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copertina numero 73 la bassa

la bassa/73

anno XXXVIII, n. 73, dicembre 2016

Estratti di
articoli e saggi
della nostra rivista

In copertina:

Particolare della CARTA / FORI IVLII
ACCURATA DESCRIPTIO
dal “Theatrum Orbis Terarum” di Abram Oertel.
Anversa 1573.

Lignano Pineta, 15 aprile 1954.
Hemingway, in visita al cantiere della Società Lignano Pineta,
accompagnato dai conti Kechler e dall’arch. Marcello D’Olivo.

Sommario


Progetto di valorizzazione turistica “La Strada di Hemingway”

Martina Sotgiu

“I only write to my children and people I know in Veneto and Friuli”. Così scrisse Ernest Hemingway in una lettera al critico d’arte Bernard Berenson nel 1955. Il Veneto ed il Friuli furono infatti luoghi importanti della vita dello scrittore nato a Oak Park, un elegante sobborgo di Chicago in Illinois. In Veneto trascorse il periodo della Grande Guerra come volontario della Croce Rossa Americana sul fronte italiano. Inizialmente inviato a Schio, venne su suo desiderio trasferito sulle rive del basso Piave come assistente di trincea per poter partecipare più da vicino al conflitto. Fu ferito in servizio a Fossalta e decorato al merito. L’esperienza della guerra ed il rischio della morte lo segneranno per il resto della sua esistenza.

Nel Veneto tornò trent’anni dopo, a Venezia e Cortina, per far conoscere alla quarta moglie Mary Welsh i luoghi dove aveva vissuto questo drammatico periodo della sua vita. Frequentò abitualmente a Venezia l’Harry’s Bar, l’Hotel Gritti e la Locanda Cipriani di Torcello; a Cortina l’Hotel Concordia, l’Hotel de la Poste e Villa Aprile. E proprio da Cortina ebbero inizio i suoi legami con il Friuli, territorio che fino ad allora aveva descritto nel romanzo “Addio alle armi” basandosi unicamente sulle testimonianze che aveva raccolto dallo storico inglese George Trevelyan e dallo scrittore Ardengo Soffici. Mentre si trovava in vacanza nella cittadina, Hemingway, alla ricerca di informazioni su tecniche e luoghi di pesca, venne messo in contatto dal medico condotto del posto e dal proprietario del negozio di attrezzature sportive Olimpia Sport con il conte Federico Kechler, la moglie Maria Luisa e i fratelli Alberto e Carlo. Con i Kechler partecipò a partite di pesca alla trota con la mosca asciutta nei torrenti dolomitici della Valle dell’Anterselva. Da qui Hemingway venne invitato a trascorrere dei periodi in Friuli, in tutto tre. Nel 1948 fu ospite per la prima volta a Villa Kechler a Percoto di Pavia di Udine. Durante questa permanenza, partecipò a una battuta di caccia a Valle San Gaetano a Caorle, di proprietà del Barone Raimondo Nanuk Franchetti, figlio del famoso esploratore. Hemingway, affascinato dalla laguna e dal suo ambiente naturale unico, fu spesso ospite della tenuta Franchetti insieme alla moglie Mary. Durante questo primo viaggio in Friuli, lo scrittore conobbe Adriana Ivancich, la giovane nobile veneziana che lo affascinò per la sua bellezza e vivacità intellettuale. Hemingway aveva già conosciuto la madre Dora e la Zia Emma Ivancich a Cortina nel 1923. Hemingway tornò in Friuli una seconda volta nel gennaio del 1950, e fu ospite di Carlo Kechler nella villa di San Martino di Codroipo. L’ultimo soggiorno in Regione avvenne nel 1954. La famiglia Kechler aveva infatti invitato lo scrittore a trascorrere a Percoto un periodo di riposo per riprendersi dai postumi dei due incidenti aerei consecutivi avvenuti durante l’ultimo safari in Africa. Il 9 aprile, durante il trasferimento da Venezia a Percoto con la Lancia Aurelia guidata dall’autista dei Kechler, Adamo De Simon, fece una breve tappa di due ore a Udine. Nella saletta conosciuta come “Friulino” del ristorante e albergo Friuli nell’attuale Piazza XX Settembre, incontrò varie personalità della città, tra cui l’organizzatore dell’incontro, il cronista del Gazzettino Carlo Scarsini, Aldo Bernardis, Valbruno Bertossi, Attilio Fenu, Pietro Fortuna, Roberto Ioos, Giancarlo Pozzo. Tra bottiglie di Tocai e Traminer, raccontò della guerra di Spagna e del doppio incidente aereo in Africa. L’incontro è testimoniato dagli scatti del famoso fotografo Tino da Udine. Il 15 aprile 1954, durante il viaggio di ritorno a Venezia per un consulto da un famoso radiologo consigliatogli da Federico Kechler, dopo una sosta al ristorante Bella Venezia di Latisana, venne accompagnato a visitare il cantiere della nascente Lignano Pineta, con la caratteristica pianta a spirale disegnata dall’architetto Marcello D’Olivo. Il conte voleva infatti mostrargli l’opera della Società Lignano Pineta costituita nel 1953, di cui era socio e della quale era presidente il fratello Alberto. Approfittando dell’occasione, convinse Hemingway ad apporre la sua firma sulla pianta della nuova città di vacanze per riservargli un lotto di terreno con l’obiettivo che ci costruisse una casa, diritto che non fu mai rivendicato dallo scrittore. La località affacciata sul mare e circondata dalla pineta incontaminata lo colpì a tal punto da fargli ricordare le “sue” Keys, isole della Florida dove visse dal 1931 al 1939, e fargli pronunciare la storica frase “Ma questa è la Florida d’Italia!”.

I legami col Friuli proseguirono, e sono testimoniati dalle lettere che “Ernesto”, come lo scrittore si firmava, scambiava con Federico Kechler, e dai tour della Spagna che intraprese in compagnia del giornalista e fotografo udinese Mario Casamassima, che per l’occasione gli fece da autista. Nel 1956 viaggiarono a bordo di una Lancia Aurelia B21 noleggiata presso lo storico concessionario d’auto Ferri, e nel 1959 su una Lancia Flaminia, acquistata presso lo stesso concessionario da Casamassima per conto dello scrittore.

Il profondo rapporto tra Hemingway e il Friuli e il Veneto è sancito dalle bellissime descrizioni di queste terre contenute nel romanzo “Di là dal fiume e tra gli alberi”. Hemingway incominciò la stesura dell’opera, inizialmente concepita come un racconto, a Cortina nel 1949. La continuò a Cuba, lavorandoci per tutta l’estate, e fece ritorno in Veneto e Friuli per controllare che le zone descritte nel libro corrispondessero alla realtà. La prima stesura fu completata a Parigi, per poi essere ridimensionata con ampi tagli tra gennaio e marzo 1950. Il romanzo venne pubblicato postumo in Italia da Mondadori nel 1965. Hemingway, ancora in vita, aveva preteso che nel nostro Paese il romanzo uscisse a distanza di alcuni anni, poiché voleva proteggere Adriana Ivancich da pettegolezzi e da un possibile scandalo. La vicenda narra infatti la storia d’amore tra il cinquantenne colonnello Cantwell, ritornato sui luoghi dove aveva combattuto la guerra, e la diciannovenne Renata, trasposizione letteraria di Adriana.

Il Friuli fu anche la location per la realizzazione del kolossal “Addio alle armi”, girato tra marzo e aprile 1957 a Venzone e Stazione di Carnia in provincia di Udine. Il film, prodotto da David O. Selznick, già produttore di “Via col Vento”, e diretto da Charles Vidor, rimane ad oggi la più grossa produzione cinematografica realizzata sul territorio regionale.

Il patrimonio hemingwayano in Friuli e in Veneto è ricco, e il mito di Hemingway è intatto e non passa mai di moda, come dimostrano i numerosi articoli sui quotidiani locali e nazionali che escono ogni anno. L’offerta attuale delle due regioni si dimostra tuttavia frammentata e poco costante nel tempo. Per mettere in risalto il rapporto tra lo scrittore americano e le due regioni tramite un’offerta che sia coerente, duratura ed in sinergia, si propone di creare un itinerario turistico che metta in collegamento tutti i luoghi legati al Premio Nobel, per rendere omaggio ad un personaggio che ha amato queste terre, e per valorizzare la natura, l’enogastronomia e i luoghi che hanno saputo farlo innamorare grazie alla loro unicità e semplicità.

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Enrico Fantin Quale futuro per l’ Ospedale di Latisana? Noterelle fra cronaca e storia per smantellare una struttura.

Enrico Fantin

L’Ospedale di Latisana è una importantissima struttura ancorata nel territorio della Bassa, non solo per le cure e l’assistenza dei cittadini, ma soprattutto per l’occupazione, con l’elevato numero di dipendenti che vanno ad incrementare l’economia della città.

La sua storia, in particolare quella contemporanea, è travagliata da molteplici problemi soprattutto dovuti non solo all’imponente crisi economica mondiale che ha contagiato anche quella nazionale con drastici tagli alla spesa pubblica, ma dalle politiche regionali che hanno avuto occhi di riguardo a favore di altre strutture facenti parti della Unità sanitaria rompendo pertanto quegli equilibri di sicurezza che si erano creati e conquistati con professionalità nel passato.

Accorpamenti di reparti e riduzione del personale sembrano non siano la panacea giusta per uscire da questo tunnel interminabile. Non per ultimo la tanto travagliata ed ingiusta chiusura del Punto nascita latisanese.

Ora che tutto è stato deciso in Regione e che le proteste da parte dei cittadini e dei comitati sono inefficaci, come pure sono vani tutti gli scritti e le memorie, ma prima che il tempo cancelli ogni traccia sembra doveroso riportare qualche cenno storico in queste pagine e descrivere delle vicende maltrattate a scapito di un territorio, direi, in forte declino. E di questa decadenza ne sono a testimoniare quasi la totalità dei dipendenti dell’Ospedale latisanese, che con tristezza assistono alla sua lenta agonia.

Già nel 1988 il Comitato di gestione dell’USL n. 8 “Bassa Friulana” intese celebrare il 150° anniversario di “Rifondazione”, come lo vollero appellare, organizzando un convegno di studi, che si tenne nel dicembre dello stesso anno e dando alle stampe una ricerca storica alla quale parteciparono diversi studiosi locali e alcuni medici dell’Ospedale latisanese, sotto la regia dello storico prof. Gianfranco Ellero. Lo studio diede ottimi frutti in quanto si era partiti dal nulla e come si sa l’archivio dell’Ospedale di Latisana è stato una prima volta distrutto dall’invasione austriaca, nei primi giorni di novembre del 1917, ed una seconda volta in seguito alle decisioni, non sempre giustificate, di smaltire gli archivi dal materiale cartaceo, da parte degli amministratori dei vari periodi sino al 1950.

Purtroppo anche ai nostri giorni l’archivio ospedaliero è stato oggetto ad una riorganizzazione. Infatti, l’amministrazione dell’azienda sanitaria, nel 2010 ha dato in appalto la sua gestione che prevede, fra l’altro, lo spostamento del materiale cartaceo in altra sede.

Le nostre ricerche sull’Ospedale di Latisana non si sono esaurite con la pubblicazione del volume del 1988, in occasione del 150° di rifondazione (1838-1988), ma sono continuate anche dopo, in particolare nel 2005, dove il 23 novembre è stato presentato nella sala consiliare del Comune di Latisana il progetto di ristrutturazione complessiva dell’Ospedale cittadino, dove siamo riusciti a collezionare alcune immagini importanti per la ricostruzione del suo passato.6

L’Ospedale di Latisana pur essendo il principale centro sanitario per i cittadini della Bassa friulana occidentale e degli ospiti italiani e stranieri dei due centri turistici di Lignano e Bibione, che rappresentano le principali attività economiche della zona, si è trovato diverse volte in situazioni di un reale pericolo di chiusura di molti servizi essenziali ai fini dell’assistenza ospedaliera. Fra le cause principali le varie riforme “delle riforme” sanitarie con i tagli sempre più pesanti dei finanziamenti.

Ordinamenti ospedalieri

L’ospedale, nato come opera di beneficenza prima dello statuto unitario, dalla fondazione di quest’ultimo ha visto via via modificare gli istituti amministrativi che lo hanno sin qui governato.

La prima riforma del 1890 stabiliva una normativa generale sugli obblighi assistenziali degli ospedali, ma rispettava l’autonomia amministrativa ed organizzativa delle istituzioni di assistenza beneficenza.

Le prime norme che uniformavano l’organizzazione dei servizi ospedalieri (es. divisione, sezione, reparto) e diritti-doveri degli operatori sanitari risalgono alla legge del 1938. In base ad essa gli ospedali generali vennero classificati in categorie ( I, II e III ), a seconda. della media delle degenze. Gli amministratori avevano una completa autonomia decisionale, essendo sottoposti esclusivamente al controllo del Medico provinciale. L’ospedale di Latisana fu classificato di III categoria.

