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copertina numero 59 la bassa

la bassa 59

Estratti di articoli e saggi nella nostra rivista “la bassa/59” - dicembre 2009

In copertina
Particolare della “CARTA / FORI IVLII ACCURATA DESCRIPTIO
dal “Theatrum Orbis Terrarum” di Abram Oertel, Anversa 1573.

Latisana, 1954
Gli allievi della scuola di disegno professionale per muratori in una prova pratica
(Archivio privato).

Sommario


Ma com’è Alta questa Bassa
PIETRO NONIS

1 - Che la Bassa sia bassa mi sono accorto solo quando, finite le elementari, fui in grado di fare il confronto con le zone contermini, quelle che si estendono da Pordenone verso la montagna. Simili ad esse, anzi più pronunciate in altitudine, mi apparvero subito le pianure friulane al di là del Tagliamento. Latisana, paese originario di mia madre, aveva allora una zona chiamata Palùt (o Palùs); e anche la mia famiglia, che coltivava terre non sue a mezzadria, chiamava un sito col termine friulano “Palùs”, mentre altra zona non lontana, caratterizzata da acque stagnati ricche di piante e d’animali, era detta “Lacs” (laghi). Di paludi vere e proprie non ne vidi, da ragazzo, ma ogni anno - specialmente quando scarseggiava il materiale con cui si faceva la lettiera degli animali in stalla (il fine non era tanto l’intenzione di permettere ai bovini un riposo notturno più comodo bensì quello di accumulare - con l’insieme del cibo digerito della bestie e la paglia o i resti delle canne del mais, un provvido quantitativo di letame, che veniva ammucchiato nella “cort”, all’aperto, dove specialmente in inverno fumava allegramente per via della fermentazione.
Nel fienile fermentava anche il fieno: da alcuni giorni dopo lo sfalcio, l’essiccamento e la raccolta in fienile, milioni di microrganismi, come venni a saper più tardi, producevano un notevole riscaldamento del foraggio, il gusto del quale appariva, in seguito, meglio apprezzato dalle bestie. Così accadeva negli anni di normale produzione del foraggio e degli affini. Quando questi, specialmente la paglia - materia prima per le lettiere - venivano a scarseggiare, si provvedeva in modi diversi: ricordo che l’arida paglia veniva, a volte, aspersa di melassa (dolciastra fino alla nausea, acquistata negli zuccherifici come derivato della lavorazione delle barbabietole) mentre a integrare il restante bisogno di materiale per la lettiera e la concimaia si provvedeva andando a strame in palude, oltre Concordia e il Marango, dove il fiume Lemene vedeva a quel tempo spesso solenni burchi carichi di merci diverse, con la grande vela tesa al vento, arrivare fino a Portogruaro - S. Agnese.
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Fuochi epifanici in Friuli e nella Bassa friulana. La spettacolare “foghera” sul Tagliamento, a Pertegada
ROBERTO SCLOZA

L’accendere falò a scopi propiziatori nella serata dell’Epifania, è una secolare tradizione ben radicata nella cultura friulana. Detti fuochi vengono chiamati nel Friuli Centrale pignarûi o palavins e nella Bassa Occidentale fogheris. Il più affascinante e suggestivo falò epifanico del Friuli è quello di Tarcento; sin dal pomeriggio del 5 gennaio, nella vallata della ‘Perla del Friuli’, si vive una frenetica vigilia. Al tramonto del giorno 5, infatti, i pignarulârs (artefici dei falò sulle colline e nelle borgate del Torre), in corteo, illuminano le strade del capoluogo con la loro festosa fiaccolata, che si conclude per le vie del centro, davanti a migliaia di convenuti, pervenuti per assistere alla “Liturgia del fuoco”, spettacolare corsa competitiva dei carri infuocati, finalizzata alla conquista del relativo ambìto “Palio”. Nel pomeriggio dell’Epifania si svolge la rievocazione storica con il corteo in costumi medioevali che raggiunge la sommità del colle di Coia, ove, nei pressi dei ruderi dell’antica rocca dei Frangipane (cjiscjelat), è posizionata la grande catasta lignea destinata a divenire un immane falò, popolarmente chiamato ‘Pignarûl grant’. Quando il pignarulâr di Coia, seguendo una formale cerimonia, appicca il fuoco alla catasta, viene imitato dai numerosi ‘colleghi’ degli altri pignarûi disseminati nella conca tarcentina. È uno spettacolo unico, davvero emozionante! Presenzia al ‘Pignarûl grant’ il leggendario ‘Vecchio venerando’, che rinnovando antichi riti, ricorda ai bambini e ai ragazzi l’investitura feudale del 1290 al nobile Artico di Castel Porpetto da parte del patriarca d’Aquileia Raimondo Della Torre e pronostica, osservando la direzine assunta dal fumo e dalle faville, il decorso dell’annata. Approfittando dell’illuminazione creata dal rogo, festosi giovanotti cantano e danzano attorniando a debita distanza, per reiterate volte, le fiamme.
Anche nel Latisanese, sin dalla metà dello scorso secolo, è divenuta un’irrinunciabile tradizione la manifestazione folcloristica della ‘Foghera della Befana’. A Pertegada, frazione di 2.000 anime, col patrocinio del Comune, col contributo dell’Assessorato al Turismo della Provincia di Udine e di sponsor privati, nella clemente serata di lunedì 5 gennaio 2009 si è svolta la XX edizione della suggestiva manifestazione organizzata dall’associazione ‘Amici della Foghera’, detta familiarmente la ‘Foghera tal Timent’.
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Alfredo Mariotti. Nel canto, la simpatia della vita.
RAFFAELLA BEANO

