copertina numero 66 la bassa

la bassa/66

anno XXXV, n. 66, giugno 2013

Estratti di
articoli e saggi
della nostra rivista

In copertina:

Particolare della
“CARTA / FORI IVLII ACCURATA DESCRIPTIO”
dal “Theatrum Orbis Terrarum
di Abram Oertel, Anversa 1573.

Bassorilievo in marmo di Carrara,
scolpito dall’artista latisanese Attilio Zamarian,
raffigurante uno scariolante nei duri lavori di bonifica.
(Foto di Enrico Fantin).

Sommario


Stroppagallo/Stropegjâl
Antico toponimo condiviso tra due comunità del basso Friuli
RENZO CASASOLA

PREMESSA

Riprendendo una citazione di C.C. Desinan sull'introduzione alla toponomastica, l'illustre studioso rimarcò più volte il concetto che gli antichi toponimi sparsi su un territorio, non sempre fanno chiarezza su quale fosse l’antica occupazione umana dello stesso, né tantomeno su quale ne fosse l’utilizzo, in considerazione del fatto che, più si va a ritroso nel tempo, meno fonti documentate attendibili sono disponibili.

Ne consegue che difficilmente si potrà giungere a risultati certi e soddisfacenti per molti di essi, anche per le numerose stratificazioni che l’originario termine subisce inevitabilmente nel corso dei secoli per l’avvicendarsi delle popolazioni che con quel territorio interagirono, lasciando nei toponimi le tracce del loro passato.

La toponomastica dunque, può essere d’aiuto ai ricercatori se supportata da uno studio approfondito sulle singole aree in esame, ricostruendo con deduzioni logiche ed analizzando con i toponimi ivi presenti, le varie epoche storiche al fine di evidenziare un quadro più chiaro sulle pregresse condizioni di vita economiche, storiche e geografiche del territorio stesso.

Alcuni toponimi sono e rimangono di difficile interpretazione e costituiscono sempre un terreno ostico su cui operare ma, pur tuttavia, anche da interessante stimolo di lavoro e ricerca per gli appassionati. Nella Bassa friulana, esempi di questo tipo non mancano di certo, ed uno di essi Stroppagallo in particolare è l’oggetto di questo breve studio etimologico.

Questo toponimo, ad oggi, non è stato sufficientemente studiato dagli studiosi di toponomastica. Le poche notizie frammentate documentate in bibliografia e sulla rete web, ne danno un’interpretazione vaga e fuorviante, non affrontando mai seriamente l’ipotesi etimologica.

Anche i cittadini indigeni presenti nelle comunità in cui insiste, pare abbiano le idee poco chiare al riguardo o non ne abbiano affatto. Questo contributo è finalizzato pertanto, a stimolare il lettore nel considerare un’ipotesi etimologica che sia plausibile alla luce dei dati forniti.

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Latisana in epoca romana - fonti e nuovi dati
LUCA GOBBATO

La distribuzione degli abitati

Che il territorio romano si sia ampliato durante tutto il periodo in cui Roma stabilì la sua egemonia in Italia è ovvio; i territori presi ai popoli conquistati e usati per la fondazione di colonie o per assegnazioni individuali divennero ager romanus, territorio romano, a meno che non fossero trasformati in colonie latine. La progressiva espansione dell’ager romanus può essere delineata fino al II secolo a.C., dopo di che lo scacchiere rimase sostanzialmente immutato fino alla guerra sociale scoppiata nel 91 a.C. Occorre tenere ben presente che all’interno dei territori, organizzati in civitates, esistevano molteplici realtà insediative minori sottoposte alla tutela amministrativa del capoluogo territoriale. Queste realtà si dividevano in agglomerati indigeni preesistenti la conquista, come gli oppida celtici, o quelle collettività di cittadini romani che il potere centrale non ritenne necessario valorizzare riconoscendo loro la funzione di centro coordinatore, come ad esempio fora, conciliabula, vici, pagi civium Romanorum. A questi agglomerati abitativi, almeno in certi casi, veniva però riconosciuto il ruolo di comunità con diritto di giurisdizione, e, di conseguenza, si può ritenere che tali centri possedessero almeno parziali prerogative d’autonomia. Infatti, spesso risultano essere amministrati da propri magistrati, come ad esempio il magister vici o il magister pagi, talora assistiti anche da un consiglio di seniores e perfino da un curator rei publicae. Di fatto i vari tipi d’insediamento annoverati appaiono allo studioso come cellule della vita urbana sparpagliate sul territorio rurale e spesso in rapporto dinamico con il proprio capoluogo.

Ulteriore caposaldo del territorio rurale è costituto dal ruolo della villa rustica, punto d’incontro delle realtà urbana e rurale, che in questa sfera appaiono unite. Questa sinergia è data dal fatto che durante alcuni momenti particolarmente importanti il proprietario risiedesse in campagna per sorvegliare la mano d’opera schiavile. Riferendosi a questo fenomeno, il Carandini, paragona la struttura economico sociale delle villae a quella militare, infatti la figura del dominus viene paragonata a quella del praefectus e la sua residenza al praetorium del comandante al centro del castrum; di fatto è eloquente che nel medio e tardo Impero le ville signorili vengano chiamate praetoria, nel senso che si connotano come edifici isolati, circondati da altri edifici rustici, come i preatoria militari erano circondati da caserme, stalle e granai.

Latisana – Mutatio Apicilia

Sono due le stazioni stradali ricordate nell’itinerarium Burdigalense lungo il tracciato della via Annia da Concordia ad Aquileia. La prima di queste, partendo da ovest, ovvero la mutatio Apicilia, doveva trovarsi in corrispondenza di un passaggio, forse un ponte, sito sul ramo minore dell’antico Tagliamento, presso l’odierno paese di Latisanotta, che dista 13 Km (circa 9 miglia) da Concordia. Per quanto riguarda il termine Apicilia, Bosio e Galasso propongono la medesima soluzione, ossia di vedervi un evidente richiamo al nome di una locandiera, in quanto la lettura Ad Pacilia figura nel Codex Veronensis 52> ed è preferita dal Mommsen, contro l’Apicilia presente nel Codex Parisinus 4808 e accettata nel testo critico del Cuntz. Non mancano però opinioni contrastanti, tra le quali si possono ricordare quella del Cassi che parla di un centro abitato di origine sicuramente venetica, chiamato “Picilia” o “Pacilia”, aggiungendo che i Romani, fondata Aquileia, nei pressi di Picilia avrebbero posto una mansio denominata ad Piciliam e che con l’andare del tempo le due località si sarebbero fuse insieme e avrebbero preso il nome di Appicilia. Il Giacinto, parlando di S. Giorgio al Tagliamento, precisa che questo paese abitato da contadini, barcari e pescatori si chiamava Apicilia, mentre viene vista come stazione o mansio militare da Scottà.

Tornando ora all’argomento topografico, sappiamo quindi che il tracciato della via Annia, dopo aver toccato Iulia Concordia, attraversava il Tagliamento e si dirigeva verso Ad Paciliam, da localizzare ipoteticamente nelle vicinanze di località Case Fantin a Latisanotta. Qui, in occasione di lavori edili risalenti agli anni Settanta del secolo scorso, fu eseguito uno scavo in una casa privata fino ad una profondità di circa 2 m che portò alla luce i resti di una strada completamente lastricata in laterizio, con ai lati due canali di scolo riempiti di materiale di colore nerastro. In quell’occasione furono rinvenuti alcuni oggetti, fra i quali una stadera, o bilancino, in oro.

Al 1988 risalgono dei ritrovamenti di superficie in località Selva di Sopra, nel comune di Latisana. In un terreno sul lato nord della strada, nel tratto che dal paese di Latisanotta si dirige verso la località di Crosere, presso il Consorzio Acquedotto Friuli Centrale, alla profondità di circa 1,80 m dal piano di campagna, emerse chiaramente il piano in cocciopesto di una pavimentazione, quasi sicuramente da esterno, relativa ad una probabile costruzione rurale la cui posizione risultava nelle vicinanze della via Annia. Da questo sopraluogo emersero alcuni embrici, anche con marchio, frammenti di anfora con anse, vetro, coppette, chiodi, cocci vari e un muro di mattoni della lunghezza di circa 2 m e dall’altezza variabile tra i 25 cm e i 40 cm. Appoggiata a questa evidenza muraria venne ritrovata una tomba a cassetta contenente alcuni frammenti di una bocchetta ovoidale cenerognola e ceneri nerastre con ossa calcinate. Il muro proseguiva trasversalmente senza angoli, lasciando supporre che la costruzione presentasse un lato di almeno 8 o 9 m. Nell’alveo del fiume, in corrispondenza della linea di passaggio della strada, fino agli anni Sessanta esistevano ampie opere di regimentazione, costituite da terrapieni di ghiaia sostenuti da palizzate, che ne permettevano l’attraversamento e che sono andate completamente distrutte dopo l’alluvione che ha interessato quest’area nel 1966. Tale tecnica probabilmente veniva già adoperata in epoca romana, anche se non si può escludere che qui fosse stato costruito un ponte, del quale però non esisterebbero più tracce.

Dall’area in questione proviene un’iscrizione funeraria romana rinvenuta a nord della località Tempio, tra Latisana e Latisanotta. Il documento, oggi perduto, presentava il seguente testo: L(ocus) S(epolturae) / Serviliae Al(halae?) / Long(us) in f(ronte) / ped(es) XX / ret(ro) p(edes) XL.