Il 1968 fu l’anno della riforma ospedaliera (Legge 12-2-1968 n°. 132) che ancora riconosceva l’autonomia amministrativa degli Enti ospedalieri, classificati ora in ospedali di zona, provinciali e regionali. L’ospedale di Latisana fu classificato ospedale di zona. Questa legge avviò il passaggio alle Regioni dei compiti di programmazione e di controllo. In questo periodo era assessore regionale alla Sanità il poceniese Ermenegildo Nardini, nel quale il nostro ospedale ha sempre trovato un giusto sacrosanto sostegno. Preannunciata da una serie di leggi stralcio, il 23-12-1978 venne promulgata la Legge 833 che istituendo il Servizio Sanitario Nazionale, unificava l’amministrazione dell’intera materia sanitaria (Unità Sanitaria Locale) sia in fatto di prevenzione e di riabilitazione che di cura, sia generica che ospedaliera. Con una serie di leggi successive scompaiono le mutue (1980), decadono i Consigli di amministrazione degli ospedali (1981), il ruolo della Regione assume, via via sempre maggiore rilevanza - sia attraverso lo strumento finanziario, che quello normativo - nella gestione degli ospedali.

Nel 1982 l’ospedale latisanese insieme con il territorio circostante passa sotto l’amministrazione della USL n°. 8 Bassa Friulana, che comprende anche i comprensori sangiorgino, cervignanese e palmarino, per un totale di 32 comuni e 105.000 persone. L’USL della Bassa friulana comprende i due ospedali di Latisana e Palmanova che con la riforma si chiamano ora stabilimenti ospedalieri e concorrono a formare il cosiddetto ospedale unico.

Non solo viene persa l’autonomia di governo ospedaliero in favore di una gestione globale della sanità, ma la sede stessa del Comitato di gestione e degli uffici amministrativi centrali viene posta per tutta l’USL a Palmanova. Entrambi i cambiamenti comportano problemi per l’ospedale latisanese. La lontananza degli uffici centrali, l’allargamento della base territoriale di provenienza degli amministratori dell’USL, la scala regionale e nazionale delle scelte programmatorie sanitarie, rendono più difficile quella partecipazione del cittadino latisanese della gestione della sanità che pure stava alla base della riforma sanitaria.

E’ quindi per una serie di norme di legge, ma anche per una debolezza della rappresentativa politica locale in un momento critico dal punto di vista amministrativo che la conduzione dell’ospedale latisanese nell’ultimo decennio si era sempre più allontanata dal controllo diretto della popolazione latisanese. Malgrado questo scollamento tra amministrazione e popolazione la più recente tornata programmatoria, il Piano Attuativo Locale approvato alla fine del 1985, è stato nel complesso rispettoso dell’assetto ospedaliero latisanese, anche se quest’ultimo risultato sembra in buona parte dovuto allo stimolo ed all’opera di un piccolo gruppo di dipendenti ospedalieri latisanesi, che hanno dovuto lottare in un contesto generale poco motivato se non ostile.

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Tradizioni natalizie di altri tempi.

Carmela De Caro

è impossibile riassumere la personalità di Antonio Spagnol, il maestro di San Giovanni di Casarsa. Egli ha insegnato e fondato molteplici realtà del paese: dall’Azione Cattolica, agli Scout, al circolo culturale “Acli Ferrini”.

Nel 1943 ha militato tra le formazioni partigiane della “ Osoppo”, diventando vice comandante della brigata con incarico d’intendenza e conseguendo il riconoscimento della Croce di Guerra e il grado di tenente.

Spagnol ha ricoperto la carica di presidente e amministratore della Società Cooperativa Partigiani Tagliamento S.C. A. P. T sorta agli inizi dell’anno 1945 nella zona del soppresso “Zuccherificio Eridania” di San Vito al Tagliamento la cui gestione iniziale consisteva nell’uso di un’officina per automezzi rilevata a Madonna di Rosa di San Vito, dopo la fuga degli invasori militari germanici. Gli utili, calcolabili in un milione e cinquecentomila lire, erano da attribuirsi in buona parte al comandante dell’Osoppo, Delfo Palamidessi (Emilio) il quale bloccando i continui furti, permetteva che i materiali dalle caserme raggiungessero la cooperativa sanvitese.

Il maestro, con l’incarico di Intendente della formazione partigiana “Osoppo”, partecipò alla costituzione o comunque all’avvio dell’Intendenza unificata dei gruppi di liberazione Osoppo-Garibaldi. E fu, per volontà del comandante maggiore Franco Martelli, che la Brigata “Osoppo Friuli” della zona di pianura prese la denominazione di “Ippolito Nievo B.”

Tra i suoi molteplici meriti sono la creazione, nel ’69, della biblioteca di Casarsa, vanto cittadino e il suo zelante servizio di diacono permanente nella Diocesi di Concordia-Pordenone deputato a svolgere numerosi ruoli di carattere liturgico, omiletico e caritativo a servizio della chiesa diocesana. Un lungo cammino il suo, iniziato con gli studi in seminario e la frequenza del liceo classico nei pressi di Betlemme, dove studiò molte lingue: arabo, francese, tedesco, sloveno ed ebraico.

Nel 1979, con decreto dell’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini, fu insignito dell’onorificenza di Cavaliere della Repubblica per “meriti educativi e culturali”.

Studioso di storia locale ha compiuto con dedizione, metodo e impegno un’indagine dettagliata sulle fonti di archivio rintracciate ovunque e ricostruito i tasselli del nostro passato. Le sue qualità di ricercatore e le pubblicazioni realizzate quali “La Pieve di San Giovanni di Casarsa-Arte e storia” del 1975 rappresentano ancora oggi una risposta efficace e puntigliosa alla conoscenza.

Educatore per vocazione, “il maestri” ha sempre fornito il suo servizio a favore delle giovani generazioni. A lui devo questa testimonianza del 1983 sulle tradizioni natalizie in uso al tempo della sua infanzia (Antonio Spagnol nasce a S. Giovanni di Casarsa il sette marzo 1914 e vi muore nel 2008) che riporto fedelmente:

“Quando eravamo bambini noi, il Natale era una delle più importanti feste dell’anno. Si preparava con una “Novena” dal giorno sedici al ventiquattro dicembre.

Tutte le sere la chiesa si riempiva di bambini, giovani e adulti. La novena si svolgeva con l’esposizione del Santissimo, davanti al quale il sacerdote ad alta voce recitava le preghiere (della novena) cui rispondevano tutti i fedeli.

Dopo la recita, un cantore o il cappellano cantava il “Missus est” con una particolare musica dal ritmo patriarcale di Aquileia molto solenne e bella. Era quel brano del Vangelo dell’“Annuncio a Maria” che sarebbe diventata la madre del Signore. “Un angelo del Signore fu mandato da Dio in una città della Galileia chiamata Nazaret…” (Luca I, 1-26, 38), poi era impartita la benedizione e si cantava una pastorale natalizia e si tornava a casa.

Nel periodo della novena, i bambini dovevano dimostrare di essere più obbedienti e diligenti nel loro dovere di scuola perché, altrimenti, sarebbero stati castigati a Natale con un “Usielut” ridotto.

Nell’approssimarsi al Natale si facevano i preparativi per la Vigilia che consistevano, per chi non lo avesse fatto prima, nello scavo di un grosso ceppo di albero (generalmente pioppo, acacia, olmo ecc.) ma grande quanto poteva essere contenuto in un focolare. Era ben pulito dalla terra e dalle pietre e sistemato dopo aver praticato diversi fori in modo che l’aria vi circolasse dal sotto a sopra, per raccogliervi il fuoco all’interno e in modo che dalle prese d’aria uscissero lingue di fuoco. Il ceppo doveva avere anche le radici per poggiarsi sul focolare. La sera della vigilia di Natale, dunque, si portava il ceppo detto anche “nadalin”, il “natalino” sul focolare e, dopo cena, era asperso d’acqua benedetta e bruciato dalle radici servendosi di un tizzone bruciacchiato del ceppo dell’anno precedente per indicare la continuità della tradizione. Tutta la famiglia si raccoglieva attorno al focolare e quelli che resistevano al sonno fino alla mezzanotte, dopo il suono delle campane, si avviavano alla chiesa parrocchiale per la Messa Grande della notte celebrata con tutta la solennità dovuta. Dopo il canto del “ Gloria”, il celebrante scopriva il Bambin Gesù che sistemato in un cestino con fieno e paglia, mostrava al popolo e dopo, in processione, portava al Presepio.

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Le ultime lettere di Bernardino Dose soldato di Driolassa.

Roberto Tirelli

Fuggito durante il breve Regno napoleonico, mal sopportato durante il dominio austriaco, dal 1866 il servizio militare di leva diventa obbligatorio per i maschi friulani ritenuti, dopo una visita medica, abili. Il periodo passato sotto le armi diventa così una esperienza di vita fondamentale che, sempre in tempo di guerra e non di rado in tempo di pace, può essere anche drammatica.

La vita del soldato nella seconda metà del XIX secolo non è certamente paragonabile ai ricordi di coloro che hanno svolto il servizio militare nel secondo dopoguerra e tantomeno a quella dei professionisti che, oggi, rivestono la divisa per propria scelta.

Partire militare per un giovane contadino friulano significava staccarsi dalla famiglia e dal paese, dalla cultura e dai valori in cui si era formato per affrontare una realtà sconosciuta, con il dolore della lontananza ed il carico di inutili fatiche.

Grazie ad Armida Dose di Driolassa siamo venuti in possesso di un pacchetto di lettere destinate alla famiglia di un giovane soldato ventenne Bernardino Dose partito militare per Roma nella primavera del 1897 senza fare più ritorno. I morti in guerra hanno perlomeno un nome su un monumento e una prece, ma il soldato che muore in un letto d’ospedale in tempo di pace non ha diritto neppure alla memoria collettiva e, col tempo, s’esaurisce anche quella familiare.

Bernardino è figlio di un padre omonimo e di Lucia Comisso ed ha un fratello di 17 anni di nome Massimo. I suoi sono contadini che si dividono fra i campi e la stalla e s’aggiustano più o meno il bilancio familiare con la vigna e l’allevamento dei bachi da seta. Bernardino è un bravo contadino perché sin dai 12 anni si interessa a quelli che lui chiama “gli afari di famiglia”. Sa quali sono i lavori da fare e quando farli seguendo il ritmo delle stagioni. E’ un ragazzo sveglio, che non ha potuto andare oltre la terza elementare, e ci si accorge, ma sa scrivere, far di conto e certamente anche leggere perché le sue frasi riecheggiano sicuramente alcune letture. E’ un buon cristiano che si ricorda delle feste, che invoca l’aiuto di Dio e della Madonna, che saluta immancabilmente il parroco e persino il nonzolo del paese.

A Roma dov’è destinato nel 12° reggimento fanteria, 8° squadrone, parte della brigata Casale1, è, invece, debole ed indifeso, afflitto da una inguaribile nostalgia di casa e di salute cagionevole, dovuta in parte alla vita militare in parte alla povera nutrizione in una famiglia ove non vi è certamente abbondanza.

Per collocare la sua vicenda nella realtà storica siamo all’indomani della sconfitta di Adua (1896), durante il Regno di Umberto I di Savoia 2 e con a capo del governo il marchese di Rudinì. Siamo alla vigilia di grandi proteste politiche e sociali che avranno il loro apice a Milano nel 1898 con la repressione armata del tristemente famoso generale Bava Beccaris.

Chi presiede all’esercito italiano non ha compreso le lezioni ricevute dalle continue sconfitte militari, non ha amalgamato ancora le varie componenti dello stato unitario, non comprende il dramma sociale della realtà umana cui comanda come del resto i politici d’allora non capiscono il Paese che governano. E allora ne derivano esercizi inutili, frutto di una mentalità vecchia e di una incapacità di assumere modelli più moderni di quelli ormai scaduti sabaudi o napoleonici che siano.

L’Italia era stata fatta, ma non erano stati fatti gli italiani ed ancor meno l’esercito italiano, che uscirà dalle sue secche, e non del tutto, solo dopo l’amara lezione della rotta di Caporetto.

Il giovane friulano con le sue lettere ci offre una testimonianza unica su questo tempo che si abbina alle sue vicende personali e, indirettamente, a quelle della sua famiglia rimasta a casa. è la letteratura della povera gente del Friuli contadino che porta ad un doloroso finale senza che al morente abbia potuto giungere il conforto dei genitori, ai quali rimane solo una fotografia in divisa del loro caro. Un passato davvero lontano e per noi incomprensibile.

