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copertina numero 64 la bassa

la bassa 64, anno XXXIV, n. 64, giugno 2012

Estratti di articoli e saggi nella nostra rivista
“la bassa/64”

In copertina:

Particolare della “CARTA / FORI IVLII ACCURATA DESCRIPTIO
dal “Theatrum Orbis Terrarum” di Abram Oertel, Anversa 1573.

Latisana, 16 giugno 1992,
Cappella dell'Ospedale.
Monsignor Alfredo Battisti,
Arcivescovo di Udine (1925-2012),
mentre celebra la S. Messa per la
"Giornata dell'Ammalato".
(foto Enrico Fantin)

Sommario


Il restauro del pregevole dipinto su tela raffigurante S. Maria Maddalena, della Chiesa di Latisanotta
ELISABETTA MILAN

Il pregevole dipinto su tela, raffigurante S. Maria Maddalena portata in gloria dagli angeli, appartiene alla seconda metà del Seicento (cm 215 di altezza x cm 132 di larghezza).

L’autore risulta ignoto, ma sicuramente è riconducibile alla Scuola Veneta, potrebbe forse trattarsi di un pittore veneziano o di un artista locale che ebbe la possibilità di frequentare le botteghe lagunari; infatti tra il Cinquecento ed il Settecento il territorio di Latisana si arricchì notevolmente di piccoli e grandi capolavori provenienti dalla Serenissima.

Maria Maddalena è rappresentata secondo l’iconografia classica: elegante, vestita da ricchi tessuti, con lunghi capelli chiari in riferimento all’episodio in cui bagnò di lacrime i piedi di Gesù come penitente e poi li asciugò con la sua folta chioma. La Santa è caratterizzata dal suo attributo per eccellenza, ovvero il prezioso vaso d’unguento che ruppe per profumare i piedi di Cristo e con cui si recò al sepolcro dopo la crocefissione, questo si trova collocato nella parte bassa sinistra della composizione pittorica.

Secondo la Legenda Aurea quando Maria Maddalena viveva in eremitaggio veniva portata in cielo ogni giorno dagli angeli, infatti nel dipinto questi accompagnano dolcemente la Santa verso i raggi dello Spirito Santo che traspaiono dalle nuvole nella parte alta del dipinto, incorniciati da un putto e da due cherubini. Gli angeli rappresentati nella parte destra in basso, vicino alla veste color ocra di Maria Maddalena, appaiono piuttosto grossolani nella rappresentazione, nella realizzazione dei tratti fisiognomici e nelle sfumature degli incarnati, creando un netto contrasto con la stesura degli altri personaggi raffigurati; questi potrebbero infatti essere stati realizzati da un aiuto di bottega o dipinti successivamente.

Una sfarzosa cornice dorata a oro zecchino su preparazione a bolo e brunita a pietra d’agata incornicia la tela.

L’opera era già stata restaurata probabilmente tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, poiché si presentava rifoderata a colla di pasta e inoltre vi erano numerose stuccature e ridipinture localizzate omogeneamente su tutta la superficie del dipinto.

Tutte le fasi del restauro, effettuato nel 2004 da Elisabetta Milan, sono state decise assieme alla Direzione Lavori della Soprintendenza che ha seguito scrupolosamente gli interventi.

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In ricordo e con un “mandi” commosso a monsignor Alfredo Battisti, arcivescovo emerito di Udine
Messaggero Veneto

«Di cur grasie e mandi, vescul e pari Fredo». Nella cattedrale di Udine, gremita da almeno 2 mila persone, è scattato un applauso spontaneo e prolungato quando l’arcivescovo, monsignor Andrea Bruno Mazzocato, ha salutato, in marilenghe, il suo predecessore, l’arcivescovo emerito Alfredo Battisti, morto il 1° gennaio a 86 anni.

L’intervento di Mazzocato, a conclusione della messa esequiale, è stato uno dei momenti più toccanti della cerimonia solenne, presieduta dall’arcivescovo di Gorizia e presidente della Conferenza episcopale triveneta Dino De Antoni, che aveva accanto a sè tutti i vescovi del Nord-Est e i reggitori delle diocesi di Gurk-Klagenfurt, di Lubiana e Capodistria.

Ma tra i banchi e le navate del duomo, oltre ai vertici istituzionali (il prefetto Salemme), politici (Tondo, Fontanini, Honsell e deputati, consiglieri regionali, provinciali e comunali), e numerosissime personalità del mondo militare, dell’economia e della cultura, e i rappresentanti delle Chiese sorelle ortodosse e della Chiesa evangelica, c’era davvero tutto il Friuli per dare l’addio all’Uomo e al Sacerdote che, con animo sereno e mano ferma, aveva saputo condurre la nostra terra fuori dall’emergenza del terremoto del ’76.

In prima fila i malati, i poveri, i diseredati, gli ultimi. Tutti coloro per i quali Battisti aveva sempre una parola buona e un occhio di riguardo. Ma in mezzo alla folla, composta nella sua tristezza, spiccavano le fasce tricolori dei sindaci del terremoto e di tanti altri centri, della Bassa e del Cividalese, del Medio Friuli e della Carnia. E ancora una delegazione di 50 cittadini di Masi, il paesino veneto del quale il religioso era originario. E ai lati dell’altare, presidiato da un picchetto d’onore di due carabinieri e due poliziotti in alta uniforme, i gonfaloni a lutto della Provincia, della città di Udine e di tanti altri Comuni.

Messaggero Veneto, 5 gennaio 2012.

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Preiere dai furlans
DIEGO NAVARRIA

(Lete la prime volte in public inte glesie di S. Tomâs Apuestul di Cjarlins
al prin di Avrîl dal 2012 te Fieste de Patrie dal Friûl
)

Diu Pari che tu âs creade la immensitât dal mont,
che tu âs mandât Ermacure
a implantâ la tô Glesie
su lis maseriis di Aquilee
parcè che e pandi la tô lûs
ai todesc, ai slâvs e ai furlans,
fânus vivi come fradis
te nestre Patrie.

Signôr,
che Tu âs a cjâr il nestri vivi,
fâs che o podèdin onorâti a dilunc,
su la olme di Marc,
di Ilari e Tazian,
di Eufemie e Dorotee,
di Cromazi,
di Paulin e di Beltram,
di Marc di Davian e di Luîs Scrosop,
semenant vie pal mont la gjonde di
jessi furlans e di jessi bandiere de nestre tiere.

Spirt di Diu dânus la fuarze di tignî
cont lis nestris lidrîs,
no par iemplâsi di superbie ma par
savê cui che o sin,
di dulà che o vignìn e indulà che o
podìn lâ,
par fâ incressi l'amôr jenfri ducj i popui.

Madone di Mont,
di Barbane, dal Lussari,
Madone di dutis lis glesiis dal Friûl,
cjale des nestris fameis,
dai nestris viei,
dai nestris fruts,
de nestre int.

Inte lenghe mari e je la nestre preiere;
e come la mari e je chê fortunade
creature che e puarte tal sô grim
la samence de vite,
cussi la lenghe e je la samence dai popui.

