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copertina numero 71 la bassa

la bassa/71

anno XXXVII, n. 71, dicembre 2015

Estratti di
articoli e saggi
della nostra rivista

In copertina:

Particolare della CARTA / FORI IVLII
ACCURATA DESCRIPTIO
dal “Theatrum Orbis Terarum” di Abram Oertel.
Anversa 1573.

Latisana, 2 settembre 2015
Santa Messa officiata da mons. Carlo Fant,
al Parco Gaspari
dove la piena del fiume tracimò
causando la rottura degli argini.
(foto di Enrico Fantin)

Sommario


La Bassa friulana oggi: dalla crisi la fine della storia?

Roberto Tirelli

L’attualità e la cronaca che la racconta non sempre sono destinate a trasfor-marsi, con in passar del tempo, in eventi memorabili ed in storia. C’è sempre un filtro che seleziona talora collettivo talora personale. Verrà un giorno in cui, lo auspichiamo, qualcuno abbia a riflettere su questi nostri anni ed a raccontarli. La Bassa friulana è stata a lungo “senza storia”, poi è venuta la nostra Associazione “la bassa” e passo dopo passo è stato recuperato il passato, con un effetto pure indotto perché altri hanno incominciato a scrivere sulle memorie dei loro paesi, a scoprirne le ricchezze culturali, a costruire un fecondo sostrato di studi e ricerche. Tutto ciò sino a che non è sopraggiunta la fase acuta della crisi economica mondiale ed è venuto a mancare il necessario ed indispensabile sostegno economico alla cultura: i Comuni e le Province hanno sacrificato nei loro sempre più striminziti bilanci i capitoli delle attività culturali, le banche hanno chiuso con i generosi e disinteressati patrocini, la maggior fonte di finanziamento, la Regione Friuli Venezia Giulia ha emesso una legge a dir poco bizzarra che taglia di netto, per una ragione o per l’altra, chiunque non abbia accreditamenti politici, o peggio, clientelari. Il risultato è che se altrove si fa poco nella Bassa si fa quasi nulla per tramandare la memoria storica se non per qualche sparuto impegno dei singoli, solitamente i più modesti e mai i facoltosi. Vero è che, anche al di sotto della linea delle sorgive, la crisi si vede: le aziende tirano avanti a fatica e si sono persi molti posti di lavoro. Il mecenatismo privato non è mai esistito, figuriamoci in questo difficile momento. Si potrà dire che non necessariamente il primo pensiero debba essere quello del fare storia: primum vivere deinde philosophare. Fatto sta che ci sono molte cose che nella Bassa friulana non vanno bene. Innanzitutto manca una leadership, comunque la si voglia intendere, che sia esercitata nel bene o nel male, ma con capacità e un progetto, con consenso o dissenso, ma presente. Sino a qualche anno fa uscivano delle personalità in grado di rappresentare la Bassa, lodabili oppure esecrabili, ma personalità. Oggi vi è il vuoto completo ed arrancano mediocrità più o meno ambiziose alle quali a parlar di cultura o storia viene l’itterizia, a meno che non sia un modo per celebrarsi, con tante chiacchiere e pochi fatti. Ancor più grave è però è la mancanza del senso di appartenenza al territorio, al proprio paese, perché i centri di interesse sono fuori e tutto dipende da fuori non solo in termini di globalizzazione, ma soprattutto per la mentalità di preferire il lontano al vicino, di disprezzare tutto ciò che è espressione della cultura popolare locale a favore di altri modelli più pubblicizzati e considerati alla moda. Come se non bastasse in questi ultimi mesi la Bassa friulana è stata oggetto di due riforme: quella sanitaria e quella degli Enti locali. La salvaguardia dell’ospedale di Latisana per la sua funzione e per la sua storia (la “bassa” l’ha raccontata ai suoi esordi), entrambe legate al territorio è una priorità che non tutti sono disposti a difendere. In queste finalità si dovrebbe vedere la compattezza a prescindere dalla politica. Più che bizzarra è la suddivisione della Bassa fra Aziende sanitarie: una parte ha come riferimento Gorizia e un’altra parte Tolmezzo, a prescindere da quelli che possano essere vantaggi o svantaggi, due scelte decisamente antistoriche.

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Scoperti i resti di un veliero dell'800 carico di munizioni nel mare di Grado

Pietro Spirito
Palle di cannone di vario calibro scoperte a Grado

Dalla sabbia emergono diverse tavole del ponte, forse parti del fasciame, e alcune ordinate spuntano dal fondo come costole di uno scheletro semisepolto. E tra gli spirografi fioriti, sparse qua e là o raggruppate in cumuli, come pronte a essere usate, ecco decine di palle di cannone di ogni calibro, da quelle da otto libbre fino alle palle forate per grandi mortai da cinquanta libbre, oltre a pacchi di mitraglia e pallini di fucile. Una vera e propria santabarbara.

Si presentano così davanti alla maschera del subacqueo i resti di un veliero molto probabilmente di età compresa fra l'epoca napoleonica e la prima guerra d'Indipendenza. Scoperto per caso nei pressi della costa di Grado, il relitto si trova a meno di quindici metri di profondità. I resti della nave, le munizioni per antiche artiglierie, sono una rara testimonianza di una pagina di storia della nostra regione ancora da scoprire.

Il casuale rinvenimento si deve all'operatore tecnico subacqueo Stefano Caressa, al sommozzatore Francesco Dossola e a chi scrive queste righe. La scoperta è avvenuta infatti dopo l'individuazione, tramite apparecchiatura Side Scan Sonar, di un'irregolarità del fondale. L'anomalia è apparsa sullo schermo del computer installato sulla barca di Caressa durante una serie di prospezioni effettuate con triplice scopo: la mappatura di fanerogame per un progetto del Dipartimento di Scienze della vita dell'Università di Trieste; i rilievi - in collaborazione con Carlo Beltrame, del Dipartimento di studi Umanistici dell'Università Ca' Foscari di Venezia - per la verifica della morfologia costiera nell'ambito di ricerche sul periodo storico compreso fra XVIII e XIX secolo, e contestuali sopralluoghi per la realizzazione di un documentario di Rai3 Regione per la regia di Luigi Zannini.

Dopo quello ormai famoso del "Mercure"3, la nave del Regno Italico affondata durante lo scontro navale del 1812 e ritrovato nel 2001, questo è il secondo relitto presumibilmente del XIX secolo appartenente a un'unità da guerra rinvenuto nel Golfo di Trieste. Una prima, sommaria ricognizione ha permesso di datare i resti sul fondo del mare intorno alla prima metà dell'800, e la dotazione sembra essere quella in uso nella marina francese. Ma solo studi accurati e uno scavo scientifico potranno stabilire con più precisione a quale epoca e a quale nave appartenga il relitto.

Del resto la zona in cui è stato trovato era piuttosto trafficata sia nel periodo della guerra anglo-francese, sul finire dell'impero napoleonico, sia, più tardi, nel corso delle guerre risorgimentali, quando il giovane Stato italiano, spalleggiato dalla Francia, accarezzava l'idea di un'azione militare transadriatica per riequilibrare le sue forze con quelle dei "padroni" della sponda orientale dell'Adriatico. Grado era una posizione strategica, fortificata, e non si può escludere che i resti della nave carica di munizioni di ogni calibro non appartengano a una batteria galleggiante: erano navi in disuso, disalberate, armate di cannoni e mortai, saldamente ancorate all'imbocco di porti, approdi e canali navigabili. Ma il relitto potrebbe anche essere quanto rimane di un trabaccolo armato a utilizzato per il trasporto di munizioni destinate alle difese costiere. A parte gli scontri del periodo napoleonico - dallo sbarco inglese a Grado del 1810 all'attacco del 6 dicembre 1813 sempre da parte di un brick inglese con 12 scialuppe - in particolare durante la prima guerra d'Indipendenza il golfo di Trieste fu teatro di tensioni e scaramucce. Tra il marzo 1849 e il marzo 1849 unità navali della coalizione tra Venezia, Regno di Sardegna e Regno delle due Sicilie si confrontarono in mare con l'Austria, che fortificò le coste e adattò 140 imbarcazioni a cannoniere da usare in laguna, mentre nel maggio del 1848 la flotta piemontese pose il blocco al porto di Trieste. Un periodo storico complesso e affascinante, di cui il relitto appena scoperto può diventare testimonianza viva.

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Camino al Tagliamento nella Grande Guerra
Il “Libro storico” di Bugnins e Straccis 1902-1919.

Carmela De Caro

Durante il primo conflitto bellico, Camino al Tagliamento, le sue frazioni di Bugnins e Straccis, furono scenario di un’interessante pagina di storia, la cui analisi, in conformità ad una documentazione originale, permette di ricostruire fatti e avvenimenti dal 1902 e sino al 1919. Il documento di cui parliamo è un diario o meglio “il diario” tenuto dall’allora parroco del paese don Angelo Degano (figlio di Ilario Giobatta e Teresa Zoratto, agricoltori, nato e morto a Villacaccia 1854-1936, cappellano di Bugnins sino al 1926) che porta il titolo “Libro Storico”, ritrovato nell’archivio della Canonica di Bugnins dal parroco d’oggi, don Riccardo Floreali.

Il “Libro Storico” è un quadernetto dalla spessa copertina di “carta sopraffina” della ditta Ambrogio Binda di Milano, come recita la scritta minuta in fondo alla pagina.
Ebbene, questo quadernetto, ad aprirlo, racchiude un tesoro storico di grande importanza, nientemeno che il diario dettagliato, preciso, continuo della Storia (con la s maiuscola) d’ogni accadimento di rilievo, di personaggi e decisioni politiche riguardanti i paesi di Bugnins, Straccis, Camino, Codroipo e altri. La sua analisi permette la valorizzazione dei luoghi per il ruolo primario che hanno avuto nella Grande Guerra come retrovia e di rivedere, forse rivalutare l’importanza della linea difensiva del fiume Tagliamento durante il conflitto e dopo la disfatta di Caporetto.

Il “Libro” ci testimonia la battaglia intrapresa dai Granatieri di Sardegna in località “Ponte della Regina” contro il nemico nei pressi di Carbona, a difendere "la destra Tagliamento" dall’avanzata austro-ungarica giunta sino a Bugnins e Straccis, posti sulla sinistra Tagliamento. Riporta l’attentato ad opera forse di un ufficiale austriaco contro il suo stesso Imperatore Carlo I a Camino e tanti fatti sconosciuti ai più tra cui l’atterraggio “pesante” di un dirigibile a Bugnins.
Seguiremo il diario alla lettera, approfondendolo ove possibile, ricostruendone le vicende. Tra tutte vale la pena di fare notare l’episodio commovente riguardante Pilutti Adele, giovane donna e mamma di quattro figli, di cui troviamo il nome nell’elenco del Ministero della Difesa “Onorcaduti” (crocerossina?).