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San Vito città d’arte e di artisti

Giacomo Tasca

Tutti i vecchi sanvitesi sanno che la loro città è da molti secoli città d’arte nella quale hanno trovato sede – e la occupano tuttora – molte opere d’arte a partire dal XV secolo. Le chiese, ma anche altre strutture architettoniche e plastiche, pubbliche e private, custodiscono o sono esse stesse opere d’arte di varia età e di vario tipo. Questa sera si inaugura il ritorno delle pitture murali di Palazzo Altan nella loro sede originale. Si tratta di affreschi che richiamano alla memoria importanti personaggi della storia italiana ed europea, delle Sibille e di temi decorativi che furono eseguiti da pittori probabilmente provenienti dall’Italia Centrale nel corso del XV secolo. Furono pittori di diversa cultura, stile e capacità tecnica individuati dallo studio di Enrica Cozzi in tre ordini di una scala discendente. Se questa che stiamo vedendo è la pietra fondamentale di quell’edificio culturale che è rappresentato dall’insieme delle raccolte pubbliche e private di opere d’arte pittorica nel comune di San Vito, essa invita anche a conoscere meglio le opere d’arte che Bellunello e Pomponio Amalteo hanno lasciato nel complesso della chiesa-ospedale dei Battuti e – per quanto riguarda solo l’Amalteo – nella vecchia chiesa di S. Maria di Prodolone e in quella di Gleris. Seguono le opere pittoriche e architettoniche del Seicento e del Settecento veneziano nel Duomo ricostruito dalla volontà del Patriarca Delfino, dove le tele veneziane della Crocifissione , dell’Immacolata Concezione e delle Anime del Purgatorio (quest’ultima tanto amata dalla venerazione dei sanvitesi) stanno dalla parte di quelle che gli stessi pittori hanno lasciato in tante chiese di Venezia. Infine segnalo gli affreschi della chiesa delle Suore della Visitazione dipinti da Guido Cadorin nel 1911, il campanile del Santuario di Madonna di Rosa e la cappella di Palazzo Altan e di quella di Casa Bianca opere disegnate nell’Ottocento dall’architetto Ludovico Rota.

Ma nel titolo di questa nota ho aggiunto che San Vito è stata anche città di artisti e non mi riferisco soltanto a Pomponio Amalteo che vi abitò a lungo e le cui ossa riposano della chiesa di San Lorenzo e fu anche sindaco di San Vito, ma anche e soprattutto a quel fiorire di artisti sanvitesi che si verificò tra le due guerre mondiali e anche dopo il 1945.

Comincio con ricordare il pittore Piero Bottos che nel 1930 regalò ai miei genitori una tela in cui mi aveva ritratto addormentato con la schiena appoggiata alla testa del letto nella luce del mattino (fig. 1). Questo pittore, nato nel 1899, aveva studiato pittura all’Accademia di Venezia nel corso tenuto da Virgilio Guidi e in seguito passò all’Accademia di Firenze alla scuola di Felice Carena dal quale assorbì l’ispirazione romantica. Ricordo i suoi ritratti dei famigliari e i paesaggi dell’amata Carnia nei mesi estivi delle vacanze ad Enemonzo. Morì sotto il bombardamento della sua casa di San Vito, dove oltre alla morte di sua madre andarono distrutti anche molti suoi quadri nel mese di marzo del 1945.

Ad Augusto Culòs il comune di San Vito nell’organizzare una mostra retrospettiva della sua produzione di pittura e disegni non mancò di dotarla di un catalogo con scritti di critici, amici e colleghi. Questo catalogo si apre con un piccolo ricordo del maestro di Culòs all’Accademia di Venezia, Virgilio Guidi, che ricordava il legame di affetto raccolto da questo allievo che “seppure autonomo, era sensibile a certi insegnamenti che egli traduceva nella sua lingua. Io lo ricordo in modo quasi misterioso e commosso”. Culòs veniva da una famiglia che tirava avanti con fatica nelle ristrettezze economiche di cui egli portò sempre un vivo e penoso ricordo. Anche i soggetti della sua arte provenivano in maggior parte da quel mondo di povertà e di periferia. Fu il richiamo dell’arte e delle lettere da lui ascoltato e perseguito che gli fece affrontare con decisione tutti i sacrifici fino a conseguire il diploma dell’Accademia di Venezia. Dotatosi di una ricca biblioteca personale, finì per chiudersi in un mondo tutto suo che però trovò sempre ragionati e validi consensi dalle persone che lo avvicinavano e lo stimavano. Nel commentare la mostra il pittore e critico Giancarlo Pauletto sottolineò che nei ritratti della madre del 1933 e del 1934 e nel quadro che ricorda il “filò” serale delle amiche contadine c’è il “Culòs più vero e questa pittura è la sua verità”. Gli riconobbe anche il tono popolare di una commovente Deposizione e quello sapiente di soluzione tecnico-costruttiva nella “Pietà” del 1950”. Da segnalare sono anche le tele intitolate rispettivamente “Scorcio veneziano” del 1931 e “Chiesa con parco” del 1932 (fig. 2).

A San Vito e a Venezia, dove possedeva un palazzo, visse, studiò all’Accademia di Venezia e dedicò tutta la sua vita all’arte Luigi Zuccheri. Dopo la sua morte diversi sanvitesi poterono acquistare dagli eredi quadri, carboncini e disegni i cui soggetti erano invariabilmente piccoli animali (fig. 3). Pochi giorni fa ho avuto l’occasione di rivedere un grande quadro di Zuccheri che raffigura una cane pointer bianco che sta puntando la selvaggina su uno sfondo verde di un prato. E’ un pezzo di autentica bravura pittorica che fu preceduto da tre abbozzi a colori di questo soggetto. Il quadro porta la data del 1930 e anche la dedica all’amico cacciatore che lo ebbe in regalo insieme agli abbozzi. La produzione artistica di Zuccheri interessa anche la scultura praticata su legno, gesso, modelli fusi in bronzo e composizioni in cera dipinta tra il 1965 e il 1974. Nel Settembre 1988 espose in una galleria vicina a San Marco una antologica di tutte le sue esperienze riassunta con 89 opere, in maggior parte tempere su tavola. Pezzi notevoli erano quelli della Madonna di Gleris del 1946 su tavola (50 per 100 cm), il Ritratto dell’ammiraglio Thaon di Revel (60 per 80 cm). Molti studiosi e critici scrissero su Zuccheri facendo rilevare la sua importanza nel mondo dell’arte veneta. Basta citare Rodolfo Pallucchini, Arturo Manzano, Diego Valeri, Elio Bartolini, Vanni Scheiwiller, Virgilio Tramontin. Altri importanti scritti portano le firme di Silvio Benco nel 1939 e di Licio Damiani nel 1985.

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La “Linea Foscarini” nella Bassa friulana

Renzo Casasola

Per i meriti acquisiti nel servire la Patria il più volte savio del Consiglio della Serenissima Repubblica di San Marco Nicolò Foscarini1, il 5 ottobre 1713 all’età di quarantadue anni, ottenne la prestigiosa nomina di provveditore sopra la Sanità in Friuli. Fu eletto, quale persona ritenuta esperta, per fronteggiare un pericolo incombente, la peste, che proveniva dalle province austriache e minacciava la frontiera orientale della Patria del Friuli. Il Senato veneto, perciò, inviò subito il nuovo provveditore nella Bassa friulana e gli ordinò di predisporre un cordone sanitario lungo la preesistente linea difensiva posta sull’Isonzo e nella bassa pianura e che ripercorresse le ivi presenti strutture militari venete. In simili circostanze le barriere naturali costituite da fiumi, paludi e monti, erano ritenute strategiche per porvi dei posti di blocco lungo le direttrici viarie e fluviali obbligate. Al riguardo, dal Maggior Consiglio della Serenissima, gli fu chiesto di riattivarle e renderle subito operative destreggiandosi nelle loro numerose interconnessioni e tra le enclaves asburgiche2.

Qui, nella bassa pianura dal Tagliamento all’Isonzo egli rimase vigile ed attento osservatore per otto lunghi mesi, sino al 10 giugno del 1714, quando l’emergenza sanitaria cessò. Valutate le caratteristiche del territorio, notoriamente impervio per l’abbondare delle paludi e dei corsi d’acqua, fece il punto della situazione e preparò un piano d’azione. Il Foscarini ritenne che la vecchia linea sanitaria, predisposta dal suo predecessore Francesco Grimani, fosse troppo lunga, complessa, ed onerosa in termini di risorse messe in campo. Decise perciò di modificarla, rettificandola, ed abbreviandola notevolmente. Inoltre, date le notizie allarmanti sul diffondersi del contagio, bisognava agire in fretta. Il rischio concreto di un’incombente epidemia pestifera minacciava una popolazione già provata dalle frequenti affezioni morbose in un territorio in cui la malaria, il tifo, ed il vaiolo erano già deleterie presenze endemiche.

Resa operativa, la “Nova Linea Foscarini” tagliava dritto per il fondovalle isontino e per la campagna friulana, consentendo di eliminare quarantasei posti di guardia. Il risparmio economico per la Serenissima Repubblica di San Marco, notoriamente attenta a questo aspetto, era evidente. Individuati i nuovi punti sensibili vennero chiuse le strade con dei rastrelli3 ed eretti dei caselli di guardia. Lo scopo, oltre al controllo del territorio e del contrabbando lungo le linee di confine, era quello di proteggere la locale popolazione dal diffondersi del morbo veicolato dalle persone contagiate.

Per il periodo di quarantena stabilito dal provveditore sopra la Sanità il transito sulle strade dei villaggi venne del tutto precluso. Da essi non si poteva entrare né uscire. Il provveditor Foscarini, nel predisporre queste rigide misure di profilassi sanitaria, andò oltre ordinando la distruzione di alcuni ponti posti lungo le principali direttrici viarie ed isolando così, con fossati e barriere, le enclaves austriache4 ma anche alcuni villaggi veneti. Molti di questi, dall’una e dall’altra parte, rimasero di fatto isolati per otto lunghi mesi, … come le nostre tagliate fuori per la difficoltà di custodirle ...

La Linea Nova, o Linea Foscarini ben si evidenzia in una mappa del 17135 in cui vi è disegnata la sede del Comando Generale, posto sulle retrovie della prima linea difensiva, al punto Z presso il Casello eretto per commando di S.E. Sig. Nicolò Foscarini Prov. alla Sanità in loco del Cosuto per la via di San Gervaso. Questa piccola borgata di massari, al servizio dei nobili conti Novelli e Zignoni di Muzzana, ebbe dunque il privilegio di ospitare, durante l’inverno del 1713 e la primavera del 1714, il Quartier Generale di un illustre personaggio dell’aristocrazia veneta.

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Letture in Villa: Ida Beltrame Zuzzi, Yole Biaggini Moschini e Antonio Fogazzaro.

Stefania Miotto

«La tua bontà squisita, l’amabilità che ornava l’animo tuo nobile, le cortesie…»1. Affranti dalla prematura scomparsa di Ida Beltrame Zuzzi, i congiunti scelsero di ricordarla attraverso le qualità più note ed evidenti: ne emerge un ritratto delicato, ma un po’ scialbo, di una donna in realtà colta, lettrice entusiasta e partecipe di un contesto culturale raffinato.

Ida Beltrame era figlia di Zaccaria Bertrando, primo sindaco di San Michele al Tagliamento dopo l’annessione al Regno d’Italia e discendente dall’agronomo Giovanni Bottari2. Appena ventenne si unì in matrimonio con Francesco Zuzzi, nato nel 1842 a Ragogna, presso San Daniele del Friuli, e trasferitosi intorno al 1860 a San Michele al Tagliamento, dove era stato chiamato per importanti incarichi (pare appalti di natura daziaria) dal notaio Leonardo Zuzzi, latisanese d’adozione, a lui legato da rapporti di parentela3; dal matrimonio nacquero i figli Francesco Giovanni, Elvira Carolina Pia e Zaccaria Carlo.

Francesco Zuzzi fu un personaggio rilevante nel mondo agricolo della Bassa Friulana. Sovvenzionò e presiedette il Consorzio di Bonifica di San Michele, con un preveggente impulso al risanamento agricolo di vasti territori, cui dedicò investimenti e studi. Come il suocero Zaccaria Bertrando Beltrame, anch’egli fu un attivo produttore locale di seta4; il suo spirito imprenditoriale si rivolse inoltre agli ambiti creditizio, esattoriale e bancario, risultando tra i promotori e fondatori dei maggiori istituti locali di crediti dell’epoca. Dal 1879 al 1886 ricoprì la carica di sindaco del comune di San Michele; nel 1881 fu nominato primo presidente della Società di Mutuo Soccorso tra gli operai di San Michele e Latisana, di cui aveva caldeggiato la creazione5.