Nella calda notte del 23 agosto scorso, con la rapidità del vento, il basso Alfredo Mariotti se ne è andato. I motivi dell’opera entrano in scena con una musica piacevole e ricca di spirito, ascoltando la vita dell’artista che, nato a Romans di Varmo nel 1932, ha avuto una brillante carriera, nei più importanti teatri del mondo, con i principali cantanti lirici, protagonista indiscusso delle opere Il Barbiere di Siviglia, La Cenerentola e Don Pasquale, ma anche in ruoli non principali, tra tutti: il Sagrestano nella Tosca e Fra Melitone ne La Forza del Destino. Il tenore Plácido Domingo, nell’introduzione alla biografia, fresca di stampa, afferma del collega: “ricordo con molto piacere la bellezza della sua voce, la sua grande musicalità, l’intelligenza delle sue interpretazioni e la vitalità della sua partecipazione a ogni recita di ogni spettacolo”. Con il celebre tenore Mariotti si era incontrato all’Arena di Verona nel luglio scorso, a quasi quarant’anni dal loro debutto in quel teatro, ed è stato emozionante, per chi lo accompagnava, assistere all’abbraccio fraterno tra i due, mentre con il sorriso e la gioia negli occhi Domingo gli diceva: “Mariotti, il mio Sagrestano!”. Infatti tra le opere interpretate resta memorabile l’incisione di Tosca in video realizzata dalla Rai con l’artista e altrettanto quella con Luciano Pavarotti, al Teatro dell’Opera di Roma, presenti i Presidenti Francesco Cossiga, Francois Mitterrand e il Cancelliere Helmut Koll.
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Un saluto dal Brasile
LUIGI CICUTTIN

Cartolina di saluto da Luigi cicuttin

Carissimi tutti
Il foglietto che vi invio è un invito, alla cerimonia di conferimento ufficiale della mia laurea in Turismo da parte di un’Università Brasiliana, riconosciuta dal Ministero dell’Istruzione di questo Paese.
Qua in Brasile si usano invitare parenti e amici alla solennità, in occasione di tale avvenimento.
Per voi, sia una partecipazione della mia allegria, per avere raggiunto una meta, che pur non essendo di grande utilità pratica, mi compensa per vedere realizzato un sogno, che per diversi motivi, non ho potuto coronare da giovane.

Gigi Cicuttin

Teresina, Marzo 2009

La Scuola serale di Disegno professionale di Latisana
ENRICO FANTIN

Fra le diverse istituzioni nate durante l’intervallo delle due guerre mondiali del secolo scorso e che da diversi decenni sono state soppresse, merita un ricordo la Scuola di Disegno professionale di Latisana.
Le nuove generazioni non possono e non potranno mai sapere delle cose passate se non si scrive almeno una pagina per il ricordo. E poi nemmeno una targhetta che indichi il luogo dove aveva la sede, almeno così rimarrebbe una traccia del passato. I tempi sono talmente cambiati che è difficile fare dei rapporti con l’istruzione che attualmente viene offerta; e poi sono pochissimi gli studenti d’oggi che smettono lo studio verso i quattordici anni, per intraprendere l’attività lavorativa.
La Scuola di Disegno professionale di Latisana, era espressione del “Consorzio provinciale obbligatorio per l’istruzione tecnica” di Udine, istituito con legge 7 gennaio 1927, n. 7, ed aveva lo scopo di fornire una preparazione di base tecnico-teorica a tutti coloro che, non potendo continuare gli studi, volevano inserirsi nel mondo del lavoro.
Certamente, parlare di inserimento nel mondo del lavoro per dei ragazzini che avevano appena frequentato le elementari, farà sobbalzare i pedagoghi più moderni, ma questo era quello che poteva offrire la società di allora e Latisana poteva ritenersi soddisfatta di avere questa opportunità. Nel territorio distrettuale, infatti, non esistevano altre scuole che potevano permettere la frequenza serale a dei ragazzi che già lavoravano di giorno.
Avevo fatto dei cenni sulla Scuola serale di Disegno a Latisana, nell’articolo in memoria di Francesco Ellero, scultore latisanese (1882-1969), apparso su la bassa/50, pagg. 25-38, dove mi dichiarai di essere stato il primo allievo minore dei quattordici anni ad essere ammesso a questa scuola.
Orbene, l’interesse di scrivere qualcosa sulle vicende della Scuola serale di Disegno di Latisana mi è stata data dalla richiesta di alcuni ex compagni di corso diplomati a trovarci per un convivio.
Dopo oltre cinquant’anni, però, è difficile ricordare tutti i nominativi dei compagni e allora ho deciso di dare avvio alle ricerche archivistiche poiché quelle della memoria erano molto labili.
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“Contis di Torse”: “Don Ermes”
PAOLO MONTE

«E la Madonna: mora!» lis mans, tant che palotis, di ca e di là de muse gjoldose.
«Alta!» i braçs fusâts insù.
«Snella!» chei a sbrissin injù segnant doi volts.
«Ma…», a colp fat seri, si cjale dulintor polsant un lamp tal cidinôr straneât.
«Ma dolori!» al vose.
«Dolori !!» al berle.
«Dolori !!!» al tone tirant sù i braçs.
«A tasse!!!!» al finìs; e la vôs grocje si distude in chel che, ros in muse, fat il mot de tasse dai lens, dut duliôs al smire il cîl de glesie tignint sù lis mans.
Danûf, sint la Madone Assunte la sô preferide, chê animone in gabanis neris si jere scalmanade dal pulpit de glesie di Castoie di Soclêf, a rimpet di cuatri vielis incocalidis e di trê frutatis cu la manute a platâ il ridi sot çoc, prin di lâ in procession fintremai a Nonte cjantant: «E la Madonna, è assunta in ciel…», la Madone di Avost dal ’67!
Cussì, sarà stât pe stente a tignîsi in strope cuant che lu ingrampave une emozion fuarte, sarà stât che nol jere un inteletuâl misurât ma pitost om di popul dal caratar ferbint, o, salacor, nome par comut vint cetantis voris di fâ, sta di fat che, massime pes cerimoniis cun Autoritâts, par no imberdeâsi, straviâsi e magari proferî une peraulute di masse che e puedès ofindi, fâ ridi o ben scandalizâ, di indalore si prontave il sermon scrivintsal suntun sfueut.
Juste apont, rivât a Torse il doi di Avost dal ’81 in plene canicule, intune zornade tant cjalde di fâi dî a Enzo Muini, dismontât in muel de machine cul façolet blanc sul cerneli imperlât e i ocjâi sudâts, prin di scjampâ tal fresc de sagristie: «Dipo fradi, Jude boie! Fasial simpri tant scjafoi in chest paîs?», don Ermes, la seconde domenie di Setembar, ae Fieste dal Donadôr di sanc de Sezion Torse e Paravîs, par dîs agns al à dit sù simpri la midiesime predicje!
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Considerazioni sulla geografia della costa Altoadriatica in epoca antica
PAOLO FRANCESCO GUSSO

