghilterra, ove giunse l’11 settembre 1816.

Fu bene accolto, frequentò famiglie aristocratiche, ebbe nuovi amori, si dedicò agli studi letterari e pubblicò articoli e saggi in lingua inglese su riviste letterarie. Mantenne un tenore di vita dispendioso, che, nel giro di pochi anni, gli procurò difficoltà economiche.

Foscolo ebbe modo di ritrovare la figlia, Mary, da lui chiamata Floriana, nata nel 1805 da una relazione con Fanny Hamilton. Egli non si era mai preso cura della figlia, che tuttavia non gli portò rancore per questo, e fu, anzi, un’affettuosa presenza nei suoi ultimi anni. Floriana portò un’eredità che venne investita nell’acquisto di tre villini alla periferia di Londra. In uno di questi villini, chiamato Digamma Cottage, andò ad abitare il Foscolo con la figlia, mentre gli altri due vennero affittati, spesso ad esuli italiani.

Le difficoltà economiche comunque si accentuarono: lo scrittore fu anche imprigionato per debiti per un breve periodo, fu costretto a cambiare residenza, trasferendosi in un quartiere più popolare e in una casa più modesta. Morì di idropisia nel 1827, a soli 49 anni, e fu sepolto nel cimitero attiguo alla parrocchia di Chiswick. I suoi resti nel 1871 furono trasportati a Firenze e inumati nella chiesa di Santa Croce.

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Canto maggiore
FRANCA MIAN

In una nuova stagione mi sono abbandonata
perchè l’inverno lunare di luci somiglia e di
abissi.

Il mio grido fu di fuoco al distacco, poi richiamo
fioco, immagine lenta a dissolversi nella gelida
nebbia.

Navigazione deserta verso un’isola che dall’imo
sorgerà senza memoria, fiorita d’asterie e di luci
di meduse.

Mi cadranno allora le sillabe della morta stagione
e troverò in questa segreta navigazione e viva
il canto maggiore del silenzio.

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Il buon vino di Latisana
ENRICO FANTIN

Avrei voluto essere presente al XV congresso della Filologica del 2 settembre 1934, tenutosi a Latisana,  se non altro per ascoltare l’impareggiabile oratore  tarcentino Chino Ermacora.

I giornali di allora riportano che Ermacora, il geniale scrittore di “Vino al sole”, ha intrattenuto per oltre un ora il folto uditorio con un suo interessante e piacevole studio su “il vino nelle tradizioni e nei canti del popolo friulano”. Si è intrattenuto, in particolare, sul commercio del vino a Latisana nei secoli scorsi, e alla probabile villotta “Olin bevi e tornà a bevi- di chel vin c’al è tant bon - ale vin di Latisane - vendemât su la stagion”.

Sarebbe interessante pescare la sua relazione se non altro per approfondire le storie del passato sulla preziosa e quanto mai saporita bevanda.

L’uva e il vino sono sempre stati i protagonisti del settembre friulano. Il vino è anche un simbolo potente: santificato durante la Messa. Anticamente considerato alla stregua di medicina ed era oggetto anche di elemosina e di offerta.

L’offerta del vino era un tributo di omaggio che l’anziano faceva al giovane o il datore di lavoro a un suo sottoposto.

A tale proposito l’offerta di vino viene riportata in molti testamenti dove si evince, a chiare parole, l’obbligo di dispensare il vino in particolari momenti come nel giorno dei funerali del padrone, oppure, il Venerdì Santo, come nel testamento della nobil Donna Elena Vendramin di Latisana.

In merito a questa potente famiglia dei Vendramin, Signori di Latisana, ai tempi della “Serenissima”, diversi viticoltori locali hanno pescato una tradizione, trascritta poi nei depliant e che riporto:

La zona di produzione Friuli Latisana è rinomata sin dal XV secolo quando il figlio del Doge Andrea Vendramin, Bartolomeo, venendo ad abitare nel feudo di Latisana vi istituì un reputatissimo allevamento di cavalli e diede impulso alle coltivazioni ed in particolare a quella della vite, questo il motivo per cui il "vino furlano della Tisana" ebbe diffusione a Venezia e conservò una "buonissima reputazione" nella città capitale della Serenissima. Il vino Latisana viene anche detto "Vino Vendrameno" dal nome dei proprietari, patrizi veneziani appunto, la famiglia Vendramin.

Il Friuli Latisana è un vino appartenente alla fascia geografica friulana, affascinante regione situata nel nord della penisola italiana. Più precisamente, questo vino viene prodotto in un’area del basso Friuli, la quale comprende dodici comuni, facenti capo a Latisana, in provincia di Udine. Il Friuli Latisana è un vino che ha ottenuto il titolo di riconoscimenti di Denominazione di Origine Controllata, meglio conosciuto con l’acronimo D.O.C.

La qualità di questo vino e la sua bontà sono legate molto al terreno coltivato e al clima a cui vengono sottoposte le uve impiantate nei vigneti: clima mite e terreno argilloso, ma pieno di Sali minerali. Il vino Friuli Latisana è chiamato anche in un altro modo, ovvero Vino Vendrameno, il cui nome deriva da una famiglia nobile appartenente alla regione veneziana, i Vendramin, i quali incitarono e incoraggiarono la coltivazione della vite di questo vino, già a partire dal XV secolo.

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Tal cjamp dal Nen
LUIGI CICUTTIN

Fra li’ Crosàris e Tisanòta,
Se bem mi ricuàrdi,
li’ cjàsis a‘ stèvin ta na man,
La cjàsa di Fonsàto dòngia la strada
Dilâ dal Fossalòn.
E dicá i cjasài di Bontèmpo
E i nòstris da li’ Sèlvis,
Drènti ta li’ campàgnis
Podòpu il Simitèri
E la ciàsa dal Dìgo.
Prima di Tisanòta.
A !!! ades chi mi impènsi
I’ vèvin encja
La cjasùta dala Bandulìna
Scundàda ta li’ blavis.
Il cjâmp dal Nen al era dicà dal Simiteri.
Mi vìsi èncja dai fuzilâs
Ta chel cjámp
Tra dos spalieris di vîs
Un dovor l’atri vicins
No sai, se erin ròs o nèris o verž
Ma erin li’ copâs
In tùna not.
La not pi’ nera da la sò vìta.
Nèra la not
Ròssa di sanc’, la tiara
E vert il vignâl
Coma ch’a era verda e frescja
L’arbùta da l’an di Graŝia 1945.