Per conferire visibilità a tale acquisito prestigio, nel 1890 il notabile aveva incaricato l’architetto udinese Raimondo D’Aronco di realizzare a San Michele la propria casa padronale: una villa signorile a due piani con torretta angolare, caratterizzata dalla varietà e funzionalità dei materiali impiegati, in particolare il legno, e dalla semplificazione dell’apparato decorativo6. Nella villa la famiglia Zuzzi festeggiò a lungo, nell’aprile 1896, l’onorificenza di cavaliere della Corona d’Italia ricevuta da Francesco juniore, che seguendo le orme del padre stava dando impulso all’agricoltura della zona7.

Ma come viveva la moglie di un facoltoso imprenditore di fine secolo?

Era solo una delicata figura di contorno, come ci restituiscono le cronache del banchetto offerto dal figlio Francesco juniore ai soci del Circolo Agricolo di San Michele al Tagliamento di cui era presidente, in occasione della sua nomina a cavaliere? Tra brindisi, abbondanti libagioni e applauditissimi discorsi, gare di amabili epigrammi e cortesie cavalleresche, tutte ad opera dei convitati maschi, il cronista della serata si limita a registrare che la presenza di «due elette dame» - Ida e Carolina Zuzzi, rispettivamente suocera e nuora - «faceva alitare nel salotto un profumo di gentilezza muliebre»8.

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In Piazzale XXVI Luglio a Udine Il monumento all’annessione al Friuli.

Gianfranco Ellero

Non si può dire che i quotidiani del primo Novecento amassero il sensazionalismo se “La Patria del Friuli” del 26 luglio 1914, anziché annunciare in prima pagina agli atterriti lettori l’“insufficiente” risposta della Serbia all’ultimatum dell’Austria (argomento trattato in seconda!), se ne uscì con il seguente titolo su tre colonne in alto a sinistra: “Il monumento per il I° giubileo della liberazione del Veneto (1866-1916)”.

Nell’ampio testo sottostante, corredato da un disegno topografico, si può leggere l’annuncio del bando di concorso indetto da apposita Commissione per l’erezione di un monumento all’annessione al Regno d’Italia del Friuli centro-occidentale (Provincia di Udine), proposto dagli emigrati friulani in Argentina, che avevano raccolto sessantamila lire (un vero capitale per quel tempo).

Gli artisti partecipanti, naturalmente liberi nell’interpretazione dell’opera, dovevano obbligatoriamente inserire nel progetto inviato al concorso una colossale colonna, alta da 18 a 22 metri, sormontata da un’aquila in bronzo.

Perché parlare oggi su “la bassa”, direte voi, di un episodio interessante, sì, ma poco attinente con lo “spazio” della rivista?

È presto detto: il concorso fu vinto dallo scultore Francesco Ellero di Latisana, che così illustrò il suo progetto su “La Patria del Friuli” del 10 ottobre: “Su di una gradinata ho sviluppato il grande dado (basamento) della colonna commemorativa; nella parte inferiore ho incastonato, con ornamentazioni di lauro, i medaglioni con i ritratti (richiesti dal programma) degli uomini che illustrano la storia dell’indipendenza; sul dado i quattro periodi che rendono gloriosa la storia del Friuli.

Il periodo classico, in cui Aquileia, la seconda Roma, era il punto di concentrazione degli eserciti, la stazione della flotta, l’emporio del commercio fra l’occidente e l’oriente, è raffigurato nel mezzo con una matrona in costume della capitale, portante il timone e il globo, simboli della potenza navale e terrestre; alla sua sinistra ho rappresentato la dominazione longobarda, con una donna con la corona ferrea in mano, a ricordare che il primo Re d’Italia fu Berengario, duca friulano; a destra ho rappresentato il potere dei Patriarchi che dal 1200 istituirono in Italia una monarchia temperata con un parlamento elettivo, crearono una milizia nazionale, e raccolsero le leggi. La quarta figura rappresenta la libertà, l’annessione del Veneto al Piemonte, e l’ho ideata con un ramo d’olivo in mano e nell’atto di calpestare il giogo. (Le statue saranno alte tre metri).

Nel dado, sopra le quattro figure, ho incastonato i medaglioni di Vittorio Emanuele, di Garibaldi, di Mazzini, di Cavour, con ornamentazioni di lauro.

Nella base della colonna, per decorazione ho messo elmi e scudi. La colonna, decorata con fasci consolari e palme in bronzo, termina con il capitello sormontato dall’aquila ad ali spiegate, anche questa in bronzo”.

Il monumento, che doveva essere inaugurato il 26 luglio 1916, nel cinquantesimo dell’ingresso in Udine, da porta Poscolle, dell’esercito italiano agli ordini del generale Cialdini, non fu realizzato perché era in corso la Grande guerra, e altri furono i problemi e gli interessi del dopoguerra.

Potremmo farci un’idea dell’opera osservando il bozzetto plastico in gesso del monumento nel Castello di Udine, dove dovrebbe essere conservata anche la sua immagine fotografica.

Sotto il profilo stilistico possiamo affermare che il motivo dell’aquila su colonna ritorna anche nel monumento a Filippo Corridoni alla Trincea della Frasche, ma con ogni probabilità l’aquila in bronzo di piazzale 26 Luglio doveva essere aulicamente realistica, cioè classica, come si usava nell’Ottocento, mentre le due aquile in pietra sul Carso stanno già nel vento del Novecento.

Ragguardevole, dalle parole dello stesso Autore, risulta anche la cultura storica che sta alla base del progetto del 1914.

Se quella colonna riccamente decorata fosse stata eretta al centro dell’area oggi occupata dal monumento alla Resistenza, non soltanto il piazzale avrebbe un altro aspetto, ma noi stessi vivremmo in un mondo diverso dall’attuale, figlio delle due terribili guerre mondiali del XX secolo.

Possiamo quindi assumere quella colonna-fantasma come simbolo di una storia diversa da quella vissuta in Italia e in Europa dopo il 26 luglio 1914.

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Alcuni nomi di luogo di uso e utilità pubblica nella “Antica Terra della Tisana”

Benvenuto Castellarin

In questo articolo si prendono in esame alcuni nomi di luogo1 di uso e utilità pubblica che erano presenti nella “Terra della Tisana” (secoli XIII-XVIII), e le eventuali loro presenze al giorno d’oggi.

Ricordiamo brevemente che l’appellativo “Terra”, era di norma inteso come sinonimo di “territorio feudale”. In particolate la “Terra della Tisana”, fu sottoposta al conte di Gorizia, alla famiglia patrizia veneziana dei Vendramin e da un consorzio di famiglie nobili veneziane. Non fece mai parte della “Patria del Friuli” e, nella sua massima espansione, comprendeva gli attuali comuni di Ronchis (escluso Fraforeano), Latisana e Lignano Sabbiadoro, alla sinistra del fiume Tagliamento e San Michele al Tagliamento, alla destra.

I nomi di luogo di uso e utilità pubblica che ci occuperemo in questo saggio, sono nell’ordine:
Armentarezza; Comugna, comunali; Ospitale, Ospedale;
Passo sul Tagliamento; Porto di Latisana; Rosta.

Le attestazioni sono state tratte da opere edite, mappe catastali e documenti presenti in vari archivi e biblioteche, citati tra parentesi.

Armentarezza

Attestazioni storiche:
Iuxta Armentarezam (BCU, ms. 1366/XV, a.1494), Armentarecia, Strada della Armentarecia (ANA, Latisana, a. 1544), a Ronchis; Armentaressa (ANA, Latisana, a. 1740), a Latisana; Armentarezza nel Paludo (Mappa Possessioni alla Volta, sec. XVI), a Volta di Latisana; Strada Armentarezza (ASUd, Monasteri, b. 50, a. 1704), a San Mauro; Armentarezza (Marcato, a. 1741), a San Michele (San Filippo).

Etimologia del nome:
Nome molto comune in Friuli che dipende dal latino armentum ‘gregge’ e definiscono una strada campestre di utilità pubblica percorsa dalle mandrie di armenti (pecore, capre, buoi), per raggiungere i terreni destinati a prati e a pascoli comunali. In molti casi le denominazioni sono trasferite anche ai terreni ubicati lungo o nei pressi della strada stessa. A volte la strada era delimitata da siepi affinché gli animali non entrassero nei terreni coltivati mentre andavano al mattino e ritornavano alla sera in paese. Gli animali venivano accompagnati dall’armentaro (mandriano), il quale era stipendiato dal comune. Di questo toponimo attualmente rimane un ricordo a S. Filippo di San Michele, con una Via Armentarezza, e a Ronchis con il Vicolo dell’Armentarezza.

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Sull’antica raccolta dei cereali nella bassa pianura friulana. Metodi, attrezzi e manualità.

Adelmo Della Bianca

Muzzana del Turgnano, giugno 2015. Quel giorno faceva davvero caldo, un caldo torrido ed afoso, inusuale per la stagione. Avevo da poco pranzato quando un rombo di motrice mi destò dal torpore che di solito mi coglieva prima di concedermi una breve pennichella, com’ero solito fare. Dalla strada infatti, transitò con un gran fracasso una enorme mietitrebbia con camion e rimorchi al seguito. Pensai: “certo, tutto questo è logico; è il periodo della mietitura del frumento!”. In effetti, la sferragliante ed assordante carovana motorizzata si stava trasferendo in località Stroppagallo, a nord dell’abitato, ove vi erano estese praterie di frumento in attesa della mietitura.

A quella vista la mente mi si allertò ed i pensieri si accavallarono in un paragone di opposti tra il presente, invadente e rumoroso (sebbene necessario), ed il recente passato, con la sua relativa quiete scandita da antichi ritmi, usi e costumi. Sovvenni che, fino agli anni ’50 del Novecento, la mietitura cerealicola in questo stesso periodo coinvolgeva tutta la forza lavoro delle famiglie friulane. Uomini e donne condividevano così, in un’aria festosa, il duro lavoro profuso nell’arco dell’intera stagione nell’auspicio di un buon raccolto. A mio avviso, credo che quegli anni fossero proprio gli ultimi in cui vigevano ancora le antiche consuetudini manuali della civiltà contadina friulana. Eravamo giunti al crepuscolo di una millenaria attività manuale legata alla terra e destinata a cessare, da lì a poco, per sempre.

Dalla fine del 2° conflitto mondiale, in effetti, vi fu un risveglio generale nell’economia del Paese ed un fervore nelle arti e nei mestieri, mai visto prima, pervase la Nazione. Si dette perciò l’avvio ad una rivoluzione tecnologica inarrestabile, peraltro, tuttora in atto. Persa la manualità di pari passo ci si affidò alla tecnologia che in buona parte la sostituì. Alleviati così alcuni aspetti manuali, legati alla dura fatica del lavoro fisico, se ne posero ben presto di altri, quelli burocratici, in un processo dinamico, opprimente, ed in continua evoluzione. Da allora la tecnologia ridusse di molto la manodopera in agricoltura, nel contempo, per aumentarne la produttività determinò danni considerevoli all’ambiente troppo spesso sfruttato e banalizzato con le monocolture intensive. Inoltre, i tempi ristretti di lavoro tra gli addetti, gli scadenzari e le incombenze burocratiche di varia natura, aumentarono di pari passo lo stress psicofisico. Queste prerogative tipiche dell’uomo moderno, un tempo erano del tutto sconosciute ai nostri ‘vecchi’.

Da queste brevi considerazioni, nate dallo stridente contrasto fra l’antica ed obsoleta pratica legata alla raccolta manuale dei cereali e quella attuale meccanizzata, mi sono riproposto di descrivere ciò che fu, sebbene a grandi linee, l’operare del contadino di un tempo. Il fine è quello di preservare la memoria storica sui metodi di raccolta impiegati, sugli attrezzi utilizzati, sulla manualità e sul lessico friulano specifico ora del tutto in disuso. In questo contributo perciò farò espressamente riferimento a ciò che avvenne nell’ambito del Comune di Muzzana del Turgnano, mio paese natio, che poi fa riferimento all’intera pianura friulana, fino al suo epilogo, avvenuto agli inizi degli anni ’60 del XX secolo.

Ritengo, a questo punto, che una breve introduzione storica sull’argomento in questione sia d’obbligo. Dai dati noti in letteratura la raccolta dei cereali pare abbia avuto inizio in Medio Oriente, nella fertile ‘mezzaluna’, più o meno verso il 9.000 a.C. Nel Neolitico pre-ceramico si iniziò a raccogliere a mano le sole spighe di frumento selvatico che, battute con dei semplici bastoni, venivano anch’esse spulate manualmente. È probabile che questi proto-agricoltori si nutrissero dei chicchi masticandoli direttamente. Solo in seguito intuirono che pestandoli su una macina con l’aiuto di un macinello ottenevano una farina che, per quanto grezza fosse, se bagnata con l’acqua forniva una pasta molle e soffice che, posta su delle pietre roventi, cuoceva a mo’ di focaccia; questa tecnica, probabilmente, permise loro di ottenere il primo pane.