I primi documenti cartografici sulla geografia del litorale altoadriatico risalgono alla fine del Medioevo. E prima? Com’era la costa quando arrivò l’uomo in quella fragile e mutevole striscia fra terra ed acqua, e quando si svilupparono le civiltà paleoveneta e romana, o quando nacque e prese forma il Ducato Veneto, culla della Repubblica di Venezia?
Spesso si studia la storia senza dare sufficiente peso al contesto geografico ed ambientale, quasi che le condizioni di un territorio rimangano immutate nei secoli ed ininfluenti sull’evolversi degli eventi umani. Invece, soprattutto nelle epoche più antiche, quando pochi ed inadeguati erano i mezzi per opporsi alle forze della natura, lo sviluppo degli esseri umani è dipeso essenzialmente dalle condizioni favorevoli offerte dai luoghi: clima, acqua, cibo, sicurezza; ne è un esempio la diffusione della civiltà nell’area mesopotamica e del Nilo nel 4-5000 a.C. (e non in Europa, dove il clima era ancora troppo freddo).
A volte l’uomo, per difendersi dagli altri uomini, è stato obbligato a spostarsi in luoghi impervi adattandosi ad essi, come le popolazioni romane della X Regio durante le invasioni barbariche del V-VI secolo che, abbandonate le città ed i fertili poderi, si misero in salvo nelle inospitali ma sicure isole lagunari e nei lidi della costa. Infatti, il territorio costiero altoadriatico, caratterizzato dalla bassa pendenza del terreno, è stato coperto per secoli (e lo è parzialmente ancora) da una vasta area lagunare e paludosa, estesa ininterrottamente dal Po al Timavo per una profondità di alcuni chilometri; di questa grandissima superficie umida si sono considerate le trasformazioni artificiali (deviazioni fluviali, argini, bonifiche, ecc.) realizzate nelle lagune di Venezia, Marano e Grado dalla fine del Medioevo allo scorso secolo, ma non sufficientemente le innumerevoli modificazioni naturali avvenute prima. Ed è proprio allo studio di queste che ho rivolto la mia attenzione: elaborando dati scientificamente certi e ipotesi realistiche sempre comparati ai fatti storici, ho ricostruito un possibile scenario geografico della costa altoadriatica antica.
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La rogazione di San Giovanni. Rievocazione storica.
BEPO PARAVANO

Questo racconto, scritto da Giuseppe Paravano, di Paradiso ma residente a Flambro, è stato pubblicato sul Bollettino Parrocchiale di Torsa del luglio 1977. A distanza di 32 anni ci è parso utile riproporlo testualmente nella nostra rivista, a riprova che ogni tempo ha le sue piccole o grandi intolleranze.

Riferiamo un episodio emblematico, accaduto circa 350 anni fa. Un episodio che ci consente di dedurre come i “nostri di una volta” avessero il prurito nelle mani e non lasciassero scappare occasione per dar prova delle loro «capacità».

Una inquadratura storica

Il fatto avvenne precisamente nell’anno 1623. In quel tempo la Pieve di Flambro comprendeva ben dieci paesi: oltre a Flambro, com’è naturale, Virco, Bertiolo, San Vidotto (ora scomparso), Talmassons, Flumignano, Sant’Andrat, Torsa e Paradiso1.
Va ricordato che tra questi paesi non correva buon sangue. Per ragioni di prestigio erano frequenti gli screzi verbali, che assumevano anche toni aspri, e, purtroppo, talvolta sfociavano in violente baruffe.
Sino a qualche decennio addietro (da qualche parte si usa ancora) si facevano le rogazioni propiziatorie. Nei tre giorni antecedenti la festa dell’Ascensione, si andava processionalmente in giro per i viottoli e le stradicciole di campagna, cantando le litanie dei Santi per implorare protezione contro la grandine e i fulmini. Poi capitava quello che capitava.
Il rito delle rogazioni ha origini antichissime e affonda le radici nelle usanze precristiane. I Romani dedicavano il secondo plenilunio di primavera al dio Pan con modalità e finalità simili a quelle adottate da noi.
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Gli Stradioti in Friuli
GIANNI STRASIOTTO