Alcune pagine del “Libro” che ci accingiamo a leggere sono riportate nel volume “La Pieve di Rosa e il Comune di Camino al Tagliamento” di don Riccardo Floreali, parroco di Bugnins e Straccis dal 1959, profondo conoscitore di storia locale. A lui dobbiamo il ritrovamento del “Libro”, la possibilità di averlo letto, decifrato (è scritto con pennino e inchiostro, in corsivo fittissimo) e studiato.

1915. Il Poligono di tiro e il generale Zuppelli

Proviamo a ricostruire i fatti in maniera cronologica partendo dal 1915, a dichiarazione di guerra avvenuta.
A ovest di Bugnins Vecchio era stato collocato, nel letto del Tagliamento, un poligono di tiro. Peressini Giuseppe cui l’ha raccontato il nonno, afferma che nel letto del Tagliamento, tra Pieve di Rosa e Bugnins erano state tracciate trincee e poste barriere naturali: questa la sede del poligono di tiro. Tra Bugnins e Straccis invece, dopo Caporetto, i soldati italiani avevano costruito un passaggio di là del quale era stata posta l’ultima difesa perché il nemico non passasse sulla destra del fiume. In seguito, a fine conflitto, Peressini recuperò molto materiale per la fabbricazione della sua casa e una trave del “passaggio” finì murata come supporto per le nuove travi dell’abitazione.
In questi luoghi, alternandosi ogni dieci giorni, erano ricomposte e addestrate le truppe decimate provenienti dal fronte al quale, dopo brevi periodi di riposo, ritornavano. Ogni mattino e fino a mezzogiorno per i piccoli paesi era tutto un passare di militari che si portavano al poligono; a dicembre era presente un reggimento di Bersaglieri Ciclisti sostituito il 18 dicembre dal 36° Fanteria anch’esso proveniente dal Goriziano che, completato con altri militari, il 23 maggio fu destinato a Trento.
Il poligono stesso, il 19 maggio 1916 era visitato dal generale in capo Zuppelli, già ministro della guerra. Zuppelli fu il primo istriano (nato a Capodistria il 6 marzo 1859) a essere nominato generale dell’esercito italiano e a ricoprire la carica di ministro del Regno d’Italia.
Appena diciottenne, lasciò Capodistria per l’Italia ove attratto dalla vita militare entrò in Accademia a Torino da cui ne uscì col grado di sottotenente d’Artiglieria. Nel 1886, capitano, fu distaccato a Roma presso il Ministero della Guerra. Distintosi nel conflitto italo-turco e nella guerra libica, al termine delle ostilità, fu nominato maggiore generale nel 1912.
Scoppiata la prima guerra mondiale, sostituì il dimissionario Domenico Grandi e nominato senatore a vita.

Coadiuvato dal generale Dallolio, sottosegretario al ministero della guerra, Zuppelli riuscì a sfruttare al meglio le potenzialità dell’industria di guerra nel colmare le forti deficienze presenti nel settore.
Il generale, in forte contrasto con Luigi Cadorna, si oppose al suo disegno di conquistare Trieste con trecentomila uomini sguarnendo il fronte dell’Isonzo e al "richiamo" della classe '96 per costituire otto nuove divisioni da impiegarsi nella primavera del 1916. L’avversione di Cadorna lo indusse a rinunciare al dicastero e il generale, ormai libero da impegni politici, chiese di raggiungere il fronte al comando di una divisione.

Nominato nel frattempo generale di corpo d’armata, all’indomani della disfatta di Caporetto, il generale Diaz lo chiamò a ricoprire il dicastero della guerra al posto di Vittorio Alfieri.
Va ricordata la sua poca simpatia nei confronti di Benito Mussolini al quale fu respinta la domanda inoltrata per l’arruolamento volontario con l’incarico d’ufficiale, pur avendone i requisiti.
Non esiste documentazione su di lui del periodo trascorso in Accademia Militare poiché, nel 1942, tutti gli atti riguardanti gli allievi ufficiali italiani furono trasferiti a Lecce insieme all’Accademia. Durante l’occupazione da parte dei polacchi accadde che, per la necessità di riscaldarsi in rigide giornate, gli occupanti pensassero bene di bruciare archivi e documenti contenuti. A oggi non esiste nessuna documentazione riguardante gli allievi ufficiali che abbiano frequentato una delle nostre Accademie prima del 1945, neppure di Armando Diaz.

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Il Disegno di Dio

Monica Mingoia

Il cielo mi ha chiesto il tuo nome.
Il mare ha risposto sussurrando.
Il mio cuore sussultava cantando.
Il tripudio di suoni e di colori si apre ogni giorno insieme ai fiori.
Il bambino ti guarda fiducioso.
L’adulto si rivolge a te dubbioso.
L’anziano guarda indietro il suo cammino e a volte ripensa
a quando era bambino.
Scorrono i fiumi fino alla foce,
s’imbiancano le montagne
con i ghiacciai pieni di luce.
Là in alto mi sembra di sentire la tua Voce…
Il sole continua nel suo eterno cammino:
sorge, tramonta e fa capolino. Gli alberi fioriscono ogni primavera e la marea sale e scende ogni mattina e sera….
La vita scorre e le api laboriose lavorano indefesse, forti ed armoniose.
Guardando la Natura intorno a me,
mi sento risollevata e in armonia con gli altri, v perché mi accorgo,
di far parte anch’io:
di tutto il Creato e del Disegno di Dio.

Monica Mingoia - Latisana (UD)

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Terra di confine

Matilda Chisena

Questo saggio ci è stato inviato dalla studentessa Matilda Chisena, frequentante l’Istituto Statale Collegio Uccellis di Udine e che ben volentieri pubblichiamo. L’associazione, sin dalla sua fondazione, ha sempre cercato di coinvolgere e dare spazio alle ricerche degli studenti attraverso i loro insegnanti. Si spera che altri seguano l’esempio.

La Redazione

La linea della Corda sul Montello

I bersaglieri sono entrati correndo al suono della fanfara in quella terra di confine che è Corno di Rosazzo. “Mamma, mamma! Garda, è arrivata la banda! Senti come suonano bene, vieni fuori a vedere!”. La madre Lara, intenta a cucinare, si affaccia dalla porta di casa e il suo ampio sorriso, appena scorge quegli uomini in uniforme, si tramuta in un’espressione malinconica. “Piccola mia, non è una banda; sono soldati che marciano al suono della fanfara. Ero una ragazza poco più grande di te quando li ho visti passare per la prima volta, e da allora quante cose sono successe, perlopiù tristi; ricorda, ovunque ci sia un esercito c’è la guerra e dove c’è la guerra arrivano sofferenza e dolore”. “Non capisco cosa vuoi dire”, afferma la figlia perplessa.

La mamma entra in casa e fa cenno ad Anna di seguirla, dicendole che le avrebbe spiegato tutto. Nel frattempo la donna tira fuori dal cassetto delle buste, probabilmente delle lettere e le stringe con forza, come se non avesse mai voluto separarsi da esse. Respira profondamente e inizia a parlare, scegliendo con cura le parole, senza tuttavia riuscire a nascondere il turbamento che prova e comincia a raccontare. “Era il 1914 e lavoravo già da qualche anno con tuo nonno e i tuoi due zii all’allevamento dei bachi da seta. Il mestiere che svolgevamo, seppur modesto, nel nostro paese, bastava ad assicurare a tutti noi una vita tranquilla e agiata. Guarda, aggiunge la madre, abbiamo ancora il libro “Guida per allevare i bachi da seta” di Gherardo Freschi, che per noi era fondamentale, poiché contiene le tecniche più efficaci e tutti i segreti della professione. Remo, il maggiore dei miei fratelli, si era recato a Trieste per vendere i nostri bachi da seta in una filanda, quando ha visto un bando di mobilitazione e si è sentito in obbligo di obbedirvi, in quanto era nato a Trieste e aveva fatto il servizio militare nell’esercito austriaco, è stato quindi arruolato nell’imperial-regio 97° reggimento. Siamo stati informati della sua decisione da alcuni parenti triestini, i quali ci hanno detto anche che aveva promesso di scriverci presto”.

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Come ca si curâve une volte

Silla Stel

Une volte, cuant che la int no podeve lâ lì dal miedi, si rangjavisia curâsi di bessôi, miôr che si podeve, cu lis cognossincis tramandadisa vôs di gjenerazion in gjenerazion.

Si cirive di fâ passâ la fiere, i mâi, i dolôrs, latos… i sintoms insome, ancje se no mancjavinconseis e pratichis par cirî di no cjapâ malans.

Par solit e jere une femine de famee che e daveil rimiedi, ma se il câs al jere grivi o se il mâl alstentave a passâ , in ogni paîs e jere cualchifemine plui esperte lì che si lave a domandâ.

Une figure une vore impuartante tai pais e jere la comari,che e stave daûr a dutis lis malatiis des feminis,a la gravidance e al puerperi. La letoane eveve di stâ par vot dîs intal jet dopo che e vevevût, e par cuarante dîs si veve di tignîle cont efâle polsâ, parcè che la femine frescje di part “ecjape di dut”: e alore si fasevigji di mangjâ ilbrût par tirâle sù, e veve di stâ atente a no cjapâ zîr di aiar e a nometi lis mans inte aghe simpri par cuarante dîs. Par fâ lat al jeremiôr mangjâ robis fissis

Se piardeve il lat al frut si davigi il lat di vacje (fate prin visitâ dal vitrinari o di une persone esperte) slungjât cu laaghe o cu la aghe di vuardin; se il frut al veve il çudugn si luongeve cul vuelin. Se il frut a nol cresseve o al deventave patît(mâl dal simiat) si scugnive cirî un miedi. Pal mâl dal fongat simeteve une robe nere che si comprave lì da comari.

Par disflamâ sot si doprave aghe di malvis: nol è sbaliât stantche le malve e à proprietâts lenitivis. Il prin lat de letoane al fasevepassâ ducj i mâi, siche’ si lu doprave par vuarî lis feridis ocualchi gote par fâ passâ il mâl di orele.