Che la nestre preiere e rivi tal Cîl
tant che il cjant armoniôs dai furlans.

Amen.

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In ricordo di Nelso Tracanelli
NATASCIA BETTIN

Il 16 giugno 2012 ricorre il decimo anniversario della morte del compianto poeta sanmichelino Nelso Tracanelli.

Nelso Tracanelli nacque a San Michele al Tagliamento nel 1934. Il padre era falegname, mentre la madre era figlia di contadini, a questo mondo lui risultò essere profondamente legato, in quanto vissuto in prima persona e nuovamente rivisitato nella sua opera letteraria. La civiltà contadina, che sta alla base della lingua friulana, è una civiltà da sempre vincolata alla terra, al ciclo della vita, che si riflette con il cambio delle stagioni e con i ritmi legati alla semina e alla raccolta dei prodotti agricoli. Ad essa si associava la civiltà della stalla, luogo ricreativo e importantissimo perché in esso vi si svolgevano, specialmente d'inverno, varie attività della vita quotidiana. Di entrambi questi mondi Tracanelli si sentiva figlio.

L’attività lavorativa di Tracanelli coprì un lasso di tempo di ben 37 anni, che lo videro impegnato soprattutto nel campo educativo. Infatti fu maestro di scuola elementare a Malafesta, San Giorgio al Tagliamento, San Michele al Tagliamento, Caorle e altre piccole località disseminate lungo il territorio del Comune di San Michele, ricoprendo anche cariche direttive, quali direttore didattico a Malafesta e vice-rettore del Collegio di San Pietro al Natisone. Quale militare di leva, fece servizio per un anno a Tai di Cadore in qualità di sottotenente degli Alpini. Il suo contributo alla cultura lo si vide anche nei suoi anni lavorativi presso l’Università della terza età a Latisana.

La sua carriera non fu digiuna da incarichi amministrativi gravitanti attorno al Comune stesso; 20 anni trascorsi in qualità di amministratore comunale, anni in cui Nelso Tracanelli alle volte fu visto agire in prima linea, in quanto credeva in quello che faceva, se lo sentiva dentro di sé, senza subire condizionamenti esterni.

Nel campo del sociale e dell’umano fornì enormi contributi essendo stato donatore di sangue al Comitato di San Michele al Tagliamento.

Morì nell'ospedale civile di Latisana il 16 giugno 2002, a pochi giorni dalla discussione della tesi di laurea a lui dedicata, e dalla quale è tratta buona parte di questo taccuino letterario, dopo una lunga e sofferta malattia. Quello stesso giorno si compiva anche il processo di canonizzazione di Padre Pio.

Il tempo che passa non intacca il ricordo del poeta, anzi ogniqualvolta ci sia occasione di parlare di poesia e letteratura friulana non si può non citarlo. A lui è stato dedicato, su suggerimento dell'Amministrazione comunale di San Michele al Tagliamento, e dell’Associazione la bassa, di cui è stato presidente dal 1991 al 1995, il premio di poesia in lingua friulana “Nelso Tracanelli”. Un vanto questo per tutta la comunità di San Michele al Tagliamento, a cui il nostro era profondamente legato. Qui di seguito due lettere emblematiche che testimoniano come l’intervento della Bassa sia stato decisivo a tal proposito:

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La zanina sìngara
LUIGI CICUTTIN

Dolá chi vivi io, adès.
Vin do stagiôns
Chê dal ciàlt di murî ch’a clàmin Estât
E chê dal, ciàlt ciàlt ch’a clamin Unviàr.
E quant che própriu no si pol pi’
Mi ven tal ciâf
La Zanìna sìngara
Ch’a durmìva, quant ca i’ zèva ben
Ta li’ tamòssin
Encja se inglassâdis
dal unviar.
Sèmpri ciòca,
Ció, un umbrùta, ai no mancìeva mai.
I contàdins dùciu i la dèvin
E i dùciu iù passèva frav Roncîs, e Tisanòta.v Infìn:v Par copàla za vècja caràmpana
A’ la an cjapàda sot
I e la sô sachèra onta e cragnòsav Tal stradòn di Prisînis.

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La Cineteca del Friuli
GIANFRANCO ELLERO

Quanti credono che il Friuli soffra di una malattia definibile come “ritardo provinciale”, rimarranno sorpresi nel sapere che nella nostra regione operano anche tre centri di ricerca e di studio del cinema: Cinemazero di Pordenone, Centro Espressioni Cinematografiche di Udine e Cineteca del Friuli di Gemona, ormai famosi in Europa e nel mondo sia per la loro quotidiana attività che per due manifestazioni annuali, “Le giornate del cinema muto” organizzate dalla Cineteca e da Cinemazero fin dal 1982, e “Far East film” del CEC (Centro Espressioni Cinematografiche), festival del cinema asiatico lanciato nel 1999.

Noi, per le ragioni che risulteranno evidenti qui di seguito, intendiamo illustrare l’attività, ormai lunga e gloriosa, della Cineteca del Friuli, che ha già collaborato con la nostra rivista donandoci preziose immagini sul viaggio del Milite Ignoto. Ma che cos’è una Cineteca? si domanderanno i nostri lettori. È soltanto un deposito di pellicole, eventualmente restaurate o restaurabili, o è anche un centro di studi e ricerche?

Una Cineteca, nel nostro caso quella di Gemona, svolge a livelli ottimali entrambe le funzioni, e diffonde la cultura cinematografica attraverso i libri, una rivista, i dvd e la gestione del Cinema Sociale, una delle poche sale ancora vive in un centro storico in Friuli (ormai anche le visioni sono diffuse in supermercati del cinema, come, per quanto riguarda Udine, Cinecity nei pressi di Lovaria, lungo la strada che porta a Gorizia).

Fondata da Livio Jacob e Piera Patat nel 1977, quando Gemona era ancora in macerie per il terremoto del 6 maggio 1976, la Cineteca iniziò l’attività con la raccolta di pellicole di interesse storico (Lumière, Méliès, Porter, Edison, Griffith…), utilizzate inizialmente a scopo didattico nelle scuole sorte fra le baraccopoli, poi nelle prime edizioni delle “Giornate del cinema muto”, manifestazione ormai trentennale, assurta a fama internazionale.

Oggi la Cineteca possiede 10.000 film in pellicola, (ottocento dei quali ricevuti in donazione dalla George Eastman House di Rochester, fra il 2002 e il 2003), 23.000 video, 20.000 fotogrammi da film, 20.000 fotografie e 12.000 affissi. La biblioteca, considerata una delle prime in Italia e arricchita dalla donazione del celebre critico inglese Alexander Walker, vanta uno schedario di venticinquemila titoli.