In seguito l’uomo neolitico notò che dai chicchi caduti a terra germogliavano a nuova vita delle pianticelle. È plausibile che da queste osservazioni ed intuizioni mosse i primi passi l’agricoltura così come la intendiamo noi oggi. L’uomo preistorico iniziò perciò a seminare i chicchi in piccoli appezzamenti di terreno, nei pressi del suo ripostiglio, dissodando la terra con zappe e picconi in legno muniti di teste in selce. La raccolta e il taglio degli steli avveniva mediante l’ausilio di falcetti messori di legno e corno con inserti di lame in selce (vedi fig. 1). Il frumento o altro cereale veniva tagliato alla base dello stelo allo scopo di recuperare la paglia che sarebbe poi servita, in ambito edilizio, allo stampo dei mattoni unendovi l’argilla. Questi mattoncini grezzi venivano in seguito essiccati al sole e, solo in un periodo più tardo, cotti nelle fornaci.

Posto su teli in pelle, graticci vegetali o sulla nuda roccia, il cereale veniva battuto con correggiati a mano (vedi fig. 2), o fatto calpestare da animali bovini. Seguiva poi la spulatura con ceste vegetali a due mani facendo volteggiare al vento i chicchi per liberarli dalla pula e dalle impurità presenti (vedi fig. 2).

I chicchi puliti venivano in seguito posti in capienti contenitori di terracotta o in silos interrati, sulle cui pareti fatte a tronco di cono, veniva spalmato un intonaco protettivo di argilla; il tutto veniva poi chiuso con un coperchio in terracotta o in legno. Verso il 6.000 a.C., in pieno Neolitico, dall’Asia Minore si diffuse lentamente la cerealicoltura dapprima in Grecia per risalire poi nei Balcani e giungere anche in Italia, in Europa Centrale, nell’area mediterranea toccando infine, per ultima, la costa africana del Mediterraneo.

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Storia controversa del Rgt. “Tagliamento”

Lucio Vadori

Il 6 aprile 1941, alle ore 6.00, il Regno d’Italia, con la Germania, senza preavviso né valido motivo attaccò il Regno di Jugoslavia che capitolò il 18 firmando l’atto di resa a cui seguì lo smembramento territoriale: creazione del Regno Indipendente di Croazia (“sponsor” l’Italia) che incorporava la Croazia, la Bosnia, l’Erzegovina, la Slavonia e parte della Dalmazia. La Corona venne data ad Aimone di Savoia Duca di Spoleto, ammiraglio, che assunse il nome di Tomislao II e... non andò mai ad occupare il trono. “Reggente” e capo del governo fu Ante Pavelic, capo del movimento indipendentista croato “Ustascha” (durante il suo governo, tra il 1941 e il 1945, furono uccisi, per pulizia etnica, 750.000 serbi, 60.000 ebrei e 26.000 tzigani. Il più grande genocidio che la storia ricordi, in rapporto al numero di abitanti. Il 5 maggio 1945 lasciò Zagabria, sotto la protezione delle retroguardie tedesche in ritirata. Morì a Madrid il 18 dicembre 1959).

L’Ungheria si annesse le zone confinanti del Banato e della Voivodina, la Bulgaria gran parte della Macedonia, la Germania si prese parte della Slovenia settentrionale e ne iniziò subito la germanizzazione; amministrò, su delega della Romania, il Banato orientale.

L’Italia si annesse la parte della Slovenia meridionale con la capitale Lubiana, zone ed isole della Dalmazia, abitate da popolazioni di origine italiana, le città di Sebenico, Traù e Spalato ed il Montenegro come protettorato. E infine all’Albania, che all’epoca si trovava sotto la sovranità italiana, furono aggregate la Metodja occidentale e la zona di Kossovo, come dire il cuore dello Stato serbo dal Medioevo. Dell’ex Regno di Jugoslavia restava solo lo Stato della Serbia, ridotto territorialmente e sotto il controllo militare tedesco.

A presidiare i territori annessi od occupati dall’Italia fu posta la 2^ Armata, al comando del gen. Mario Roatta. (Nel settembre del 1941 le Forze Armate italiane assunsero i poteri civili e militari nella cosiddetta “zona demilitarizzata” che correva lungo il litorale da Fiume a Mostar per una profondità di 80 km dalla costa, esautorando i croati e sciogliendo le formazioni ustascha; nel novembre dello stesso anno le unità italiane dilagarono fino alla linea di demarcazione con i tedeschi assumendo i poteri militari).

Questo “Nuovo Ordine”, però, non fu molto gradito e la pace nella ex Jugoslavia, pertanto, durò assai poco: il 7 luglio infatti, nella Serbia occupata dai tedeschi, scoppiò la prima violenta azione di rivolta che, estendendosi in tutte le altre regioni annesse od occupate, comprese quelle del neonato Regno di Croazia, segnò l’inizio della dura e sanguinosa guerriglia che si concluse nel maggio 1945 con la liberazione della Jugoslavia dagli invasori e la conquista di porzioni di territorio italiano.

Durante la Seconda guerra mondiale, nel territorio della Jugoslavia occupata operarono diversi movimenti di resistenza. I due più importanti, che influenzarono altre organizzazioni minori, furono quello “cetnico”, Esercito Nazionale Jugoslavo, e quello comunista, Armata Popolare Jugoslava.

Il primo, composto quasi esclusivamente di serbi, era guidato da Dragoljub - Draza Mihailovic, militare di carriera particolarmente brillante e di grande professionalità che, Capo di Stato Maggiore di un’Armata, non obbedì all’ordine di capitolazione del 18 aprile e, portatosi sul Ravna Gora, un altipiano della Serbia occidentale, riunì attorno a sè numerosi gruppi di sbandati costituendo il primo movimento di resistenza della Seconda guerra mondiale. Diede inizio a sabotaggi e operazioni su vasta scala contro i tedeschi occupanti. Egli impose a se stesso e ai suoi “cetnici” una regola severa: agire, sul piano militare, lontano dai centri abitati per non coinvolgere la popolazione nelle dure rappresaglie germaniche. I suoi “cetnici”, inquadrati in quello che ufficialmente era chiamato Esercito Nazionale Jugoslavo, si trovavano sulle montagne della Serbia, della Bosnia, dell’Erzegovina, della Lika, della Banja e della Dalmazia.

L’altro movimento, al quale aderirono in assoluta prevalenza croati e sloveni, si era formato attorno al partito comunista clandestino il cui segretario era Tito.

Soprattutto nei primi tempi la sua attività fu quasi esclusivamente terroristica, per cui molte migliaia di innocenti furono vittime delle sanguinose ritorsioni tedesche, eseguite secondo l’ordine di Hitler del 16 settembre 1941: fucilare 100 nativi per ogni tedesco ucciso e 50 per ogni ferito. Questa “dottrina di guerra” fu la caratteristica costante di tutte le formazioni comuniste. I due movimenti, tra loro divisi da ideologia e finalità antitetiche, non potevano coesistere: Mihailovic, fedele al Re Pietro, combatteva con i suoi “cetnici” per la ricostituzione di una Jugoslavia prebellica, fedele al governo esule a Londra e legata all’Occidente mentre Tito, reduce della guerra di Spagna e formato alla scuola di Mosca, si proponeva di raggiungere per mezzo della guerra i suoi obiettivi rivoluzionari filosovietici. Secondo gli Alleati e lo stesso Stalin, l’organizzazione di Mihailovic era nettamente superiore, per disciplina, comando e risultati operativi, di quella di Tito non solo, ma pure i Tedeschi che occupavano la Serbia, ritennero l’attività del capo “cetnico” il più grave dei problemi durante il lungo presidio della Balcania.

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Maria Teresa Corso Vita maranese nel Settecento

Maria Teresa Corso

Sulle piazzette gruppi di uomini si chiamano con soprannomi per distinguersi facilmente: Rigo, Businal, Galota, alcuni di essi sono antichi. Parlano in modo agitato, come d’abitudine; usano parlare forte, manifestando con veemenza le proprie ragioni.

In riva alcuni uomini stendono a terra le reti a strascico e le aggiustano con la lengueta, aiutandosi a tenerle tese con le dita dei piedi.

Non lontano giovani pescatrici maranesi osservano gli anziani con la pipa in terracotta, guardano quegli uomini con il berretto di panno rosso ‘a campanile’, terminante con un pennacchio blu, che stanno discutendo sulle pesche di San Giacomo, avvenute nella terza decade del mese di Luglio. Sanno che a Settembre passeranno alla pesca con la tartana e poi da San Martino fino a Febbraio si dedicheranno alla pesca di sfoi, barbuni, rasse.

Vedono il maranese (è la barca che collega il paese con il cason o con il luogo di pesca) che vogando velocemente sta per arrivare al molo per caricare i sisti dela mesa da portare in cason. Lo aspettano per caricare a prova tutto quello che possono preparare: una fetta di polenta, qualche go fritto e poco altro per i loro parenti che si fermano a cason l’intera settimana.

Spesso a cason le parentele s’intrecciano: futuri mariti calano e pescano accanto a quello che dovrà diventare el missier.

E le ragazze si preparano per la domenica, quando tutti i pescatori torneranno in paese per ciapà un toco de Messa e si faranno vedere con l’ultimo fazzoletto ricamato per il giovane casoner.

Quel berretto, i maschi lo indossavano prima del periodo in cui le donzelle portavano il cendal bianco detto anche ninsioletto, qualcuna poi indossa il bustin verde senza maniche, le giacche di velluto celeste a fiori, le camise di renso dalle maniche a sbuffo, i merletti sul collo, le spadette in testa, per trattenere i lunghi capelli raccolti (secondo l’uso delle ragazze lombarde), indossano due filletti di cordon d’oro e le carpette (gonne) rigorosamente fino alla caviglia.

Le ragazze in età da marito, a metà Settecento, fanno le pescatrici oppure lavorano le reti sui gradini delle case, sulle piccole sedie impagliate e la lengueta e il morolo diventano strumenti veloci che pare girino da soli, tanto quelle mani sono svelte.

Qualcuna si sposerà non senza aver ricamato la sua dota, il valore della quale verrà depositato nero su bianco dal notaio, nel momento che precede il matrimonio. Poi, seguendo l’antico ritmo dettato dalle sei stagioni di pesca, molte sceglieranno di andare all’altare dopo le orae, cioè nella stagione chiamata drio Pasqua (dal primo al 15 Aprile) se la pesca sarà fruttuosa, altre a Maggio, ma molte a Novembre, cioè nella stagione delle peschere (dal primo Ottobre al 30 Novembre), quando l’attività della pesca sarà terminata e le reti saranno al sole, conficcate sulle barene, con i cugui buttati sui pai. Poi si entrerà nella stagione d’inverno che va dal primo Dicembre fino al mercoledì grasso, seguirà poi la Quaresima, dal giovedì grasso al sabato Santo.

Secondo il rito religioso ci si sposava in tutti i mesi dell’anno eccetto nei mesi di Quaresima, cioè nei mesi Marzo e Aprile e di Avvento, vale a dire Dicembre. La stragrande maggioranza delle giovani preferiva scegliere il mese di Novembre, un mese che meglio si adattava all’attività lavorativa personale. Si univano in matrimonio nel mese di Novembre anche per un altro fatto, legato al culto della Vergine della Salute, ritenuta protettrice da eventuali malattie da cui tante famiglie erano colpite. In quegli anni molti bambini morivano appena nati ed i giovani sposi, sfibrati dalla malattia, lasciavano questo mondo dopo pochi anni di matrimonio.

Il mese di Novembre in realtà si avvicinava alla ricorrenza della Beata Vergine della Salute, cioè al 21 Novembre e non all’11 Novembre, giorno di San Martino, Santo patrono della fortezza militare. Scorrendo l’anagrafe antica si può notare che su 100 matrimoni, avvenuti nell’Ottocento, ben 90 sono stati celebrati nei giorni che si avvicinavano alla data del 21 Novembre: si sposavano il 19 Novembre, il giorno stesso 21 o 22 o il 23 Novembre, dunque tutto fa supporre che l’ipotesi più accreditabile sia quella che gli sposi si affidassero più all’assistenza spirituale della Vergine che al Santo patrono (non ce ne vorrà il Santo…).

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L’amministrazione della giustizia in Flambro Imperiale nel lontano Medio Evo

Mario Salvalaggio

Il presidente Roberto Tirelli, per l’occasione dell’odierna assemblea, mi ha stimolato ad approfondire un tema a me caro, quello legato alla storia medioevale di Flambro.