Cualchi volte “la pratiche curative”, par che e zovàs, e veve dijessi fate di une persone particolâr: in tancj câs al jere mior se lavuaridorie e jere “prime fie di prime mari” ven a stai une primarulefie di une primarule. Chist parcè che la “magance” - ancjeche curative- e passe de mari a la fie massime a la prime fie.

Al jere chist il câs dal fuc di Sant Antoni: par falu passa- oalmancul par che “no si tiri par drenti”, cas une vore pericolos -si veve di segna cu la vere di aur ator ator dal sbulium. La vuaridoree tignive ta che altre man une cjandele impiade

Se te famee no jere une “prime fie di primemari” si scugnive lâ a cirì une persone adate.

Secont la midisine popolâr, ducj i eczemis e isbuliums a vevin il riscli di “tirasi par drenti” e dichist si veve tante pôre parce che la malatie podevelâ une vore in pies. No cence une fonde sientifiche:di fat se une malatie esantematiche e interessei orghins internis lis complicancis a son plui grivis,pensìn al varuscli e a lis meningjitis o a la scarlatinee lis nefritis….

Par chist (e ancje parce che curis a no jerin) no si lave intunefamee li che a vevin une malatie di chestis, par no cjapa il mâl, eancje il malât nol veve di cjapâ fret o zir di aiar, ni al veve di lâfûr, ni di lavâsi se no cul straç (e mai il cjâf), propri propri se alvignive il dotor.

E i fruts a restavin cjase di scuele ancje setemanis se a vevin unemalatie di chistis. Par vuarì de tos e dal mâl di cuel si doprave(e si dopre ancjamò) lat e mel. Cualchidun al meteve cevole a tocstal mel e dopo dos -tre oris al mangjave cevole e dut e la sgrasiee il mal di cuel vie pe gnot e passavin.

La prevenzion e jere ancje religjose: a San Valantin a Prevan e aUrturis a fasevin un pan a forme di “s” che, benedît ben s’intint,al parave dal mâl che al puarte il non dal sant. Sant Valantin inchê volte, almancul das nestris bandis,nol bassilave masse daûr daimorôs, ma al parave de epilessie, chee jere considerade une malatie tantpericulose, forsi ancje parcè che lismidisinis, che in chê volte se a jerin,no ducj no podevin vêlis, a no controlavinben lis crisis motoriis.

San Blâs invezit al parave dal mâl di cuel, e ancjamò a Çavenzana usin a fâ il pan cuant che e cole la fieste, ai 3 di Fevrâr. Incualchi bande e je ancjemò “la benedizion dal cuel” cu lis cjandelisleadis a “x” cuntune gale e poiadis sot dal cuel.

Sante Lussie, si sa, e parave dai mâi dai voi: in Vuanis e je ancjemòune gleseute lì che une volte e jere une risultive: bagnâsi i voicun chê aghe al faseve vuarî o almancul no lâ in piês la viste. Tantche si bagnavisi i voi cun chê aghe bisugnave dî (cun fede, s’intint)“Santa Lussia dal bon cûr, al voli drenti e al sporchet fûr” Taiagns passâts, ai 13 di dicembar ma no dome, a vignivin di pluibandis a cjoli un pocje di chê aghe e une femine si le veve fatemandâ fin tes Americhis lì che jere lade a stâ. Ancjamò in dì di vue in Vuanis si usa fa la Messa li di Sante Lussie e impiâ une cjandelute, lis aghis a son ladis jù e dome te anadis di plois si pues cjatâ la aghe.

Ai 5 di Zenâr si binidive il sâl e lis pomis (par solit limon,norance e miluç) e ancje la aghe: il sâl binidît si lu meteve tal salarìne cussì la benedizion e lave par dut e e valeve par ducj i mâi,e cussì la aghe benedide...insieme cun chês pomis benedidis a veve il sô efiet.

La aghe benedide si le doprave ancje tai bussins, pes preieris di matinee sere, ma se al coventave, cuant che il câs al jere grivi, si daveun pocje ai malâts: ai cristians si bagnavin i lavris, e in câs di malatiissi meteve un pocje ta la aghe di bevi pai nemâi. No si à di dâsi di marevee,cuant che une economie si poiave cussi tant sui nemâi…tantche par Sant Antoni si ju benedive e no si davissi di marevee se ilplevan, cuant che al vignive a binidî lis cjasis, al lave a binidîancje lis stalis, lì che ta chel altri secul nol mancjave mai un cuadrutdi Sant Florean su la puarte, di vuardie cuintri dal fûc.

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Angeli delle corsie: le Suore Francescane Elisabettine presso l’Ospedale di Latisana per un secolo (1888-1988)

Enrico Fantin

Questa è la storia di una congregazione religiosa che ha servito la comunità latisanese per cent’anni, prestando la loro opera preziosa presso l’Ospedale di Latisana. (*)

Si tratta delle Suore Francescane Elisabettine che, in poche righe, possono essere presentate come missionarie nel dolore e nel silenzio, ricche di quella carità cristiana che tutto offre in soccorso del fratello sofferente, legate da un vincolo di fede e di donazione agli altri.

A distanza di oltre venticinque anni dal loro rientro alla Casa Madre non si può fare a meno di ricordare la loro venuta a Latisana, nel lontano 1888, e tracciare il segno della loro permanenza attraverso le testimonianze, sia documentarie che orali, anche perché, alcune di esse, hanno lasciato un segno indelebile della loro opera per essere state dei veri punti di riferimento per gli operatori ospedalieri. Tuttora, pur a distanza di parecchio tempo, qualcuna viene ancora ben ricordata, specialmente dalle persone più anziane. Quindi è di fondamentale importanza conoscere come e quando questa congregazione religiosa si sia insediata a Latisana.

Il desiderio di riscrivere un po’ la loro storia, facendole rivivere nel tempo è dettata anche da diversi fattori che proprio in questi periodi vedono le strutture ospedaliere penalizzate non solo per i drastici tagli delle “Finanziarie”, con conseguente carenza di acquisti di apparecchiature sanitarie, accorpamenti di servizi sanitari a scapito di altri servizi, ma soprattutto, ora più che mai, dell’endemica scarsità di personale in servizio.

La loro venuta.

Tutto ebbe inizio nei primi mesi del 1888, dove l’allora direttore del Pio Ospedale di Latisana, Diodato Peloso, trovatosi in difficoltà economiche importanti e per sopperire alla pressante necessità di avere operatori esperti da adibire all’assistenza dei malati e alla cura e gestione della stessa struttura sanitaria, scrisse alla superiora generale delle suore Elisabettine di Padova chiedendo “di ottenere almeno due suore di codesto benemerito Ordine, affinché siano introdotte nel civico spedale pel miglioramento del servizio.”

Si deve pensare che la pianta organica dell’ospedale, nel maggio 1888, era formata da: n.1 medico, n.1 infermiere e n. 1 inserviente femmina, per 22 posti letto.

Dopo vari contatti epistolari per la definizione della convenzione si giunse all’accordo e il primo dicembre dello stesso anno, le due suore arrivarono alla stazione di Portogruaro dove, ad attenderle, vi era una vettura mandata dalla direzione ospedaliera di Latisana per portarle nel loro nuovo posto di lavoro (la ferrovia in quel periodo era funzionante fino a quella località, mentre fervevano nello stesso periodo il completamento del primo ponte ferroviario di Latisana sul Tagliamento ed il prosieguo della linea ferroviaria verso San Giorgio di Nogaro).

Pur essendo state effettuate tutte le certificazioni per il loro ingresso nell’ospedale, il Priore della Casa Madre di Padova si dimenticò di notificare l’avvenimento al Vescovo di Udine. Questi si risentì molto della cosa anche perché non si era preoccupato di avvisarlo nemmeno l’abate di Latisana e così scrisse agli interessati “…Spero dunque di avere qualche lume in proposito, e finché non lo abbia ricevuto terrò le due Suore in conto di due pie Signore, e nulla più”.

Chiuso l’incidente burocratico fra i responsabili ecclesiastici le due suore iniziarono il loro lavoro che portò molto presto a buoni risultati come riportato in un documento, datato 5.12.1890, dove sono espressi i più sentiti consensi di stima ed apprezzamenti dei latisanesi “…che il paese tutto plaude ed è riconoscente per l’opera loro di carità”.

Nel marzo 1912 fu inaugurato il nuovo ospedale e con l’aumento dei posti letto e dei servizi le suore arrivarono a cinque unità. Passarono alcuni anni e poi scoppiò la prima guerra mondiale. Il lavoro aumentò in modo considerevole anche perché nell’ospedale venivano accolti i soldati feriti che provenivano dal fronte e le suore, abili infermiere, svolsero diligentemente e con abnegazione il loro lavoro aiutate anche dalle crocerossine. Con l’invasione austriaca dell’ottobre 1917 anche l’ospedale divenne un presidio conquistato dal nemico e dove presero posto le loro equipe sanitarie.

Nel febbraio 1919 l’Ospedale Regina Elena era ancora sotto l’Amministrazione dell’Autorità Militare come si rileva da una lettera, datata 8.2.1919, del direttore medico dell’Ospedale di Latisana, dott. Mario Ferretti, indirizzata alla Madre generale dell’ordine delle Suore Elisabettine Francescane di Padova:

Rev.da Madre Generale,
Stà per rimettersi in vita l’Ospedale Civile di Latisana; a giorni i lavori di restauro saranno ultimati, ed i malati già ricoverati da qualche settimana, passeranno dalla dipendenza militare, a quella esclusivamente civile.
Io, ch’ero il Direttore medico dell’Ospedale prima della guerra, e che dal dicembre u.s. sono qui per rimettere a posto l’ospedale continuerò nelle mie mansioni come prima del 1915.
Come ebbi già ad affermare tempo addietro all’Abate locale, e come espressi desiderio alla Superiore Autorità Militare che mi ha dato i mezzi pel ripristino dell’Ospedale, desidererei che fossero riassunte in servizio per l’assistenza dei malati, per la cucina e guardaroba, le Suore del loro ordine che già prestavano qui la loro opera fino all’epoca del disastro nazionale e possibilmente le stesse che eranvi quando prima del maggio 1915, io dirigevo l’Ospedale.
L’Autorità Militare che ora gestisce amministrativamente l’Ospedale mi ha dato parere favorevole per la riassunzione in servizio delle suore.
Ancora l’Amministrazione Civile non è costituita, ma ciò avverrà indubbiamente fra giorni.
A me ad ogni modo preme di assicurare subito l’organizzazione del servizio.
Desidererei pertanto un cortese Suo pronto riscontro alla presente dove mi fossero chiaramente stabilite le condizioni loro per la riassunzione del servizio.
Per sua norma il numero delle Suore strettamente necessarie sarebbe per ora di cinque.
In attesa di una Sua risposta Le porgo distinti ossequi
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f.to Dr. Mario Ferretti.