Ai primi anni Novanta, a seguito di lavori di pulizia delle sponde, risale la segnalazione del ritrovamento di materiale di età romana nel canale in cui era stata rinvenuta l’epigrafe, alla profondità di circa 1,20 m. Ulteriori elementi sono stati apportati in seguito ai sopraluoghi effettuati da Fabio Prenc, tra il 1994 e il 1995, e dal più recente intervento di verifica, realizzato sempre dallo stesso Prenc, dal quale emerse che la strada era larga circa 12 m e presentava sul fondo un livello di argilla antropizzata, cui si sovrapponeva un battuto duro e compatto composto di ciottoli fluviali e scaglie di laterizio, a sua volta ricoperto da un livello di sabbia battuta atto a sostenere il piano stradale in ghiaia. Il profilo della strada è quello classico a “dorso di mulo”. Anche in quest’occasione è stato significativo il rinvenimento a nord della strada di un muro in laterizi di 60 cm di spessore, conservatosi per quattro filari e privo della risega di fondazione. Parallelo alla strada, il muro non presenta chiusure sul retro, se si escludono altri due muretti simili di circa 30 cm di spessore ma di fattura meno curata. Il ritrovamento in questa zona dell’epigrafe funeraria e, in seguito, di un’urna cineraria, inducono a ritenere di essere in presenza di un recinto funerario. Rimane incerta la localizzazione della locanda o mutatio, che non può sicuramente coincidere con le strutture archeologiche note.

Nuovi ritrovamenti

Durante le fasi di studio del territorio la presa in esame della documentazione fotografica sia zenitale che trasversale è una condizione imprescindibile. Al fine di ottenere un’analisi completa della zona presa in esame la fotografia aerea costituisce una miniera d’informazioni che, in molti casi, fa emergere dati inediti che sarebbe stato impossibile notare sia a seguito dell’analisi a terra che a quello della bibliografia e delle fonti.

L’archeologo, che comunemente osserva il terreno a livello del suo occhio, di poco sopraelevato rispetto al piano di campagna, ha una visione di quel che lo circonda assai ristretta e frammentaria, ostacolata altresì da corpi che non gli permettono di avere una visuale d’insieme completa, come case, boschi o siepi. La visuale dall’alto, invece, permette di volgere lo sguardo ben al di là di quegli ostacoli, donando coesione ed organicità, anche nel raggio di chilometri, a una molteplicità di elementi che potranno poi essere analizzati nello specifico attraverso una più accurata indagine a terra.

Come detto, la foto aerea può recare un decisivo contributo a riconoscere situazioni che possono sfuggire all’analisi a terra e che vengono rilevati grazie alle tracce riconoscibili nelle foto aeree. Il terreno, difatti, assume una diversa intensità di toni, nei singoli tratti o punti, a seconda della natura che gli è propria, della forma, dei dislivelli, del coltivo, dell’umidità, del potere di riflessione termico e di luminescenza, delle differenti condizioni di luce nella posizione rispetto al sole ed all’inclinazione dell’obiettivo. Questi elementi possono essere messi in risalto anche dal tipo di pellicola e dai filtri impiegati nel rilevamento, dall’uso di pellicole a colori o all’infrarosso, dall’esposizione, dal processo di sviluppo e stampa, o ancora dai più avanzati sistemi informatici di manipolazione e filtraggio dell’immagine.

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Italia (1861-2011)
MONICA MINGOIA

Italia dai mille pensieri,
Italia di oggi e di ieri.
Lo sguardo sul mare, montagne e pianure,
secoli di storia, monumenti e sculture.
Dialetti diversi di cuori ardenti,
a volte divisi ma sempre attenti
ad intervenire in un`unica unione,
perché l`Italia è una grande Nazione.
Nazione che supera tutte le divisioni,
i risentimenti e le contraddizioni;
quando la Patria chiama arrivano i combattenti
a difenderti cara Italia, da stranieri invadenti.
Oh! Cara Italia dal suolo insanguinato
che lacrime di madri, padri e vedove hanno lavato.
Ora che splende il sole e il mare è argentato,
il cuore di ogni italiano al cielo si è sollevato
per gridare tutti insieme con grande emozione:
“Italia sei unica, sei una grande Nazione”

Monica Mingoia - Latisana (UD)

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Tracce di “friulanità” nel trevigiano:
il caso di Meduna di Livenza
MAURO FASAN

C’è una piccola parte della provincia di Treviso legata al Friuli storico, dal quale non si è mai definitivamente separata.

Il riferimento non è tanto a San Polo di Piave che comunque ha avuto la sua bella fetta di storia friulana, essendo territorio patriarcale fino al XIV secolo, se non altro ecclesiasticamente, ma alla zona liventina di sponda sinistra, a valle di Tremeacque.

Si tratta di Lorenzaga, frazione del comune di Motta di Livenza, antichissima corte longobarda nel territorio della diocesi di Concordia e del comune di Meduna di Livenza, unica circoscrizione amministrativa della provincia di Treviso interamente alla sinistra del Livenza.

Meduna di Livenza, in friulano Midune (nelle dizioni occidentali Miduna), è il capoluogo dell’omonimo comune che si sviluppa su un territorio di circa 15 km2, comprendendo due frazioni (Brische e Mure), quattro parrocchie (Meduna, Brische, parte di Lorenzaga e Azzanello) e poco meno di 3.000 abitanti.

Oggi tutto il territorio comunale appartiene alla diocesi di Concordia-Pordenone ma, fino al 1923, la parrocchia San Giovanni Battista di Meduna apparteneva all’arcidiocesi di Udine.

Meduna, quindi, rappresenta la traccia più evidente che il Friuli ha lasciato nella marca trevigiana. La storia del paese rende facile comprendere perché Meduna era un’“isola” patriarcale nella diocesi concordiese e, ancor più, perché Meduna sia un lembo di Friuli nel trevigiano.

Tutto ebbe inizio agli albori del Mille, a causa delle scorrerie degli Ungari e dopo che l’imperatore Enrico IV assegnò a Sigeardo patriarca di Aquileia la contea del Friuli, dando origine allo Stato Patriarcale.

Il confine occidentale dello Stato era segnato dall’alveo del fiume Livenza, lungo il quale sorsero vari castra> (fortificazioni medievali), che si unirono agli esistenti per creare la linea difensiva.

È ormai consolidata l’ipotesi che proprio in quel periodo, lungo il corso del Livenza, sorsero i castelli di Caneva, S. Stino e Meduna. Tuttavia nei documenti del X e XI secolo non vi è menzione del castello medunese, che invece è accertato esistere agli inizi del Duecento.

Sono infatti del 1223 le prime notizie certe del castro Medune, edificio in cui si incontrarono il patriarca e l’abate di Sesto per decidere a chi spettava l’avvocazia> di Azzanello, Mure e Mergraro (Malgher).

Alla fine la spuntò il patriarca, che impose agli abitanti di questi villaggi di venire a Meduna per custodirla e fare il piovego, cioè organizzare la difesa del territorio e del castello. A questi fu inoltre concessa la possibilità di vendere vino e pane nella taverna all’interno delle mura castellane.

Dopo l’acquisizione delle ville vicine, col passar del tempo il contado medunese si estese gradualmente sui seguenti luoghi: Pasian di Sotto, Azzanello, Belveder, Brischi, Squarzareto, More, Masi, Cordohabat, Quartarezza, Danon, Cydrugno, Pra Major, Pra di Pozzo, Zoppina, Oltrefossa, Spadacenta, Sotto la Motta6. La giurisdizione si estenderà ulteriormente, spingendo i confini fino al Reghena, alle porte di Summaga e Chions. Tuttavia i confini del feudo medunese non sono mai stati ben definiti e gli studiosi, con lievi discrepanze, assoggettano alla potestà di Meduna vari villaggi, compresa la gastaldia di San Vito. Allo stato delle ricerche non è possibile stabilire gli esatti confini del feudo medievale e la questione rimane aperta.

Il feudo di Meduna era di abitanza e questo comportava che gli amministratori dovessero abitare stabilmente a Meduna e mantenere il castello sempre a disposizione del patriarca, che inoltre gestiva anche l’amministrazione ecclesiastica, appartenendo appunto Meduna al patriarcato di Aquileia (dal 1751 all’arcidiocesi di Udine). Erano questi i feudi più numerosi e creati in luoghi strategici. Meduna ad esempio sorse nell’antico punto di confluenza del fiume Meduna nel Livenza, che avveniva tramite il letto dell’attuale fossa San Bellino.

Il castello di Meduna fu una specie di cerniera nei rapporti con la marca trevigiana e i suoi potenti signori. Essendo patriarcale rappresentava la “testa di ponte” per qualsiasi operazione di invasione del Friuli.

La prima famiglia investita del feudo prese il nome della terra. Dei Meduna si conosce poco e le cronache medievali che vi fanno menzione sono sporadiche. Accertata è la loro presenza nel Parlamento friulano, come certa è l’importanza della famiglia, che apparteneva al ceto dei nobili feudatari della chiesa di Aquileia.

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Punta Tagliamento e faro di Bibione.
Paesaggio, natura, incanto.
LUCIANO ANGELINI

E’ un pomeriggio caldo e soleggiato di aprile; nel soggiorno della nostra casa a Lignano Pineta e’ in corso un animatissimo ed interminabile “gossip” a più voci, tutte femminili, ed a molti “decibel”, su Precenicco e diversi personaggi e problemi del paese. Pur appassionato di sociologia e ben sapendo trattarsi di tipica attività di primario interesse nelle relazioni sociali femminili, non riesco però ad essere interessato ed il sole e la primavera in fiore mi attirano irresistibilmente ad uscire.