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Il Friuli di padre David Maria Turoldo nella poesia: “A sune la bande”.
RAFFAELLA BEANO

Il Friuli seduce padre David M. Turoldo (Coderno di Sedegliano, 22 novembre 1916 – Milano, 6 febbraio 1992) anche per “il tesoro della dignitosa povertá dei vespri domenicali quando una festosa umanitá inondava villaggi e campagne”, (…) “il paese della meglio gioventù, ricco anche della gioia delle sagre”1, un paese raro, un eden, ritratto nel film “Gli Ultimi”, prima parte d’una trilogia incompiuta, da cui é possibile derivare le impressioni dell’autore. Documento per i giovani, per trovare prodigiosa forza nel confronto con la sorte che ha reso i friulani “gente leggendaria nell’inaudita fatica”. Esempio di “tradizioni nobilissime, antiche, autentiche nel rapporto tra natura-ambiente e uomo”. Scorrono cosí “i costumi del Friuli quando a casa si recitava il rosario e si aggiungeva un requiem per i dispersi, un requiem per i morti, un requiem per i nonni. Un’infanzia invasa da questi ricordi di morti che camminavano, di emigranti per una terra che li ha sempre respinti”2. Un carico miracoloso di secoli, una fonte segreta per la gente che si respira intatta anche nella lirica in friulano dedicata alla Banda di Coderno nel 1959 per festeggiarne il 50° dalla costituzione3. Essa qui è presentata nell’inedito contributo del celebre compositore Gianfranco Plenizio che ha completato la partitura, con la voce intermedia, per affetto del suo primo insegnante, il m° Ottavio Paroni (Bertiolo 1919- Udine 2000) che l’aveva musicata all’epoca, essendo il direttore del gruppo bandistico. Parole e spartiti, salvati dall’oblio da Aldo Marigo e che oggi sono pubblicati da “la bassa”, società di cui il frate dei Servi di Santa Maria, poeta e teologo, era socio onorario dal 1991, per commemorane il ventesimo anniversario della scomparsa.

Il testo, riportato secondo la grafia rivista da Angelo Pittana, offre “un’immagine del Friuli difficile e dolorosa, la storia della mia umile gente, sorgente della mia poesia, messa in canto. Friulanitá come caratteristica del mio poetare. C’é tutto, quella specie di povertà stilistica e di espressione che è ricchezza spirituale di un popolo. Consciamente e inconsciamente, si mette in orbita l’anima mia del Friuli”4.

“Le strofe, dunque, con i versi dal ritmo rigoroso, pur se volutamente liberi da rime o assonanze, proprio per facilitare il canto dell’Assemblea, «come le Ballate popolari, come le Villotte della mia terra», diceva - scrive il compositore Bepi de Marzi, riferendosi al componimento - portava soprattutto a una specie di festoso e composito, recitar cantando più che alla forma solenne di un inno celebrativo che solo l’anima grande e generosa di Ottavio Paroni poteva trasformare in canto.Anche le indicazioni di padre David, preoccupate e affettuosamente perentorie, non permettevano certo adattamenti per una facile melodizzazione a uso popolare.

Il risultato dell’ispirazione musicale di Paroni, ma soprattutto della sua indiscutibile conoscenza delle tecniche compositive, è molto efficace, e realizza il desiderio del nostro amato Poeta di Dio che raccomandava «una musica lirica ed epica insieme»”5, “avvalorata dai movimenti (emozione) del vissuto. La memoria resuscita l’esperienza e la voce dice”6.

Per Turoldo “era ancora, purtroppo, il drammatico e doloroso tempo dell’esilio”7, ma la Sua gente è dono e come ricordava il suo amico e confratello padre Camillo De Piaz, padre David “aveva la friulanità che usciva da ogni poro. Era fisicamente friulano, era costitutivamente friulano nel suo essere così, nei suoi modi di porsi, nel suo modo di parlare, di relazionarsi. La friulanità era incarnata in lui, ma gli permetteva di aprirsi a orizzonti universali. Questa sua friulanità non gli impediva di essere aperto sul mondo, cosa che i friulani oggi hanno perso! La sua friulanità non era un chiudersi, ma un aprirsi al mondo, questa è la cosa cruciale!”8

“La piccola banda paesana è forse la più degna di rappresentare le trombe gloriose che annunciano il vero significato del vivere umano”.9

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Don Pancino e i diari di Ciano
GIANNI STRASIOTTO

Don Giusto Wladimiro Pancino nacque a Portogruaro da Raffaele ed Elisabetta Stefanon il 13 agosto 1907. Nel 1920 seguì la famiglia a Milano: il padre, capostazione, era entrato nei quadri dirigenziali della viabilità di quella stazione centrale. Nella città meneghina i Pancino abitavano in via Foro Bonaparte, davanti al palazzo in cui, a quel tempo, risiedeva l’allora direttore de “Il popolo d’Italia”, Benito Mussolini. Il giovane Giusto entrò presto in amicizia con Edda, la figlia del futuro duce, sua compagna di giochi nel parco del Castello, ma con l’avvento al potere del fascismo si persero di vista per un lungo tempo.