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Vicende belliche della Grande Guerra nel territorio gruarese.

Paolo Riccardo Oliva

I profughi gruaresi nella Prima Guerra Mondiale

L’arrivo della guerra lasciò una, più o meno, profonda cicatrice in tutti i Comuni, frazioni e borghi dell’intera penisola italiana. A pagarne il prezzo maggiore furono quei paesi che si trovarono lungo i confini con i territori austriaci, come pure quelli conquistati all’indomani della disfatta di Caporetto da parte delle armate austroungariche. Da questo momento storico, cioè a partire dalla disfatta di Caporetto e fino alla vittoria finale nel novembre 1918, il paese di Gruaro – proprio uno di quei paesi che rimasero coinvolti nell’invasione austroungarica – avrebbe vissuto in una sorta di limbo, da un punto di vista sociale, economico ed ideologico, come mai aveva vissuto in passato e come non si sarebbe più verificato in seguito. Tra i civili si diffuse la scelta di scappare lontano dalle zone di guerra verso luoghi dove potersi rifugiare; altri invece decisero di non fuggire, di rimanere, forse con l’idea che il passaggio degli austroungarici non avrebbe inferto ulteriori disagi alla popolazione locale. Tuttavia il passaggio del nemico non fu indolore ed i disagi per chi rimase non mancarono. Questo saggio si pone l'obiettivo di analizzare proprio questi due aspetti strettamente legati a quel periodo così incerto vale a dire i problemi dei profughi e quelli derivanti dalla presenza degli invasori austriaci all’interno del paese.

Prima di incominciare, sarà importante definire il termine profugo secondo la legislazione di quel tempo. Il termine profughi cambiò il suo significato nel corso della guerra: all’inizio del conflitto l’espressione poteva esser utilizzata solo nei confronti degli emigranti italiani che rientravano dai paesi belligeranti, come Francia, Austria-Ungheria e Germania. Un ulteriore dilemma terminologico si aggiunse nella primavera del 1915 quando il fenomeno incominciò ad interessare anche vaste zone del litorale austroungarico ove molti lavoratori emigrati, alcuni dei quali già da diversi anni, fecero richiesta di rientrare. Il tutto precipitò quando a fare la medesima richiesta furono individui provenienti da Fiume, Monfalcone, Gorizia e Trieste; solo da quest'ultima città l’esodo riguardò circa 35.000 persone2.

Fino a quel momento, da un punto di vista legislativo, per “profughi” venivano intesi i non “regnicoli” che erano stati allontanati per ragioni militari dalle zone occupate dalle truppe italiane, mentre per “fuoriusciti” si intendevano coloro che erano residenti nelle terre irredente e che si erano rifugiati volontariamente nel Regno fin dallo scoppio della guerra europea. Tuttavia, tale distinzione, inizialmente utilizzata per le pratiche del censimento di tutti gli individui secondo le quattro categorie di profughi, internati, rimpatriati e fuoriusciti non era così evidente agli occhi della stampa e dell’opinione pubblica in quanto non teneva in alcuna considerazione i profughi italiani residenti nei comuni italiani sgomberati per precauzione e per necessità militare da parte del Comando supremo. A partire dall’agosto del 1915 si procedette al censimento non solo dei profughi e dei fuoriusciti, ma anche degli internati, ovvero non-regnicoli, allontanati dai territori occupati dalle truppe italiane ed obbligati alla residenza fissa come “sospetti”. Nel dicembre 1915 la questione dei profughi si aggravò ulteriormente: numerose persone residenti nella zona di guerra furono sottoposte all’internamento per ordine del Comando supremo, senza alcun formale procedimento, sulla base di semplici segnalazioni e sospetti. Il ministro Salandra dovette quindi fare una precisazione sull’equivoco sorto sui termini di “profughi” e di “internati”:

Profughi sono coloro che hanno dovuto essere allontanati in massa dai comuni compresi nella zona delle operazioni, perché per le fatali conseguenze della guerra non avrebbero potuto dimorarvi senza pericolo grave della loro stessa vita. Non era possibile infatti lasciare che gli abitanti di tali comuni, alcuni appartenenti al Regno d’Italia, altri alla zona occupata, fuggissero tumultuariamente sotto l’impressione di un giustificato sgomento o di un immediato pericolo. Avrebbero invaso le provincie e le zone circostanti, sarebbero rimasti privi di pane e di tetto. Si è dovuto obbligarli a sgomberare per collocarli, secondo le possibilità, in varie provincie del Regno.

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La Terza Armata si costituì a Portogruaro o a Mortegliano?

Roberto Tirelli

Alla vigilia della Prima guerra mondiale lo schieramento italiano lungo il confine con l’impero austro-ungarico nella Bassa friulana fu affidato ad un’armata in via di costituzione, la terza, che doveva mettere assieme i resti della mobilitazione, i reparti meno preparati, anche perché non c’era stato il tempo di prepararli a combattere. Le tradotte non avevano finito di portare il loro carico umano al fronte che già questo era avanzato. Eppure questa armata fu detta l’“invitta”.

Nella pubblicazione edita per il cinquantenario della guerra, edita nel 1965,in bella vista sulla copertina c’è scritto: Mortegliano 1915-Padova 1919.

Da quel titolo e dal narrato interno si deduce che la Terza Armata ebbe a costituirsi a Mortegliano, ma i particolari di quell’evento sfuggono ai più, anche perché la maggior parte degli storici indica invece Portogruaro, stazione di arrivo delle tradotte. Ufficiali e soldati infatti avevano l’ordine di presentarsi lì come luogo di mobilitazione, ma prima della costituzione dell’armata, poiché ancora a metà maggio non c’era l’idea di come schierarsi per l’avanzata sul fronte sud.

A comandante venne designato dal governo Salandra il generale Luigi Zuccari che poteva esibire una carriera di tutto rispetto iniziata proprio nel 1866 in Friuli e poi proseguita in Africa Orientale.

Zuccari però non piaceva al comandante supremo Luigi Cadorna per una lontana e continua rivalità a cominciare dal fatto che il primo aveva soppiantato il secondo al comando della prestigiosa scuola di guerra, ove venivano formati i più alti ufficiali dell’esercito italiano.

Cadorna però trovò il modo e il motivo (rimasto segreto anche per i silenzi di Zuccari) per una rivalsa sull’avversario il 20 maggio 1915 mentre si trovava ancora a Firenze e si preparava a partire per Portogruaro con gli ufficiali del suo stato maggiore. Alla mensa gli fu fatto pervenire da un fattorino un telegramma. Zuccari in silenzio lo lesse e disse ai suoi ufficiali: la guerra non è ancora incominciata, ma io sono già il primo morto.

Il giorno prescelto per l’attacco si avvicinava ed il fronte meridionale,da Manzano all’Adriatico era ancora senza comandante. Cadorna nominò ad interim un generale che era a capo del IV corpo d’armata, Garioni, che era già in zona comandandogli di “avanzare” il comando in Mortegliano dove già si trovava un distaccamento di cavalleria comandato dal generale Mambretti, che a sua volta sarà destituito dal Cadorna perché considerato uno iettatore.

Garioni quindi ha costituito a Mortegliano la III armata il giorno 23 maggio 1915. Con tutta probabilità ciò avvenne in casa dei signori Brunich proprietari della omonima filanda, ove spesso in seguito si sarebbero ritrovati molti dei protagonisti della grande guerra,compreso, più volte, il re Vittorio Emanuele III.

Mortegliano venne prescelta perché aveva l’ufficio telegrafico e non in prima linea come Palmanova o San Giorgio di Nogaro, località con le quali il generale Garioni si tenne a contatto di dispacci tutta la notte del 23 per poi dare il via alle operazioni nelle prime ore del 24 maggio.

La Terza Armata però è da tutti conosciuta per aver avuto come comandante Emanuele Filiberto di Savoia-Aosta. E dov’era invece il duca? Era all’ospedale per i postumi di un grave incidente stradale al ritorno pare da una avventura galante. Cadorna l’aveva nominato il 24 maggio dopo l’avvio delle operazioni, ma non prese il comando a Mortegliano se non il 27 alloggiando con la moglie Elena di Orleans in casa Brunich per poi spostarsi in una dimora più vicina al fronte.

Tutte queste vicende spiegano le esitazioni fatali che si ebbero nell’avanzare verso l’obiettivo principale, Trieste, dando agli austriaci tutto il tempo per approntare le loro difese e smorzare l’avanzata italiana.

Questa pagina di storia riserva a Mortegliano assai prima della battaglia del 1917 un ruolo da protagonista delle vicende belliche.

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La privatizzazione dei beni comunali a Muzzana, dal periodo veneziano ai giorni nostri.
Da “De jure e de facto” a “sub iurisdictione Dominii”

Renzo Casasola

Le pars communis, ovvero i beni comunali posseduti delle singole ville friulane, hanno le radici storiche lontane nel tempo. Sicuramente andrebbero ascritte all’epoca prelatina. Questa antica istituzione, peraltro diffusa in Italia e in Europa, a lungo nei secoli dette la possibilità agli abitanti delle ville di accedere - nei terreni preposti - ad importanti risorse naturali ritenute integrative alla loro misera economia.

In questi ambiti, generalmente marginali e poco produttivi rispetto al sistema agronomico delle centuriazioni1, l’uso collettivo della terra permise a quelli più indigenti, come consuetudine, di effettuare lo sfalcio, la raccolta dello strame, il pascolo ed il legnatico nei vasti boschi igrofili golenali. Dalle comunità rurali, tale utilizzo venne ritenuto un diritto loro concesso ad aeterno dalla provvidenza, essendo venuti meno gli antichi atti giuridici di appartenenza, ma in seguito ciò si rivelò un vero problema quando da Venezia, la Dominante di turno, furono chiamate a dimostrarne l’appartenenza giuridica2. Infatti, dopo la soppressione dello Stato Patriarcale del Friuli, ad opera della Serenissima nel 1420, la Repubblica di San Marco pose immediatamente l’attenzione sul ricco patrimonio boschivo pubblico della piccola Patria, divenuto di fatto, parte integrante dei suoi possedimenti in Terraferma.