Prendo la bici e, costeggiando sull’alzaia il canale litoraneo, mi avvio verso Bilione. Superato il triplo gran premio della montagna dei ponti sul canale litoraneo, sul Tagliamento e sul cavalcavia dello stradone di Bilione, giungo ben presto alla rotonda all’ingresso del paese e qui sono subito attratto dall’indicazione “Faro” alla mia sinistra, all’inizio di una strada alberata di pini marittimi. La imbocco decisamente. Superati diversi orti, frutteti, un gasometro, alcuni canali di bonifica, una idrovora, imbocco la strada in terra battuta, riservata a soli pedoni e ciclisti, che porta al faro, lunga circa quattro chilometri, che costeggia il Tagliamento e le sue golene. Gli ultimi due chilometri sono un vero incanto di natura: la strada si trasforma in poco più di un sentiero ombroso a galleria che corre in una pineta popolata di ginepri, leccioli, allori, acacie e canne palustri in corrispondenza degli stagni. Talora la strada si affaccia su bellissime spiaggette sulla riva destra del Tagliamento, dalle quali si ammira la foce ed il mare azzurro. Diverse tabelle recano notizie sulla flora, fauna e microclima locale, trattandosi di Parco della Regione Veneto. Cartelli metallici non recenti proibiscono la raccolta di tartufi, altri invitano a percorrere il bosco solo attraverso i sentieri tracciati. Segnali triangolari di pericolo invitano altresì a fare attenzione ai serpenti. Consiglio superfluo per chi ha alle spalle un’infanzia e prima adolescenza selvatica e “en plein air” come il sottoscritto.

Passeggiando lungo i sentieri delimitati da staccionate (per la verità oggetto di scarsa manutenzione) si apprezza la vegetazione lussureggiante, il guizzare veloce di piccoli rettili (lucertole e ramarri), piccoli anfibi, scoiattoli che saltano rapidi di ramo in ramo, voli di gazze, corvi e merli. C’è un’aria salubre che risana bronchi e polmoni messi a dura prova dalle polveri sottili delle nostre città durante l’inverno.

Il sentiero principale termina davanti al cancello d’ingresso del faro che è chiuso ed abbandonato sulla spiaggia solitaria.

Poco sulla destra un radar militare installato su un’altissima antenna biancorossa, insiste nel suo giro continuo scrutando i cieli dell’Adriatico.

La sommità della rotonda torre del Faro è piena di rondini che ora si riposano, ora volano alte nei paraggi disegnando traiettorie curve e veloci. La casa del faro è circondata da un recinto di muro e soprastante rete metallica. Il vento dell’inverso ha accumulato sabbia in dune tanto alte da superare spesso l’altezza della recinzione. All’interno della recinzione abbondano le agavi, alcune in fioritura, tutte piene di grappoli di lumachini. Sulle dune si notano bassi cespugli verdi con bellissimi fiori viola a campanula; ovunque sulla spiaggia abbondano le piante alofite ed il legname riportato dalle piene del Tagliamento e dalle mareggiate.

Tutta la Punta Tagliamento, dove sorge il faro e l’area del parco è difesa da un sapiente sistema di scogliere che difendono dall’erosione di piene e mareggiate la prominenza in mare della terra emersa per ulteriori circa cinquecento metri rispetto alla costa sulla riva sinistra del Tagliamento. Sapiente nel senso che la loro disposizione, l’orientamento e consistenza tiene conto delle correnti marine costiere, dei venti prevalenti e di tutte le forze che possono contribuire all’erosione della costa.

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Una chiesetta ai confini di Rivignano e Teor in località Falt
BENVENUTO CASTELLARIN

LA STORIA

Il caso è davvero singolare, solitamente i confini della parrocchia coincidono con quelli civili o, in ogni caso, con quelli antichi del comune rurale. Come mai, allora, questa chiesetta ubicata al confine fra Teor e Rivignano, civilmente appartiene a quest’ultimo, ma ecclesiasticamente fa parte della Parrocchia di San Mauro Martire di Teor?

Per rispondere a questa domanda è necessario andare a ritroso nel tempo, fino al 21 gennaio 1486, quando il pievano di Palazzolo (dello Stella) Antonio de Susanis investì prete Leonardo de Gleris quale vicario Teor: l’11 giugno 1489, lo stesso Antonio de Susanis investì il medesimo prete Leonardo vicario di Rivignano1.

Allora la Pieve di Palazzolo, che si ritiene già operante verso il V secolo, oltre a Rivignano e Teor, comprendeva: Ariis, Campomolle, Chiarmacis, Driolassa, Flambruzzo, Muzzana (del Turgnano), Piancada, Pocenia, Precenicco e Rivarotta.

Dunque è da quell’epoca che le parrocchie di Rivignano e Teor ebbero un comune vicario. Don Leonardo de Gleris, ebbe la residenza a Rivignano. Il suo successore pre’ Modesto Vecchiè (1536 -1551), vicario di ambedue le parrocchie, portò la sua residenza a Teor. Non abbiamo trovato documenti che attestino questa alternanza di residenza, essa, si suppone, sia nata da un tacito accodo fra i due comuni o fra gli amministratori laici delle due parrocchie.

Accordo che diventerà più tardi una norma, la quale è confermata in un documento, senza la fonte documentaria, pubblicato per l’ingresso di don Pietro D’Ambrosio nuovo parroco di Flambruzzo, dove è dichiarato che Rivignano e Teor hanno un comune parroco che doveva risiedere alternativamente a Rivignano e Teor:
Ecclesia parochialis de Rivignano sub titulo Beatae Mariae, cujus est modernus curatus D. Presb. Dominicus Zanutus de Lonca [1589-1598], habeat alam Ecclesiam, quae etiam parochialis nuncupatur, S. Martini [Mauri] de Theoro, ex eo quod curati pro tempore ipsarum ecclesiarum alternatim resident in dictis ecclesiis, nempe praedecessor praesentibus Curati resedit in Villa Theori, modernus vero Rivignano, et sic successive perpetuis temporibus residentia curatorum hoc ordine servatur.

E’ facile immaginare i contrasti che sorsero tra i due paesi quando un parroco non intendeva rispettare questa alternanza. Si aggiunga poi il fatto della presenza del parroco, nelle ricorrenze solenni comuni come Natale, Pasqua, Ognissanti, quando il parroco era rivendicato da ambedue le parrocchie.

I contrasti e i litigi si protrassero fino al 1759 quando alla morte di don Antonio Tullio, i due paesi di Rivignano e Teor, stanchi delle lotte precedenti per la concorrenza del parroco, desideravano un parroco proprio, ciascuno per conto proprio.

I teoresi presero l’iniziativa e rivolsero una supplica al patriarca affinché provvedesse a dividere la parrocchia e ad eleggere due parroci uno per Teor e uno per Rivignano. Nella supplica chiesero anche la divisione dei beni ecclesiastici in parti uguali, poiché le due chiese di S. Lorenzo e S. Mauro erano sorelle ed aventi eguali diritti, in special modo chiesero la chiesa del Falt, poiché a Rivignano rimaneva la chiesa della Madonna. Il comune di Rivignano venuto a conoscenza di questa supplica del comune di Teor, mandò una lettera al patriarca dicendo che avrebbe accettato ben volentieri la divisione della parrocchia a condizione però che la chiesa del Falt si assegnasse a Rivignano. Alle osservazioni del comune di Rivignano, Teor rispose presentando i documenti dell’usufrutto goduto in passato dei redditi della chiesa del Falt.

E, aggiungiamo noi, che nella visita pastorale alle chiese di Rivignano e Teor del 1595, il visitatore apostolico dichiara che: La chiesa campestre sotto il titolo di Tutti i Santi, in luogo detto Falt, filiale della parrocchiale di Teor, retta dai confratelli sotto lo stesso titolo […]. Il vaso dell’acqua benedetta, che sta fuori della chiesa, si porti dentro, e si collochi alla parete presso la porta. Inoltre che nella parrocchia di Teor vi è la Confraternita di Tutti i Santi.

Nella visita pastorale del 1702, si ribadisce che: In Teor vi sono due chiese... l’altra è d’un altare è situata in campagna di sopra la villa ed nominata la chiesa di Tutti i Santi et ivi annualmente del parroco attuale d’essa villa viene celebrata messa solenne in detto giorno di Tutti li Santi. Nec non annualmente si celebra una messa solenne la prima domenica di maggio per qual giorno si fa la dedicazion d’essa chiesa.

Diversa è la versione che si riporta nelle Memorie di don Tosoratti: Nel 1702 li 18 maggio S. Em. Dionisio Delfino visitò: la chiesa di S. Mauro di Teor Sacramentale filiale della Parrocchiale di Rivignano; nello stesso giorno visitò anche la veneranda chiesa di S. Lorenzo Parrocchiale di Rivignano e la veneranda chiesa di Tutti i Santi del Falt filiale della parrocchiale di Rivignano.

Nel 1736 nelle Regole che si osservano> durante le varie ricorrenze nella parrocchia di Teor al punto 7, si afferma che Il giorno d’ognissanti tocca la Messa alla chiesa del Falt et la si vole pertinenze di Revignan. Ogn’anno tutti due li popoli con le croci a Messa e vesperi. La commemorazione dei morti la messa tocca dove non riesce il Reverendo. E al punto 8: Che una volta al mese tocca la Messa alla chiesa del Falt, cioè una domenica di quella tocca a Teor per governar, et similmente quando a dir Messa s’ha da dir alla Madonna tocca a quelli di Rivignan.

Inoltre una delibera del comune di Teor del 9 febbraio 1740, fra gli altri emolumenti assegna al nonciolo> (sagrestano) della chiesa di S. Mauro, lire 10 “per andar ogni sabo a illuminar la veneranda chiesa del Falt e tenir netta la chiesa e cimiterio”. Aveva poi come regalia, soldi 10 ogni messa cantata per le anime del Purgatorio ed il pranzo il giorno della sagra.

Nel 1749 anche il comune di Teor riconosce che la Chiesa campestre di Tutti i Santi pertinenze di Rivignano, come consta delle Regole delle officiature, presentate come sopra dagli huomini di Teor, essendoli stata data con quest’obbligo parola dalla carta delle Regole delle officiature sudette di Teor.