La Cineteca si è fatta editrice di numerosi volumi sulla storia del cinema e pubblica la rivista “Griffithiana”. Si dedica inoltre a operazioni di restauro, fra le quali ricorderemo “Gli ultimi” di David Maria Turoldo e Vito Pandolfi, “La sentinella della Patria” di Chino Ermacora, “Sette canne un vestito” (girato da Michelangelo Antonioni a Torviscosa), “Maria Zef ” di Vittorio Cottafavi e Siro Angeli, e “The tiger’s coat”, uno dei tre film interpretati a Hollywood da Tina Modotti (poi fotografa e rivoluzionaria, in Messico, in Spagna e in Russia).

Molto importanti sono anche i recuperi di filmati dagli archivi di guerra, dai cinegiornali e dai privati, raccolti in videocassette o dvd, dedicate a singole località (l’industria fabbrile di Maniago, il terremoto a Gemona, il bombardamento e l’alluvione di Latisana…).

La Cineteca di Gemona non è, quindi, soltanto un deposito di pellicole, in qualche caso recuperate con molta fatica, ma anche di studio, di proposta e di produzione di documentari, ottenuti talvolta per collage. Grandi sono le benemerenze della Cineteca nei confronti della cultura regionale, perché grazie alla sua intelligente e talora geniale ricerca è stato possibile recuperare e tramandare, ai posteri e agli studiosi, documenti visivi di grande significato. Anche la Bassa, intendendo per tale la terra friulana al di sotto della linea delle risorgive, può trarre vantaggio dal patrimonio documentale accumulato a Gemona, e “la bassa”, ovvero questa rivista, ha ritenuto di dover segnalare ai lettori alcuni filmati di palpitante interesse che qui vengono indicati non soltanto con il titolo ma anche con la riproduzione di alcuni fotogrammi, gratuitamente forniti dalla Cineteca per la grande generosità di Livio Jacob.

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La personalità di “Dante” secondo Cesare Foligno
PAOLO CANDIDO

L’opera consta di un’avvertenza, 16 capitoli in 245 pagine e di 186 illustrazioni in bianco e nero più tre tavole e indici dei capitoli, delle illustrazioni e dei nomi. Nell’avvertenza il Foligno spiega la genesi del libro: mentre dapprima (1903) intendeva semplicemente tradurre l’opera dal medesimo titolo di Karl Federn del 1899, in seguito alle tardive rimostranze di questi sull’infedeltà del riporto, decise di far opera nuova, pur fra illustrazioni vecchie, a scopo divulgativo e quindi senza note eccessive, in una simbiosi trattativa di vita e opere dantesche, per far risaltare il processo unitario dell’insorgere e dello sviluppo del genio dantesco.

Essendo il Foligno professore alla Oxford e conoscendo la critica internazionale su Dante, il suo lavoro è frutto di confronto ampio e riflessione profonda con esiti originali.

Nel capitolo I (pp.1- 15) “Uomini e idee nel secolo XIII”, l’autore mostra la sua cultura storicistica: Dante si spiega con il tempo suo oltre che con l’apporto personale. Il tempo suo evidenzia tendenza all’autonomia dei Comuni grazie al Vescovo della città e alle Arti borghesi, che si smarcano dai presunti diritti e privilegi nobiliari dei proprietari terrieri. Firenze è un intrico di interessi privati economici ed è vaga e solo didattica la distinzione tra Guelfi e Ghibellini, Neri e Bianchi, che agiscono tutti radunandosi sotto bandiere politiche. Così si spiegano le tendenze all’autonomia e alla superiorità di Firenze sulle altre città toscane. Insomma le varie battaglie del secolo sono un barcollare tra una tendenza alla potenza autonoma della città e un’altra, tesa all’alleanza con forze esterne (Papa, Imperatore). L’istituzione del Priorato nel 1282 ha origini economiche, risultando l’effetto dell’espansione del “popolo grasso” delle Arti maggiori, istituzione che dura fino al 1420. L’acme raggiunta dai borghesi è con l’arrogante e violento Giano della Bella nel 1292, che esclude i nobili dal governo.

La cultura è cristiana sotto l’espressione della filosofia scolastica pregna di aristotelismo, che Tommaso d’Aquino domenicano filtrerà per rivalutare la ragione. Francescani favoriscono il misticismo della fede agostiniana. Si estendono retorica, diritto ed enciclopedismo. Accanto al latino dominante, il francese avanza grazie alla letteratura provenzale, carolingia e bretone. Resiste ancora l’universalità culturale e politica, assediata dalle culture e politiche nazionali.

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Una vicenda fra la popolazione di Gorgo e Volta e la Fabbriceria di Latisana per un prestito di denaro mai restituito
ENRICO FANTIN

Iniziamo con alcune note storiche della comunità di Gorgo prima di entrare nel merito di una vicenda, non certo edificante, a causa di un prestito di denaro, da parte della popolazione di Gorgo e Volta, alla Fabbriceria di Latisana. Detta somma era stata raccolta per la costruzione della nuova chiesa a Gorgo e siccome non era stata ancora istituita a parrocchia, quindi non si poteva fare ancora nulla, detta somma venne incamerata dalla Fabbriceria di Latisana e usata per la costruzione del campanile di Sabbionera.

Anticamente, come viene scritto in una visita pastorale del 1642 e nelle seguenti, a Gorgo di Latisana vi era una cappella dedicata ai santi Filippo e Giacomo. Fino al 1881 un sacerdote della Pieve assisteva religiosamente questi fedeli. Nel 1881 ebbe un sacerdote stabile col titolo di cappellano. Il primo cappellano fu il sacerdote don Carlo Marcuzzi di Pozzuolo del Friuli, che vi rimase sino al 1890. In quell’anno venne costruita, gratuitamente dai frazionisti, la casa di abitazione per il sacerdote (l’attuale canonica), con mattoni recuperati da fabbricati demoliti in San Giorgio al Tagliamento, e vi prese possesso don Angelo D’Ambrosio da Castions di Strada.

Questo sacerdote, purtroppo, vi rimase assai poco, poiché solo dopo tre anni morì lasciando un affettuoso e venerato ricordo per l’opera da Lui svolta a bene delle anime che gli erano affidate.

La lapide posta sulla tomba del vecchio cimitero ne è palese testimonianza: A soli 28 anni/ il 22 giugno 1893/ morì Don Angelo D’Ambrosio/ angelo di candore e bontà/ martire di zelo per la gloria di Maria…/I fedeli di Gorgo e Volta commessi alle Sue cure/ a perenne memoria.

Una nota dattiloscritta dice così: “Di Lui si deve dire che in breve visse un lungo tempo, giacché in condizioni assai disagiate diede inizio alla vita religiosa degli abitanti che, per difficoltà di vario genere erano stati privi di assistenza e di guida religiosa.

Egli istituì le Confraternite del SS. mo e della B.V. Ausiliatrice, che tutt’ora esistono.

Nella piccola chiesa volle e fece collocare l’altare della B.V. Ausiliatrice con la statua, allora vestita in seta, per essere portata in processione nella Sua solennità la seconda domenica di settembre. Il Suo zelo verso l’Ausiliatrice gli meritò il premio del Paradiso troppo presto per i fedeli di Gorgo a cui lasciò per la vita intera la memoria della Sua bontà”.