“Stradiotes, stradioti, stradiotti, stratioti”: ritengo siano stati i miei avi. La corruzione del cognome risale ad oltre un secolo fa. Quand’eravamo piccoli, uno zio ci raccontava della nostra discendenza, in base a quanto appreso dal fratello gemello, allora l’unico in famiglia ad aver studiato, grazie a degli aiuti per la sua invalidità permanente. Tutti i suoi scritti sono andati perduti nell’incendio della povera vecchia casa dei nonni, avvenuto nel 1934, qualche mese prima della sua improvvisa morte.
Le enciclopedie descrivono gli stradiotti come un insieme di cavallerie leggere balcaniche, greche, dalmate, albanesi, bulgare, morlacche, illiriche, legate alle vicende dell’ultimo secolo di vita di Bisanzio. Sono definiti anche soldati levantini a cavallo o la prima cavalleria europea, formata da temutissimi mercenari che non facevano prigionieri.
Cavalcavano “a pelo” (come i pellirossa americani), per difesa portavano un piccolo scudo rotondo e proteggevano il corpo - ma non sempre - con una mezza corazza. In battaglia erano armati di lancia, arco con frecce ed una spada ricurva all’uso orientale. Furono fra gli ultimi a adottare le armi da fuoco.
La cavalleria stradiota era nota fin dal nono secolo, ai tempi dell’imperatore Michele I Rangabe; solo con la loro destrezza nell’uso di una particolare mazza (mazzocha) erano in grado di confrontarsi con le spade nemiche.
Nel 1480 Venezia disponeva di sei squadroni di cavalleria stradiota, ciascuno composto da 500 cavalieri.
In Italia furono impiegati per la prima volta nel 1482, nelle coste pugliesi, e nella bassa padana, durante la guerra di Ferrara, quindi nella battaglia di Fornovo del 6 luglio 1495 e nella guerra di Pisa del 1496. A Fornovo l’esercito di Carlo VIII in ritirata fu attaccato dalla lega italiana antifrancese, comandata da Francesco II Gonzaga, che disponeva anche di circa duemila stradiotti: i francesi riuscirono a porsi in salvo ad Asti. Il 4 maggio 1509, nella battaglia di Agnadello, quando la lega di Cambrai batté i veneziani, gli stradiotti erano circa tremila.
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«Adam De Venchiareto» ma chi era costui, presente in alcuni documenti del sec. XV?
PAOLO ZAMPESE -PIETRO CEOLIN

Dall’esame di alcuni documenti, riguardanti le proprietà possedute dall’Abbazia di Sesto, troviamo ripetutamente citato il nome di un certo “Adam” o Adamo, che abitava e lavorava alcuni terreni (mansi) posti tra Venchiaredo e Bagnara, beni di cui era stato investito.
Un primo documento, che nomini questa figura, venne stipulato domenica 2 Dicembre 1431, nella Loggetta del monastero sestense e precisamente presso il camino detto la “Casera”.
Tale carta, riguarda il rinnovo di un livello a Tomaduccio (Tomaducium filium qm Danieli Herradij de Bagnara...) sopra una centa situata nel territorio di Bagnara e di proprietà dell’Abbazia sestense.
Erano presenti, in qualità di testimoni “Danielle Morassutti filio qm Joanne dicto Petasino filio et Francisci della Barbera” entrambi di Marignana; “Jacobo filio qm Ciscuti filio qm Bonatuli” di Mure.
In rappresentanza del Monastero di Sesto, oltre all’abbate “Thomas de Savioli de Padua”, vi erano anche i monaci “Antonii filii qm Jacobi de Savorgnano pro se quo, et frate Marino filio qm Andrea de Carniola”.
Tomaduccio in ginocchio, secondo il rituale consueto, è investito di un livello che riguardava un terreno definito “Cinta” coltivata a vigneto, con alberature e dalle dimensioni corrispondenti alla capacità di semina di uno staja di frumento.
La Cinta, era situata nei pressi di Bagnara ed al di là dell’acqua chiamata la Versiola ed i rispettivi confini venivano così definiti: sui tre lati, est, sud e nord, vi erano i terreni di “Adam De Venchiareto” sul quarto lato, c’era un terreno di proprietà del Monastero, lavorato da “Dominicum filium qm Marci de Bursolinis de dicta Bagnara...”. L’abbate, per la predetta Cinta, percepiva 19 soldi di piccoli da pagarsi otto giorni prima, oppure otto giorni dopo la festa del S. Natale e per 29 anni, fissanti la durata del livello stipulato.
Questi atti evidenziano la presenza dell’abitazione isolata di Adamo in Venchieredo, forse la casa Venchieredo, ora casa Toppani, posta in prossimità della fonte e la probabile presenza di una struttura antesignana a campi chiusi lavorata a vigneto.
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Quando a Fraforeano si usava l’elettricità per i lavori agricoli
BENVENUTO CASTELLARIN

Dal 7 all’11 settembre del 1903 si svolse a Udine il Congresso Agrario Nazionale a cui parteciparono possidenti agrari e studiosi di agricoltura. Si tennero delle conferenze, una delle quali tenuta dal friulano on. Uberto Caratti. I congressisti effettuarono anche una “gita”, ossia una visita al “tenimento”, così si chiamavano allora le grandi aziende agricole, di Fraforeano, che da tempo aveva fama di essere all’avanguardia nei metodi e lavori agricoli. Di questa visita ne diede notizia l’8 settembre 1903 “L’Amico del contadino”, Periodico agrario della domenica, quale supplemento al “Bullettino” dell’Associazione agraria friulana. Per il grado di modernizzazione raggiunto allora dall’azienda agricola di Fraforeano guidata dall’on. Vittorio de Asarta, ci è parso interessante riportare integralmente l’articolo sulla nostra rivista.
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L’esemplare figura di Lisio Plozner, inventore e imprenditore
ALEARDO DI LORENZO

Il 29 maggio 2008 l’Istituto professionale per l’industria e l’artigianato di Latisana è stato intitolato a Lisio Plozner e l’occasione si è rivelata opportuna per far conoscere ai più la figura di un uomo e imprenditore degno di venire ricordato e proposto quale modello ai giovani, che oggi, purtroppo, non ne hanno molti in positivo.
Lisio Plozner, nato a Paluzza (Ud) il 27 maggio 1923 e venuto presto a Marignana di Sesto al Reghena con i genitori che cercavano nell’attività agricola in pianura un sostegno per la vita, fin da ragazzo fu attratto dai problemi elettromeccanici e s’impegnò attivamente, realizzando tra l’altro una bicicletta che fin negli ultimi giorni definiva “un gioiello”. Appassionato di aerei, durante la guerra combattè sugli aerosiluranti, inquadrato nel 42° gruppo, denominato “Sorci verdi”, famoso per varie imprese e in cui si distingue ottenendo in pochi mesi il grado di sergente; successivamente vola come mitragliere sul Savoia Marchetti SM 79 III, chiamato dagli Inglesi “Damned Hunchback”, il gobbo maledetto. Quando l’8 settembre 1943 viene proclamato l’armistizio e l’esercito italiano è abbandonato a se stesso, Lisio si trova a Pisa e da lì si dirige verso casa ma, giunto a Bologna, durante una sosta all’ospedale per curare una ferita, viene “invitato” ad aderire alla Repubblica Sociale Italiana e fugge nottetempo, venendo però ferito dai Tedeschi. Nonostante tutto, riesce a tornare nella sua Marignana e vuole continuare a combattere, questa volta nelle formazioni partigiane, fregiandosi di un fazzoletto con i colori nazionali bianco, rosso e verde.
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La Bassa friulana subito dopo Chernobyl
ENRICO FANTIN