Ritornando richieste e contro richieste per la divisione della parrocchia del 1759 troviamo le controdeduzioni del comune di Rivignano dove si afferma:

  • I - Che la chiesa del Falt si trova in suo territorio quindi non poter tollerare che il futuro parroco di Teor avesse giurisdizione nella chiesa di Rivignano.
  • II - Che la data della medesima chiesa del Falt costruita in un bosco si trovava pure in territorio di Rivignano.
  • III - Che un legato della stessa chiesa, lasciato in dono da un certo Pilutti di Rivignano.
  • IV - Che se era vero, come obiettavano quei di Teor che i redditi della modesta chiesa erano sino allora goduti da Teor, ciò era stato tollerato perché il parroco era comune per i due paesi e perché inoltre quei di Teor non avevano alcuna filiale.
  • V - Che se i redditi della chiesa di Rivignano con quelli della chiesa del Falt erano maggiori di quelli di Teor; i rivignanesi avevano ancora maggiori oneri essendo la popolazione di Rivignano superiore di un terzo a quella di Teor, ed avendo più strade e più ponti da mantenere fra cui la via dei Molini.

Nel 1750, il patriarca vedendo l’impossibilità di conciliazione fra rivignanesi e teoresi, un anno dopo la morte di don Antonio Tullio nominò di nuovo un parroco comune.

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Flambro nell’Alto Medio Evo sede del trono di giustizia imperiale
ROBERTO TIRELLI

Flambro “plebs” e “castrum” è una realtà del tutto unica nel Medioevo friulano, in particolare in quei secoli che vanno dal X al XIV ove scarseggiano i documenti storici e spesso si deve far ricorso alle poche indicazioni che provengono da una molteplicità di dati sparsi su quantità enormi di fonti.

Ritrovamenti archeologici e una pluralità di richiami storici fanno risalire il tutto ad una presenza longobarda, collocabile non prima dell’VIII secolo,presumibilmente a difesa della strada romana. Il titolo antico di Santa Maria e non di meno ,di San Giovanni Battista (ora chiesetta campestre forse altro nucleo abitato del tempo) fanno risalire la pieve agli anni del Patriarca San Paolino, agli inizi del IX secolo.

“Castrum” e “plebs” rinascono dopo le invasioni ungariche nel quadro di una rinascita che vede uniti il potere spirituale del Patriarca di Aquileia ed il potere imperiale nella ripopolazione del territorio e nel garantire la circolazione lungo il tracciato della via medioevale che ora si chiama Ongaresca.

Al centro della cortina vi è la chiesa, edificio e simbolo unificante della piccola comunità che vi si rifugia nei momenti di pericolo, con il suo cimitero ed il suo sagrato (platea), ove ombreggia un grande albero, un frondoso tiglio sotto il quale gli uomini liberi si riuniscono per decidere dei beni comuni (vicinia), si tengono i giudizi (placita), si rappresentano i misteri sacri(sacra) e quelli propri della realtà umana (profana).

Al di fuori della cortina e delle sue opere difensive, mura, terrapieni, fossati e trincee, si allarga il borgo fatto perlopiù di misere capanne ove vivono i “laboratores”, prima in stato servile, poi libero, ma comunque legati alla terra dei “mansi” che coltivano per conto di proprietari sempre estranei al villaggio, nobili o ecclesiastici.

Qui le condizioni di vita sono fra le più misere che si possano oggi immaginare, ma la storia su tutto ciò tace e le generazioni si succedono senza lasciare traccia di se stesse se non nel breve spazio dei ricordi contemporanei.

Al di là delle terre coltivate (cultum) vi sono ancora ampie foreste (saltum), praterie e paludi, ricche di acque di sorgiva, spazi dai quali si possono trarre frutti spontanei, legname, strame, nonché portare al pascolo il gregge comune e, palam vel clam, cacciare o pescare, il tutto facendo attenzione di non incorrere nella violazione dei diritti feudali.

Essendo un castrum, cioè un insediamento strategico nella pianura e lungo una importante via di comunicazione, vi deve presiedere un “miles” ovvero in tedesco un “ritter”, un “arimanno” secondo la tradizione longobarda, il cui ruolo è quello di portare la spada, cioè di difendere il villaggio ed i suoi abitanti. È un compito, una investitura, che gli deriva da un potere superiore e riceve in cambio il beneficio del mantenimento per sé e per i suoi “familiares”, una piccola corte della quale fanno parte i suoi familiari in senso stretto, i suoi armati, i suoi servi. A lui spettano taluni “iura” legati alla vita economica del villaggio, delle prestazioni sia in beni sia in opere, oltre a dazi e tasse su tutto ciò che sia possibile lucrare.

Al di sopra del “miles” nel caso di Flambro nell’Alto Medioevo, vi è il conte di Gorizia, “comes palatinus” vassallo diretto dell’imperatore, che lo rappresenta in questo territorio ove accumula, pur non essendone sottoposto, anche il ruolo di avvocato della Chiesa aquileiese ricevendone ampi compensi in beni e in terre.

Flambro risulta, quindi, essere terra imperiale (koenighufe – kaiserhufe) e possiamo pensare lo sia diventata molto presto, forse addirittura al passaggio avvenuto dai longobardi ai franchi alla fine dell’VIII secolo, al tempo di Carlo Magno e del primo Sacro Ronmano Impero, il che evidentemente le ha permesso anche in seguito di mantenere tale prerogativa.

Qui, però, vi è anche una plebs, una pieve, cui presiede un plebanus. Si tratta di un centro cultuale cui fa riferimento un territorio molto ampio con numerose filiali, al quale corrisponde un ricco beneficio ecclesiastico. E non è da escludere che, in origine o in fasi storiche successive, miles e plebanus abbiano coinciso nella medesima persona.

Questo è il quadro storico nel quale si iscrive l’amministrazione della giustizia imperiale fra l’XI ed il XIV secolo in Flambro quale sede del trono imperiale o “konigstuhl” al di qua delle Alpi. Ciò viene affermato dagli studiosi del Medioevo tedesco in particolare dell’area austriaca sulla base della documentazione conservata negli archivi di Vienna e Salisburgo.

Letteralmente konigstuhl significa “trono del re”, assiso sul quale il sovrano, con tutti i segni della sua autorità pronunciava tradizionalmente un giudizio inappellabile.

Nel Medioevo il potere si sostanzia soprattutto nel rendere giustizia, non ha quella valenza politico-amministrativa cui noi oggi diamo ad esso. Del resto allora l’obbedienza non si metteva in discussione poiché il comando derivava direttamente da Dio e non occorrevano, almeno in teoria, consensi popolari.

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I confini lagunari di Marano nel 1803.
Spiegativa della mappa lagunare.
MARIA TERESA CORSO

Premessa

Si tratta di un lavoro richiesto dai regi giudici delegati a due pubblici geometri settecenteschi Francesco Rotta e Giovanni Gaspare Naschinetti, i quali, prodotta la documentazione, visionata la stessa, ipotizzati gli stravolgimenti naturali del territorio, sentite le testimonianze, ed eseguito i sopralluoghi redigono una mappa (peraltro mancante) con la relativa relazione per una demarcazione degli antichi e remoti confini.

Gli incaricati si possono oggi paragonare ai periti del tribunale odierno i cui giudici, sentiti i professionisti sentenziano poi a favore dell’una o dell’altra parte.

E’ dunque verosimilmente un lavoro che venne commissionato sulla base dei risvolti politici avvenuti nel 1797 con l’arrivo di Napoleone in Friuli e con tutte le nuove impostazioni comandate alle istituzioni locali, le quali pertanto il 7.10.1801 affidano l’incarico di redigere una relazione spiegativa ai due periti pubblici geometri.

L’anno 1797 è l’anno dell’occupazione francese, alla fine del quale Napoleone cede Venezia e il Friuli all’Austria per ottenere altri territori nordeuropei.

Dal 1797 al 1805, a Marano vi è un governo austriaco, al termine del quale anno e fino al 1814 Napoleone si riprende il Friuli che diventa regno d’Italia napoleonico. Dal 1814 poi Marano passa all’Austria.

Nel clima austriaco si consuma il lavoro dei due geometri che relazionano su alcuni documenti antichi in possesso delle comunità rivierasche.

La casa di Gaspare Naschinetti si trovava a Udine in Borgo San Bortolomeo, confinante con la casa del conte Nicoletto Mantica, quest’ultimo molto vicino alle vicende familiari del possidente maranese Antonio Rossetto. Basti pensare che fu il padrino di Battesimo (il 28.5.1803) del figliolo del Rossetto, chiamato Nicoletto come il santolo.

Possiamo dire che forse l’incarico al Naschinetti avvenne attraverso la mediazione del conte Nicoletto Mantica ad Antonio Rossetti che nel 1806 faceva parte dell’amministrazione pubblica.

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Sul probabile significato dell'idronimo Stella
MAURO BULIGATTO

Nel pomeriggio dell’1 novembre 2012 decisi di scendere verso la Bassa, per recarmi in visita al Camposanto di Driolassa. Avendo considerato che la viabilità interna a Rivignano risultava interrotta, per il consueto svolgersi dell’ultra centenaria Fiéste dai Sânz, optai di raggiungere la meta in modo alternativo da Flambruzzo. Per fortuna al nodo idraulico di Ariis, dopo il ponte che oltrepassa il Flun, il picco di massima piena era stato raggiunto in precedenza. Le lame d’acqua, invero, testimoniavano ciò a latere del tracciato stradale: sia dalla parte del laboratorio regionale di idrobiologia e sia da quella dell’area dei festeggiamenti. Ben diversa e impegnativa la situazione più a ovest, lungo la via che unisce Ariis a Rivignano, ove la forza esondativa dello Stella superava di molto il franco idraulico dei due canali fiancheggianti tale strada. Per conseguenza le montane a cuiarzeve le strade> interrompendo il collegamento. Sempre nei medesimi giorni il fiume ebbe pure modo di espandersi più a sud, in destra orografica, attraverso le bassure ubicate a valle dell’abitato di Rivarotta.