Sempre nel 1893 fu costruito il campanile in mattoni, dell’altezza di metri 22 compresa la cella campanaria, con tre campane di bronzo del peso i circa 1724 kg.

Le campane vennero asportate dall’esercito austro-ungarico nel febbraio del 1918. Il 23 dicembre 1923 Gorgo è in festa per le nuove campane e cappellano della frazione è il mitico pre Meni Fontana.

Don Domenico Fontana fu il prete che concorse a raccogliere i fondi per la costruzione della nuova chiesa. Di questo sacerdote sono molti gli aneddoti tramandati. Tra queste storielle si dice che i frazionisti di Gorgo avevano raccolto una bella cifra per la costruzione della nuova chiesa e, per vari motivi, fu data in prestito a quelli di Sabbionera per la costruzione del nuovo campanile. Quando fu il momento di riavere il capitale, il deputato di Gorgo consegnò la cambiale ai fabbricieri della Pieve di Latisana e questi si opposero in tutte le maniere per non restituire le ventimila lire più gli interessi. A questo punto una delegazione di Gorgo andò da don Fontana, che nel contempo era stato trasferito in altra sede, ma anche questi disse che non si poteva fare più niente “Siamo legati mani e piedi”. La conclusione del rappresentante la popolazione di Gorgo, certo Giobatta Fabbroni, fu: “Come si vede, anche don Domenico Fontana è stato coinvolto nella corrente della Parrocchia di Latisana”.

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Maiolica di Virgiliotto da Faenza nelle Tavole maranesi del Cinquecento: le Latesine del 1570
MARIA TERESA CORSO REGENI

Fin dal 1420 Marano si era sottomesso alla Serenissima com’è noto, come tutte le località da essa conquistate, con tutti i vantaggi e gli svantaggi: vantaggi perché legati ad una Repubblica forte nei mari e nella terraferma da cui trarre economicamente benefici, svantaggi perché si doveva contribuire, combattendo nelle guerre.

La pianta della fortezza, come si sa, compare anche nelle mappe del XVI secolo con le sue calli, le sue piazze in una struttura a pettine che fa pensare ad un accampamento romano, un luogo ideato per la difesa dai predoni che provenivano dal mare e di offesa per coloro che la volevano conquistare. Solo dal 1543 Venezia cominciò a mandare un provveditore in fortezza per il controllo amministrativo, giudiziario, economico e sociale. Al governo veneto dunque si relazionò sul fatto che i problemi della fortezza da mare erano soprattutto le costanti migliorie da apportare alle mura e ai fossati, alle strade da costruire (consigliando l’uso della manodopera locale), oltre ai problemi di difesa che in genere provenivano dal fortino arciducale del Maranutto, costruito per “offendere” dagli arciducali alla metà del Cinquecento a 40 passi circa dalla fortezza veneta.

Le ipotesi per le ceramiche della fortezza sono due: una prima, che arrivassero con le merci al Fontico, una istituzione di stoccaggio, tipica delle zone soggette alla Serenissima, a cui arrivavano ad esempio botti di ribolla dalla Dalmazia e formenti dal circondario, un grande magazzino di derrate, gestito dalla Magnifica Comunità. Nell’ultimo trentennio del Cinquecento infatti il Fontico seppe acquisire merci e rifornimenti, che dovettero essere abbondanti se genti della Germania arrivavano con i carri a caricare al porto.

L’istituzione del Fontico era pure un luogo in cui s’incontravano i mercanti provenienti da lontano e dove potevano trovare alloggio dal momento che potevano aspettare anche dei giorni per l’arrivo delle galee. Un luogo in cui arrivavano merci da zone lontane, con stoviglie e ceramiche alla moda che circolavano nelle terre più lontane.

La seconda ipotesi è che qualche “impresario” locale si mise anche a produrre in proprio, creando forme e decorazioni tipiche di quel momento storico ed economico. Non mancava certo l’argilla, la terra da cui forgiare ciotole, piatti, boccali, olle basti pensare al toponimo Argellina, poi trasformatosi linguisticamente in Zellina per individuare una possibile zona di provenienza della materia prima.

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Giovanni Costantini il vescovo costruttore
GIACOMO TASCA

Queste pagine sono dedicate alla memoria di un friulano che nella Chiesa e nell’attività costruttiva di edifici sacri e civili nonché nello studio dell’arte e, in particolare, dell’arte sacra ha lasciato un’orma importante, legata in parte anche a periodi dolorosi e difficili della nostra Patria.

Queste pagine sono dedicate alla memoria di un friulano che nella Chiesa e nell’attività costruttiva di edifici sacri e civili nonché nello studio dell’arte e, in particolare, dell’arte sacra ha lasciato un’orma importante, legata in parte anche a periodi dolorosi e difficili della nostra Patria.

Giovanni Costantini è nato il 4 Agosto 1880 a Castions di Zoppola, figlio di Costante e di Maddalena Altan, nella casa costruita dal nonno Antonio Costantini, un impresario edile emigrato a Castions da Arba, paese dell’alto spilimberghese dove molti uomini esercitavano nella prima metà dell’Ottocento il mestiere di muratori e costruttori di chiese, case, stalle, ponti e strade in Friuli, nel Veneto e all’estero. Il padre di Giovanni da giovane era stato a Roma e aveva avuto una buona scuola a Firenze dove aveva lavorato per un ingegnere che gli insegnò a progettare e a disegnare. La buona conoscenza dei monumenti d’arte di Roma e di Firenze ebbe un influsso positivo nella sua attività di impresario edile che, nell’ambito territoriale della diocesi di Concordia, ebbe modo di esercitare in diverse chiese e in altri edifici civili. Educò i suoi figli al lavoro di manovali e muratori esortandoli con queste parole: “Bisogna che apprendiate bene il mestiere di muratore – poi, se sarete capaci, potrete dirigere gli altri. Ma la prima condizione per dirigere gli altri è quella di sapere il mestiere meglio di loro” e anche Giovanni, come già i fratelli Pietro e Celso che lo avevano preceduto di alcuni anni, applicò diligentemente questo insegnamento.

Accadde però un imprevisto: il fratello Celso, che aveva 4 anni più di Giovanni, aveva manifestato ai genitori il desiderio di farsi prete e, per ordine paterno, aveva dovuto attendere un anno perché la vocazione maturasse e papà si convincesse di lasciarlo tentare la strada degli studi in seminario, pronto ad aiutarlo a superare lo svantaggio di dovere affrontarli con notevole ritardo. La forte volontà e la non comune capacità intellettiva del giovane Celso gli consentirono di superare brillantemente gli esami di ammissione agli ultimi anni di ginnasio nel seminario di Portogruaro e di completare poi gli studi a Roma presso le università Gregoriana e della Minerva fino a laurearsi in filosofia e in teologia.