L’anno 1986 fu funestato dal più grave incidente nucleare della storia, l’unico al livello 7 (il massimo) della scala INES dell’AIEA.
L’incidente avvenne il 26 aprile 1986, alle ore 1,23, presso la centrale nucleare V. I. Lenin, in Ucraina, allora Repubblica Sovietica.
Il mondo venne a conoscenza solo il 28 aprile dell’incidente, a mezzo dell’agenzia sovietica TASS che annunciò “c’è stato un incidente alla centrale di Chernobyl e ci sono dei feriti”. Nel contempo anche un’emittente danese propagava analoga preoccupante notizia poichè un laboratorio di ricerca della Danimarca aveva rilevato fughe radioattive dalla centrale di Chernobyl.
Il 29 aprile 1986 la TV tedesca parla per prima dell’incidente.
Da quella data sono passati ventitré anni; sono state individuate le cause e responsabilità, si sono interessati scienziati e ricercatori di tutto il mondo, compreso l’O.N.U., Greenpeace, l’O.M.S. ed altri organismi intrnazionali.
Viaggiando in internet esistono in abbondanza Web che parlano del disastro di Chernobyl, fra questi il sito Wikipedia, dove vengono descritte in modo dettagliato tutte le vicende conclusesi con la chiusura dell’intero complesso avvenuta il 12 dicembre 2000, quattordici anni dopo il funesto incidente.
E allora perché ricordare Chernobyl?
Ci sono diversi motivi fra i quali emerge la nostra pagina di storia. Certamente tutti i dati di quel disastro sono depositati negli archivi preposti, dove la gente comune non può arrivarci e allora è bene scrivere e ricordare qualcosa anche per questa categoria di cittadini.
Un secondo motivo mi spinge ad annotare qualche pagina per evidenziare l’abnegazione di alcuni funzionari responsabili del settore dell’Unità Sanitaria della Bassa friulana, che sebbene il problema si presentava per la prima volta compresero immediatamente la gravità dell’accadimento e si misero al lavoro.
Di quei giorni ho ancora presente un fatto, difficile a cancellarlo in quanto mi era parso un fenomeno che si poteva collocarlo a delle allucinazioni, poiché alla data del 1° maggio 1986 non era stata data ancora propaganda al disastro nucleare ucraino.
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Un zorno con Ulderica Da Pozzo
BRUNO ROSSETTO DORIA

Che stranba che xe la vita, adesso no xe più le finanse a Porto Buso ma co vevo scuminsiò lavorà là de Taverna tel ’59, che portevo su e zò i operai e el materiàl a Sant’Andrea col Cherso le gera, e le veva durò ancora un bel toco.
Go ancora inamente la matina che sul pontìl in Ausa Corno gera montài a bordo i do fioi gresani, Aldo e Marieto insieme i operai. I me veva dito che i biteva in Anfora de Porto Buso, se podevo portali là parché i veva de ndà a scola. Siben che son de Maran no gero mai stò in Anfora, co passevo el porto col Cherso se feva fadiga vede la scola, de cussì picola che la gera, metùa là, in ponta del brasso de piere, che co riveva mar grosso le onde le ’ndeva sbate senpre insima. Ma proprio quii zurni i gera drio finì la scola gniova, metùa più a la bonassa in meso le case, anca se romai… Qualchi ano prima sì che gereva bisogno de ela, parché i fioi i gera squasi trenta. Riveva in Anfra duti quii che gera sparnissiài pai casuni del palùo de Grào, e no dopo finio montà la scola, che gereva restai sol Aldo, Marieto e so sorele Silva e Pierina e do tre fioi, che romai no la serviva più.
Co la brava Ulderica Da Pozzo la me ga telefonò che la veva caro ndà fin Porto Buso par fa un lavor fotografico ghe go dito indrumàn de sì, cussì, anca parché gero curioso de tornà là dopo tanti ani. Con Ulderica, senpre par lavor parché la veva de finì el so libro fotografico “Fra Mare e Terra”, oltra intervistà e fotografà pescaùri in palùo, mi e ela na matina semo ndài a cagnolere fora Caorle, con la Zara, la barca de Lucio Filippo.
Xe passai sinquanta ani de quela volta che vevo portò a scola Aldo e Marieto. ‘Desso le casete del Duce là che biteva na volta la so fameja i quele altre, le xe metùe a posto e le ga dute i cessi. Conpagno che ga fato i maranisi coi casuni anca i gresani in Anfora, romai le dopra par fa magnàe, passà zurni de ferie d’istàe.
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Noterelle sulla famiglia Gordino
MARIA TERESA CORSO

Il cognome potrebbe derivare dall’appellativo etnico (a)gordìno da Agordo (Belluno). La famiglia capostipite dei Gurdino o Gordino da Marano si trasferì a Grado nel XVI secolo.