Se in linea generale la stabilità complessiva del suo alveo è tale già dal XV secolo avanti Cristo, un modellamento importante si verificò fra Neolitico antico e prima età del Ferro (2700 / 1000 a. C.). Viceversa il dinamismo delle anse ha creato, in moto quasi continuo, una variabilità interna allo sviluppo planimetrico, che si è perpetuata sino in tempi a noi vicini. Questo è maggiormente riscontrabile a monte della Strada Statale n. 14, ove le disuguaglianze fra la cartografia ottocentesca e i riscontri oggettivi attuali dimostrano una recentissima attività meandriforme (FONTANA 200 6, 136). I conseguenti dati toponomastici concordano, con quanto innanzi citato, grazie alle forme Sazîl e Volt di Ferui, rispettivamente ad Ariis di Rivignano e a monte dell’abitato della frazione più meridionale di Teor. A tal proposito il nome di luogo Rivarotta ci avrà già fatto ben capire, quindi, le dinamiche idrauliche in fase di piena e la giustificata ampiezza degli antichi alvei attivi, rispetto alle odierne sezioni di deflusso. E proprio qui si deve ricordare che a valle della confluenza Taglio-Stella le giaciture dei paleoalvei confermano tali caratteristiche rilevanti.

Tecnicamente il fenomeno è codificato, da geologi e idrologi, come una situazione di underfit stream, con antiche portate idrauliche cospicue: a erosione e trasporto ghiaioso-sabbioso, ben aldilà di quello che oggi è il limite di deposizione e, soprattutto, oltre l’alveo che tutti noi possiamo visivamente percepire5. Da studi comparativi geologici e archeologici sono emerse evidenze interessanti. Infatti, le analisi stratigrafiche sedimentarie e quelle a tergo di sondaggi meccanici, effettuati lungo il basso corso dello Stella (Piancada), hanno portato all’individuazione di un’originaria ampia valle, poi obliterata dalla massa dei sedimenti alluvionali. (FONTANA 200 6, 136-138). Per rappresentare solamente uno spaccato dell’attività dinamica di questo fiume riferiamo che la sezione geologica ricostruita dagli esperti, sulla base dei dati oggettivi ottenuti, permette di dimostrare che durante il postglaciale ci fu la creazione della bassura fluviale: al tempo con una quota di scorrimento inferiore di circa quattro metri. In seguito seguirono l’innalzamento del livello fluviale, non immune dall’influsso marino, e una fase riflessa di deposizione sedimentaria con materiali organici e limo-sabbiosi (4000 anni a C.).

Presso il Consorzio di Bonifica della Bassa friulana di Udine è stato possibile consultare la documentazione tecnica, datata 1969, riferita al bacino dello Stella. Dall’esame della corografia abbiamo potuto constatare che in regime di esondabilità ordinaria, cioè frequente, le acque di piena possono giungere a lambire, presso Rivignano, i siti di Sivigliano, Flambruzzo e Ariis, mentre più a valle quello di Driolassa. Per le località di Chiarmacis, Rivarotta e Palazzolo si deduce, invece, l’interessamento più diretto e penalizzante in caso di straripamento. Viceversa l’estesa area di irruenza e invasione delle acque, stimata a fronte di eventi eccezionali, è molto vasta e si sviluppa ben oltre tutti gli abitati innanzi citati (vedi estratti corografie 1, 2 e 3). Al proposito si riporta che il 23 agosto del 1965 un grande nubifragio, abbattutosi sulla nostra regione, aveva pesantemente coinvolto la Bassa. Gli straripamenti dello Stella invasero Palazzolo dello Stella, Teor, Ariis, Driolassa, Chiarmacis, Rivarotta, Pescarola, Precenicco, Piancada e Titiano (FANTIN 2010, 146).

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New Italy
GIANNI STRASIOTTO

Le tragiche spedizioni in Australia - rivelatesi poi delle colossali truffe - organizzate negli anni 1879-81 dall'ambizioso aristocratico francese, Marchese de Rays, e che hanno avuto per protagonisti anche poco meno di 400 contadini dell'Italia settentrionale - per la maggior parte veneti - sono ben note agli studiosi della storia dell'emigrazione di tutto il mondo. Molti gli emigranti che allora perirono per i patimenti, la mancanza di cibo e di medicine, alcuni già sulle navi durante il viaggio di andata. La maggior parte dei superstiti, nel 1883, fonda la colonia agricola di “New Italy” nella Regione di Lismore nel New South Wales (Nuovo Galles del Sud), che raggiunge nel 1889 i trecentocinquanta individui, appartenenti a due generazioni. Questa realtà mi era già stata descritta durante i due brevi periodi che ho trascorso in Australia e, poi, raccontata anche da Enzo Nogarotto, un amico d'infanzia originario di Annone Veneto, emigrato ventenne nella zona di Brisbane, dove tuttora vive con la famiglia. I nonni della moglie Mary Elisabeth Pignat, infatti, erano due superstiti della nave “India”, partita nel 1881 con 340 veneti a bordo. La signora Elisabeth ha pazientemente ricostruito la storia e la genealogia della propria famiglia e quella di altri sventurati pionieri. I nonni, Santo Pignat di Albina di Gaiarine e Anna Fadel di Sacile si erano sposati a “New Italy” e dall’unione erano nati sette figli: Giuseppe, il terzogenito, è il papà di Mary Elisabeth.

Mi è stato possibile ricostruire questa incredibile storia anche grazie al racconto di un costruttore di Sydney e in base al materiale a stampa e a documenti originali a me pervenuti, frutto delle laboriose ricerche effettuate da Yvette Alberti Devlin, un’amica giornalista residente a Canberra e originaria di Vivaro, membro attivo della “Dante Alighieri” e dell’“Associazione Italo-Australiana” di Canberra, enti che hanno collaborato alle sue ricerche insieme alla redazione del quotidiano di Sydney “La Fiamma” (dall’1 gennaio 2012 bisettimanale, a causa del taglio dei fondi alla stampa italiana all’estero).

Le vittime del Marchese de Rays appartenevano quasi tutte a gruppetti familiari ben organizzati, provenienti da una parte limitata della pianura veneta, per lo più dalla provincia di Treviso, dall’attuale provincia di Pordenone e dalla bassa veneziana, ma non mancavano alcuni friulani udinesi, padovani, vicentini e bellunesi. Solo di alcuni conosciamo l’esatta località di provenienza: Conegliano Veneto (Spinazè e Tomè), Albina di Gaiarine (Pignat, Nardi e Rosolen), Orsago (Barbari, Martinuzzi, Roder e Ros). Altri erano originari di Gaiarine, Codognè, Brugnera, Sacile (Fadel) e paesi limitrofi. La maggior parte dei cognomi giunti fino a noi indica senz’altro l’origine veneta: Pignat, Pezzutti, Piccoli, Bisotto, Ongaro, Pagotto, Ballarin, Bazzo, Bellotto, Fava, Antonioli, Capellin, Pelizzer, Bertoli, Gava, Morandini, Zanini, Zava, ecc.

IL MARCHESE DE RAYS

Charles Marie Bonaventure, Marchese de Rays (1832-1893), nato in Bretagna, nella provincia di Finistère, è un sognatore. Parte ventenne per conquistare il mondo, ma colleziona una serie di fallimenti, prima in America, nel Far West, poi in Senegal e nel Madagascar. Rientra in Francia e si dedica alla vita di tranquillo borghese, a trentasette anni si sposa, ha cinque figli e ricopre la carica di Console per la Bolivia a Brent (Bretagna), ma nel 1887, a quarantacinque anni, vuole ritentare l’avventura e raggiungere paesi lontani. Legge la descrizione di un comandante approdato nell’Isola Nuova Irlanda (oggi appartiene a Papua-Nuova Guinea) e sogna di diventare il re di un impero che comprende, oltre alla Nuova Irlanda, la Nuova Guinea e le isole Salomon. Fonda alcune Società e promette guadagni favolosi a quanti sono interessati all’emigrazione, offrendo delle concessioni di terreno a prezzi bassissimi, terreno da sfruttare - secondo le promesse - facendolo coltivare da lavoratori da lui reclutati in Asia. Pubblicizza i suoi folli progetti attraverso il giornale da lui diretto, “La Nouvelle France”. De Rays chiede appoggi alle autorità politiche, alla Chiesa (arrivando fino al Papa), appoggi puntualmente negati, e raccoglie fondi per le sue nuove Società: “Agricoltori Generali”, “Distillerie e Zuccherifici della Nuova Francia” e “Miniere dell’Oceania”. Si autonomina dapprima “Fondatore della Colonia Nuova Francia” e poi “Charles Presidente dell’Oceania”, senza aver mai visto le isole del Pacifico meridionale. Pur privo di sostegno da parte del potere politico o ecclesiastico, attira l’interesse di tanti volontari che curano la raccolta di donazioni dai simpatizzanti, affascinati dalla sua oratoria e dal suo aspetto distinto. Pubblica un dettagliato manifesto e raccoglie un capitale enorme da migliaia di coloni, impazienti di raggiungere i paradisi descritti da quello che sembra essere un “uomo nobile di pensiero e d’intenti, idealista e sognatore, …”. Alla fine di giugno del 1879 acquista il veliero “Chandernagor” di 800 tonnellate, armato nel porto di Le Havre ma, nonostante sia stato dichiarato idoneo alla navigazione, il Governo francese - sempre contrario ai progetti del Marchese - non permette l’imbarco dei passeggeri, per cui la prima partenza ha luogo dal porto di Flessingue, nei Paesi Bassi. Il 14 settembre 1879 sono imbarcati novanta emigranti, compresi donne e bambini, provenienti da tutta Europa, con destinazione la colonia “La Nouvelle France”, e con a bordo certi Titeu De la Croix, rappresentante del Marchese de Rays col titolo di Governatore della Nuova Colonia e MacLaughlan, un ex capitano della marina americana, in qualità di secondo in comando e capo di Stato Maggiore. Sono imbarcati anche dei mercenari del Marchese - giovani entusiasti alla ricerca di avventure - col compito di difendere la Colonia e costituire il primo nucleo di polizia imperiale. Dopo una traversata infernale via Sud Africa - con vari incidenti, cibo scarso e avariato, zuffe, punizioni corporali - durata quasi quattro mesi e con un unico scalo, finalmente il “Chandernagor” arriva in vista delle isole Laughlan. Qui un buon numero di piroghe circonda la nave e gli indigeni offrono noci di cocco, maialini e conchiglie in cambio di tabacco. Il comandante della nave fa amicizia con il capo tribù e si accorda per lasciare dieci uomini sul posto col compito di estrarre l’olio di mandorla: dopo un mese ne avrebbe effettuato il cambio. Appena la nave riprende il largo, altri sette coloni s’impossessano di un canotto e ritornano nelle isole per unirsi ai primi volontari. Il 16 gennaio 1880 la nave getta le ancore di fronte a Port Praslin, che il Marchese aveva denominato Port Breton, la “capitale” della Nuova Francia e del futuro impero dell’Oceania. Il luogo è totalmente inospitale e desolato: nessuno vuole scendere a terra. Non c’è nulla di quanto descritto e pubblicizzato dai manifesti: il clima impossibile, la foresta impenetrabile - che si scoprirà poi abitata da cannibali “tagliatori di teste” - dove abbondano i serpenti. Su quel suolo sterile, in parte paludoso, sorgono le prime baracche improvvisate, ma le condizioni insalubri e le malattie tropicali cominciano a mietere le prime vittime.