L’interesse dimostrato da Venezia per i boschi pubblici di roveri e frassini dell’intero Friuli e quelli presenti su vaste superfici dalla Bassa friulana, spinse in breve la Repubblica ad alienarli e a dichiarare questi beni patrimonio del Prencipe. Al fine di garantirsi una risorsa naturale ritenuta fondamentale per lo sviluppo del suo arsenale navale, già nel 1464, istituì i Provveditori sopra le Legne e i Boschi. Questa apposita magistratura, affiancata a quella denominata sugli inculti, poneva degli obblighi giuridici alle singole comunità; nei loro beni collettivi, infatti, esse dovettero preoccuparsi affinché fossero conservati i legni buoni per la Casa dell’Arsenal tra cui anche quelli presenti nei fitti boschi di Muzzana3.

Alcuni anni dopo, nel 1476, Venezia legiferò con la “Provisio circa nemora” nell’intento di preservare il patrimonio boschivo e sulle terre collettive delle ville friulane, avocando a sé, sub iurisdictione Dominii, e designandole poi con il nuovo termine di ‘beni comunali’. Pertanto, le comugne “in quibus comunittes villarum et locorum usun trahunt pro suis necessitatibus” con ducale del 18 marzo 1476 divennero proprietà dello Stato, ad esclusione “de quibus nemo habeat titulum particularem”, praticamente nessuna4.

Il progetto di ‘statalizzazione’ delle antiche terre comunitarie perseguito dalla Dominante trovò però, nelle vicinie rustiche, una valida opposizione e per tutta la seconda metà del XV secolo e l’intero XVI non riuscì nel suo intento. Fu solo nell’anno 1606, spinta dalla grave crisi economica dovuta al perdurare della guerra contro i Turchi, che la Repubblica lagunare, per rimpinguare le proprie casse, dette l’avvio alla catasticazione dei beni comunali posseduti dalle singole ville rustiche5. Mediante dei minuziosi ed accurati rilievi effettuati sul campo, le terminazioni vennero poi convalidate dal pertegador pubblico, con il giuramento del degan e di quattro homeni vechi, et pratichi che avevano l’obbligo di mostrar tutti i beni pubblici goduti dalle singole comunità. Con questo forte atto amministrativo formale, Venezia volle dimostrare il superamento epocale della tradizione consuetudinaria orale, fondata sulla memoria de jure e de facto e l’affermazione del testo scritto e codificato, la base della moderna burocrazia6.

Nelle ville della Patria del Friuli, soggette all’amministrazione della Serenissima Repubblica di San Marco, il 1646 rappresentò in seguito non solo l’anno in cui si dette l’avvio all’alienazione ed alla vendita dei beni comunali di ragione pubblica, ma anche quello della loro lenta dissoluzione7. A Muzzana questo irreversibile processo di privatizzazione delle terre comunali ebbe inizio almeno cinquant’anni prima, nella seconda metà del Cinquecento. Dopo tale data la progressiva riduzione della superficie utile all’utilizzo comunitario obbligò ancor di più le singole ville ad usufruire dei beni comuni (le Comugne) in regime di promiscuità tra le ville confinanti. La difesa dei diritti acquisiti e le sanzioni sugli abusi perpetrati dai villici dell’una o dell’altra villa fu, di conseguenza, all’origine dei ripetuti contrasti confinari tra le singole comunità. Anche per tale motivo i beni comunali furono all’origine dello spiccato senso di identità delle varie comunità rustiche che, alla fine, nel tempo definirono i rapporti di vicinato e i reiterati campanilismi.

La conseguenza diretta della perdita progressiva di una consistente porzione dei beni comunali fu l’impoverimento immediato di una buona parte della popolazione, quella che, non possedendo dei propri appezzamenti di terreno, per sopravvivere dipendeva totalmente dai beni comunitari. Vista la situazione, con i Privilegi (o investiture), Venezia concesse in uso, per propria munificenza, le terre di pubblica proprietà o beni comunali alle singole ville della Patria del Friuli. Con tale atto formale, inoltre, la Dominante volle rendere meno drammatica le durissime condizioni di vita della popolazione rurale dell’intero Friuli.

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Armonia invernale

Monica Mingoia

Sento l’odore di erba brinata,
mentre la nebbia ricopre la vallata.
Sento il rumore di un silenzio irreale,
ma ecco la goccia che intermittente cade.
Sento l’odore di legna bruciata,
la legna che scoppietta e qualche risata.
Un caldo tepore si diffonde nelle cose,
mentre nei boschi la natura tace.
Tutti gli animali sono rannicchiati,
nelle loro tane, alcuni addormentati.
Le rondini lontane son già emigrate,
in cerca di nuovi lidi, a sud sono volate.
La giornata è breve,
poche volte, il sole fa capolino,
già nelle prime ore del mattino.
Le nuvole padroneggiano insieme a pioggia e neve
e il vento soffia gelido sferzando le campagne.
Il mare appare cupo,
plumbeo come il cielo,
l’inverno regna ovunque con il suo cuor di gelo.
Colori freddi e un po’ tristi,
coprono tutto di un manto irreale,
ma paradossalmente è un’armonia invernale…

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Il fiume Stella nella toponomastica anglosassone e italiana

Gino Vatri

Lo Stella è un fiume del Friuli, non è documentato né da Plinio il Vecchio né dal nipote Plinio il Giovane, Stalla a. 1377 e Stella a. 1410 hanno sicuramente lo stesso significato con una o doppia elle.

Fiume di Palazzolo ma anche di Pescarola (Piscarola) e Pocenia (Pulcinia) tre toponimi che hanno stretti legami con l’idronimo Stella in tutte le sue grafie: Stella, Stalla, Stela, Stala ed il friulano Stalis, tutte le grafie hanno dei meriti. A Palazzolo lo Stella è chiamato semplicemente flum (fiume): c’è una ragione per questo? Sì c’è una ragione che vedremo più avanti. Alcuni redattori delle fonti toponomastiche del nostro fiume pensano che Stella sia al plurale, la cosa è molto interessante anche se le fonti ed il caso non vengono nominati. Quanto ho scritto sullo Stella più di venti anni fa e pubblicato su Alpini in Trasferta è ancora valido, ma in parte, almeno una volta ogni venti anni bisogna fare delle aggiunte! Stall in inglese è un posto in una stalla o scuderia, deriva dall’antico inglese steall che significa posto dove il bestiame è tenuto: a sua volta steall deriva dal protogermanico Stalla ed è simile all’antico alto germanico Stall, al tedesco stall “scuderia”. Steall è anche un luogo di pesca, abbiamo la forma stelle da una radice stel... Stildon wor (Stilladum) c. 957 è un toponimo inglese E. Ekwall pensava ad un genitivo plurale antico inglese di stiel o stael con il significato di posto per catturare il pesce, congetturava inoltre che nei dialetti inglesi del nord stell significasse recinto per proteggere le pecore ed i buoi. Dopo aver consultato testi antichi inglesi e scozzesi sappiamo molto di più sul termine stell che nell’Inghilterra del nord è usato per un corso d’acqua che scorre ed è il nome per indicare un punto più profondo in un fiume dove il pesce si ferma. Anche le reti usate per questo tipo di pesca si chiamavano stal-nets e sono state dichiarate illegali in Gran Bretagna nel 1857.

Abbiamo già visto che in antico inglese steal è un posto per il bestiame e per prendere il pesce “captura locus piscosus, ubi capiuntur piscis”. Anche nell’antica Scozia stell significava “deep pool in a river” fossa profonda su di un fiume e con stell net e still net si indicavano le reti per la pesca.

Pol “pool”, pull, pyll, laghetto, piccolo fiume, piccolo corso d’acqua sono termini antico inglesi che trovano riscontro in almeno quattro lingue celtiche, cinque se contiamo il cornico...

Vedere The Landscape of Places – Names di Margaret Gelling e Ann Cole, pagine 28 e 29.

Oltre al citato Stildon (Stilladun) c. 957 nella toponomastica inglese abbiamo diversi toponimi con il termine stal o stall: Stallham, Stallinborough e Stalmine citati nel Domesday Book 1086 e prima. Non sempre il senso di questi toponimi è chiaro, gli studiosi inglesi, ma non solo, si riferiscono ai termini antico inglese st(e)all, stael e stalu (Vedere Victor Walts English Places – Names, pagina 568 oppure i dizionari di antico inglese e antico scozzese). Antichi testi scozzesi consultabili anche su internet, specificano che stell oltre a fossa profonda dove si prende il pesce, sta anche per laghetto e fossa sul fiume. I relativi termini inglesi sono: deep pool, pond e ditch. Riteniamo che Stella, nel nostro caso, si riferisca a un corso d’acqua perchè i toponimi Pocenia (Pulcinia), Palazzolo (Palaciolo) e Pescarola (Piscarola) ma ne abbiamo altri più lontani come Palse (Pols), Polcenigo (Pulcinico), hanno dei legami con i termini antico inglese pol e pull; abbiamo già dato una traduzione di questi termini ma ognuno dovrebbe tentare la propria traduzione! Pocenia, Palazzolo, Pescarola e Precenicco sono dei toponimi composti da due termini tenuti insieme da tre diverse, ma allo stesso tempo precise, forme di genitivo antico inglese. Palazzolo avrebbe dovuto essere Palesolo o Palisolo ma anche le forme Palaciolo e Palazzolo non si discostano di molto e sono sufficientemente chiare.

Á in antico scandinavo significava fiume, nello Yorkshire (Inghilterra) molti idronimi terminano in a, Beela, Greta, Liza, ecc... Éa fiume è un termine antico inglese, ha un significato simile all’antico scandinavo á a sua volta analogo al latino aqua. (Vedere Margaret Gelling, pag. 2 e 14).

A Palazzolo il fiume Stella è chiamato in dialetto friulano il flum, chiamarlo il flum Stele sarebbe una ripetizione della parola fiume!

Stella è un singolare la á finale indica un fiume, ma a è in antico inglese, anche la normale forma di un genitivo plurale. Per rispettare le regole grammaticali l’idronimo sarebbe dovuto essere Stellaá oppure Stallaá che non ha senso né in inglese antico né in italiano volgare del 1086-1087 quando l’idronimo Stella è stato probabilmente coniato!

Quindi se dovessi attentare una traduzione e una interpretazione: Stella è il fiume di tanti stell dove stell ha il significato di posto o punto dove si poteva pescare!