In particolare parlerò il tema dell’amministrazione della giustizia che caratterizzava il periodo in cui il territorio era parte integrante del Sacro Romano Impero della Nazione Germanica.

Quanto dirò nasce e consegue da una attenta lettura e riflessione a partire da quanto riportato nel documento più importante della storia scritta di Flambro: la pergamena originaria conservata nel Museo Archeologico Nazionale di Cividale del Friuli. È nominata “Chartula promissionis”, datata 24 febbraio 1101, che riporta, fra l’altro, la prima citazione scritta del toponimo Fambrio. L’abbiamo ritrovata Tirelli ed io due anni fa.

Questa la pergamena in parola, peraltro, fu rinvenuta e trascritta da un giovane studioso, conservatore dell’archivio capitolare patriarcale di Cividale del Friuli: Giuseppe Bini. Questi è uno degli storici più importanti del nostro Friuli ed è legato a Flambro per i lunghi anni in cui qui visse ed operò quale Vicario dell’antichissima Pieve Matrice di Santa Maria Annunziata, giuspatronato dei Savorgnan.

Il testo tratta della donazione di case, masserizie, vigneti, campi, mulini, prati e boschi, a Corrado dell’Abbazia di Sesto in Silvis.

In esso sono descritti con una dovizia di particolari, di estremo interesse per quanto vogliamo evidenziare, le figure dei donatori.

Sono, Acela e Ugo, madre e figlio, così definiti: “ex nacione nostra lege vivere Bavariorum” poi Liuza moglie di Ugo “qui professa sum ex nacione lege mea vivere langobardorum”. Un passo questo di grande interesse che fa capire con chiarezza due cose fondamentali che vogliamo sviscerare.

La prima: quale fosse l’alto livello di integrazione maturata fra le popolazioni diverse, Bavari, Longobardi, Slavi, Latini che convivevano nello stesso territorio, addirittura a livello famigliare.

A questo proposito mi piace ricordare il matrimonio di Teodolinda, figlia del Duca di Baviera Garibaldo, con il re longobardo Autari, a Verona nel 589 e poi alla morte di questi con il nuovo re longobardo Agilulfo.

La seconda, ancor più interessante ed importante per il nostro approfondimento di conoscenza. Ogni persona aveva il diritto di mantenere i legami e le norme caratteristiche del popolo di origine e ad essere sottoposta alle leggi proprie dello stesso popolo che mantenevano piena valenza ed erano ordinariamente applicate.

Per spiegare come si era giunti a questa situazione particolare dobbiamo allargare la nostra visuale alla “grande storia” che ha toccato la nostra terra dopo la caduta dell’impero romano d’occidente.

Lo faremo per flash.

Nel 476 l’imperatore Romolo Augustolo viene deposto dai Visigoti, legionari “foederati” che avevano fatto un accordo di collaborazione militare con lo stesso imperatore e da questi non mantenuto.

Il loro re Odoacre rifiuta la carica imperiale, mantenendo peraltro quella di “patricius romanum” e riconsegna il titolo dell’impero romano d’occidente a Zenone, imperatore d’oriente, che così riunifica in sè tale carica.

Nel 568 i Longobardi entrano nelle nostre terre con Alboino e fondano il primo ducato, quello del Friuli, con Gisulfo; poi allargano il loro dominio a quasi tutta l’Italia.

Nel 774 papa Adriano per contrastare il dominio longobardo e soprattutto l’eresia ariana chiama in Italia i Franchi.

Carlo Magno alle chiuse del Gran San Bernardo sconfiggerà definitivamente i Longobardi e dominerà così tutta l’Europa.

Dopo essersi proclamato per “Grazia Dei Rex Francorum et Langobardorum” a Roma nella notte di Natale dell’anno 800, papa Leone III lo incorona Imperatore del Sacro Romano Impero.

Con la dinastia Sassone degli Ottoni lo stesso, nel 962, si evolverà nel Sacro Romano Impero della Nazione Germanica, che avrà fine solo nel 1806, con le guerre napoleoniche. (Non si capisce perché di queste date e questi fatti: cosa c’entrano con il tuo racconto? O lo spieghi o la eviti, sono solo messe in mezzo senza spiegare a cosa ti riferisci!)

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I cognomi del Comune di Talmassons Per un’analisi statistico-distributiva

Ermanno Dentesano
Generalità

Questa analisi, eseguita sulla base dei cognomi presenti sull’elenco riportato dalle Pagine Bianche del 2016, si propone come una prima indagine sull’antroponimia del comune e, come già si intuisce dal titolo, riguarda solo i cognomi presenti sul territorio e si limita a una prima valutazione statistica sulla loro distribuzione sul territorio stesso.

Ho concesso qualche prima, brevissima nota alle etimologie, ma è un campo totalmente distinto da quello che concerne la trattazione principale. Dette note sono state pertanto riportate a mero titolo di curiosità.

Il censimento del 2011 aveva registrato la presenza di 4114 abitanti, distribuiti su 1569 nuclei familiari. Quest’ultimo dato è servito per il calcolo percentuale delle emergenze dei cognomi.

Sono stati esaminati 451 nominativi, corrispondenti ai cognomi più diffusi, numero che rappresenta il 28,74% del totale, considerando che normalmente dovrebbe essere presente una utenza telefonica per ogni nucleo familiare. Il campione considerato mi sembra dunque molto ben rappresentativo della situazione del comune.

Nella prima tavola sono riportati i dodici cognomi più frequenti nel comune, a partire da Toneatto, che con le sue 39 presenze rappresenta il 24,86‰ del totale, per finire a Marello (15 presenze per il 9,56‰).

La distribuzione non è però omogenea perché ogni paese ha i suoi cognomi tipici. Ciò vale soprattutto per il capoluogo e per Flambro dove alcuni cognomi sono generalmente presenti in loco da più secoli. Nelle altre due frazioni la situazione è più sfumata, con cognomi che sono provenienti, con tutta evidenza, dagli altri due, mentre pochi cognomi posso essere considerati ormai epicorici.

Mi è parso pertanto interessante esaminare ciascun paese in modo autonomo, sì da far emergere la situazione che contraddistingue ogni singola località.

Le tabelle che seguono riportano due colonne per ciascuna delle emergenze: la prima indica il valore assoluto, la seconda il rapporto per mille abitanti, sempre in riferimento al numero di nuclei familiari dell’intero comune.

Situazione nel capoluogo

La seconda tavola presenta le 11 maggiori emergenze del paese di Talmassons.

Da essa appare immediatamente che il cognome più frequente è Zanello (16,57‰), seguito a breve distanza da Zanin (12,11‰). Si tratta di cognomi derivati dal nome personale Giovanni, il primo come vezzeggiativo, il secondo come diminutivo.

L’ultimo della lista è Turello (3,19‰), ipocoristico e poi vezzeggiativo o patronimico del personale Ventura (Bonaventura).

Fra questi due estremi troviamo, in ordine decrescente, Turco (probabilmente etnico da un soprannome), Ponte (evidente toponimico), Dri (ipocoristico da Andrea), Degano (da un soprannome che indicava l’autorità comunale), Battello (dall’omonimo personale indicante una persona nata nel giorno di sabato, Cum (aferetico di Jacum ‘Giacomo’), Malisan (toponimico dal nome del paese di Malisana), e Agnoletti (diminutivo di (Agnul/Agnolo ‘Angelo’).

Situazione a Flambro

A Flambro la presenza dominante è quella dei Toneatto (tavola 3), che, come abbiamo visto, è anche quella largamente maggioritaria nel comune, raggiungendo quasi il 2,5% del totale. La presenza in paese è documentata fin dal 1509, come si può leggere nel Catapan sive Necrologium della pieve. I suoi numerosi rami sono identificati da una quarantina di soprannomi.

Un altro cognome qui ben rappresentato, sebbene la sua percentuale sia la metà della precedente, è Degano, del quale abbiamo già parlato.

Segue Ganis (10,20‰), presente in paese dalla seconda metà del Quattrocento e poi stranamente legato al cognome Marello (ora quarto in paese con il 7,01‰) dalla seconda metà del Cinquecento alla prima metà del Settecento (Marello Ganis nel Catapan e nel Liber baptizatorum). Ganis è piuttosto oscuro come cognome e potrebbe trattarsi dell’aferetico di un genitivo patronimico dal cognome Degano o da un nome come Pagano, Galgano ecc. Anche Marello non è chiaro: forse è variante di Morello a sua volta da un soprannome indicante una caratteristica fisica.

Seguono, con lento decrescere, Ponte, Vissa (raro ed oscuro cognome, presente almeno dalla fine del Seicento), Sioni (forse da un cognome come Simoni o Simonis), Zanin, Cinello (probabile patronimico di un personale Cino, aferetico di Leoncino o Baroncino, Saracino o simile), De Clara (sicuro matronimico), Dri e Paron (da un soprannome dal chiaro significato o aferetico accrescitivo di Gaspar).

Situazione a Flumignano

La situazione a Flumignano appare dalla tavola 4, dalla quale si rileva la sostanziale dominanza dei cognomi Deana (15‰) e Fabro (8,92‰). Il primo ha la stessa origine di Degano (v. sopra) ed è la forma friulana femminile dello stesso. Il secondo è ovviamente derivato da un soprannome indicante un mestiere.

Seguono, ben distanziati, Cossaro (italianizzazione del friulano Cossâr ‘cestaio’), Mosangini (variante di Mosanghini e comunque nome di ardua etimologia) e Sgrazzutti (forse da Pangrazi ‘Pancrazio’, dapprima mediante aferesi in *Grazi, con successiva aggiunta di un suffisso diminutivo -ut e di una S- prostetica). Poi troviamo ancora il comune Braida (toponimico), Paravan (altro cognome di incerta etimologia), Turco, Zanello, De Paoli (patronimico), Di Barbara (matronimico), Dri e Iacuzzo (diminutivo dal personale Jacum ‘Giacomo’).

Situazione a Sant’Andrat

Nella frazione di Sant’Andrat (tavola 5), dopo Zanello (4,46‰) e Cossaro (3,19‰), compare Guatto, con 4 emergenze. Si tratta di un cognome di incerta etimologia, presente in zona e precisamente a Bertiolo fin dal XVI secolo.

Seguono a breve distanza Driussi, diminutivo di Andrea o di Enrico, e i già citati Fabro e Malisan.

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Ancora su alcuni toponimi del territorio di Latisana.

Gino Vatri

Nella toponomastica inglese ci sono sei strati linguistici successivi da distinguere: una lingua preceltica, il celtico, il latino, l’antico inglese, il morsa (l’antico idioma dell’antica Scandinavia) e il francese normanno.

Il termine antico inglese lathe indica una divisione di contea comprendente un certo numero di abitanti, Kenneth Cameron nel suo libro English Place Names parla dei Lathes del Kenth. Il lathe, oltre a grosso distretto amministrativo di una contea poteva indicare dei possedimenti terrieri sotto la giurisdizione del manor (maniero) come abbiamo già visto nel nostro vecchio articolo. Lathe si può rendere in italiano con distretto, lathes è il plurale di lathe ma nel caso del toponimo Latisana, Latesana, Lathesana è anche un genitivo. Possiamo quindi attentare una prima interpretazione del nome: “Borgo del Distretto” o “Borgo della Terra”. Lathe oltre a divisione di contea significa anche un posto riparato per battervi il grano, fienile, pagliaio, stalla, tettoia, baracca, granaio, ecc. Lathe con il significato di stalla con fienile è un termine molto comune nella toponomastica inglese. In questo caso il significato di Latisana sarebbe borgo di stalle con fienile. Non è un’idea campata in aria, nel comune di Teglio Veneto troviamo il toponimo Latisiolo ben chiaro in una carta del Lombardo-Veneto (1830 circa). Gli studiosi pensano che si tratti di una trascrizione errata di “Le Tesate”, ma sarà così? Tesa, Teglio Veneto 1610: Braida Tesa: in questo caso il particolare del paesaggio fonte del toponimo è la caratteristica tettoia, la tesa, adibita a riparo per gli attrezzi e per il fieno. Tesa è in dialetto veneto, teson invece è in friulano. Lathe in questo caso ha una origine scandinava.

Lathbury è un toponimo inglese che troviamo anche nel Domesday Book, Late(s)berie 1086. In antico inglese laett al genitivo plurale falatta e nel middle English laththe il toponimo significa posto fortificato con travi, maniero, casa, dimora, casa signorile, castello, fattoria o podere tenuto da un fittavolo. Il cognome Staffus attestato a Gorgo significa casa costruita con travi!

Laett è l’antico inglese per lath, trave in italiano, laetta, assi o stanghe: lathe, latthe, laththe, tignus, tignum, tigillum, trave, palo, travicello.

Laet significa anche tegula, tegola, tegolo, lastra per coprire i tetti.