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Chirurgia del primo Novecento a Portogruaro
GIACOMO TASCA

La chirurgia, da sempre considerata come estrema risorsa a malattie non altrimenti curabili, non avrebbe potuto svilupparsi e raggiungere la meravigliosa evoluzione che ebbe nel corso del Novecento se nel 1867 Joseph Lister non avesse pubblicato la scoperta dell’antisepsi e dell’asepsi chirurgica, metodo che eliminava gli insuccessi chirurgici da infezioni arrecate dai chirurghi stessi e se tra il 1844 e il 1847 non avesse avuto felice inizio l’epoca della anestesiologia con la narcosi indotta da protossido d’azoto, etere solforico, cloroformio e cloruro d’etile seguita dalla anestesia locale realizzata per la prima volta tra 1888 e 1894 con diverse modalità della sua applicazione. Grazie a queste scoperte di importanza fondamentale fu possibile nell’ultimo ventennio dell’Ottocento il sorgere nelle più importanti città europee e degli USA delle prime scuole della moderna chirurgia.

Tra i vari capiscuola degli anni di transizione dall’Ottocento al Novecento i nomi che rimasero scritti a lettere d’oro nella storia della moderna chirurgia furono per l’Italia quelli di Antonio Carle a Torino, di Edoardo Bassini a Padova, di Francesco Durante e Roberto Alessandri a Messina e a Roma e di Davide Giordano a Venezia. Quest’ultimo, con la sua chirurgia fortemente innovativa e audace, fu nei primi anni del Novecento uno dei più conosciuti e apprezzati capiscuola in campo internazionale grazie alla forte diffusione che ebbero le sue pubblicazioni scientifiche in lingua francese e le comunicazioni scientifiche tenute da lui ai Congressi di Medicina interna e della Societé Internationale de Chirurgie a Parigi tra il 1900 e il 1911. Anche in Italia la figura di Davide Giordano (fig.1) si impose all’attenzione dei chirurghi con le sue numerose presenze e comunicazioni ai congressi della Società Italiana di Chirurgia nonché con le pubblicazioni sulle riviste scientifiche.

La fama che accompagnò e seguì alla novità e al valore dei suoi studi e del progresso da lui curato della nuova chirurgia gli procurò molti riconoscimenti tra i quali anche la nomina a Senatore del Regno. L’attività operatoria e l’insegnamento teorico-pratico nell’Ospedale di Venezia attirò molti giovani medici richiamati dalla fama di Giordano e dalla sua personalità che stavano offuscando quella dei docenti di chirurgia in atenei illustri e carichi di gloria secolare.

Si distinse fra gli allievi di Giordano il dottor Piero Tasca (fig. 2), discendente di antica e nobile famiglia veneziana, che si era laureato a Padova in medicina e chirurgia con il massimo dei voti e la lode nel 1909. Tasca nella prefazione al suo testo sulla Chirurgia dell’Intestino, ricordava con queste parole il suo apprendistato chirurgico alla scuola di Giordano: “…quel che c’è in questo lavoro di elemento critico è dato dai criteri che trassi o credetti di poter trarre, nel lungo tirocinio alla scuola chirurgica del mio Maestro, il Prof. Giordano di Venezia, ed è frutto di una personale esperienza che, ormai, è di molti anni”.

L’evento inatteso che condusse il dottor Tasca a Portogruaro, dove portò i frutti della nuova chirurgia, fu dovuto all’empiema pleurico metapneumonico che aveva colpito il dottor Leonida Borellini, uno dei due medici condotti di Portogruaro, malattia che era stata trattata da Giordano con toracotomia e drenaggio pleurico. L’assistente dottor Piero Tasca fu inviato dal suo Maestro a proseguire le medicazioni giornaliere di cui il dr. Borellini aveva bisogno per un periodo di tempo abbastanza lungo. Fu quella per il dottor Tasca l’occasione di conoscere l’ospedale di Portogruaro e il vecchio chirurgo, il dottor Emilio Stefanon il quale, una volta accertatosi delle capacità diagnostiche e tecniche di Tasca, gli propose di sostituirlo in via definitiva, avendo egli deciso, anche in considerazione dell’età avanzata, di entrare in quiescenza. Iniziò così nel 1913 l’attività di Piero Tasca come chirurgo e direttore dell’Ospedale di Portogruaro. La notizia dell’avvicendamento professionale avvenuto in quell’ospedale si diffuse rapidamente in tutto il mandamento e da allora cominciò un progressivo affluire di pazienti mai prima osservato: oltre che dai comuni più vicini al capoluogo di mandamento, i malati ora pervenivano anche da Caorle, da S. Michele al Tagliamento, da S. Stino di Livenza e dai comuni a nord di Portogruaro (fig. 3). In precedenza infatti per ottenere le cure di malattie chirurgiche e ortopedico-traumatologiche di una certa entità i malati erano costretti a recarsi lontano: soprattutto a Venezia, ma anche a Padova o a Udine. L’inizio dell’attività chirurgica di Piero Tasca a Portogruaro deve essere avvenuto alcuni mesi prima del 19 novembre 1913 che è la data del primo intervento di una serie di isteropessi pelviche con il nuovo metodo di Pestalozza come si apprende da una pubblicazione di carattere clinico-statistico firmata dallo stesso Tasca e diffusa dal numero 11 della “Rivista Ospedaliera” stampata a Roma (fig. 4 ). Il nuovo impegno di riorganizzare radicalmente i tempi e le modalità del lavoro quotidiano nel reparto di chirurgia, di completare e rinnovare lo strumentario, la scelta e l’insegnamento ai collaboratori – suore di sala operatoria e di reparto, infermieri e levatrice – non impedì al giovane chirurgo e anzi lo stimolò ancor più a dedicarsi allo studio e al continuo aggiornamento scientifico, cosa che lo spinse ben presto a collaborare, oltre che con la “Rivista Ospedaliera”, anche con la “Riforma Medica” e con il “Policlinico” (fig. 5) inviando lavori che riguardavano casi clinici particolarmente degni di essere pubblicati e i risultati clinico-statistici di operazioni chirurgiche apparse da poco tempo tra le novità di tecnica operatoria. Come le malattie urologiche e ginecologiche e i parti difficili anche l’ortopedia e la traumatologia dello scheletro erano parte cospicua dell’afflusso di malati e malate che ricorrevano alle cure del nuovo chirurgo che si manteneva aggiornato con quanto apprendeva dalla rivista periodica “La chirurgia degli Organi di Movimenito” diretta dall’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna. Il suo lavoro scientifico più impegnativo fu però il volume dedicato alla “Chirurgia dell’Intestino”che fu la tesi di libera docenza conseguita nel 1921. E’ un testo di 441 pagine ripartito in 21 capitoli, otto dei quali riservati alla parte generale e gli altri tredici suddivisi tra chirurgia del tenue, del crasso e del retto (fig. 6). Monumentale è la bibliografia che arricchisce il testo con 330 voci delle quali 104 in lingua italiana, 69 in tedesco, 139 in francese e 18 in inglese. La lettura è resa agevole dal periodare corretto, semplice e chiaro che ad un medico può risultare piacevole e che offre anche notizie interessanti di storia della chirurgia dell’intestino. L’autore deve aver anche progettato una seconda edizione di questo trattato corredata da disegni dei tempi operatori (fig. 7) di diverse operazioni chirurgiche da lui stesso eseguiti: in uno dei volumi rimasti agli eredi furono infatti trovati 10 esemplari di raffinati disegni a penna perfettamente fedeli alla realtà anatomica dei tempi operatori illustrati con grande perizia di disegnatore.

Negli anni 1917 e 1918 il dr. Tasca, già militarizzato fin dal 1915 (l’ospedale nei primi due anni di guerra era stato classificato come punto di appoggio per gli ospedali cosiddetti di tappa situati in centri non troppo lontani dal fronte) fu chiamato alle armi e assegnato con il grado di capitano medico ad un ospedale da campo allestito dalla Croce Rossa Americana nelle retrovie del fronte del Carso tenuto dalla III Armata. (fig. n° 8). La dotazione strumentale degli ospedali militari allestiti dalla Croce Rossa Americana per l’esercito italiano era di qualità eccellente, molto ricca e diversificata per tipologia, fatto questo che fu testimoniato dai chirurghi italiani che furono attivi in questi ospedali che la Croce Rossa Americana continuò ad organizzare anche dopo la ritirata sul Piave in regioni lontane dal fronte come fu attestato dal dottor Piero Masotti già primario chirurgo dell’Ospedale di San Vito che operò nel 1918 in uno di questi ospedali nelle Marche. Dello strumentario americano faceva parte anche il “bottone di Murphy” ideato dal chirurgo americano Murphy nel 1892 ma poco conosciuto e ancor meno usato in Europa prima della I Guerra Mondiale. Il bottone di Murphy si dimostrò utilissimo nell’abbreviare i tempi di resezione e anastomosi d’intestino e il dr. Piero Tasca (fig. 9) ne dette il seguente giudizio: “… l’anastomosi intestinale con il bottone di Murphy ha ottenuto presso la maggior parte dei chirurghi il posto che le spetta, quello cioè di un presidio chirurgico d’urgenza riservato a quei casi in cui le gravissime condizioni dei malati richiedono una notevolissima rapidità di esecuzione”.