Jacopo o Giacomo Gordino, canonico, consultore in jure della repubblica di Venezia, nacque a Marano nei primi decenni del XV secolo, forse nel 1420. Laureatosi a Padova in entrambe le discipline di Diritto Ecclesiastico e di Diritto Civile (Utroque Iure) divenne un illustre letterato. Verso la fine del XV secolo divenne canonico ed arcidiacono della Basilica di Aquileia, mentre nel Duomo di Udine svolse funzioni di decano fin dal 1442. Visse a lungo se pensiamo che in quel periodo le persone non ebbero vita facile né tanto meno tranquilla.
Nel 1459, 18 aprile, si legge negli annali udinesi: “... il nobile Jacopo di Marano dà 650 ducati di dote alla sorella Dorotea”, la quale si sposò con il nobile Brachino di Gemona.
Secondo alcuni studiosi ad Aquileia ricopiò con abilità del tipico amanuense medievale il Codice 964, un prezioso manoscritto che oggi si trova all’Arsenal di Parigi. Per i suoi meriti ebbe diversi riconoscimenti, ad esempio nel 1464. Giacomo Gurdini ricevette in donazione dal cardinale Riccardo Costantierse e per concessione del pontefice papa Paolo II in Roma, due boschi chiamati Bant e Sacil, il bosco Bando e Sacile, oggi esistenti come lacerti boschivi del confinante comune di Carlino.
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Il fiume nella rete. Un progetto didattico sul Tagliamento
SCUOLA MEDIA STATALE DI LATISANA*

Alcuni insegnanti e allievi della Scuola Media di Latisana, hanno voluto rendere partecipe l’associazione “la bassa” in merito ad una iniziativa di carattere ambientale di ricerca e studio del nostro ambiente fluviale, di cui viene qui di seguito pubblicata una relazione.

Il territorio della Bassa è segnato da un fiume che, come tutti i suoi simili, crea un rapporto a volte antitetico con gli abitanti della zona: da un lato bellezza paesaggistica e spazio per il tempo libero, minaccia per la sicurezza dei centri abitati e per le attività agricole dall’altro. Le soluzioni tecniche adottate nel recente passato, argini, hanno limitato almeno nel numero le inondazioni con le loro disastrose conseguenze, senza però rappresentare una soluzione, per quanto possibile, definitiva.
Le soluzioni che verranno adottate (si spera) dovranno tener conto del notevole patrimonio ambientale che il fiume friulano conserva. Il Tagliamento è l’unico fiume europeo che mantiene un assetto naturale del suo alveo, altrove ampiamente modificato dagli interventi umani. Particolarmente interessante è il tratto compreso fra Gemona e lo sbocco nell’alta pianura, da anni oggetto di studio da parte di esperti italiani ed esteri.
Queste considerazioni, dai contenuti probabilmente già noti ai lettori, spiegano le motivazioni che stanno alla base del progetto educativo da noi realizzato con un gruppo di allievi della scuola media e del liceo scientifico di Latisana. Lontani da ogni considerazione di ordine politico-amministrativo, ci siamo mossi esclusivamente sul terreno della didattica con l’intento di dare ai nostri allievi conoscenze attinenti al proprio territorio, che possano sviluppare il senso di appartenenza e arricchire il loro percorso formativo.
Già ci siamo dedicati negli ultimi anni scolastici allo studio delle acque correnti sotto il profilo naturalistico ed ecologico (campo in cui possediamo competenze specifiche), la scuola media infatti non è nuova ad iniziative di questo tipo. Negli anni scorsi c’è stata la collaborazione fra alcuni docenti della scuola media e delle elementari sugli stessi temi trattati nell’attuale progetto, il lavoro si è concluso con la realizzazione di una ricerca su supporto cartaceo e di un CD, presentati a genitori e allievi presso il Centro Polifunzionale. Le ricerche scientifiche sono state collegate alla pedalata lungo il Tagliamento: il fiume come spazio ludico – ricreativo. Altra esperienza di “Vivere il fiume” è quella realizzata in collaborazione con il gruppo musicale della nostra scuola, iniziativa già nota come “Flaut’n bike”, che è consistita nell’andare da Latisana a Ronchis in bicicletta lungo l’argine, scortati dalla Protezione Civile, piacevole iniziativa nella quale sono state coinvolte entrambe le Amministrazioni Locali.
Il progetto realizzato nel recente anno scolastico 2008/09 si è sviluppato quindi sulla scorta di esperienze già acquisite. L’idea nuova è stata la collaborazione fra dei docenti della scuola secondaria di primo e secondo grado, che ha coinvolto la classe 2B della media Peloso Gaspari e la 3B del liceo Martin. I due gruppi hanno seguito un normale programma didattico, nel quale abbiamo inserito alcune parti attinenti l’ecologia delle acque correnti.
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Le bonifiche in Veneto e Friuli Venezia Giulia fra ’800 e ’900 (quarta parte)*.
ANDREA PEDRON