Diplomatosi ragioniere per volontà del padre, entrò poi nell’Ordine francescano e divenne sacerdote nel 1932. Insegnò nel Collegio di Saiano (Brescia), incardinandosi successivamente nella diocesi di Concordia dove fu, per periodi di circa un anno, rispettivamente: curato di Mezzomonte, vicario economo a Prata, Vivaro e Fanna. Nel 1940, allo scoppio della guerra, si arruolò come cappellano militare e fu inviato nel fronte occidentale ai confini con la Francia quindi, in un ospedale da campo in Albania (O.C. 27) dove operò per un mese a fianco di Edda Mussolini, divenuta nel frattempo moglie del ministro degli esteri conte Galeazzo Ciano, coraggiosa crocerossina, totalmente impegnata nell’opera di assistenza, poi decorata con Medaglia d’Argento al V.M.

Nell’autunno del 1941 rientrò in diocesi e dal 7 ottobre successivo fu vicario economo ad Erto, quindi parroco dal 7 dicembre 1942. Il 27 giugno 1946 passò a guidare la parrocchia di Murlis, dove venne improvvisamente a mancare il 3 novembre 1981.

Don Giusto ha il merito di aver salvato Erto dall’incendio dei tedeschi, durante una rappresaglia e negli ultimi giorni di guerra, di aver impedito la distruzione dei ponti della zona e di aver ottenuto inoltre, il 26 aprile 1944, la resa dei componenti del presidio della sua zona, in tutto una settantina di uomini. Erto fu il primo paese del Friuli a tornare libero.

A Vivaro fondò nell’immediato dopoguerra la scuola serale professionale.

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Domenico Lu Domine (1380 - 1447)
MARIA TERESA CORSO REGENI

Domenico dipinse in diversi luoghi del Friuli-veneto, associandosi al pittore Antonio Baietto. Si sposò con una donna maranese, Nicolussia q. Giglardo e si fermò per più di una decina d’anni a Marano almeno dal 1411 al 1422 (1).

Dei due pittori Antonio Baietto e Domenico Lu Domine poco o nulla si sa, sappiamo però, attraverso la lettura dei quaderni dei camerari, che sono stati attivi nella prima metà del Quattrocento in Friuli. Dipinsero per committenti come potevano essere le tipiche confraternite dei Battuti e presenti su tutto il territorio friulano-veneto, affrescando diverse chiese, secondo l’impostazione pittorica gotica del momento.

I due pittori appartenevano allo stile gotico internazionale veneziano, così chiamato dagli storici dell’arte, risalente alla prima metà del XV secolo (1400 -1450), usando un linguaggio (pittorico) che ricalcava quello di Vitale da Bologna, con elementi del gotico emiliano che caratterizzarono tutta l’arte friulana del Trecento. Ne sono un tipico esempio gli affreschi di Vitale da Bologna presso il Duomo di Udine.

Le confraternite dei Battuti, che di fatto gestivano il denaro proveniente dalle diverse attività economiche, investivano nelle opere d’arte, dando lavoro ad affrescatori e pittori che hanno lasciato delle meravigliose testimonianze nelle pareti delle chiese del Friuli.

Trieste, Udine, Marano, Fagagna, Gemona, solo per ricordare alcuni luoghi del Friuli, furono località in cui per molti decenni operarono le confraternite dei Battuti come committenti.

Il pittore udinese Domenico Della Calza, detto Lu Domine nacque nel 1380 circa e abitò con la madre Elena q. Domenico in Borgo Poscolle a Udine dove il padre Giovanni, di agiata condizione (a sua volta figlio di un certo Antonio da Basagliapenta), esercitava il mestiere di fabbro.

A Marano Lu Domine, secondo i documenti, venne chiamato dai Battuti nel 1421 per dipingere un San Marco ed alcuni stemmi e nel 1422 dipinse un Giudizio universale, affreschi andati del tutto perduti.

Si chiamava come il nonno materno il pittore che a trent’anni si trovò a Marano per un lavoro da eseguire nel 1410, abitandovi poi almeno per dieci anni e proprio durante le furiose guerre del Friuli, cioè dal 1411 al 1420. Era fuggito da Udine dov’era in pericolo e scelse la fortezza per rifugiarsi, parteggiando di fatto per i veneziani, anziché per gli udinesi. A Marano conobbe donna Colussia, figlia di Leonardo Giglardo (di Marano), già moglie di un certo Simone di Monfalcone, di professione marinaio. Un atto notarile del 1450 metterà più avanti in discussione la legittimità del matrimonio, perché la condizione di Colussia era di donna già maritata con Simone, di cui non si sapeva nulla da anni.

Però Lu Domine la volle con sé a Udine, dove con buona probabilità divenne la sua musa ispiratrice. Non siamo lontani dalla verità se ipotizziamo che quei volti che compaiono negli affreschi siano in realtà anche la rappresentazione delle donne maranesi e in particolare di Colussia.

Domenico ebbe molti figli dalla giovane Colussia, ma che sposò solo nel 1420. Uno di questi, Noto, anch’egli pittore, promise di dipingere una cappella nella chiesa di San Nicolò (2) di Udine, secondo i documenti del 28 aprile 1447 (notaio Giovanni Battista A. Merulis).

Nel 1465 Noto, sposato con Maria, incassò del denaro per aver dipinto per Giovanni q. ser Leonardo Porcaio di Udine e per opere di cuoca di sua moglie (notaio Francesco A. Fabris).

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L'ultimo Pirandello
ENRICO COTTIGNOLI

Pirandello venne spesso in F.V.G. Più volte da Venezia a Trieste, pur tuttavia, credo che Egli non avrebbe mai e poi mai pensato che in un dicembre del futuro secolo una Sua opera, ritrovata, sarebbe stata parzialmente rappresentata a pochi chilometri da quel ponte ferroviario che lega il Friuli al Veneto scavalcando il Tagliamento alle porte di Latisana.

Da Trieste, Pirandello scrive una lettera il 3 novembre 1930 da dove traspare un grosso malcontento per quella Sua opera musicata che si sarebbe dovuta rappresentare a Broadway ma ancora, dopo tanto parlare, fosse ben lungi dal conquistare le luci della ribalta.