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Nievo l'amore le donne
CARMELA DE CARO

Un giovane Ippolito Nievo, ventenne, affronta il tema dell’emancipazione femminile ne “Il Crepuscolo”. Nella poesia egli incoraggia la donna a rinnegare la sua storia di sottomissione e la invita ad ascoltare il cuore che anela libertà:

E tu, decaduto angelo,
Donna, risorgi e vivi!
Rinnega fin l'istoria
Del tempo in cui servivi:
Tu, compra in Asia, in Africav Ad un brutal mercato,
Tu curva nell'America
Sotto un baston ferrato,
Tu che in Europa fremere
Ti senti in fondo al cuor
Un senso irresistibile
Di libertà, d'amor,
Sorgi!
... suscita
Nell'uomo del tuo cuor
La fede oprante e libera
D'un avvenir miglior!

Il poeta poi, approfondisce il tema dell’emancipazione e dell’educazione femminile nel romanzo “Angelo di Bontà” nell’episodio che riguarda l’incontro tra Morosina e Celio. I due, alla presenza dell’inquisitore Formiani, trovando impaccio nelle loro manifestazioni affettive, lungi dal provare sofferenza o stati di tormento, cercano interessi comuni coinvolgenti che li proiettino fuori dalla loro storia. Certo i due innamorati vivono serenamente il loro amore in vista anche del matrimonio futuro ma intanto si impegnano in passioni altrettanto forti quali quelle politiche. Queste scelte condivise tra i due amanti sono nuove per i tempi di Nievo poiché, allora, la donna riceveva un’educazione finalizzata unicamente alla famiglia. E’ sicuramente vero che i tempi avevano già prodotto esempi di donne impegnate in politica, vedi Anita Garibaldi che segue il proprio uomo sul campo di battaglia. Vi erano pure state eroine presenti sulle barricate durante i moti rivoluzionari, vedi le guerre di indipendenza, ma si trattava pur sempre di rari esempi e, certo, fuori dalla vita comune. Erano queste, figure di donne ammirate ma poco reali. Nella poetica di Nievo, invece, troviamo donne emancipate o che aspirano all’emancipazione e, non dimentichiamolo, il poeta credeva fortemente in quest’aspirazione femminile sin da molto giovane come dimostrato nel suo primo componimento politico “Il Crepuscolo” meglio noto con il titolo de “l’Umanità”. Il quesito che ci poniamo è questo: chi o da chi il poeta ha potuto apprendere l’idea dell'emancipazione femminile? Potrebbe essere che l’idea o un pensiero così all’avanguardia per i suoi tempi egli l’abbia appreso da Matilde Ferrari donna da lui amata in giovanissima età. Nella famiglia di Matilde le donne venivano educate in modo inconsueto per i tempi: non ricevevano solo una preparazione musicale e pittorica come la maggior parte delle ragazze della ricca borghesia ma anche un’educazione ginnica, sapevano “tirar di scherma”, conoscevano più lingue, viaggiavano per l’Europa. Matilde, tra l’altro, dopo la scomparsa prematura di Ippolito, più volte si reca in Sicilia e da sola per indagare sulla tragedia che aveva portato alla morte l’uomo un tempo amato e questo non era poi usuale.

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La rivolta dei boxer e la marina austroungarica
Diario di un marinaio friulano in Cina
GIORGIO MILOCCO

In questi ultimi anni si sono ricordati con mostre, giornate di studio e pubblicazioni di alto livello, i legami del Friuli con la Russia (Transiberiana) e la Cina (Marco Polo) senza mai fare cenno al transito sulla Transiberiana di migliaia di reduci austro-ungarici di lingua italiana in occasione della prima guerra mondiale, alla loro prigionia in Siberia, alla guerra dei Boxer in Cina (1900-1901) o alla presenza del Corpo di Spedizione Italiano nell’Estremo Oriente (1918/1920, con distaccamenti a Tientsin e Pechino). Con questo modesto contributo cercherò di descrivere la guerra dei “Boxer” che vide impegnate ed alleate Austria-Ungheria e Italia e sulle cui vicende scrisse un diario inedito un personaggio originario del nostro Friuli orientale.

La Cina nel corso dell’’800 e per parte del ‘900 fu terra di conquista da parte delle nazioni europee, fra cui l’Austria-Ungheria e l’Italia, che nonostante avessero gravose questioni interne da risolvere per ovvi motivi di prestigio internazionale non vollero restare ai margini. Ripercorreremo la cronaca di quei giorni riscontrando le atrocità compiute dai contingenti militari alleati ai danni dei cinesi e rivedendo le versioni di comodo diffuse dalle potenze vincitrici (una prassi da sempre sin troppo diffusa…).

Non erano mancate le occasioni di attrito fra le potenze straniere, il popolo cinese e la dinastia al potere. L'ultimo conflitto, avvenuto nel 1894, aveva visto la Cina confrontarsi con il Giappone, che ne era uscito vincitore avendo saputo per tempo uscire dall'isolamento e confrontarsi con il mondo moderno adeguando la propria forza militare alle nuove tecnologie.

La costruzione di linee ferroviarie "straniere" che attraversavano i terreni agricoli causarono la perdita del lavoro ai carrettieri e alle persone impegnate nei traghetti. Lo sfruttamento delle miniere con moderne tecnologie fu ritenuto dalla popolazione un sacrilegio alla terra. Gli stranieri furono visti come portatori di sfortuna e la presenza di missionari percepita come una ingiustizia. La costruzione dei molti edifici ecclesiastici dai campanili appuntiti non trovava il favore dei cinesi poiché non rispettava l'armonia del paesaggio (principio Feng-Shui). Con il conflitto in atto i missionari grazie alla posizione legale extra territoriale di cui godevano difesero spesso con successo gli interessi dei convertiti cristiani intensificando il già diffuso malumore tra la popolazione poiché permisero ai loro protetti di sottrarsi al codice culturale del loro ambiente diminuendo l'autorità delle tradizionali strutture sociali.

LA GERMANIA E LA PENETRAZIONE NELLA PROVINCIA DI SHAN-TUNG

Il conflitto più grave che si svolse nel territorio d'interesse tedesco ebbe inizio nell'autunno del 1898, nel distretto di Rizhao, nel sud della provincia di Shan- tung, dove la popolazione appoggiata dagli attivisti dei Boxer attaccò i convertiti e i missionari tedeschi con l’intento di allontanarli dal territorio. Il vescovo Giovanni Battista von Anzer chiese un risarcimento per gli ingenti danni (umani e materiali) subiti dai suoi missionari che le autorità cinesi non concessero. Nonostante la situazione si fosse placata, a seguito di nuovi incidenti verificatesi nella regione, il vescovo von Anzer, consultata l'ambasciata tedesca a Pechino, ottenne dal governatore Jaeschke l'intervento delle truppe a Tsingtau con l'approvazione dell’imperatore Wilhelm II (marzo-giugno 1899).L’intervento dei soldati di Tsingtau causò la morte di più di 20 cinesi e la distruzione di molte case rurali. Nel giugno 1899 i contadini sfruttati e maltrattati attaccarono le maestranze delle ferrovie.

La regione di Shan-tung era stata devastata nel 1898 da gravi tempeste e inondazioni, che avevano messo in ginocchio l’economia locale e “creato” milioni di senzatetto. Aumenti delle tasse e concorrenza dall'estero avevano aggravato ulteriormente la situazione, portando verso la fine dell'anno 1898 molti disperati ad arruolarsi nella"milizia per la giustizia e concordia" - Vihetuan -, i cui membri furono reclutati innanzitutto in ambito agricolo. A Shan-tung, la nobiltà agricola non fu in grado di mantenere l'ordine, così l'influenza delle sette e delle società segrete ebbe il sopravvento. Gli insorti si sentivano invulnerabili e coltivavano la pratica del pugilato, da qui l’appellativo “Boxer” assegnato loro dagli stranieri.

Alla fine dell'anno 1899 qualche migliaio di cinesi prese parte ad azioni di guerriglia contro le linee ferroviarie a nord della città di Kaumi. La popolazione della campagna fu appoggiata dai membri del movimento dei “Boxer”. A causa di questi disordini la popolazione civile tedesca si ritirò a Tsingtau. In questa occasione furono le truppe del nuovo governatore di Shantung, Yuan Shikai, a vincere la resistenza, senza che si rendesse necessario l'intervento dei militari tedeschi.

Nell’aprile del 1900 i Boxer iniziarono ad incitare la popolazione contro gli stranieri e intrapresero una serie di azioni offensive contro abitazioni cristiane, chiese e ferrovie. Il movimento diede vita all’“insurrezione dei Boxer”. L’inquietudine delle masse era espressa nelle grida d'incitamento “Sha! Sha! Sha!” (che sta per Uccidi! Uccidi! Uccidi!) che dopo i primi mesi del ’900 si erano elevate di tono portando al massacro degli stranieri e dei cinesi di confessione cristiana in molte zone del paese.