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Cornelio Fabro un filosofo della Bassa friulana: riflessioni dopo le celebrazioni centenarie
ROBERTO TIRELLI

Nell’antichità il nome di un filosofo veniva accompagnato sempre dal luogo di nascita come elemento essenziale della sua identità. A cento anni dalla nascita di padre Cornelio Fabro Flumignano ha “scoperto” di avere un figlio illustre grazie alle celebrazioni che vi si sono svolte e culminate nei giorni 24 e 25 settembre dell’anno scorso. Il cippo nella via ove nacque, i cartelli stradali, i convegni, le pubblicazioni, con la regia del Comune di Talmassons, hanno creato un clima positivo ove sviluppare per il futuro un interessante percorso culturale attorno ad un nome e ad un pensiero che non saranno proprio di attualità, ma che costituiscono un patrimonio di memorie in sé. Per sintonia quasi nessuno sa dov’è Aquino (nel Lazio in provincia di Frosinone), ma tutti sanno più o meno chi è San Tommaso d’Aquino, così Cornelio Fabro è tanto conosciuto in ambienti filosofici e teologici  si da riversare la sua fama su Flumignano.

Parlare dei filosofi non è facile alla nostra gente friulana, di natura sua, pratica. Li vediamo sospesi per aria, distratti, lontani da tutto ciò che è quotidiano. E ciò in special modo se il loro pensiero fa riferimento al passato com’è il caso di padre Fabro

Non gli si fa difetto se risulta poco o tanto arcaico. Ciò non toglie nulla alla sua grandezza. Arcaici di fronte alle mutazioni di cui siamo stati testimoni negli ultimi cinquant’anni sono tutti i filosofi, fatta eccezione forse per Seneca la cui sensibilità appare davvero contemporanea. I pensatori di oggi, dal canto, loro non riescono a dare ordine alle idee perché il vero filosofo pensa quello che noi siamo. Fabro pensava con la mente che si era formata in Flumignano nella prima metà del Novecento, in un ambiente rurale, permeato di virtù antiche e di grande religiosità. Non avrebbe mai potuto essere un rivoluzionario o un eretico: non sarebbe stato coerente con se stesso.

E’ vero che i problemi dell’umanità dai presocratici ad oggi sono sempre gli stessi, che le domande che ci facciamo non mutano da una generazione all’altra, ma possono cambiare le risposte, offrendo certezze o dubbi.

Da buon credente Fabro si è rifugiato nelle certezze, nell’”ipse dixit” di Tommaso e non si è sbagliato, ma la sua tranquillità non è la nostra. Noi abbiamo scelto, invece, il dubbio, la precarietà dell’essere, non la pace della ragione, ma il tormento dell’infinita ricerca. Differenze, quindi, fondamentali per cui pare difficilmente attualizzabile la sua scelta.

Per trovare qualche aggancio all’attualità molti che si sono occupati del filosofo di Flumignano hanno puntato sul tema della libertà, davvero un ottimo tema se si riferisce alla libertà interiore, alla libertà di coscienza,alla libertà di andare controcorrente e via dicendo. Diventa problematico invece affrontare la libertà in senso pratico e non teorico: di pensiero, economica, politica, di scelte personali e collettive. A dare consistenza a questa libertà ci hanno pensato proprio coloro che padre Fabro guarda con ostilità i protestanti inglesi ed americani, i rivoluzionari francesi, coloro che sino ad oggi si sono battuti con alla base ideologie aventi al centro la città dell’uomo più che la città di Dio.

Egli è tributario di una visione aristotelica e di per sé ordinata ed armoniosa del mondo, propria delle religioni (anche l’Islam è aristotelico), ma noi ci troviamo nella “caverna” di Platone ove la verità o ci è negata o, scoprendola, ne ricaviamo un trauma.

Per padre Fabro la libertà sta nella verità, per noi non sempre, anzi quasi mai è così. Cerchiamo di fuggire dal vero sostituendolo con altri valori, ad esempio con il bello.

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Il vescovo Mons. Carlo Fontanini (1766-1848)
GIANNI STRASIOTTO

Nel 150° dell’Unità d’Italia i mezzi d’informazione si sono giustamente mobilitati per far risaltare le figure e le opere di tanti patrioti che agirono per l’interezza del territorio nazionale e che, spinti da un ideale civile o religioso, vollero cacciare lo straniero. Doveva essere anche un’occasione per riflettere sui valori su cui si fonda il Paese e per fare giustizia su tanti luoghi comuni errati riguardanti il clero nel periodo risorgimentale, ma ciò è avvenuto soltanto in parte.

La partecipazione dei sacerdoti per l’Unità d’Italia fu ampia, continua, tenace fino al sacrificio della vita. Abbiamo ricordato, con vari scritti, il loro contributo e la loro opera per forgiare una coscienza nazionale basata su radicati sentimenti unitari.

Riteniamo doveroso ritornare sulla carismatica figura del vescovo mons. Carlo Fontanini, che nei Moti del 1848ebbe una gran popolarità, diffusasi ben oltre i confini della nostra diocesi. Era già cieco da tanti anni, malato, non lontano dalla fine del suo passaggio terreno, ma fu assunto a simbolo dai portogruaresi e dall’intera diocesi di Concordia. Appena parte del Veneto ebbe ottenuto la libertà le sue parole rivolte agli insorti, la successiva presenza alla sacra funzione celebrata in piazza del Municipio di Portogruaro con tanti giovani e popolo e la benedizione del tricolore divennero motivo d’esaltazione e di citazione per la stragrande maggioranza del clero e dei cattolici.

Nella storia della diocesi e della città di Portogruaro il vescovo Fontanini è ricordato anche per aver completato il Duomo di Sant’Andrea, i cui lavori erano fermi da tanti anni, riedificato la sede del Seminario ed estesa la possibilità di frequentarlo anche a studenti non seminaristi, intrapresa la costruzione di un Ospizio clericale, concesso aiuti “alla Società delle Straniere Missioni, la Civica Musicale Accademia, il Gabinetto di Lettura, oltre ai pecuniarii sussidi”, ed altro ancora. Di lui è stato descritto “l’ardore inestinguibile con cui sostenne il difficile incarico di governare il suo gregge”, è stata esaltata la sua “carità vigorosa”, specie a sostegno dell’opera delle Missioni cattoliche tra gli infedeli, e ricordata la “severità mansueta” con il clero. Scrisse mons. Antonio Cicuto, professore del Seminario diocesano, forse con l’intenzione di far intendere ad altri: “Nel trattare gli affari molteplici e spesso inviluppati del governo diocesano, il leale prelato non conosceva gli artifizi, gl’intrighi, le giravolte dei furbi. Egli correva sempre le vie larghe e dritte dei generosi”.

Nella prima “Storia del Seminario Vescovile di Concordia” di mons. Giovanni Roder, che fu Vicario generale di ben tre vescovi, si legge che mons. Fontanini fu l’artefice del “progetto di una grandiosa ampliazione e generale riforma del Seminario…Era il primo Giugno 1835, e il Sole che sereno e splendido in quel giorno sorgeva sull’orizzonte bene augurava all’incominciamento dell’opera. L’Ill. mo e Rev. Mons. Carlo Fontanini, sebbene da pochi mesi privo di vista, volle anch’Egli prender parte alla comune letizia per sì fausto avvenimento, benedire la prima pietra della Chiesa, e collocarla colle sue stesse mani nel luogo ad essa sortito”.