CAPITOLO V
I CONSORZI DI BONIFICA FRA LE DUE GUERRE

1. Testo Unico del 1923
Dopo che il fascismo - al quale negli anni 1921 e ’22 erano accorse anche masse di rurali (nel 1922 il partito comprendeva oltre un terzo di rurali, e la sua organizzazione economica ne comprendeva quasi due terzi 1) - ebbe preso il governo della Nazione, il biennio 1923-24 fu di transizione: bisognava sgomberare il terreno dal cumulo di rovine che guerra e dopoguerra avevano apportato. Dalla nuova situazione, l’agricoltura trasse grande beneficio: nuovo incremento le diedero i ravvivati scambi commerciali con l’estero. Rimanevano zone oscure: un forte gravame tributario, il prezzo di alcuni fondamentali prodotti non soddisfacente, mentre il non risolto problema monetario preparava un periodo di facili ma pericolosi guadagni inflazionistici, ai quali solo il 1926 poneva fine. Nel campo specifico della politica agraria il biennio 1923-24 fu contrassegnato da un intenso riordinamento legislativo2, volto a darle nuove basi: già in esso era posto come fondamentale il problema della redenzione dei terreni.
Dal 1925 si iniziava la costruzione dello Stato corporativo che durò diciotto anni. Nella sua politica economica l’agricoltura ebbe grande importanza, e ne furono massima espressione la battaglia del grano e la bonifica integrale. L’azione rivolta al potenziamento della terra e dell’agricoltura dovette peraltro svolgersi in un periodo storico ed in un ambiente economico estremamente turbati 3. Gli anni relativamente facili per l’economia, fino al 1926, furono interrotti dalla necessaria soluzione del problema monetario, con un processo di aggiustamento dei prezzi che si ripercosse duramente anche sull’agricoltura: questa stava risollevandosi, quando anche più gravemente si abbattè su essa la crisi economica mondiale del 1929-33. Erano da poco sanate le ferite di questa, quando si iniziava la crisi politica mondiale, che dalle sanzioni e dall’Impero conduceva alla nuova gigantesca guerra che segnò la rovina dell’Italia.
Restringiamoci qui a considerare lo sviluppo delle direttive e delle norme relative alla bonifica integrale. Accennai che già nell’intenso rinnovamento legislativo del biennio 1923-24 apparvero le prime basi di una nuova concezione della bonifica: esse sono rappresentate dal Testo Unico delle leggi sulla bonifica idraulica (R.D. 20 dicembre 1923 n. 32564) e dalle leggi sulle trasformazioni fondiarie di pubblico interesse (R.D.L. 18 maggio 1924 n. 753 e 29 novembre 1925 n. 24645). Questi provvedimenti, mentre erano il punto di arrivo dell’evoluzione legislativa avvenuta dopo il Testo Unico sulla bonifica idraulica del 1900, furono il punto di partenza per un’evoluzione successiva che pose capo alla legge del 13 febbraio 1933 sulla bonifica integrale. Il Testo Unico del 1923 resta fermo, in via di principio, al concetto idraulico della bonifica: si tratta sempre di operare in laghi, stagni, paludi e terreni paludosi: tuttavia, mentre il fine igienico cessa di essere preminente, essendo classificate come bonifiche di prima categoria quelle “che presentano vantaggi igienici o economici di prevalente interesse sociale” e di seconda categoria tutte le altre (il termine economico è usato perché si prevede non solo l’utilizzazione agraria dei terreni, ma anche eventualmente quella industriale, con lo sfruttamento delle paludi a scopo di pesca, di saline, ecc.) è ormai pienamente acquisito il concetto che lo scopo della bonifica non è realizzabile se non allargandola a comprendere, oltre le opere di prosciugamento, tutte le altre occorrenti al generale riassetto idraulico del territorio, nei riguardi tanto della difesa quanto dell’utilizzazione delle acque, e se non assicurando inoltre l’integrazione agricola della bonifica idraulica.

* Tesi di laurea di Andrea Pedron. Anno Accademico 1999/2000. Relatrice prof.ssa Marina Storaci. Università di Venezia Ca’ Foscari.
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Inzegn di mularie: gome americane - ma di fate, cjargnele
TONI ADAMI

Tradizions e culture di une volte a Çurçuvint, - inzegn di fruts - e puemuts, par mincjonâ l’Americhe, o par fâ jodi che j no vevin dibisugne di jê, che si rangjavint a nestri mût.
Cun chê da cjiche par esempli: gome americane “chewing gum”, cun peis cjargnele di nestre invenzion. J no podevin inventâ il cauciù tenarut e dolç che lôr andi’nvevin da straçâ, ma che nô, no savevin nancje ce ch’al jere! Gome americane, cussì si diseve, rivade in Cjargne cui Aleâts: Inglês o ‘Mericans insiemit al “Piano Marshall” chel dai aiûts ae Europe dai piardints di chê IIe Vuere Mondiâl.
Sicheduncje, cassù di nô ti jerie rivade dome cualchi cùssigne-cuvierte- tant famôse e invadent (par taponânus ce: la fan?), che j tu ti la cjatavis in ogni cjanton, par ogni dontri e ambient: asîlo, par chei cùssos par tiere sul toglât, pleade in doi e ficjât dentri chel biât frutin in lunc, dret come un Gjesù Bambin e sito.
Tal jetut dal miedi, pai ospedai, o con che i tu viodevis movisi doi nuviçs, e la nuvice ‘e infagotave-su ce che jere restâ- dopo il fisco de vuere; pa lis fameis, che chês as jerint dutes al stes nivel, valadì: che ur macjave dut, ma graziis a chês cuviertis ‘es pativin mancul frêt (alc di plui bondance in cualchidune che a lis veve ingrumadis e platadis fint a modant, saltadis-fûr daspò il taremot dal ’76!).
Ce sparagn, vere? No si sa mai, a varan pensât! Par un pôs di agns o vin viodût viazâ dispes: cuviertis e scjatulutis di marmelade (a cuadrets) pe marinde a scuele, che i gioldevint di gust, parcèche la fan e sgarfave tal stomi di nô canais e puemuts in cressite che consumavint unevore di energjis inte zornade.
A si cirive di rangjâsi fûr di scuele e cuant ch’o podevint jemplâ il bultric cun alcaltri, zirant pas braidis e cjamps, prâts e boscs seont la stagjon, par racuei pe bocje, e si difindevin ben, ma si jere simpri suts e secs scuasi assidrâts cu lis cuestis a viste sot chês cjamesutis lizeris e stretutis che a nus tignevin fassât di stret.
I puems e cualchi omp a ti veve rivât a meti di bande dai pachets di spagnolets e i plui furtunâts - sacuts di “Macuba” o “Sante Justine” - tabac di nâs - che plui di une vone a tabacàve di gust fûr dal puarton di cjase, nulànt un grumut, une piçade di tabac mitût inta chê busute ch’e ven inte radîs dal dêt cuant che i tu tiris il poleâr da man viers di te, sbassant il cjâf e tirant su cun tune o dôs tiradis-su, sgnufadis fuartis, e po starnudant (chel no usât) ma chel che al cjape gust, cetant ch’ai plâs.
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Il legname come materia prima per Venezia*
LUIGINA AGOSTINIS