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Il nostro clima in 15 secoli di cronache

Gianni Strasiotto

L’anno 2014 sarà ricordato per l’eccesso di piogge torrenziali, definite “bombe d’acqua”, i nubifragi, le trombe d’aria e l’altissimo numero di fulmini. Inevitabili le conseguenze, in grandissima parte dovute alla somma degli interventi sbagliati dell’uomo che ci stanno portando verso un clima tropicale.

Da aprile, ogni mese del 2014 - tranne luglio - è stato il più caldo mai registrato prima al mondo: fenomeni estremi quali tifoni, gravi e persistenti siccità e piogge di incredibile intensità stanno diventando sempre più comuni.

Nel mese di settembre 2014 l’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm), agenzia delle Nazioni Unite ha pubblicato una relazione, dalla quale apprendiamo che nel 2013 si è registrato il maggior incremento nell’emissione di gas serra del periodo 1983-2013. Questo incremento è dovuto anche a una minor capacità della Terra di assorbire i gas. La stessa deforestazione e acidificazione degli oceani limitano la capacità della biosfera di reagire alle emissioni umane. Non serve essere indovini per pronosticare in futuro altri disastri naturali.

Se negli ultimi anni il clima è decisamente cambiato, anche per il passato si possono riscontrare notevoli anomalie.

Sono stati pubblicati degli studi per verificare se determinati eventi atmosferici si fossero verificati con scadenze periodiche, come ad esempio (vedi sotto per i secoli precedenti) quella ricorrente nel 2008.

La nostra gente affermava allora: “siamo indietro di almeno un mese”, nonostante ci sia stata “la Pasqua bassa”, cioè la festività sia caduta il 23 marzo. La Pasqua dovrebbe regolare la primavera, in base al detto “Voja o no voja, Pasqua co ‘a foja”, quindi la primavera avrebbe dovuto cominciare in anticipo.

L’anno è ricordato per l’eccezionalità dell’apertura della stagione balneare, mentre gli impianti sciistici erano ancora in esercizio.

Sfogliando gli annali di climatologia si riscontrano singolari curiosità: anche nel 1908 e nel 1808 si registrarono marcate anormalità stagionali, riportate dagli attenti cronisti.

“La Concordia”, il settimanale dell’omonima diocesi, nel numero del 5 luglio 1908, faceva notare che i dati meteorologici ed agrari presentavano evidenti analogie con quelli rilevati esattamente un secolo prima. L’anonimo articolista sosteneva di non dare “soverchio peso a questi ricorsi, per quali in periodo di cento anni sarebbe affatto accidentale”, ma riassumeva l’andamento meteorologico dei primi sei mesi e – dalla comparazione – evidenziava la similitudine delle annate nei due secoli diversi.

Riportiamo integralmente quanto venne scritto nelle “Memorie dell’Accademia d’Agricoltura” di Verona al termine dell’annata agraria 1808, anche per notare i cambiamenti verificatisi nella lingua italiana.

“Anno stravagante, con vernata prolissa, ricca di sereni e di neve, che si protrarranno più del solito, facendo succedere una primavera fredda ad un inverno mite. La primavera cominciò a mala pena in aprile inoltrato. In giugno si raccolse scarso il fieno di maggio. A S. Gregorio (12 marzo) le rondini non sono ancora arrivate. Al 20 di marzo nessun mandorlo era fiorito. Solo agli 8 di aprile la campagna cominciò vestirsi di qualche colore. Coi 12 di aprile i mandorli finalmente fiorivano, mentre i peri e i meli erano ancora in ritardo. La potatura delle viti si protrasse fino alla fine di aprile.

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Parole friulane da salvare

Aleardo Di Lorenzo

Con un misto di nostalgia e di sorpresa, è capitato anche a me di ascoltare parole friulane dimenticate o mai conosciute, insieme alla sensazione che grazie a loro per un momento emergeva dallo scrigno della mia memoria un mondo di altri tempi. Alcune di queste mi sono sembrate così speciali che le ho cercate nei dizionari, a volte senza trovarle. Significa che quelle parole erano circolate in un ambito più o meno ristretto, all'interno della miriade di piccole comunità del Friuli, di solito poco comunicanti tra loro fino a tempi non remoti, rimanendo per così dire allo stato di fossili linguistici, noti ad un numero sempre più ridotto di persone e destinati anche a venire sepolti con loro.

Per fortuna, qualcuno si è preso la briga di registrare via via quei vocaboli poco usati e che in qualche caso possiamo definire “locali”, lasciandone testimonianza per chi può e vuole raccoglierli, cercando così di farli entrare nei nostri dizionari, come appartenenti al patrimonio lessicale friulano. E' noto che capostipite di queste nostre “banche dati” è il Vocabolario friulano dell’abate Jacopo Pirona, pubblicato per cura del dott. Giulio Andrea Pirona, che porta la data di Venezia 1871, poi ricompilato e curato da Ercole Carletti e Giov. Batt. Corgnali, pubblicato nel 1935 dalla Società Filologica Friulana “G. I. Ascoli” come Il Nuovo Pirona, rinnovato infine nella seconda edizione del 1992, con Aggiunte e correzioni riordinate da Giovanni Frau. Nel frattempo e successivamente si sono succeduti diversi altri dizionari e di valore, fra i quali il Vocabolario della lingua friulana di Giorgio Faggin, uscito nel 1985, arricchito specialmente ma non soltanto del lessico letterario degli ultimi secoli.

Nella Bassa friulana occidentale sono stati finora due i repertori dedicati al lessico locale. Di maggiore rilievo è il Dizionario dei vocaboli meno noti in uso nel Comune di Latisana di Giovanni Simonin (ufficiale dell’anagrafe, scomparso nel 1994), in due parti, uscite nel 1990 e nel 1996, opera che “va ben oltre l'elencazione dei vocaboli, con informazioni ed esempi d'uso” che danno un'immagine viva e una testimonianza della comunità latisanese. L’ampio lavoro meriterebbe una verifica puntuale di tutte le voci riportate. Originale e corredato dei disegni degli scolari di Ronchis è poi il Vocabolariùt runculìn (1990) di Benvenuto Castellarin, raccolta di termini distinta in ben 81 sezioni, che la rendono anche una piccola vitale enciclopedia locale.

Venendo a coloro che si sono dedicati a registrare le parole friulane meno usuali sentite prevalentemente nella nostra zona, ma che non sono ancora arrivati ad una pubblicazione, di recente ho “scoperto” Gilberto Vida (n. 1938), nativo di Driolassa di Teor e residente a Palazzolo dello Stella, dove per oltre un quarantennio ha esercitato l’attività di fotografo. Tra i numerosi vocaboli da lui selezionati alcuni per la loro singolarità mi hanno portato a verificarne la presenza nei dizionari. L'analisi è stata fruttuosa: un gruppetto di essi non risultano riportati in alcun vocabolario generale del friulano – qualcuno c'è in quello di Simonin – e pochi altri costituiscono varianti o a livello grafico (magari per una sola lettera) di quelli ufficialmente catalogati o a livello semantico, con un significato differente rispetto a quello registrato nei vocabolari.

I risultati della ricerca vengono qui riferiti con il duplice intento, da una parte, di contribuire seppure in piccola misura al recupero del lessico specialmente locale – che conferma sempre più la varietà e ricchezza del friulano – dall’altra, di stimolare eventuali appassionati a presentare i risultati del loro lavoro, perché non vadano perduti.

Da ultimo, una considerazione generale riguarda il processo di livellamento in atto da tempo anche nel friulano, come nelle altre aree dialettali italiane, per cui si vanno perdendo sia le caratteristiche fonetiche più marcate che i termini lessicali locali, in favore di una koiné, di un “friulano comune” basato sulla varietà centrale udinese. La tematica era presente già in G. Francescato-F. Salimbeni, Storia, lingua e società in Friuli (Casamassima 1976, pp. 220-1) e la tendenza può essersi accentuata negli ultimi decenni anche in seguito all’affermarsi dell’esigenza di un’uniformità a livello di lingua scritta, con il rischio concreto della perdita di una parte significativa del lessico locale. A questo riguardo va aggiunta la constatazione che certi termini locali sono spesso più espressivi di quelli comuni – come si vede almeno da alcuni dei vocaboli qui riportati. E’ una ragione in più per cercare di salvarli!

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Caccia alla volpe nel bosco Strassoldo

Adelmo Della Bianca

Per certi aspetti iconografici e sociali, questo particolare tipo di caccia è diventato nell’immaginario collettivo l’emblema stesso dell’arte venatoria, in cui l’animale in fuga appare braccato da una ululante muta di cani, seguita da cacciatori a cavallo. Questa pratica, trae origine in un’epoca storica relativamente recente. Di essa infatti, si hanno notizie certe solo a partire dal XVI secolo, in Inghilterra; la si ritiene nata inizialmente per il controllo delle popolazioni di volpi che predavano, per cibarsene, gli animali da cortile delle fattorie di campagna. La caccia alla volpe pertanto, sostenuta prima dalla necessità e poi per il solo diletto, fu attuata con l’aiuto di particolari razze di cani selezionate allo scopo e la prima di esse pare sia stata la Bilsdale, nello Yorkshire.

Naturalmente, la caccia a questo selvatico non fu prerogativa esclusiva della nobiltà inglese, che della sua raffinata tecnica ne fece un cult, ma anche delle popolazioni rurali della vecchia Europa. Ed ecco che, anche in Friuli, ad esempio, nei tempi andati si attuò la caccia alla volpe, non tanto per limitarne le scorrerie nei pollai, o per diletto, ma piuttosto per venderne la pelle o catturare l’animale vivo, se richiesto da qualcuno. Lo scopo, naturalmente, era quello di ricavarne un guadagno, sufficiente ad incrementare le scarse risorse domestiche in una società contadina poverissima, soggetta ad un’economia di mera sussistenza.

Al giorno d’oggi, ad esempio, nella foresta muzzanese le volpi prosperano ancora, ma nessuno si sognerebbe di cacciarle per venderne la pelle, essendo per fortuna mutate le condizioni sociali e la specie protetta. Fino all’immediato dopoguerra però, la situazione economica era molto diversa dall’attuale, per cui certe pratiche di caccia venivano tollerate dall’ordine costituito e regolarmente attuate dalla popolazione locale.

Ebbene, in una fredda mattinata di dicembre di qualche anno fa, avvolto dal tepore rassicurante emanato dalla stufa a legna, spiavo dai vetri della finestra il gelido panorama invernale. Già dall’albeggiare, spirava una leggera brezza di bora che, con le prime luci del giorno, ravvivava i suggestivi ghirigori paesaggistici che la galaverna aveva creato durante la nottata. Una leggera e sottile coltre bianca avvolgeva infatti il prato e le siepi, creando un panorama monocromo e silente, candido e affascinante, tipico del resto della stagione invernale.