La riforma del Seminario non fu indolore: furono rivisti metodi e contenuti della didattica, incoraggiando in quest’opera il conte don Giampiero de Domini di Sequals, in seguito eroe risorgimentale, amico del filosofo abate Antonio Rosmini. Il de Domini riuscì a svecchiare un secolare tipo d’insegnamento, introducendo nuovi metodi e tenendo presente la realtà della vita. La sua profonda dottrina e la chiarezza dell’esposizione suscitarono immediatamente l’ammirazione di numerosi discepoli, ma anche tanti sospettosi controlli ministeriali. I migliori dei suoi alunni ebbero la fortuna di continuare gli studi nelle Università di Padova e di Pavia fino al “Sublime Istituto” di Vienna, dove aleggiavano spinte al cambiamento verso una maggiore libertà. Il Seminario poté contare su una nuova generazione di insegnanti (Antonio Cicuto, Mattia Zannier, Domenico Pujatti, …), aderenti al movimento rosminiano, che oltre alla dottrina portarono idee di libertà, al motto di: “Non c’è oro che paghi la libertà”. Dopo i Moti del ’48 gli insegnanti filorosminiani saranno epurati dal Seminario, nel quadro di una ben più vasta opera di repressione da parte del governo asburgico.

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Sclisignis di frutarie, pinsiers di vecjo
ADELMO DELLA BIANCA

Sono solo lampi di vita vissuta, di un tempo e di un mondo che fu. Brevi lumi evanescenti di vicende riposte negli anfratti della memoria. Pensieri che riaffiorano e balenano nella mente con l’avanzare dell’età al crepuscolo.

1938 La casa rossa

Ho visto la luce in Muzzana, nella Casa rossa in via Molino Vecchio. Questa casa rurale (ora demolita), già proprietà Cavarzerani, ospitava i nonni paterni, i miei genitori, gli zii, zie e cugini, che, a seconda della condizione e dell’età, prestavano la loro manodopera in mezzadria, come si usava in quei tempi di magra.

Dei quattro anni trascorsi, ricordo in particolare la grande stanza adibita a cucina e sala da pranzo, con un bel focolare, credenza, vetrina e un lungo enorme tavolo circondato da sedie impagliate. Ricordo anche il cortile in terra battuta che, nel periodo dell’autunno e dell’inverno, con le piogge e il gelo, a causa del transito e del calpestio del bestiame condotto all’abbeverata, diventava un “pantanale”.

Indimenticabile è la stalla, divisa in due da un lungo corridoio, con il suo odore acre di orina animale che pungeva le nari, e di più ancora il bestiame, ai lati, che quieto ruminava il fieno. Qui mia madre d’inverno, nel tepore dell’ambiente, mi immergeva nel mastello per un salutare bagno non gradito.

1942 Il trasloco

Mio padre, richiamato nel 1941, partì per la guerra di Russia. Un anno dopo mia madre (non senza contrasto in famiglia) decise di trasferirsi in paese, in affitto, e di cavarsela da sola. Traslocò presso la famiglia Mauro, in via Roma, a fianco della piazza San Marco. Un carretto con poche masserizie, la macchina da cucire ed una bicicletta da donna, non crearono grosse difficoltà e ci si installò nel nuovo ambiente.

1943 L’occupazione tedesca

Dopo l’armistizio dell’otto settembre abbiamo avuto i tedeschi: erano dappertutto e facevano paura. Si installarono nelle case, stalle e fienili. Ovunque si vedevano mezzi militari, fucili accatastati a piramide e posti di guardia. Ritornò una apparente quiete solo dopo la loro rapida sistemazione in paese. Mia madre per guadagnare qualche lira lavava del vestiario, su richiesta, a qualche ufficiale, la famiglia materna l’aiutava come poteva.

Nel frattempo anche i nonni paterni avevano lasciato Casa rossa e mezzadria. Attendevano fosse terminata la loro nuova casa rurale, sita in via Stroppagallo, dove poi si trasferirono. Anche da loro si installarono ufficiali e soldati tedeschi. Fu durante una visita con mamma che vidi la grande tavola di famiglia imbandita e occupata per metà dagli ufficiali e per l’altra metà dalla famiglia. L’umile pasto era servito dalla nonna a cominciare dall’ufficiale più alto in grado, per finire con la la famiglia a incominciare dal nonno.

In verità, con il senno di poi, posso affermare che, pure in un momento cruciale del conflitto ed alle soglie di una guerra civile, mai abusarono della forzata ospitalità, men che meno avanzarono pretese al di fuori delle possibilità di famiglia. Quello che era disponibile, della poca carne (un lusso), latte, uova, patate, fagioli e tanta polenta, era equamente distribuito senza sotterfugi e mai dalle loro bocche uscirono lagnanze.

La nonna era chiamata “mamma” all’occorrenza e con tutto il resto della famiglia c’era un tacito rispetto.

Probabilmente, la quiete in paese, l’impossibilità in un ambiente aperto di pianura di creare azioni di guerriglia partigiana, teneva a freno attacchi di disturbo e relative reazioni. Vi fu un unico caso di scontro armato con morto in paese, nel 1944, dovuto ad una delazione, ma non ci furono mai rappresaglie.

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Il coro parrocchiale di Flambro. Un cammino lungo 40 anni
LAURA COMUZZI

Raccontare la storia di un coro parrocchiale che oggi festeggia 40 anni significa racchiudere tanti momenti di vita vissuta, tante esperienze personali e collettive, tante emozioni condivise, in poche parole, i ricordi di un'intera comunità.

Molte cose sono cambiate negli ultimi 40 anni, ma se le chiese si sono gradualmente svuotate, il coro parrocchiale è sempre rimasto un punto di riferimento solido e presente al fianco ed al servizio della comunità cristiana. Questa però non vuole essere un'autocelebrazione, ma una testimonianza che, quel piccolo coro di voci bianche, nato nel lontano 1971, è una realtà ancora oggi viva.

Questo vuole essere invece un ringraziamento sincero, rivolto a tutti coloro che in questi anni si sono impegnati per creare prima, e per portare avanti poi, un coro che ha saputo ogni domenica solennizzare le celebrazioni liturgiche. Sono molti coloro che sono cresciuti con il coro, coloro che hanno iniziato a cantare che erano dei bambini ed oggi accompagnano in chiesa i loro figli per cantare tutti assieme, come un'unica grande famiglia.

GLI ANNI '70

Il coro parrocchiale di Flambro è nato nei primissimi anni '70 grazie alla volontà di don Gino Fasso, pievano a Flambro dal '69 all'84, di vivacizzare il ritrovarsi domenicale della comunità cristiana attorno alla Mensa del Signore, grazie al suo entusiasmo capace di coinvolgere i più giovani ed al suo desiderio di rendere l'Eucarestia celebrazione di una festa. Dall'idea di un piccolo gruppo di voci bianche, è nato dunque un coro molto più numeroso.