A beneficio del lettore, cui queste righe possono sembrare incomprensibili, spiegherò che durante il periodo parigino di Pirandello (siamo alla boa degli anni '30), i fumosi caffè del centro di Parigi erano divenuti luogo d’incontro di intellettuali, politici, attori, attricette e di perditempo; in queste sale fiocamente illuminate, intrise dal fumo delle pipe, dei sigari e di qualche essenza aromatica posta qua e là, nascevano opere intellettuali che avrebbero onorato la civiltà umana. Fra questi personaggi spiccavano Pirandello e il suo agente Guido Torre Gherson. Provenivano da esperienze diverse ma entrambi legati alla letteratura e al teatro, entrambi votati alla rappresentazione sul palco della quotidianità della vita.

Orbene, in questo clima, era maturata l’idea di scrivere su musiche del Torre e altri compagni di scorribande le parole per un musical che si sarebbe dovuto rappresentare a Broadway su proposta fortemente voluta dagli impresari americani. Ad opera scritta e pronta il silenzio, anzi no! La commedia musicale era troppo europea e sarebbe stato opportuno correggerla per i gusti degli amici d’oltreoceano. Ma, fatto anche quest

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Toponomastica dell'area portogruarese
ARMANDO CHRISTIAN CONTE

In questa mia breve trattazione intendo occuparmi dei toponimi dell’area attorno a Portogruaro, cittadina veneta dal passato ricco di legami con la romanità e non solo. Ma prima di fare ciò mi sembra opportuno spiegare cosa sia la toponomastica e di che cosa si occupa questo ramo della linguistica. La toponomastica è il settore delle scienze onomastiche che studia i nomi di luogo (toponimi), suddividendoli in due categorie: la prima costituita dai nomi di elementi naturali come continenti, isole, penisole, montagne, baie, fiumi e altri corsi d’acqua; la seconda comprende i nomi di elementi e strutture che comportano la presenza e l’intervento determinante dell’uomo come Stati, regioni storie, città, paesi, ponti e gallerie. I fini della ricerca toponomastica sono, dal punto di vista diacronico, la ricostruzione dell’origine e le sue successive modificazioni e trasformazioni; dal punto di vista sincronico, invece, studia la diffusione di ogni toponimo in una determinata situazione cronologica. A questi fini, prettamente linguistici, si affianca l’individuazione dei riflessi e delle informazioni storico-culturali reperibili nel processo di formazione della toponomastica di una determinata area geografica, capace di riflettere la cultura dei gruppi etnici che hanno vissuto in un determinato territorio e a cui hanno dato nomi originali, o hanno modificato e sostituito quelli già esistenti. La toponomastica presenta tre caratteristiche fondamentali: la prima è di ordine quantitativo, ossia abbiamo un numero enorme di toponimi di luogo e di repertori diversi; la seconda è l’alta tendenza alla conservazione anche per lunghi periodi di tempo e con profonde mutazioni etniche, culturali e linguistiche; la terza, ed ultima, caratteristica è la frequente coesistenza, per uno stesso luogo, di due o più nomi, motivata o dalla condizione di polilinguismo (cioè dall’uso di più registri linguistici e più lingue) in una determinata area, o l’uso di una denominazione dialettale diversa da quella ufficiale.

Per quanto riguarda l’area di indagine che è stata scelta, ossia quella di Portogruaro e dintorni, possiamo dire che qui i dialetti di tipo friulano, un tempo molto più vitali, si toccano con quelli prevalentemente veneti, da alcuni decenni prevalenti nei borghi e paesini, oltre che nel capoluogo. Ma non si dimenticherà che questa è la zona in cui il registro più popolare, arcaico e periferico, è spesso ancora il friulano, mentre quello socio-linguisticamente più alto è ancora considerato il veneto (contrariamente a quanto avviene nella gran parte del Friuli). Gianbattista Pellegrini, il quale si è occupato della situazione linguistica e toponomastica dell’area portogruarese, afferma che non si possono non sottolineare i progressi che sta facendo l’italiano regionale anche tra le classi “subalterne” e che basta dare un’occhiata ai nomi locali per constatare le impronte impresse dalla friulanità (come la palatalizzazione di Ca e Ga, chiara spia di un’elaborazione fonetica friulana).

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El miracolo del Papa bon
BRUNO ROSSETTO DORIA

Carmelo el gera un pescaòr de quii che no ghe piaseva tanto ndà in cesa, de quii che no 'l ghe credeva ai miraculi gnanca se i ghe capiteva davanti i so oci e, co 'l ga visto Bepi fora la porta cussì bel vivo, elo che lo credeva za desmentegò de oltra, par poco no ghe gera rivò un colpo.

Vedelo cussì bel fresco, con sta canotiera slanbrassàda e na pancera che la ghe tigniva conto el busto, no ghe pareva gnanca vero. El veva sintùo che 'l tigniva un tumor in ti ossi, che 'l gera rivò pesà trentado chili, che par voltalo i dopreva el guciaro parché sinò se ghe disfeva i ossi. Figuremosse se no 'l veva de ciapà un colpo; trovasselo davanti cussì pièn de voja de vive, dopo che lo credeva bel sapulio. Carmelo no 'l credeva ai miraculi e curioso, dopo saludò ghe gera scanpò de domandaghe: "Cioù Bepi, e co' te ga provò in tel mentre che te geri de oltra?"

"Ah!... Carmelo, se te savissi! Go visto na luce bianca e un mar de pase" el veva dito elo e po'. Però, pena che rivevo de qua me torneva i duluri a torturame. Go inamente che ciamevo el Papa bon posta che 'l vignissi jutame, parché no ghe la fevo soportali.

Distirò in leto me pareva de sintì robe che le feva barufa; co riveva la bianca cativa, la se strassineva drio tante come ela. Tre volte le gera rivae rangià quele bone, e proprio in tel mentre che i me veva do l'ojo santo, che le credeva de ve vinto parché le me vedeva morto, salteva fora la roba bona e insieme le altre le feva scanpà le cative del me corpo. Tre volte le robe bone le xe rivae a rangià, copà le cative. E desso, varda che bel grasso che son deventò, e me sinto ben".