Alzai lo sguardo al cielo, in tempo per notare un grande stormo di corvi gracchianti che, provenienti da nord-est, sorvolavano lenti le case del paese. Partiti probabilmente dai Balcani, in formazione seguivano la loro rotta migratoria per svernare in lidi meno rigidi e più ospitali. I corvi, infatti, sono uccelli sociali, migratori, onnivori e molto intelligenti. Possiedono un piumaggio dai colori metallici, con riflessi azzurri e nerastri e hanno robuste zampe ed un becco enorme, forte e poderoso. A quella insolita visione, mi ritornò in mente la famosa favola de “Il corvo e la volpe” del poeta francese La Fontaine che tanti anni fa, a Scuola di avviamento di Latisana, ebbi modo di leggere. In quell’occasione, l’astuta volpe raggirò lo sprovveduto corvo che, distratto dalla sua suadente oratoria, fece cadere il pezzo di formaggio dal grosso becco che essa, lesta, afferrò tra le sue fauci. Per tale ragione, la volpe uscì dalla favola come un animale intelligente ed astuto, mentre il povero corvo, viceversa, da ingenuo e scarsamente avveduto… Nella realtà però, non sempre “il furbetto” o ritenuto tale, la passa liscia; l’astuzia, a volte, non è considerata affatto come metro sufficiente per “salvare la pelle”. Ebbene, nell’osservare quello stormo di corvi mi tornò alla memoria un episodio lontano di cui fui testimone, ovvero quello della cattura di una volpe da parte di un gruppo di cacciatori del paese, nel nostro grande bosco comunale.

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Il soprannome Caporal dal 1813 per la famiglia di Regeni

Maria Teresa Corso

“I ghe dizeva cussì parchè da picolo el nono el veva el stiochìn ch’el someieva tanto un Caporal….”.

La spiegazione del soprannome Caporal richiesta ai famigliari non convinceva e, fortunatamente, proprio in questi giorni durante una ricerca d’archivio è venuto alla luce Caporal dato a un Regeni nel 1813, confezionando poi la seguente ricerca.

Nel periodo che va dal 1805 al 1814, archiviato dalla storia come Regno d’Italia napoleonico, in quanto fondato da Napoleone Bonaparte, quasi tutto il Settentrione e parte delle Marche era posto sotto il controllo delle forze armate francesi. Il regno napoleonico d’Italia includeva fin dal 1806 tutti i territori adriatici della Repubblica di Venezia, quindi anche l’Istria e la Dalmazia.

Nel 1807 il Regno d’Italia napoleonico cedette Monfalcone all’Austria, guada-gnando la città di Gradisca, spostando in tal modo il nuovo confine lungo il fiume Isonzo.

Due anni dopo, nel 1809 furono staccate dal Regno d’Italia l’Istria e la Dalmazia per formare con le città austriache di Gorizia e Trieste le note Province Illiriche. Il Regno d’Italia si dotò del Consiglio di Stato, di segretari, di ministri e costituì la Guardia Reale Italiana, un contingente formato da sei reggimenti di fanteria di linea, tre reggimenti di fanteria leggera, un reggimento di fanteria dalmata, due reggimenti di dragoni e due reggimenti di cacciatori a cavallo. Nel momento in cui le truppe francesi s’introdussero in Italia divulgarono nel contempo istruzioni precise per il reclutamento nell’esercito del napoleonico Regno d’Italia. Tra queste comparve come regola principale la scelta dalle liste comunali di tutti i giovani, tra i venti e i venticinque anni che, sorteggiati, dovevano far parte dell’armata napoleonica. Nacque così la ferma militare, l’obbligo di far parte dell’armata napoleonica per quattro anni. L’obbligatorietà si modificò nel 1808 ammettendo che gli sposati con famiglia in effetti non dovevano essere obbligati alla leva. In quell’anno ci fu una corsa al matrimonio di giovani coppie….. Certo che, far parte della Grande Armata napoleonica non doveva essere allettante: i ragazzi andavano in giro per l’Europa a combattere, in Germania, in Austria, in Polonia e poi in Russia, a combattere con la neve e il gelo. Cominciò da lì la parabola discendente di Napoleone, come si sa, quando l’esercito venne annientato soprattutto dal clima. La Grande Armata, che spaventava tutti gli stati europei, cominciò a perdere colpi, fino a Waterloo dove vi fu la grande disfatta. L’esercito francese, che riceveva al suo interno forze giovani degli altri Stati sottomessi, tra cui l’Italia, venne distrutto e nel 1814 la parentesi del Regno d’Italia napoleonico e del contingente reclutato si concluse, ma la coscrizione obbligatoria, esportata dalla Francia di Napoleone, rimase.

Vien spontaneo chiedersi dove prestavano servizio in Friuli questi giovanotti. I luoghi del servizio erano principalmente disposti lungo i confini, soprattutto lungo le coste lagunari, in una zona strategica poco distante dal confine austriaco. Secondo una mappa risalente al 1810, questi luoghi erano il ridotto militare di Porto Buso dove “Niun aumento di presidio occorre, essendovi oltre la forza sanitaria, un ridotto militare”, nel casello-fortino di Bocca di Lignan dove “Non occorre niun aumento di presidio sanitario, essendovi un ridotto militare”, nella zona oggi Pantanel dove “In questo tratto di litorale occorre un casello con un caporale e 4 soldati comuni”.

La mappa del 1810 riporta diverse informazioni tra cui la profondità dei fondali lagunari, i luoghi dove vi erano i presìdi sanitari, i ridotti (caselli o fortini), quante barche e quanti marinai poteva contenere l’imbarcazione che navigava in quei fondali. Per quanto riguarda la laguna vi si legge: “Per scorrere questa laguna è necessaria una barca piatta con un sergente, due soldati, sei marinai”. Soprattutto vi è la conferma dell’apprensione, percepita nella zona di confine come Porto Lignan, per i fatti di guerra contro l’Austria.

Nel fortino-caserma di Porto Lignan, che controllava ovviamente le barche entranti in laguna, stanziavano i militari, le famiglie dei quali portavano per convenzione nel punto indicato nella mappa come Osteria in Punta Lignan, i neonati per la registrazione all’ufficiale dello stato civile di Marano, Giambattista Lugnan, il quale effettuava la registrazione con la solita formula di rito: “Si è presentato al sottoscritto ufficiale dello Stato Civile.…dell’età di… di professione di Guardia Attiva di Finanza, domiciliato ora al Porto di Lignano, soggetto a questo capoluogo, portando seco un fanciullo di sesso mascolino, nato nella giornata di oggi….. del corrente mese di….. alle ore…, nel luogo dell’Oste del suddetto appostamento comune sudetto, a cui fu imposto il nome di ….Testimoni presenti alla notificazione furono il signor … dell’età di anni …., di professione Guardian di Sanità e ……. Guarda magazen, dell’età di anni …….. domiciliati al Porto suddetto….”.

Interessante e significativa appare poi anche la registrazione all’anagrafe religiosa dei battezzati in cui il celebrante inseriva oltre ai padrini, con generalità e professione, anche il soprannome. Da lì è partita questa ricerca, sul fatto che il soprannome Caporal lo troviamo registrato nel 1813, ben duecento anni fa.

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Pioggia

Monica Mingoia

Pioggia che batte sulle finestre,
mentre la natura d’inverno già si veste.
Pioggia che porta il grigio e la tristezza,
ma che anche Lei ha una sua bellezza. Pensieri di autunno di castagne cadute,
in mezzo alle campagne e alle vie sparute. Una pioggia che lava via pensieri e preoccupazioni,
mentre in ognuno di noi
si susseguono le stagioni,
le stagioni della vita con un ritmo diseguale, a volte perfetto,
a volte irreale.
Ritmo di pioggia,
una pioggia battente che noi osserviamo da dietro le tende,
ritmo di pioggia, pioggia primaverile, che a volte sfiora i vetri
con ritmo gentile.
Ritmo di pioggia estiva tempestosa,
ma la natura dopo il temporale risplende rigogliosa.
Nel ritmo della vita e delle sue emozioni,
perché la pioggia ha in sé il ritmo delle stagioni.
Note sempre diverse, eppure nei secoli uguali,
soliloqui, o dialoghi, davvero originali.
Un tripudio di rumori di melodie diverse,
immersi nella natura e nell’armonia celeste…

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Me fradel Filippo

Bruno Rossetto Doria

<<Gero fiola>> veva tacò contàme la Norina, na siora ansiana che, co passo par la cale la me saluda contandome senpre robe vece, e cussì la veva fato anca quela matina. <<Fio, varo vùo diese ani quela volta de la barufa capitada tra me fradel Filippo e me pare Toni. Gera na sera d’istae e pena entrò in casa, Filippo el ghe disi sul muso a me pare: <<Son inamorò de la Catina e vojo maridala>>. Te pol crede me pare… de tanto rabiò pareva che ’l vulissi copàlo! <<Te xe un bel zovene de fameja siora, come te pol inpegolate con una vedova che la ga do fioi… ma, co’ semo mati!!>> el ghe veva dito.

Vevo anca unantro fradel più zovene, el Marco, che insieme Filippo e me pare, i ndeva a vende el pesse col camion. Pena che li vevo sintùi issà la vose, me gero sconta soto la scala e de là go podesto sieguì duto el discorso. Me ricordo che deventò de colpo calmo, me pare el veva tacò a parlàghe a me fradel conpagno se ’l vissi vesto un ciceto davanti, sibèn che ’l gera un tocòn de omo. El veva fato de duto par convinselo e faghe capì che ’l sbalieva, che la Catina la sercheva de maridalo par interesse>>.

<<No xe vero pupà>>, veva risposto me fradel pianzendo. <<La me vol ben e anca mi ghe ne voi e desso che la xe vedova, voi sposala>>. El gera severo, ma no cativo me pare Toni; prima de rabiasse parebòn le veva provae dute, fin a minacialo: <<Varda Filippo che se te maridi la vedova, tiente inamente che no te entrarà più in sta casa e no te farà gnanca più parte de la nostra fameja>>. Ma istesso no lo veva cunvinto e cussì: <<E alora te pol ndà fora de sta casa… và, curi!>> Spalancada la porta lo veva parò fora. Vedendolo ndà via, pianzendo, gero ndàda de corsa in strada e vantàndolo par le braghe, vevo sercò de fermalo. Ghe volevo tanto ben a me fradel Filippo.