Tra i ricordi più belli di don Gino, il momento in cui sbocciava alle sue spalle un nuovo canto che tutti assieme avevano imparato, con l'aiuto ed il sostegno del maestro e dell'organista.

Il primo maestro è stato Bruno Toneatto, ed il periodo sotto la sua direzione è stato un periodo di costruzione lento e costante. Il primo organista è stato Sergio Vissa, che sin da subito si dimostrò entusiasta all'idea di dare vita ad un coro, capace di generare un rinnovamento del repertorio, costituito allora esclusivamente da brani in lingua latina. Da pochi semplici canti con il tempo e l'entusiasmo di tutti, del sacerdote, del maestro, dell'organista, ed ovviamente dei coristi, il repertorio si arricchì gradualmente.

Tra le prime iniziative promosse negli anni '70: lo Zecchino d'oro, nell'ex asilo di Flambro, con i bambini del coro. Un ricordo rimasto indelebile nella memoria di alcuni di quei bambini che oggi adulti cantano ancora con lo stesso entusiasmo.

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L’omo che ‘l pianteva albri
BRUNO ROSSETTO DORIA

Se anca me la ga contada Gino Pavan a bordo del “Marino” dopo che gerevomo deventài soci, che ndevomo a pescà insieme, questa che ve conto la xe e la resta na fiaba.

De zovene Gino el gera ndò lavorà in Francia, a Parigi, e là el veva cognossùo Marinèt, na zoveneta pena rivada de la Normandia e cussì i se ga ciolto… “Na volta maridài, conteva el Gino, ogni sinque sie ani ndevomo a trovà i parinti de Marinet. Dopo la prima volta che gero sto in Normandia, me gero inamorò de quii giughi. Forsi gera parché anca là podevo pescà, ciapà le passere col parangàl. Te sa, Bruno, che nte la Manica, l’aqua la se alsa e la se sbassa sie metri? Che pena rivada la seca, distirò el parangàl, me tocheva coverze i amuli con la sabia parché sinò i cocai i magneva la esca che metevo. Po’ la matina, co torneva l’aqua bassa, ndevo in spiasa a ciò suso el pesse tacò ntel parangàl. Ma qualchi volta là de i parinti de me mujèr me capiteva de ciapà anca i bisati con la togna: pescàndo nte le buse trovae in canpagna.

In quel mar de tera che la pareva na desolassiòn, te le truvivi ancora bele grande, sgavàe le bonbe in tel mentre che gera stò el sbarco in normandia. Vevo trovò na bela tòca, proprio rente la baraca de tola nfdove che viveva sto omo… de la storia che son drio contate.

Co lo saludevo el me rispondeva senpre, anca se vevo capìo che ghe secheva, parché ghe piaseva stà par conto suo. Dute le volte che gero ndò a pescà in quela busa, lo vedevo vignì fora de casa con un sacheto pièn e la sera tornà con elo svòdo. “Boh!! Chissà co’ che ’l farà con elo”, vevo pensò la prima volta. Ma quatro ani dopo che gero tornò in Normandia a trovà i suoceri, butài i oci par ndove che l’omo el feva le caminàe, che lo vedevo matesà con sto bastòn… con granda maraveja vevo scoverto che proprio là gera nati tanti albri piculi: querce, fagi e betule, cussì, duti sparnissiài… e me gero domandò: almoto, sto omo el ga cognissiòn de quel che ’l fa, e curioso me gero metùo a spialo.

Lo vedevo fa un buso col bastòn, mete la semensa e po’ la coverzeva. Spostò un giosso el feva la stessa roba in banda. E vevo tacò fa el conto: sento semense ogni zorno, par tresentosessantasinque zurni l’ano… che le crissi, che le casca, che le fa nasse.

Vevo provò domandaghe parché lo feva e gero stò mal co ’l me veva fato capì con n’ociada partresso che, intanto che elo el meteva… mì portevo via.

Distirò in leto me pareva de sintì robe che le feva barufa; co riveva la bianca cativa, la se strassineva drio tante come ela. Tre volte le gera rivae rangià quele bone, e proprio in tel mentre che i me veva do l'ojo santo, che le credeva de ve vinto parché le me vedeva morto, salteva fora la roba bona e insieme le altre le feva scanpà le cative del me corpo. Tre volte le robe bone le xe rivae a rangià, copà le cative. E desso, varda che bel grasso che son deventò, e me sinto ben".

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“Santo è lo scopo; ma inumani e barbari i mezzi per ottenerlo!” La strage degli innocenti a Latisana nel 1828
MARCO MONTE

Ancora nell'Ottocento avanzato i rischi di morte per le giovani generazioni erano fortemente elevati. La sostenuta mortalità prematura che ne conseguiva non produceva negli adulti, corresponsabili incolpevoli, forti scompensi affettivi, ma era vissuta come un evento abituale all'interno della normalità del vivere. D'altro canto la forte prolificità della famiglia permetteva senza grandi scossoni una veloce sostituzione delle perdite. Va anche sottolineato che l'aleatorietà e la precarietà dell'esistenza non consentivano un forte attaccamento nei confronti di chi aveva deboli possibilità di sottrarsi ad una prematura dipartita, ma consigliavano comportamenti fondati sul distacco emotivo e sul fatalismo.

1. Concentreremo la nostra attenzione su Latisana, cittadina della Bassa friulana adagiata sulla sponda sinistra del tratto finale del fiume Tagliamento. L'anno è il 1828. Topos e cronos non sono casuali ma indicativi ed emblematici, tuttavia non fuorvianti in quanto accentuano solamente situazioni diffuse e fissate: i bambini morivano a frotte in tutti gli angoli del mondo conosciuto, ma la geografia della mortalità prematura per causa di quell'anno a Latisana, anche se non impossibile, non è facilmente riscontrabile altrove.

Nei primi decenni dell'Ottocento la cittadina, capoluogo dell'omonimo distretto, con le sue aggregate Ronchis, Pertegada, Latisanotta, Bevazzana, Gorgo, Picchi e Alla Volta, contava almeno 5.000 abitanti, dei quali più dei tre quinti risiedevano nel capoluogo. La maggior parte di questi trovava nella terra il che da vivere. I contadini costituivano da sempre la categoria sociale più esposta: avversità climatiche, catastrofi ambientali, movimenti di eserciti, malattie di uomini e di animali infierivano con suprema indifferenza sulla loro esistenza portandoli a più riprese fino alla soglia della povertà più nera. Ma anche in circostanze non estreme questi diseredati vivevano in una condizione tale in cui la miseria, con il suo corollario di malnutrizione, stenti e scarsa protezione dai pericoli ambientali, dava vita agli stati morbosi più disparati e maligni. I primi a scontare questo forte disagio erano proprio gli esponenti delle giovani generazioni.