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Nostalgia di una lontana estate
GIANFRANCO ELLERO

Sopravvivono, a volte, immagini fotografiche che valgono più di un trattato per evocare un tempo e un modo di vivere.

Quella che qui riproduciamo ritrae “Gigi dai gelati”, come veniva chiamato a Fraforeano, sulla spiaggia di Lignano, davanti alla grande colonia in una lontana estate, collocabile molto probabilmente verso la fine degli anni Quaranta o all’inizio dei Cinquanta.

Gigi, al secolo Luigi Venudo1, di Latisana, che in stagione bassa, sotto il sombrero raggiungeva i paesi del circondario e s’annunciava suonando una trombetta, e talvolta gridando “Gelo giallo, gelo-sia” (gelosia o gelo sia?), a Latisana era più noto come “Paperone”, in stagione alta frequentava, come si vede, anche la spiaggia di Lignano.

Anche il triciclo merita attenzione: il personaggio disneyano ingenuamente dipinto sul panciuto contenitore dei vasi del gelato e del ghiaccio avvolto in coperte di lana per rallentarne lo scioglimento, la sua forma in qualche modo aerodinamica per facilitarne la corsa su strade piene di ondulazioni, buche, ghiaia e polvere (il stradon di asfalt al ere dome chel da li Crosaris su la Triestine) sono tutti segni rivelatori di un modo di vivere molto diverso dal nostro.

C’è però una stranezza. Ci si aspetterebbe di vedere bambini scalzi accanto alla macchina di Gigi, e invece quasi tutti indossano babucce alla friulana, sicuramente fatte in casa da madri o nonne, forse perché era piovuto da poco e la spiaggia era bagnata (lo si deduce dalla piattezza della sabbia e dalla presenza di alghe): anche Gigi fu facilitato dalla pioggia, altrimenti avrebbe troppo faticato per spingere il suo trabiccolo sulla sabbia asciutta. Soltanto un bambino, il primo a sinistra, appare munito di scarpe sportive, e in questo rivelava il diverso (ma non troppo: altrimenti non sarebbe andato in colonia) livello economico della sua famiglia.

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Il sito de “la bassa”
LUIGINO MARGHERITTA

Il sito dell'associazione “la bassa” registrato con il nome www.bassafriulana.org in data 11 ottobre 2004, nato dall'idea di pubblicare in rete l'attività del sodalizio, viene visitato in media da circa 35 persone al giorno con una media indicativa di 2.000 pagine sfogliate al mese.

Dal suo nascere il sito si è più volte trasformato. L'aspetto attuale, che risale ad un paio d'anni, in cui si individuano le principali voci di menù:
- Associazione: sezione dedicata alla vita sociale dove vengono indicati lo spirito e le finalità del sodalizio, gli organi statutari e la logistica.
- Attività: qui vengono pubblicate in ordine cronologico le varie occasioni che coinvolgono “la bassa”. L'archivio storico è suddiviso in semestri a partire dal 2004.
- Bacheca: è il luogo in cui vengono esposte le attività future, i contatti con i recapiti postali e e-mail per comunicare con il direttivo, i collegamenti a siti in tema con gli interessi dell'Associazione e l'epistolario.
- Rivista la bassa: qui vengono pubblicati per sintesi gli articoli della rivista ufficiale “la bassa” dal numero attuale fino al numero 48 del giugno 2004. Inoltre è presente il collegamento per scaricare le “Norme per i collaboratori della rivista” ricordando che “la bassa” pubblica, di preferenza, articoli, studi e comunicazioni inediti che si riferiscono ai vari aspetti storici, linguistici, scientifici, artistici, folcloristici, turistici e di attualità della Bassa Friulana largamente intesa.
- Pubblicazioni: qui sono riportati i collegamenti alle recensioni delle pubblicazioni disponibili per bstract delle stesse. È una sezione corposa che è suddivisa nel menù di destra nelle varie collane edite nel tempo.
- Mappa del sito: pagina indice per facilitare la navigazione nel sito.

In sostanza il sito si sviluppa su oltre 500 pagine e 900 immagini per complessivi 80 Megabyte e viene costantemente analizzato mediante Google Analytics che per i mesi di giugno e luglio 2011 fornisce i seguenti risultati: 2.151 visite, 8.223 visualizzazioni di pagina, una media di 3,83 pagine/visita, un tempo medio di 1 minuto e 30 per visita. Ogni cento visite 80 sono di nuovi utenti mentre 20 sono di ritorno.

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In ricordo di don Sandro Naiaretti: un cantore della Carnia e della Val Pesarina
ENRICO FANTIN

Il 1° novembre 2006 moriva in un incidente stradale il prete-poeta della Val Pesarina don Sandro Naiaretti, parroco di Pesariis. Autore di diversi libri di saggi e poesie. Avevamo nei nostri programmi, in collaborazione con la sua famiglia, una edizione con la raccolta delle sue poesie e dei suoi scritti. La scomparsa improvvisa del fratello Edy, nel 2009 ha fatto tramontare il progetto. A cinque anni di distanza lo vogliamo ricordare attraverso una introduzione, che è una sorte di confessione e amore verso la sua terra e la sua gente, tratta da un suo volumetto ed una toccante poesia.

Perché questo semplice testo?

E’ stato pensato unicamente come dono! Dono alla mia gente della Val Pesarina e della Carnia che ho sempre amato con amore indicibile. Il mio affetto per questa terra e per questa gente non poteva non concretizzarsi in un gesto quale questo nel momento più bello e impegnativo della mia esistenza: l’Ordinazione Sacerdotale. Credo fermamente che questa meta sia il risultato di un lungo e travagliato cammino di fedeltà a Dio e all’uomo in cui l’equilibrio tra i due soggetti non è sempre stato evidente, vissuto, testimoniato. Dio e l’uomo sono due partner che spesso manifestano difficoltà di relazione e questo non certo da parte di Dio ma sempre da parte dell’uomo. Anche il mio cammino lo leggo all’interno di questa tipica esperienza dell’uomo di tutti i tempi, dell’uomo del mio tempo.