Laet, es: m è un’altra parola antico inglese, in italiano si può rendere con un servo che era di una classe sociale sotto il ceorl nome dato, prima della conquista dell’Inghilterra, a un freeman (uomo libero) ma di nascita non nobile.

Latisana in questo caso sarebbe il paese dei laites (servi).

Lactodoro è un toponimo inglese di origine romano-britannico, alcuni studiosi sono del parere che il toponimo significhi, borgo con mura, dei lattai; il britannico lacto significa latte (llarth in gallese). Margaret Gelling Signposts to the Past, pag. 46.

Lathe è il sinonimo esatto di soke, shire e corrisponde al latino manerium cum appendis… Lathe ci porta indietro al sassone laeth che significa terra, nei documenti latini appare come lestus e lastus, etimologicamente la parola deriva da una radice germanica e significa terra o proprietà terriera.

Il llath è inoltre l’area di un quadrato che ha un lato di piedi 11 ½ , si tratta di una antica misura del Galles usata anche per indicare un senso indefinito di misura lineare. Come unità di misura lineare, appare relativamente tardi per cui in questo caso siamo costretti a ricorrere all’antico inglese laet, asse, palo, stanga e pertica. Anche se le date non ci assistono, possiamo pensare a Latisana come un territorio diviso in llaths, I llaths gallesi erano più piccoli delle pertiche.

Nell’antica Inghilterra pearch, pertica o ruta in latino, generalmente era da 15 a 24 piedi, si può pensare che Percenicco, Precenicco avesse un territorio diviso in pertiche. Pertegada poteva essere stata divisa in perticate (pertiche quadrate) oppure in pertiche e gade (gadde). Gad, gade, gadde era una pertica più corta, generalmente era di 10 piedi di lunghezza, qualche volta da 15 a 16 piedi. La forma antica inglese è gad, quella longobardica gaida. La contea di Dorset aveva una curiosa misura per la pertica, 15 piedi e un pollice.

Lug, log, lugg era una pertica che variava in lunghezza dai 15 ai 20 piedi, portata in Inghilterra probabilmente dai normanni. Nella zona di Lignano Sabbiadoro troviamo il toponimo fantasma Luggiano, paese diviso in pertiche!

Abbiamo già visto che il termine antico inglese lathe, as, m. significa terra. La stessa parola significa sempre terra ma nel senso di territorio o distretto che comprendeva diverse centurie.

Il termine lathe è usato anche nelle leggi latine di Edoardo il Confessore -1086, secondo alcuni studiosi può essere comparato al termine antico danese laegd con il significato di distretto dove venivano raccolte le tasse. Un hundred, centum in latino, cento in italiano è la divisione di una contea inglese, che avrebbe dovuto contenere originariamente cento famiglie o cento uomini liberi. Un hundred era formato da cento hides di terra che era una vecchia misura di terreno stimata variamente a 60, 80 e 100 acri. Il hide era originariamente la quantità di terra ritenuta sufficiente per il sostegno di un contadino e della sua famiglia, ma già nell’undicesimo secolo il termine era usato quale normale unità per la tassazione. Il vocabolo inglese tithe deriva dall’antico inglese e indica la decima parte, una piccola parte, la decima del raccolto o delle provviste destinate per il mantenimento del clero. Tithing o tything si riferisce invece ad un gruppo di dieci nuclei familiari decena (vicus), ed era nell’antica Inghilterra una unità amministrativa o territoriale. Se a tithe aggiungiamo il suffisso -ano abbiamo Titiano del quale andiamo parlando da una vita ormai.

Ham è un elemento usato molto presto nella toponomastica inglese ed è associato molto da vicino con le strade romane, ville e insediamenti. Il senso generale era posto di residenza, piccolo insediamento di campagna, insieme di abitazioni e più tardi maniero e proprietà.

Il vocabolario di antico inglese Bosworth and Toller per ham dà anche gli equivalenti latini, domus (casa), domicilium (domicilio), praedium (podere, possessione, fondo), mansio (mansione, fermata, stazione), possessio (possessione), vicus (villaggio, borgo, borgata).

Hamm in antico inglese significa posto circondato dall’acqua, è difficile separare il significato di ham e hamm; in certe aree la confusione risale ai tempi anglosassoni.

Citiamo alcuni significati per hamm: terra nella curva di un fiume, un promontorio di terra secca entro la palude o l’acqua, prato vicino a un fiume, terreno asciutto nella palude.

Ham, es; m. La parola latina che sembra tradurre più da vicino ham è vicus (villaggio, borgo), ma si può rendere anche con praedium (fondo). La prediale era la tassa che un tempo si pagava sui fondi rustici. Sembra che almeno in certi casi l’antico inglese -ham usato come suffisso abbia lo stesso significato del suffisso italiano -ano molto comune in toponomastica.

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Giornata della memoria – Due mancati riconoscimenti a “Giusto tra le Nazioni”.

Gianni Strasiotto

Il 27 gennaio viene celebrata in Italia la Giornata della Memoria, a perenne ricordo dei milioni di ebrei caduti vittime dello sterminio perpetuato e favorito - anche dal nostro paese - come da molte altre nazioni. Diverse decine migliaia di ebrei riuscirono a salvarsi grazie al coraggio e all’altruismo di persone completamente sconosciute, che hanno messo a repentaglio la loro vita e quella dei familiari, poi definite “I Giusti”.

Lo Stato d’Israele ha definito “Giusti tra le Nazioni” i non ebrei che salvarono uno o più ebrei dalla deportazione e dalla morte, a rischio della vita e senza ricavare alcun vantaggio immediato o futuro. Nel 1953 è sorto a Gerusalemme un Ente nazionale per preservare la Memoria della Shoah (tempesta devastante); dal 1963 si dedica alla ricerca e al riconoscimento di questi generosi, vagliando le candidature e iscrivendo i loro nomi nel Memoriale dell’Istituto Yad Vashem. A oggi il loro numero supera i 24.000, oltre 500 sono italiani. Sono solo una piccolissima parte di un movimento ben più ampio, comprendente civili, militari e religiosi.

In diocesi di Concordia-Pordenone due famiglie, una di Portogruaro e l’altra di Meduna di Livenza, hanno ottenuto l'importante riconoscimento, ma gli atti di solidarietà sono stati ben più numerosi. Per quanto a noi noto, hanno salvato in momenti diversi lo stesso ebreo due sacerdoti: don Giuseppe Cristante, parroco di Castions, che lo ospitò nella sua parrocchia, trasferendolo poi − perché era stato visto da collaboratori dei nazifascisti – presso don Giovanni Delle Vedove, parroco di Rauscedo; mentre la “Madre” (così viene chiamata la superiora) del Convento della Visitazione di San Vito al T.), ha salvato una convessa ebrea. Hanno sicuramente contribuito a mettere in salvo degli ebrei ricercati: il vescovo mons. Vittorio D’Alessi; don Giuseppe Raffin, parroco di Prata; don Paolo Fabris, parroco di Arzene e don Lorenzo Tesolin, parroco di Giais di Aviano. Abbiamo raccolto anche una testimonianza concernente don Davide Burlon, parroco di Azzano X, ma non sono seguite successive conferme.

Diversi fatti e persone legate a queste lodevoli azioni sono stati illustrati, mentre qui sotto riportiamo due episodi finora noti soltanto nell’ambito parentale, comprovanti il coraggio e il rischio di due famiglie, una di San Vito e l’altra di Portogruaro.

Il 16 dicembre 1942 era giunto a Casarsa, proveniente da Como, l’ebreo Caimo (Haim) Israel, nato a Rodi nel 1887, con la moglie Bula Maio (sposata in Grecia), il figlio Elia nato nel 1918 e la figlia naturale Virginia, per motivi mai noti non registrata all’anagrafe.

Beni, un altro figlio nato nel 1911, dal luglio 1942 aveva preso domicilio a San Vito, provenendo da Venezia, mentre la moglie Eligia Dell’Oste, sposata nel 1937, ufficialmente risiedeva ancora nella città lagunare. Elia, già imprigionato in Francia e poi rilasciato, sarà arrestato anche in Italia, ma riuscirà fuggire, mentre Beni si nasconderà dapprima nel sanvitese, specie a Bagnarola, paese della moglie, per passare dall’estate 1944 nel tarvisiano dopo l’intensificarsi dei rastrellamenti nazifascisti, per unirsi più tardi alle formazioni partigiane della montagna.

Il signor Caimo aveva preso in affitto la casa ubicata in Via Roma, n. 1 (ora Via Pasolini) a Casarsa. Dopo l’8 settembre 1943, grazie all’interessamento dell’avv. Zefferino Tomè, persona di riferimento per tutta la Resistenza della Destra Tagliamento, aveva trovato un rifugio per la moglie e la figlia a San Vito, mentre lui aveva continuato a risiedere a Casarsa, fino a una sera dell’autunno 1943. Era uscito per una passeggiata e al ritorno, nei pressi della sua abitazione, una persona si premurò di avvertirlo che la casa era circondata e i tedeschi stavano rovistando le stanze. Subito si nascose e appena possibile si mise in contatto con l’avv. Tomè che lo affidò a don Giuseppe Cristante, parroco di Castions di Zoppola, dove rimase fino al marzo del 1945, per passare poi velocemente nella canonica di Rauscedo: a causa di un’imprudenza era stato visto da un collaboratore dell’OVRA, la polizia segreta dell’Italia fascista, residente vicino alla canonica.

La moglie e la figlia di Caimo trovarono una sistemazione a S. Vito al T. in Via Altan. Il complesso edilizio era stato affittato dal signor Alessandro Sbriz (classe 1886), di vecchia famiglia sanvitese (il padre Cesare, direttore didattico, è ricordato con una lapide nell’aula magna della scuola elementare), direttore del Banco di San Vito: la sua abitazione si trovava proprio di fronte, sopra la banca, divenuta nel secondo dopoguerra sede del Consorzio agrario. Al cortile interno della casa concessa alle due donne, e dove spesso si nascondevano anche Beni ed Elia, si accedeva da un portone a specchiatura cieca, ben chiuso a chiave ed era sufficiente tener chiusi gli scuri che davano sulla strada perché dall’esterno il luogo sembrasse disabitato. Saltuariamente arrivavano i mezzadri del signor Sbriz per portare le granaglie nei solai e gli altri prodotti della terra in un adiacente edificio più grande, ma erano stati concordati dei segnali e così gli ospiti si rifugiavano nell’ampio nascondiglio ben mimetizzato ricavato in cucina, sotto il grande focolare.

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I giusti Giuseppe e Teresa Casarotto

Gianni Strasiotto

Dal maggio 2014 la diocesi di Concordia-Pordenone può vantare un terzo riconoscimento di “Giusto tra le Nazioni”, assegnato alla memoria dei coniugi Giuseppe Casarotto (1897-1974) e Teresa Pozzato (1899-1975) di Summaga di Portogruaro: nascosero - dal primo autunno 1943 al 9 agosto 1944 - l’ebreo Aldo Ancona, la moglie Francesca Sabbia, cattolica, e il loro figlio Marcello, salvandoli dalla deportazione. Gli Ancona, trovarono dapprima rifugio a Villanova di Portogruaro, in una proprietà del conte di Porcia, ma il nascondiglio si dimostrò poco sicuro, per cui si spostarono a Summaga; qui furono accolti dai Casarotto, su indicazione di Ugo Moro, il fidanzato della figlia Ines, la quale ha ritirato il premio consegnatole nel municipio di Portogruaro, presente Marcello Ancona, all’epoca qundicenne. Marcello racconta di esser stato ammesso senza difficoltà nel Collegio Marconi (vigeva il divieto di accettare ebrei), grazie al prof. don Ludovico Giacomuzzi; ricorda il primo rifugio, ritenuto poco sicuro, perché “si vedeva subito che non eravamo contadini” e poi l’eccezionale ospitalità dei Casarotto, dove “fummo accolti all’insegna di una squisita cortesia e una grande liberalità: mangiavamo bene ed eravamo senza tessera annonaria”. La signora Ines afferma “la mia famiglia vantava un’antica tradizione di ospitalità, la casa con grandi granai e cantine, in posizione isolata, si prestava a ospitare con una certa sicurezza chi fosse in cerca di un rifugio protetto”.

A Portogruaro, dal settembre 1943 – data di costituzione della Zona d’operazioni del Litorale Adriatico che comprendeva il Friuli, divenuto possesso del III Reich − si erano rifugiate alcune famiglie di ebrei triestini e istriani, compresa quella di Massimo Mordo, legata agli Ancona da vincoli di parentela. In almeno un’occasione, i Mordo si recano a Summaga per incontrare i parenti e quando il 9 agosto 1944, vengono arrestati dai fascisti, gli Ancona si vedono costretti a cercare un’altra sistemazione. Partono, dalla stazione di Lison, per dare meno nell’occhio: Aldo lo trova dall’arciprete della cattedrale di Crema, mons. Francesco Bossi; Francesca e Marcello da mons. Agostino Bellato, parroco della nuova parrocchia della Sacra Famiglia di Padova. Entrambi i sacerdoti riceveranno, in data 21 maggio 2014, il riconoscimento di “Giusto tra le Nazioni” alla memoria.