Nell'anno considerato Latisana si rivela uno dei peggiori luoghi, se non in assoluto il peggiore del Friuli, per la sopravvivenza di un bambino. Il parroco e compilatore dei registri anagrafici della parrocchia, dedicata a San Giovanni Battista,don Giovanni Buccella, ci ha lasciato delle cause di morte complete e chiare, ma neppure una nota a margine che ci possa in qualche modo aprire un piccolo squarcio di luce in un ambito del tutto schematico. Don Giovanni era un uomo di chiesa, non di scienza, non era in grado di stilare né diagnosi né cause terminali, egli riportava nei registri i referti, lefedi di morte, del medico condotto. V’è da dire che fino alle scoperte tardo ottocentesche dei microrganismi patogeni responsabili delle malattie infettive la medicina brancolava nel buio più fitto: diagnosi, prognosi e terapia risentivano dell'assoluta mancanza di sostegno scientifico. Le prime erano frutto più di impressioni personali che di competenze e di certezze, la terza risentiva della debolezza della farmacopea, del tutto priva di farmaci mirati alle singole malattie, eccettuati i derivati del mercurio, calomelano in testa, funzionali ad alcune patologie trasmissibili sessualmente, e la china, efficace nei confronti di svariati stati febbrili. Il salasso, i purganti e gli emetici erano tavole della legge, presidi inossidabili ed utilizzati in gran parte degli stati morbosi ma dalle capacità guaritrici estremamente ridotte.

Quando un medico della prima metà dell’800 si avvicinava al capezzale di un ammalato la sua attenzione era catturata dalle manifestazioni cliniche osservabili. Era colpito dal quadro clinico i cui sintomi esterni erano per lui gli unici indizi patognomonici, ma in base alla loro lettura non poteva comprendere né le cause né le lesioni interne. La sua diagnosi comportava costantemente errori di valutazione, e una valutazione scorretta, oltre a determinare una scorretta terapia, escludeva anche una conforme causa di morte. Ciò premesso, visto il carattere inequivocabile dei morbi principali riportati, riconosciamo tuttavia nel nostro caso una certa correttezza diagnostica.

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Differenti sorti per due militari della Bassa al fronte russo
MAURO BULIGATTO

Caro Olinto/ Come va di te? È cominciato/ il freddo russo? Ti auguro/ di superare felicemente/ l’inverno e di uscire incolu-/ me da tutti i pericoli coll’aiuto/ del Signore e di M. SS. Qua stia-/ mo tutti beni, anche la stagione è/ andata bene./ Abbiamo avuto a Driolassa l’a-/ dunata di tutti gli aspiranti della/ Forania. I cento convenuti si/ sono trovati contenti. Tra i di-/ vertimenti abbiamo dato il/ dramma “Gli schiavi”. I mori/ sono Tullio, Olivo e Ezio. I bar-/ buti sono Nino di Riccardo Pierino/ e Ottorino, che han fatto tanto bene./ Tanti saluti dai circolini da/ Irma e dal sottoscritto. Aff.mo P./D. G. Monticoli/ Driolassa 17-X-1942. Con queste frasi di buon auspicio e di cronaca paesana l’allora parroco di Driolassa si rivolgeva a Olinto Bernardis, nell’autunno del 1942, mentre prestava servizio militare in Russia. Per la precisione si trovava a Millerovo, una zona di occupazione situata poco oltre il confine ucraìno, al tempo sede del quartier generale dell’8a Armata italiana - Comando del Genio. Il testo innanzi riportato si presenta a tergo di una fotografia che ritrae alcuni compaesani, appartenenti alla filodrammatica locale.

Ma, prima di entrare nei particolari di questa vicenda personale, accenniamo allo scenario storico-militare di quegli anni. Per quali motivazioni il governo fascista mandò il Corpo di Spedizione Italiano al fronte orientale? Di certo le questioni ideologiche, di lotta al bolscevismo, assunsero un peso fra i timori del regime, ma l’orientamento dei sovietici a estendersi verso occidente destava, forse, una maggior minaccia all’egemonia del neo-costituito impero italiano. Invero, il coinvolgimento nelle questioni balcaniche era giustificato dal volersi preservare l’approvvigionamento pe- trolifero effettuato dai pozzi della Romania.

Non di meno ebbe valenza, nell’offerta militare che il duce propose a Hitler, la persuasione che il conflitto sarebbe finito a proprio favore e in tempi brevi.

Ciò portava l’Italia a una chiara fermezza nel voler affiancare l’alleato germanico. La successivacostituzione dell’Armata Italiana in Russia (ARMIR - estate 1942) accrebbe in Mussolini la convinzione di poter svolgere, alle finali trattative di pace, una funzione di rilievo.

Roma, fra i cobelligeranti, aveva oramai conseguito da Berlino il titolo di partner elettivo ma nella stessa misura deteneva, come forza militare in campo, una posizione d’inadeguatezza per diversi impedimenti, anche all’atto di costituzione dell’ ARMIR. A tale proposito si può segnalare che già in sede di radunata del CSIR, siamo nel luglio del 1941, il comando supremo italiano aveva già in corso uno studio per l’accrescimento delle grandi unità nel teatro orientale (Cfr.: USSME 2000, pag. 181).

Il 2 aprile 1942 il generale Italo Gariboldi era nominato comandante dell’8a> Armata, entro la sede temporanea di Bologna, con l’inizio delle funzioni al primo di maggio. Nella prima decade di aprile lo Stato Maggiore dell’Esercito aveva definito, comunque, la pianta organica. Il relativo comando esercitava la propria autorità gerarchica su tre corpi d’armata, anche se di fatto uno era operante in Russia: l’originario corpo di spedizione ribattezzato CSIR-XXXV corpo d’armata (Cfr.: USSME 2000, pag. 186). La costituzione dell’ARMIR indubbiamente rappresentava un grande sforzo per il Paese ma, in eguale maniera, manifestava i vari limiti del momento. In generale l’assetto organico dell’armata era quello di una formazione atta a operare in suolo montano: sia in ossequio alle intese politiche pregresse con Berlino e in simmetria alla tradizione militare italiana. Questa azione quindi, non ebbe riverberi positivi tali da migliorare gli armamenti, gli equipaggiamenti e l’organizzazione dei trasporti messi in campo con il CSIR. Le relative preoccupazioni esposte al duce dal generale Messe, nell’imminente partenza dell’ulteriore contingente, riconfermavano che tale invio era da considerarsi un errore manifesto (Cfr.: USSME 2000, pag. 504). Infatti, già allo scoppio della seconda guerra mondiale, l’esercito italiano si trovava in un momento di transizione, con rilevanti impedimenti. Il nuovo assetto legislativo in materia di forze armate non era ancora entrato in vigore, il precedente risultava impraticabile per l’effetto dei nuovi princìpi di tattica e, oltre a tutto, l’ammodernamento degli armamenti stazionava in fase di studio o di progetto.

Nonostante questo dato di fatto, poco attraente, il CSIR operò affiancando una delle più moderne unità corazzate tedesche, sia pure in mancanza di idonei reparti carristi e disponendo di un apparato trasporti valevole allo spostamento di una sola delle unità divisionali schierate.

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