IL TRASPORTO DEL LEGNAME DALLA CARNIA

L’espansione in terraferma coincise con il momento di maggior vitalità economica e di prestigio politico per la Repubblica e pose fine alle contese sorte con le Signorie contermini allontanando il pericolo della costituzione di uno stato unitario e forte che avrebbe compromesso la sopravvivenza di Venezia.
La gestione del territorio annesso ed i provvedimenti intrapresi indicano che l’autorità fondamentalmente accentratrice veneziana, pur dando inizialmente la parvenza del mantenimento delle autonomie locali e degli originari ordinamenti legislativi ed amministrativi, non permise mai la partecipazione al potere decisionale degli elementi, anche nobili, delle province soggette.
Gli stessi privilegi mantenuti o concessi ai signori locali o alle comunità potrebbero essere visti come espressione della volontà di arginare la potenza di queste componenti per il mantenimento di un equilibrio interno.
Come risulta dalle relazioni di alcuni Luogotenenti, vi era da parte dei feudatari un abuso dei propri privilegi e talvolta mancava il rispetto delle leggi emanate dalla Serenissima che venivano ad inasprire i rapporti tra magistrati veneti e nobiltà locale.
La politica conservatrice della Dominante non permetteva comunque di scontentare troppo i feudatari e di entrare in aperto conflitto con essi perché garantivano il governo dei sudditi e la riscossione delle imposte. Una politica che evidenzia la mediazione sempre cercata per appianare i contrasti tra contadini e feudatari che con il loro strapotere rendevano ancor più misere le condizioni della povera gente.
Su questo versante Venezia concesse alcune protezioni alla contadinanza senza però mai affrontare e risolvere a fondo la condizione dei più deboli sul piano economico-sociale. Dal momento in cui Venezia diveniva potenza continentale, l’obiettivo era quello di tutelare i propri interessi e scambi con il centro Europa ed avere la sicurezza per un regolare approvvigionamento di derrate alimentari e del legname necessario alle costruzioni navali e quindi alla potenza marinara.
Il patrimonio forestale che la Serenissima ereditò nel 1420 era in condizioni tutt’altro che floride e questo la indusse a mettere in atto un complesso di iniziative di carattere legislativo ed amministrativo per frenare l’incalzare degli attacchi che minavano la consistenza del manto boschivo.

* Dalla tesi di laurea in geografia “Organizzazione della Comunità Carnica e gestione del patrimonio boschivo al tempo della Repubblica di Venezia”. Anno Accademico 1996-97. Relatore prof. Luciano Lago.
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L’amnistia del settembre 1919
GIANNI STRASIOTTO

Lo scorso anno è stato ricordato, con pubblicazioni e manifestazioni, il tragico 1918, segnato dall’occupazione nemica, da fame, malattie, violenze, ruberie, sopraffazioni, stupri...
E’ doveroso però anche ricordare i disastrosi postumi della guerra, quanto accadde dopo la Vittoria, a partire dal 1919, l’anno della lentissima, esasperante smobilitazione del nostro esercito, con tanti reduci che, al rientro, scoprono le loro famiglie decimate a causa di stenti o malattie – compresa la tristemente famosa febbre “spagnola” – oppure si trovano davanti a casi di coscienza, sul come affrontare il dramma causato da quelli che furono chiamati i “figli della colpa” o anche “figli del nemico”, nati dagli stupri, ma spesso anche dalle relazioni, di mogli o figlie con soldati occupanti.
Nei comuni al di qua del Piave, si calcolano in 2.000 le uccisioni di civili, per lo più provocate da motivi futili; in 24.597 i morti per mancanza di medicine e in 9.797 per fame, ai quali sono da aggiungere 961 deceduti in circostanze varie durante i giorni dell’esodo. I numeri dei decessi dovuti alla febbre “spagnola” (che poi era un’epidemia aviaria) sono difficilmente rilevabili, per la genericità con cui sono indicate le cause di morte negli appositi registri: in totale – in Italia – sono quantificati fra i 375 e i 500 mila, ma gli studiosi ritengono si tratti d’una stima per difetto.
La lentezza nei rilasci del congedo militare trova una spiegazione con la disoccupazione generalizzata: in questo contesto le autorità temono le proteste popolari, tanto che il 1° luglio 1919 sono ancora alle armi ben 1.700.000 soldati non effettivi.
I reduci aspirano a un allargamento della proprietà terriera fra i lavoratori dei campi e fondano l’“Opera Nazionale Combattenti”, che si propone lo spezzettamento dei latifondi e l’attribuzione dei relativi lotti in proprietà ai reduci contadini. Una delle realizzazioni di questa iniziativa è rappresentata dal dissodamento dei circa 320 ettari del “Bosch de Loncon”, di Annone Veneto, ora coperto da splendide vigne, assegnato a quasi una cinquantina di ex combattenti. L’Opera, presentatasi alle elezioni politiche del 1919 con una propria lista, riesce a mandare in Parlamento una piccola rappresentanza.
La ricostruzione non è ancora avviata, ci si trova in una situazione caotica, i comuni sono amministrati da commissari prefettizi che cambiano in continuazione, anche il ritorno dei prigionieri prosegue con lentezza, molti hanno la necessità di essere curati e tanti di quelli che si trovano all’estero, sono ricoverati negli ospedali istituiti dalla Croce Rossa Internazionale prima di rimettersi dalle lunghe sofferenze e tornare a casa. Il loro è un triste ritorno: autorità e popolo li considerano quasi alla stregua dei traditori.
Una sola cosa funziona a pieno ritmo! Sono i tribunali militari che non si fermano, continuano ad emettere un numero impressionante di sentenze, che – anche agli studiosi d’oggi – destano perplessità per il rigore col quale sono inflitte le pene e per il loro grande numero.
Le denunce per diserzione, fuga davanti al nemico, renitenza e codardia raggiungono il totale di 870 mila unità. Ad agosto 1919 si contano già: 10 mila condanne per reati di automutilazioni (provocate direttamente o con la complicità di un commilitone), 15 mila condanne all’ergastolo per colpe diverse e 4 mila processi dove sono previste pene di morte, di cui: comminate 1.006, eseguite 729, non eseguite 277.
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