Tanti anni impegnati in una ricerca di senso dell’esistenza, di che cosa Dio e la Storia volevano da me, di quanto e come potevo attendere e dare di me. Tanti anni di ricerca, a volte affannosa e ansimante, vissuta in un ambiente dal quale ho assunto ogni briciola del suo vivere, ogni gesto del suo comportarsi, ogni nota del suo canto.

Qui in Val Pesarina ho imparato a vivere e a pregare, a imprecare e ad amare, a rifiutare e a sperare; qui sono stato dato alla luce biologicamente e, nel Battesimo, allo Spirito; qui ho gioito per l’immediatezza della sua umanità e ho pianto per la durezza del suo giudizio; qui ho toccato con mano l’evolversi della vita e il suo spegnersi in amici indimenticabili, di quanti spesso considero i santi del calendario carnico.

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Metropoli
MONICA MINGOIA

Espressioni di plastica
in anonime persone.
Meandri di strade:
caos, folla, confusione.
Alienanti solitudini,
buio, disperazione...

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Varmo durante l'occupazione austro-tedesca 1917-18,
nel diario di Roberto Glorianza e le sue vicende
CARMELA DE CARO

Roberto Alessandro Glorialanza nasce a Varmo il 16 giugno1901 da Roberto Glorialanza e Ersilia Teghil.

All’età di 17 anni, alla disfatta di Caporetto, rimasto a Varmo, scrive il diario di quanto accade nel paese durante l’occupazione austro-tedesca. Della sua vita abbiamo ricostruito alcuni fatti.

Finita la grande guerra e vissuto il biennio rosso, Roberto si iscrive al Fascio nel 1922. Nel partito pone una fede incrollabile e per il Duce prova una forte ammirazione; di lui possiede foto e busti. Presso il Museo Storico di Ligugnana di San Vito al Tagliamento è conservato” l’elenco definitivo dei fascisti ai quali è stata riconosciuta la qualifica di “squadrista”rilasciato dal P.N.F.-FEDERAZIONE DI COMBATTIMENTO di UDINE . In elenco, sotto la dicitura” FASCIO di VARMO”, è riportato il nominativo di Glorialanza Roberto iscrittosi al partito in data 17-10-1922 a Codroipo.

L’episodio più clamoroso, Roberto lo vive nell’ottobre 44 quando, catturato dai partigiani viene condotto a San Paolo, processato e condannato a morte. La condanna, però, non viene eseguita grazie al probabile intervento del Commisario Prefetizio di allora. La punizione cui viene sottoposto, però, è terribile: legato mani e piedi ad una barca è costretto a passare il Tagliamento come un cane. Di lui si ricorda che era un fuoriclasse a biliardo, che aveva vinto molti premi e più tornei, che era un accanito fumatore, che era un uomo dalla morale integerrima

Non era sposato e non aveva figli e, nel tempo,aveva aderito al movimento “Unione Comuni Italiani per cambiare Regione e lottava per il passaggio di Latisana al Friuli.

Per vivere faceva il commerciante, aveva aperto un piccolo negozio a Portogruaro.

Ormai anziano aveva subito l’amputazione di parte di un arto e quindi, non più autosufficiente negli spostamenti era costretto su una sedie a rotelle. Dapprima aveva vissuto con parenti poi da solo in una casa per indigenti messagli a disposizione dal comune di Varmo, dopo aver lasciato volontariamente la casa di riposo dove non si trovava bene.

Nella casa del comune si gestiva da solo e si spostava anche da solo per il paese, sempre in carrozzina purtroppo senza rispettare né segnali stradali né passaggi . Diceva che erano gli altri a dovere stare attenti alla sua carrozzina e alla sua persona.

Un giorno, mentre attraversava la strada ferrata, una macchina danese lo travolse abbandonandolo senza prestargli soccorso. Portato in ospedale a Udine morì dopo 3 giorni. Era il 28 luglio 19861.

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Novembre, mese dei defunti: giovani maranesi che riposano per sempre negli abissi
MARIA TERESA CORSO REGENI

A quasi settant’anni dalle vicende belliche, ogni anno a Novembre ricordiamo chi è caduto per la patria in quei 30 mesi tra il 1941 e il 1943 e ci prende una nostalgia per i nostri cari e per le nostre famiglie che hanno perso ragazzi giovani poco più che ventenni. Per le persone vicine di casa che avevano concesso di portarsi via mal volentieri quel ragazzotto loro futuro sostegno.

“Come si poteva fare? Non c’era nulla da fare. Te lo prendevano e basta. Ah, la patria, la patria. Sangue e lacrime vuole ogni patria che deve diventare nazione, luogo in cui vivere senza paure di sorta, luogo dove far crescere i figli senza il timore che te li portino via per fare le guerre, luogo dove gustare la libertà, una cosa sacra, sacrissima”. Nella seconda guerra mondiale furono cinque i ragazzi di Marano, poco più che ventenni che morirono durante i combattimenti nel Mediterraneo sud orientale e che riposano per sempre negli abissi.

Essi sono:
Abram Giovanni Maria (n.9.2.1922 - m. 29.5.1942), affondato sul Pessagno.
Cepile Umberto (n.27.10.1922 - m. 9.9.1943), affondato con il Roma.
Dal Forno Gino (n.11.8.1916 - m. 3.12.1942), affondato con l’Audace.
Popesso Francesco (15.8.1922 - m. 17.1.1943), affondato sul Bombardiere.
Regeni Giuseppe (25.9.1920 - m. 16.4.1941), affondato sulla Tarigo.

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La casa e i beni del Povero
GIULIANO BINI

Inventario settecentesco dell’eredità a tutela di un orfano minore 

Il primo luglio 1724, giorno del funerale di donna Cecilia1, nata Biasutti2 e vedova del calzolaio mastro Valentino Povero3, che aveva lasciato orfano il figlio Domenico, un minore di poco meno di cinque anni4, i responsabili del comune di Palazzolo fecero l'inventario dei beni dell'orfano al fine di tutelare la sua eredità.