Il titolo onorifico di “Giusto tra le Nazioni”, istituito dal Governo d’Israele nel 1963, è assegnato, su testimonianze dirette dei sopravvissuti, supportate da documenti a cittadini non ebrei che durante la Seconda guerra mondiale, a rischio della propria vita, salvarono degli ebrei dai campi di sterminio. In Italia i riconoscimenti sfiorano oggi la cifra di 550 − su un totale di quasi 24.500 – e in maggioranza si tratta di sacerdoti e religiosi. In diocesi avevano già ottenuto il titolo di “Giusto”: i coniugi Alessandro Wiel e Luisa Brunetta di Quartarezza di Meduna di Livenza per aver salvato il goriziano Marcello Morpurgo e la madre; Elsa Poianella, con il marito Gino Bellio e la suocera Giuditta Drigo di Portogruaro, per aver nascosto la famiglia fiumana Falch, con l’appoggio del vescovo mons. Vittorio D’Alessi. Il presule, in diocesi dal 28 giugno 1944, è stato ricordato nel corso della cerimonia indicata, perché da rettore del Seminario di Treviso, “ha fatto di tutto per proteggere a Treviso, un suo docente”, il “Giusto” don Angelo Dalla Torre, che ha salvato decine e decine di ebrei (diventerà il suo primo segretario).

Le prime testimonianze sui coniugi Casarotto erano state raccolte da Rosa Imelde Pellegrini e pubblicate nel 2001 in “Storie di Ebrei”, libro dal quale abbiamo rilevato le foto.

In tutto il territorio friulano non è stato finora conferito alcun titolo di Giusto tra le Nazioni. Le richieste concernenti la parte pordenonese della diocesi, da noi inoltrate per ottenere questo riconoscimento a don Giuseppe Cristante e don Giovanni Dalle Vedove (salvarono l’ebreo Caimo Israel), pur ampiamente documentate, non sono state accolte per mancanza di testimonianza diretta; quelle a favore di Michele Scodellaro ed Eugenio Gatto di Arzene (salvarono la famiglia Korn-Cantori composta da sette ebrei), non hanno avuto seguito perché l’unica testimone vivente era troppo giovane all’epoca dei fatti. Poche settimane fa un noto storico udinese ci ha chiesto collaborazione per verificare un’affermazione raccolta: l’ebreo udinese Enrico Morpurgo sarebbe stato salvato a opera di don Pietro Missana, parroco di Clauzetto, grazie anche all’aiuto della famiglia Gerometta di Pradis di Sopra.

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Donne italiane nella Grande Guerra: Luigia Defend.

Carmela De Caro

Ancora oggi, lo studio degli eventi storici relativi al primo conflitto mondiale ci trasmette l’idea della guerra come un universo tutto maschile, in cui rivestono un ruolo centrale, i soldati, le battaglie, le decisioni dei grandi generali e la vita di trincea. Eppure le donne, pur non combattendo in prima persona, hanno dato un apporto fondamentale allo sforzo bellico in ogni ruolo, nella Croce Rossa come nel mondo agricolo o nei servizi.

Le donne affiancarono e sostituirono gli uomini in una vasta gamma di occupazioni: molte furono impiegate nell’industria bellica; le crocerossine diedero assistenza ai soldati; le donne lavorarono come braccianti agricole, come cuoche, medici, telegrafiste, dattilografe, macchiniste, continuando nello stesso tempo nelle loro mansioni domestiche. L’attività più importante fu l’industria bellica e, in particolare, la produzione di munizioni. La manipolazione di sostanze chimiche velenose provocò a molte donne problemi di salute senza contare che fabbriche e depositi erano a costante rischio di esplosioni (va ricordato che il più grande disastro di cui si sia a conoscenza, avvenne nella fabbrica di munizioni di Wollersdorff, in Austria, dove le cinquecento ragazze e donne che confezionavano cariche di lancio per bossoli di artiglieria, morirono quasi tutte).

Volendo fare un paragone, potremmo affermare che se nel Risorgimento perirono circa cinquantamila uomini, nel primo conflitto mondiale cui furono destinati ben cinque milioni di armati, i morti furono settecentomila e un milione quelli che riportarono ferite o mutilazioni. Quante le donne morte a causa della guerra? Quante, quelle che ne soffrirono i lutti? Dati certi o almeno approssimativi non sono in nostro possesso. Vorremmo, perciò, ricordarne alcune, i loro nomi e il ruolo che ricoprirono. La nota, lungi dall’essere sterile elenco, desidera perpetuare i loro sacrifici affinché non siano passati invano.

Fra le prime ricordiamo Maria Luisa Boni (nella foto), moglie di Costantino Brighenti, il quale comandava in Tripolitania, nel maggio del 1915, la zona di Tarhuna. Questo centro in assenza di Brighenti inviato a presidiare Beni Ulid, fu bloccato dai ribelli. Maria Luisa, il 18 giugno 1915 riuscì a uscirne con la guarnigione ma non poté salvarsi. Rimase a combattere con i soldati, curò e confortò feriti e moribondi e, colpita da proiettili, cadde nelle mani di beduini feroci che la fecero morire tra orribili strazi. Maria fu la prima donna a essere decorata con medaglia d’oro al valor militare. Questa la motivazione: “Creatura di eccezionale bontà, trascorse la sua giovinezza modesta e tranquilla. Giovanetta, aveva cullato un sogno d’amore per la bella e forte figura del Tenente Costantino Brighenti, ma il sogno non poté subito avverarsi. Il destino che giovani li divise, volle che fossero sposi in età matura. Maria, appena sposata, andò col marito in Libia, e mentre questi per ragioni di servizio era costretto a permanere a Tarhuna, ella si stabilì a Tripoli. Per eccezionale concessione del Governatore, venne accordato a Maria di raggiungere il marito a Tarhuna. Era l’Aprile del 1915. Presto la città fu presa d’assedio e dopo una tenace resistenza, il presidio decise il ripiegamento su Tripoli. Il nemico vigilava poco lontano e la colonna fu furiosamente assalita. Lei non volle che nessuno si distraesse dal combattere per assisterla, già leggermente ferita; corse in aiuto di feriti e morenti. Così questa santa e nobile creatura cadde nel furore della mischia atroce”. Nel maggio del 1916, dopo un anno di prigionia, Costantino Brighenti si uccise.

Ricordiamo, tra le donne dei territori invasi nella Grande Guerra, l’eroica Maria Plozner Mentil, madre di tre figli che cadde sui dirupi di Pramosio sotto le fucilate nemiche mentre portava sulle spalle ai soldati in trincea, una gerla carica di munizioni. E furono tante le donne che pur sapendo di rischiare la vita, aiutavano a tenere nascosti dispersi o nostri informatori cui portavano viveri e soccorsi di ogni genere. Tra esser ricordiamo Teresa Pietri di Udine, Emma Tandura ed Emma Polerle di Vittorio Veneto.

Ida Battistella, di Udine infermiera volontaria della Croce Rossa, si unì, nel novembre 1918 ai cittadini per sbaragliare un battaglione austriaco che faceva resistenza alle porte della città. Per il suo comportamento fiero e dignitoso, il 30 luglio 1916, le fu consegnata la Medaglia di Bronzo al Valor Militare con questa motivazione: “Infermiera Volontaria nell’Ospedale della Croce Rossa nell’ospedale di guerra n. 1 di Cormons, compiva la sua nobile missione anche durante gli attacchi dell’artiglieria nemica alla città, infondendo col suo mirabile contegno la calma nei ricoverati, concorrendo all’opera soccorritrice con fermezza d’animo e sereno coraggio. Cormons, agosto 1915-marzo 1916”.

Così Maria Scardigli che nonostante fosse ferita gravemente dalle schegge di bomba di un aeroplano, portava al riparo un soldato osservatore colpito a morte prestandogli le prime cure fino a che esausta, cadeva anch’essa.

A imbracciare il fucile per la liberazione di Belluno il 31 ottobre ’18 ci furono Amabile De Zorzi e Maria Senter, da Seren.

E un posto d’onore spetta alle donne irredente del Trentino e della Venezia Giulia che furono cospiratrici e incitatrici. A perdere i loro cari sulla forca furono Ernesta Battisti, moglie di Cesare, Teresa Chiesa, madre di Damiano; Amelia Filzi madre di Fabio e Fausto, Anna Sauro, madre di Nazario, che fu messa a confronto col figlio perché lo riconoscesse.

Tutto uno stuolo di eroine va ricordato intorno a tali grandi figure. Fornirono prova di amor patrio e d’indomabile fierezza:

Maria Abriani (nella foto) ad Ala si mise alla testa delle nostre truppe per guidarle. Era il 27 maggio 1915, quando tre battaglioni e una batteria avanzante sulle due sponde dell’Adige furono assaliti dagli austriaci dalla destra del torrente Ala. Per difendersi occorreva salire sulle alture circostanti. Il problema era che nessuno sapeva come arrivarci. Fu a questo punto che si fece avanti Maria Abriani, una donna di ventisei anni che guidò i nostri soldati. L’ufficiale-comandante così la descrive: “semplice, fresca, ardita, sorridente, tranquilla come se compisse un dovere saputo e accettato da sempre (e poteva costarle la vita, se Ala fosse tornata austriaca) fu per noi tutti la messaggera della fortuna. Camminò con il suo passo animoso e leggero innanzi alla compagnia, finché questa, sboccata all’aperto, non fu accolta da una salva di pallottole che uccise tre o quattro soldati. L’Abriani rimase fra gli italiani, dritta e senza paura. Soltanto dopo qualche tempo ritornò, sempre tranquilla e sorridente a casa” (si calcola che sia rimasta più o meno 5 ore nel mezzo della battaglia). Maria decorata al “valor militare” fu insignita della medaglia d’argento con la seguente motivazione: “Durante un combattimento, guidò spontaneamente e con virile ardimento, un comandante d’avanguardia in località* adatta per combattere il nemico abilmente appostato, rimanendo impavida esposta al fuoco avversario”.

Luisa Zeni (nella foto), di Arco, preziosa informatrice, che seguì poi i Legionari a Fiume.

Luisa era nata ad Arco nel 1896. Reclutata nel ’15 dal colonnello Tullio Marchetti, asso dello spionaggio, capo del Servizio segreto che allora si chiamava “Informazioni Truppe Operanti”. Fu l’unica persona, tra i fuoriusciti trentini, ad accettare l’incarico di operare per lo spionaggio italiano, unicamente dotata d’inchiostro simpatico, di direttive chiare, di denaro e alcuni recapiti svizzeri cui avrebbe dovuto indirizzare la corrispondenza. Agli austriaci che la intercettarono, si presentò come Josephine Muller, fuggita dall’Italia per rientrare in Austria. Grazie alla sua attività e alle confidenze che raccoglieva, riuscì a mandare all’agente a Prato notizie militari precise e puntuali dimostrandosi un’agente di primissimo ordine. Arrestata a fine luglio ’15 se la cavò e raggiunse a piedi una stazione fuori Feldkirsch. Salì su un treno affollato d’italiani diretto in Svizzera rientrando in territorio neutrale. “Il suo agire arditissimo e nobile ebbe valore maggiore che se fosse stato compiuto da un uomo, dato nessun uomo si è sentito di fare quanto la Zeni ha fatto” recita, tra l’altro, la motivazione per la medaglia d’argento che le fu conferita. Imbarcatasi per l’avventura fiumana, si adoperò, questa volta, come crocerossina guadagnandosi l’ammirazione di Gabriele D’Annunzio che la definì “creatura ammirabile”.

Benemerite del nostro servizio informazioni furono anche: Bice Lodi, Luigina Iacob, Luisa De Probizco, Antonietta Giacomelli, Amelia Piscel, Pia Mengoni, Maria Danieli Pederzolli, maestra di Cesare Battisti che, condannata a morte, ebbe commutata la pena con anni di carcere duro e, infine, Maria Gianni, triestina, che preparò per incarico delle sue compagne di fede, la risposta al messaggio lanciato dall’aria da D’Annunzio sulla città martire.

Furono chiuse in una bottiglia e affidate alle onde due sue poesie: “Ho visto” e “Sette Agosto”. Il messaggio, però, finì nelle mani della polizia e la giovane fu accusata di alto tradimento. Maria e sua sorella Concetta, furono imprigionate e seviziate con Maria Maugeri e altre e poi internate nel campo di concentramento di Oberhollabrunn.

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