La corte imperiale, che probabilmente già all'inizio dell'anno 1900 aveva in programma una azione militare contro gli stranieri, tollerò e approvò inizialmente le azioni dei ribelli, giungendo in parte ad appoggiarle. Il nuovo governatore di Shan-tung, Yuan Shikai, contrastò invece il movimento costringendolo a spostarsi nei paraggi di Pechino nel maggio 1900. Le delegazioni straniere sentendosi minacciate chiesero quindi al più anziano ufficiale della flotta alleata che stazionava lungo la costa cinese, il vice-ammiraglio britannico Edward Seymour, un rafforzamento delle guardie a difesa delle ambasciate. Ma solo 300 soldati, tra cui 51 provenienti da Tsingtau, raggiunsero Pechino prima che la linea ferroviaria tra Tientsin e la capitale venisse interrotta dai "Boxer" che riuscirono in tal modo a rallentare l’avanzata del contingente più consistente composto da 2.000 soldati alleati, tra cui anche i soldati tedeschi della squadra dell'Asia dell'Est. In conseguenza a questi disordini gli stranieri impegnati nella campagna della Cina del nord furono costretti a rifugiarsi nelle città di Pechino e Tientsin. A metà giugno i "Boxer" raggiunsero la capitale. Le navi delle forze straniere vennero intanto concentrate presso Taku, posta alla foce del Mar Giallo, luogo obbligato di transito per chi volesse per via fluviale raggiungere Tienstin prima e Pechino poi. A questa prima fase presero parte navi della squadra tedesca dell'Asia dell'Est e soldati di Tsingtau. Il 17 giugno 1900 gli alleati occuparono le fortezze strategicamente importanti di Taku con la cannoniere tedesca "Iltis" sotto il comando del capitano Lans che operava nel centro della difesa cinese e venne in seguito decorato con la medaglia "Pour le mérite". In conseguenza alle notizie sulla sconfitta cinese presso Taku, la fazione della corte imperiale contraria alla presenza straniera guadagnò d'influenza ottenendo l’approvazione dell’imperatrice vedova T 'Zu-Hsi ad espellere tutti i diplomatici stranieri da Pechino. L'ambasciatore tedesco barone Clemens von Ketteler. venne ucciso il giorno seguente in un attentato allestito da un maresciallo dell'esercito cinese mentre si dirigeva verso il ministero degli esteri (Taungli Yamen). L'impero tedesco vedeva nei "disordini cinesi" un’opportunità per dimostrare la sua posizione di potere nell'Asia dell'Est. Subito dopo l'uccisione di Ketteler l'imperatore Wilhelm II chiese la mobilitazione internazionale ed ottenne, dopo intense consultazioni diplomatiche, che l'esercito alleato venisse messo sotto il comando di Alfred Graf von Waldersee che per un periodo era stato capo dello Stato Maggiore dell'impero tedesco. Il politico riformatore cinese, Li Hongzhang, intercesse presso l’imperatore Wilhelm II perché evitasse l'intervento di truppe tedesche nel territorio ma senza successo. Il ministro degli esteri tedesco chiese persino che fosse rasa al suolo Pechino. Il 20 giugno la Cina dichiarò guerra agli otto stati6 i cui soldati operavano sul suolo cinese, avviando l'occupazione e il bombardamento del rione delle legazioni straniere. Ebbero inizio quindi i famosi “55 giorni” durante i quali 3.300 persone, per la maggior parte diplomatici, soldati e fuggitivi cinesi cristiani, si confrontarono con 25.000 "Boxer" appoggiati da soldati regolari cinesi. L'insurrezione contro gli stranieri era diventata la guerra dei "Boxer". Nonostante la palese inferiorità numerica, grazie ad adeguati mezzi bellici, tecnica e organizzazione, le delegazioni resistettero all’assalto sino all’arrivo dei rinforzi. Un articolo apparso sul quotidiano britannico "Daily Mail" il 29 giugno aveva invece fatto intendere che tutti i diplomatici a Pechino fossero stati uccisi.

La spedizione Seymour si trovava intanto in ritirata a Tientsin e correva il pericolo d'essere decimata. Il numero delle perdite era alto. In questa situazione, per la prima volta critica per gli alleati, Seymour pronunciò durante l'assalto di un arsenale le parole diventate in seguito famose in Germania: “The Germans to the front” (I tedeschi al fronte). Carl Röchling (1855/1920) omaggiò Seymour e i soldati tedeschi battaglieri in Cina con un quadro dallo stesso titolo che fu largamente diffuso in innumerevoli copie. Anche la popolosa città di Tientsin fu sotto il fuoco dei "Boxer" e dell'esercito regolare cinese. 2.700 soldati alleati, in maggioranza russi, tentarono inizialmente di difendere la città ma fu solo dopo l'arrivo in giugno di altri 2.400 soldati alleati che le potenze straniere furono in grado di controllare il quartiere degli stranieri a Tientsin. Tre settimane dopo, quando il numero dei soldati alleati arrivò a più di 12.000, la pressione cinese sulla città iniziò a diminuire.

Wilhelm II il 2 giugno 1900 tenne un discorso a Wilhelmahaven in occasione del congedo del corpo di spedizione della marina (2.500 soldati) per la Cina e parlò per la prima volta di vendetta in confronto ai Cinesi. Questo linguaggio raggiunse l’apice nel cosiddetto “discorso degli Unni” del 27 luglio 1900, quando l'imperatore ordinò ai soldati del corpo di spedizione in partenza per la Cina da Bremerhaven: “Se siete davanti al nemico sconfiggetelo, perdono non esiste, non si faranno prigionieri…come mille anni fa gli Unni…”.

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In loco de guarda zoiosa
ROBERTO TIRELLI

Fra i castelli in riva al Tagliamento, sul territorio dell’odierno Comune di Varmo, vi era nel Medio Evo un edificio dal nome curioso “GUARDA ZOJOSA”, titolo del quale sino alla prima metà del Novecento ebbe a portare Giovanni Battista di Varmo - Sandaniele, Pers e Villazojosa.

Ovviamente il castello oggi non esiste più, portato via dalle molte piene del fiume, ma la memoria storica esiste ancora nei documenti.

Prendiamo ad esempio due documenti del 20 settembre 1354. Nel primo Nicolò, Patriarca di Aquileia (del Lussemburgo 1350-1358) riunito consiglio in “sala parva de prandio” affida al suo vicario Pietro de Luca “ut pronunciet super excessu et delicto Asquini de Varmo q. Artici et Tristani ejus filii, qui Ecclesiae Aquil. rebelles se dederunt Comiti Goritiae”. Nel secondo documento Pietro De Luca Vicario generale stabilisce che i due vengano citati per dare garanzia su Guarda Zoiosa cioè “ad faciendam cautionesm de Guarda Zoiosa”.

Evidentemente ambedue i documenti hanno riferimento con un precedente. Nei primi giorni di maggio del 1351, infatti, con la pace fra il Conte di Gorizia e il Patriarca ne era stata stabilita la demolizione: “Castrum vero Swarczenburch et Gwardingosa [rectius Gwardazoiosa] si dictus patriarcha per nos informabitur quod eadem infra limites nostre iurisdicionis aut territorii sint constructa, legi predicte demolicionis equaliter subiacebunt.”

Febusino e Gottifredo della Torre dichiarano il 18 agosto 1382 che il castello di Guarda zoiosa fu edificato su terreno del Conte di Gorizia: “Universis et singulis presentes litteras inspecturis pateat evidenter quod nos Phebusinus et Guttufredus de la Turre corporaliter iuramus ad sancta dei evangelia quod a multis scientibus de contrata audivimus et specialiter a condam Bizardo de Varmo fratre Asquini de dicto loco, quod castrum de Vardazyosa constructum et edifficatum est supra terenum dominorum comitum Goricie. In cuius rei testimonium presentes nostris sigillis literas fecimus roborari. Datum Castelliti, decima octava mensis Augusti quinte indicionis”.

Si sa dal punto di vista feudale che il signore di Mocumbergo (“Munchen berg” castello dei monaci) sempre lungo il tratto finale del Tagliamento aveva anche Susans, Pers, Wardazoiosa, Sbrojavacca etc.

L’origine del nome può essere da “zoiosus “ giocoso, castello da divertimento, se non fosse per quel “guardia” che sta per guardia, sentinella forse al fiume. Richiama Belgioioso, Gioiosa Ionica, Gioiosa Guardia (Sardegna), la Marca zojosa etc. Alcuni sostengono possa essere stato un posto di sorveglianza dei templari “warde des poures Jhesucrist”- Wardazoiosa. In latino il termine medioevale Warda si traduce in “custos”, custodia.

Il che potrebbe collegarla con la leggenda del Santo Graal, a Lancillotto che ebbe un omonimo castello in Bretagna, castello ove si amarono egli e Ginevra, dopo il riscatto dell’onore di quest’ultima, nonché Tristano ed Isotta.

La leggenda vuole che nel castello bretone ci fossero dei crimini atroci compiuti da giganti sanguinari e si chiamasse “Guardia dolorosa” Lancillotto, sconfitti i giganti, la trasformò in gioiosa.

Può, quindi, darsi che, nutriti di mitologia, i castellani abbiano dato questo nome richiamante re Artù e i cavalieri della Tavola Rotonda.

Per uscire dalla leggenda, però, non va dimenticato che la spada di Carlo Magno aveva un nome molto simile: la Joyeuse.

La presenza di un castello anche in Lombardia omonimo ci viene da una lettera di Francesco Sforza: “sed potius intendemo che li siano debitamente observati a che non se gli innova cossa alcuna sì da Belzoioso, come dela Guarda Zoiosa, contra quelo gli è stato observato continuo per lo passato”.

In quanto a Giovanni Battista di Varmo - Sandaniele che ha voluto tener vivo il titolo dei suoi avi annota: “Il governo austriaco non conferì loro che la semplice nobiltà. Il governo italiano con DM 13 febbraio 1885 riconobbe i titoli di nobile parlamentare, conte, signore di Varmo e Guardazoiosa ed il predicato di Sandaniele”.

Ovviamente è vano cercare oggi dove si trovasse questo castello.

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