Nel verbale redatto dal notaio è descritta la casa del povero (di cognome e di fatto, per essere morto e forse anche per condizione economica) calzolaio, con le sue pertinenze, e tutti gli oggetti in essa presenti.

La casa ha due stanze più il solaio, una stanza funge da camera, l’altra da cucina e bottega. C’è l’orto e nel cortile una piccola cjànive, un fabbricato adibito a cantina e magazzino, poi il pollaio senza pollame, forse un ciottolato per accatastare le fascine.

In cucina c’è la cappa del camino, ma non viene registrato il ciavedâl, l’alare del focolare, e nemmeno il focolare, che avrebbe potuto però essere a terra, cioè sul pavimento della cucina. C’è un armadio, un tavolo, ma nessuna sedia e nemmeno qualche panca, c’è la gràtule, la rastrelliera attaccata al muro della cucina per riporvi il vasellame, e un acquaio fatto di legno di pioppo, non la piere, la pila di pietra, oggi apprezzato oggetto d’antiquariato.

Sempre nella stanza adibita a cucina c’è il panchetto e parte dell’attrezzatura del calzolaio.

Forse la crivola, il pesenal, e altro si saranno trovati nel solaio, uno stanzone basso, ma grande come le due sottostanti stanze, che altrimenti resterebbe stranamente vuoto. Così si dovrà dire delle derrate alimentari, particolarmente delle granaglie, sorgo, granoturco e grano saraceno, essendo il solaio detto anche granaio.

Nella cantinetta esterna ci sono le botti, ovviamente vuote, siamo in luglio, un tino, un po’ di fibra di canapa, e qualche altro arnese. Nella camera infine ci sono due letti, con il loro occorrente e del vestiario tutto da donna. Dei vestiti di mastro Valentino, morto cinque mesi prima, la maggior parte se ne sarà andata con lui nella fossa, forse il resto sarà stato adattato per il figlioletto che l’avrà avuto addosso, dato che in casa manca ogni riferimento ad altri vestiti se non della povera Cecilia.

Questo è il quadro dei beni dei genitori, ereditati dal piccolo Domenico, del quale si perde ogni traccia, essendo probabilmente emigrato, non essendo registrato nel censimento del 1737, quando avrebbe avuto 18 anni, e non risultando fra i morti della parrocchia fino a quell’anno.

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La contestata diga sul Tagliamento a Pinzano
A CURA DI GAETANO COLA E GIORGIO DRI

La Forum, Editrice Universitaria Udinese, nel 2008, ha dato alle stampe un corposo volume “Progetti e opere. Testimonianze di 50 anni (1953-2002)” a cura di Gaetano Cola e Giorgio Dri.
Si tratta di un libro di settecentocinquanta pagine, che coinvolge una selezione di pensiero di quasi cinquecentoautori, dove la cronaca diventa storia nel compendio di duemilacinquecento articoli pubblicati dalla prestigiosa rivista “Rassegna tecnica del Friuli Venezia Giulia”, dal 1953 al 2002.
Sfogliando le pagine dei 260 numeri della “Rassegna tecnica” si possono oggi trovare notizie dei fatti che hanno contribuito allo sviluppo civile della regione, ma ci si può anche rendere conto del perché di molte iniziative di grande importanza sono fallite o sono state vanificate da inerzie amministrative, ripensamenti giustificati e non, veti incrociati, carenza di finanziamenti. In collaborazione con il dott. ing. Gaetano Cola, Direttore responsabile della Rivista “Rassegna Tecnica”, riportiamo l’articolo “La contestata diga sul Tagliamento a Pinzano”, pagg. 445-454. Un saggio molto utile per rinfrescare la memoria e che è di primario interesse per la sicurezza della Bassa friulana e, in particolare, della città di Latisana
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Enrico Fantin

L’ingegnere Paolo Paronuzzi del Dipartimento Georisorse e Territorio dell’Università di Udine, ha preso in esame “Il rischio idrogeologico nei ricorsi storici” nel n. 6 del 1993. Nell’articolo viene rilevata la ricorrente attualità del problema dei dissesti idrogeologici dell’area montana carnica e del Friuli in generale e si lamenta che raramente vengono quantificati gli elementi che sono causa della pericolosità idrogeologica di un territorio montano penalizzato dalle condizioni orografico-meteorologiche e geologico-sismiche. Tali fattori possono essere riferiti a serie storiche di dati che già esistono, pur con alcuni limiti e difficoltà di reperimento.

Dati che si riferiscono agli ultimi centocinquant’anni (per lo più, a partire dal 1850) con osservazioni continue, recenti e significative dell’ordine di 50/70 anni.

Nella riunione tenutasi a Spilimbergo il 7 settembre 1996 sono stati esaminati gli interventi necessari per realizzare le opere di regimazione del Tagliamento e risolvere quindi il grave problema della sicurezza dei Comuni rivieraschi a sud di Pinzano. Alla riunione, promossa dalla Regione Friuli Venezia Giulia, intervenivano i Sindaci dei Comuni interessati con l’assistenza dei loro consulenti tecnici e i rappresentanti dell’Alta Autorità di Bacino che rendeva noto il parere espresso dal suo Comitato tecnico nella seduta del 28 agosto 1996. Il testo integrale del documento veniva pubblicato dalla Rassegna tecnica nel numero 4 del 1996, dove si leggono le conclusioni cui erano giunti i tecnici dell’Autorità.

La Commissione e i Gruppi di studio, si legge, «hanno concordemente indicato la necessità di adeguare il sistema del basso Tagliamento al transito di portate di piena centenarie e di predisporre nel medio Tagliamento dispositivi di attenuazione delle piene di frequenza cinquecentennale». Inoltre si fa presente che «a partire dalla prima metà degli anni Ottanta, da parte del competente Magistrato alle Acque di Venezia sono stati avviati, e sono tuttora in corso di esecuzione, i conseguenti interventi di sistemazione dell’alveo del basso Tagliamento per consentire il deflusso di portate di piena dell’ordine di 4mila cinquecento mc/s». Si aggiunge poi che il canale Cavrato, quale scolmatore naturale delle piene del Tagliamento, «entra in funzione (nelle condizioni attuali) quando le portate che giungono presso il suo incile sono dell’ordine di 1.000 mc/s».

La Regione affidò l’incarico della progettazione della diga all’ingegnere Silvano Zorzi che ideò un’opera la cui realizzazione doveva avere una verifica su modello per accertare il funzionamento degli apparati inseriti nel manufatto per regolare il deflusso delle acque dell’invaso senza fare ricorso ad apparati meccanici. Le prove vennero effettuate nell’Università di Trieste dall’Istituto di Idraulica diretto dal professor ingegnere Francesco Ramponi di cui la Rassegna pubblicava nel n. 2 del 1973 una nota che illustrava le prove eseguite «per esaminare l’effetto di contrazione della vena liquida sui fianchi della luce, dovuto alla presenza delle pile nonché il comportamento idraulico delle pile stesse. Sul modello - precisava il professor Ramponi - viene svolta anche una prima indagine riguardante il delicato problema delle erosioni che le acque di scarico provocano nel letto del fiume».

La costruzione della diga venne però contestata dai Comuni di Pinzano e di Forgaria che vedevano destinati a essere sommersi parte dei loro territori qualora si fossero verificate nuove alluvioni che avrebbero reso necessaria l’entrata in funzione dello sbarramento. In alternativa, i tecnici incaricati dai Comuni proponevano la realizzazione delle casse di laminazione sul medio corso del Tagliamento. Si apriva quindi un dibattito che assumeva, in campo politico-amministrativo, una valenza che metteva in secondo piano l’alternativa casse/diga sotto l’aspetto tecnico e finanziario (il costo della diga era sensibilmente inferiore dalla realizzazione di un sistema di più casse di laminazione sul corso del Tagliamento) ma che coinvolgeva problemi ambientali e, soprattutto, la perdita di un territorio che sarebbe stato sede di invaso in caso di eventuali alluvioni. Territorio che, nel frattempo, nel Comune di Pinzano diventava edificabile con una modifica del piano regolatore.

Nella disputa intervenivano gli ambientalisti che si preoccupavano della cementificazione del fiume con le casse e quindi venivano coinvolti i Comuni rivieraschi del medio Tagliamento che si opponevano alla loro costruzione. La Regione, dovendo prendere in merito una decisione che era sollecitata in particolare dal Comune di Latisana, si rimetteva al giudizio dell’Autorità di Bacino di Venezia che, essendo organo tecnico statale, aveva competenza su un intervento idraulico che, alla foce del Tagliamento nella stretta del Cavrato, interessava anche territori del Veneto. Il parere, fornito in più tempi, nel corso degli ultimi venti anni, non ostava la costruzione delle casse di laminazione ma la condizionava alla redazione di un progetto che, seppure in più tempi, doveva essere realizzato integralmente.

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Una storia di altri tempi
SILVIO BINI

Questa è una storia di altri tempi ma non di tanto tempo fa. Indulge al ricordo ma è vissuta dal vivo. E' una storia d'amore e di fedeltà ma non è di coppia, è una storia di una semplicità disarmante ma ricca di spunti che qualcuno ancora, forse, recepisce come pieni di valori umani e sociali. E' un frammento di storia di Adriano Sattolo, di Pasian di Prato, classe 1941, “primo portiere della squadra dilettantistica di calcio di Palazzolo dello Stella, stagione 1960-61”. E' formidabile come da questo semplice assunto, primo portiere del Palazzolo, sia nato un rapporto di fedeltà e di amicizia che tuttora è vivo e lega il nostro Adriano a tanti palazzolesi, molti purtroppo scomparsi, ma anche alle occasioni speciali del paese, le feste, gli anniversari, soprattutto legati a occasioni sportive, ma non solo. Se parli con Adriano Sattolo non puoi non ricordare Ermenegildo Nardini, il presidente fondatore dell'Unione Sportiva Palazzolo, Gigi Pizzali l'allenatore e leader carismatico di generazioni di calciatori in maglia viola, di don Pio Borgna, già parroco a Lumignacco, l'amico cappellano che non avrebbe sfigurato calcando il “mitico” campo di via Albaredo, detto Cibali per il terreno sabbioso in cui si giocava. Erano tempi “eroici“ e sarà proprio per quell'aura elettrica che avvolgeva le persone intente a seguire la crescita sociale ed economica del paese, che il nostro bravo portiere ha incollato la propria vita a quell'annata, prima della storia viola, senza più staccarsi. Per dire, morto Gigi, lui non mancava mai di andare a trovare la Rina in bar e il primo di novembre è ancora puntuale nella visita in cimitero per un omaggio ai suoi vecchi dirigenti. Nel 1999, in occasione dei festeggiamenti per il 40° di fondazione dell'Unione Sportiva, si era battuto per dare un nome al nuovo stadio, senza speranza. Eppure era rimasto contentissimo per le belle iniziative sportive e per la festa. Gli anni sono passati, ma l'amore no. Recentemente ci siamo incontrati per recarci a fare una breve visita a Armando Biasioli, che nei primissimi anni di vita della Sportiva, era un dirigente di prim'ordine. Insomma, Adriano è affezionato al nostro paese tanto che ci siamo ritrovati anche nel giorno conclusivo delle feste quinquennali della Beata Vergine del Suffragio. E in questa occasione ci ha raccontato un aneddoto della sua vita che ci dipinge un mondo non tanto lontano ma tanto diverso dall'attuale e ci induce, nella sua sua ingenua schiettezza a qualche riflessione, perlomeno intima sul concetto di socialità e di comunità.

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