Sofrivo, co lo vedevo pa’ la strada no podendo saludàlo, colpa de me pare. Sta roba la me feseva diòl anca dopo deventada granda. Vevo vinti ani co cognossùo Giovanìn, un pescaòr bon e bravo, che dopo do ani de morosà se vemo maridò e son ndada a bità in casa sua. Sibèn bitevo tunantra casa, me gera restada ncora la paura de me pare e cussì, co vedevo me fradel fevo fenta de no cognosselo.

Maridada la Catina e ciolto un camion de quii za doprài, Filippo el veva cuntinuò vende el pesse, sol che invesse de ndà a Udine come prima, el ndeva pa’ le bande de Sirvignan. Me fradel el gera un bravo omo e no ’l ghe feva mancà mai gnente a so mujer e ai fioi de ela. Un ano dopo maridada, anca a mi me gera nata na fiola. Chiara, la somejeva na pipina de cussì bela e dolse che la gera, con sti cavii rissi e biundi. Ela la gera el zogatolo de la casa, massima del nono Toni, che co ’l vigniva a trovala la inpigniva de basi. Chiara la veva tacò a caminà e scuminsiò subito a tabaià. Co ndevo a ciò el pan e ne capiteva de incontrà Filippo, fevo ncora fenta de no vedelo, però, nti discursi con me fia, soto vose ghe disevo che quel sior là davanti gera me fradel, so barba Filippo. Sta roba la gera ndada vanti anca dopo che ela la veva tacò pusà i primi tochi del discorso. Na matina che gerevomo ndàe a ciò el pan, ntel mentre che me fradel el gera drio ciò el suo sora el banco, a me fia Chiara ghe gera scanpò: <<Zio, barba Filippo!>> Me fradel el se gera girò come inpapinò e spalancài i oci, con le lagreme che ghe vigniva zò, lassò el pan e vantò so nessa in brasso el se la strinzi sul peto e là vemo tacò a pianze insieme, spandendo dute lagreme tratignue drento par ani.

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Una variegata annotazione di fine Cinquecento

Mauro Buligatto

I rapporti cronachistici del nobile Soldoniero di Strassoldo abbracciano un arco temporale che si sviluppa su quasi tutto il secolo XVI. Questo in ragione di parti da lui stilate, aventi cronologia anteriore alla sua nascita. Il canonico Ernesto Degani fu il trascrittore dell’opera autentica, giunta alla famiglia del conte Nicolò Panciera di Zoppola per ragioni ereditarie. Degani provvide a renderla nota grazie a una pubblicazione curata dell’allora Accademia udinese1. Già in precedenza ci siamo cimentati con la “traduzione” di alcuni passi della chronica (BULIGATTO 2011a, pp. 66-77). In questo caso il frammento scelto si apre menzionando l’anno 1596 e, in particolare, il giorno 26 ottobre (DEGANI 1895 pp. 75/79). Il nobile porta in evidenza tale data perché riguarda direttamente il destino del parente Giulio Cesare di Strassoldo il quale, fresco di matrimonio con la signora Elena2 nonché futuro padre, si trovava espatriato come ufficiale a servizio dell’imperatore Rodolfo II d’Asburgo3. Proprio in quegli anni si stava svolgendo la cosiddetta Lange Türkenkrieg altrimenti conosciuta come Lunga Guerra o Guerra dei Tredici Anni d'Ungheria4. Un conflitto, questo, fomentatosi fra la Maestà Cesaria et il gran Turcho. Nell’innanzi citato scenario bellico Giulio Cesare fu coinvolto in un tafferuglio, mentre procedeva con una colonna militare pocho distante de la città di Agria5. {1596. Notta come per avanti che fu del anno 1596 adi 26 di ottubrio, il sig. Giulio Cesare di Strasoldo, fiollo del q.m sig. Zuan batista, che fu fiollo del q.m sig. Soldoniero et de la q.m signora Cornelia consorte del sudetto signor Soldoniero di Strasoldo, essendo al hora maritato pochi mesi prima in una fiolla del Ill.mo conte Aschanio de Porcia, nominata la signora Elena, lassandola pregna, che poi partoritte uno fiollo maschio al quale li fu posto nome Austriacho, lasando la su detta signora Elena giovane di onor et bella et frescha, et si partite per Ongaria dove che fioriva la guerra fra la Maestà Cesaria et il gran Turcho ocorse questo acidente, pocho distante de la città di Agria....}. Laggiù, fra le varie forze militari scese in campo, si trovarono contrapposti i due maggiori eserciti: in particolare quelli dell’Imperatore Rodolfo II e del Solimano6. Nel concentramento di truppe era presente Giulio Cesare di Strassoldo. Questi, dopo aver oltrepassato un guado, giungeva capitanando un contingente di boemi. Verso sera vi fu uno scontro il quale da scaramuza si trasformò, accrescendo, più tosto a bataglia. All’interno del combattimento l’ufficiale fu coinvolto e, come resta ipotizzato nella cronaca di Soldoniero, presumibilmente colpito a morte. Tanto è quanto il nostro scrittore fa intendere per il suo congiunto riferendo che non si ha avuto alcuna certezza de ha sua morte anchora7. {....ove, essendosi adunato li eserciti di doi principi principalli del mondo cio è de la M.tà Cesaria et del gran Turcho et venero verso il tardi a scaramuza o più tosto a bataglia, et havendo il sopra scritto sig.r Giulio Cesare passato con uno collonellato di Boemi una certa aqua et sopragiungendo una furia di Turchi che prima si mostrorino pochi in fugha, et non volendo egli ritirarsi ne abandonare la sua furia, si giudica che restasse morto in quella scaramuza, pur tuta via non si ha avuto alcuna certezza de ha sua morte anchora,....}. A questo punto l’annotatore si esprime in termini laudativi nei riguardi della vittima ed evidenzia certe aspettative di prestigio per il proprio clan (si aspettava di lui honore infinito), aggiungendo altresì, che la materializzazione di queste avrebbero accresciuto il loro prestigio familiare (casa nostra saria fatta famosa et resplendente). Questo passaggio narrativo è pure un congruo aggancio per nominare nel testo Germanico, fratello di Giulio Cesare il quale hebbe diversi carichi di guerra. Verso la fine del 1603 partecipò anch’egli alle manovre guerresche su esposte, essendo fatto colonello di 3 miglia fanti italiani per Ongaria. Il 13 di novembre di quell’anno Germanico di Strassoldo si trovava a espletare un incarico ricognitivo presso la fortezza di Altuaun (rectius Hatvan). Pure a lui il destino si mostrò avverso perché fu colto di una moschetata che lo colpì di fianco, attraversandolo fino alla spalla. La ferita lo portò a morte il giorno seguente. {....questo Signore era coraggioso et gentile et si aspettava di lui honore infinito, per il quale casa nostra saria fatta famosa et resplendente et tanto più che lo fratello nominato lo Ill.mo sig. Germanicho parimente a quel tempo si partite di Friuli per la corte Cesaria in lo servitio de la Maestà del Imperatore Redolfo a tale che havevasi aquistato la gratia sua di tal maniera che hebbe diversi carichi di guerra et li dava una gagliarda piovisione et l’anno 1603, essendo fatto colonello di 3 miglia fanti italiani per Ongaria, lo ditto sig. Germanico fratello dell’Ill.mo sig. Giulio Cesare, essendo a li 13 del mese di novembrio passato 1603 andato di notte a riconoscere la fortezza di Altuaun in Ongaria in compagnia con molti signori principali, fu colto di una moschetata per fiancho la qualle lo passò sino a la spalla, il giorno seguente rese l’anima al suo creatore, era come è statto detto colonello di 3 miglia fanti italiani, carico datoli da la Maestà del Imperatore....}. È chiaro che per tale miserabil caso ocorso il dolore fu generale. Per gli Strassoldo, in particolare, si trattava della perdita di doi fratelli onorati, gentili, giovani, benestanti e di valore, che entrambi avevano accantonato ogni tipo di aspettativa in honor di Cristo. Già da questa frase e dal corteo delle successive, registrate nella Cronica, pare di capire che per Soldoniero la Lange Türkenkrieg significasse una specie di crociata, anche se ci troviamo cronologicamente a distanza di tre secoli dall’ultima: in honor di Cristo, siano morti per la salute di noi altri et per la fede di Gesù Cristo nostro Signore a li qualli il signor li dia requie et riposo8. Oltre queste locuzioni si acclarano i gradi di parentela esistenti fra lo scrittore e i due sventurati: erano et sono nostri parenti in terzo et in quarto grado, così come verificabile nell’albero genealogico di famiglia {....con quelli doi principali cavalieri, de la morte del quale noi tutti et specialmente la nostra casa Strasolda se ne debbia dolere di questo miserabil caso ocorso in doi così honorati gentil huomini et fratelli et gioveni et comodi di patrimonio et di valor onoatti habbiano postposto ogni sorta di speranza, in honor di Cristo, siano morti per la salute di noi altri et per la fede di Gesù Cristo nostro Signore a li qualli il signor li dia requie et riposo. Questi doi fratelli et signori erano et sono nostri parenti in terzo et in quarto grado, come si pol vedere per lo Arboro nostro de la fameglia nostra di Strasoldo....}.

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Casino fra Marano e Carlino

Roberto Tirelli

Nella storia c'è sempre stata una incertezza circa i confini, in un terreno prevalentemente paludoso ed incolto, fra Marano e Carlino, sovente a causa di opposte appartenenze di sovranità. Casino oggi località appartenente al Comune di Carlino e alla pieve di San Martino di Marano (un tempo invece dipendeva da quella di San Tommaso di Carlino) si trova proprio in mezzo a quelle che furono severe dispute.

Il nome, a sfatare possibili equivoci, deriva da un diminutivo di casa, solitamente dato ad una postazione per la caccia (“casino di caccia”) alla fauna volatile, solitamente di passo in sosta nelle paludi. Le migrazioni di uccelli nel tempo erano molto abbondanti e, dunque, i carnieri si riempivano facilmente.

Da postazione provvisoria nella stagione venatoria, un po’ alla volta, anche per il suo valore strategico, Casino ha incominciato a diventare un luogo stabilmente abitato da coloni inviati lì per mettere a coltura terreni non altrimenti sfruttabili o da soldati impiegati nelle frequenti scaramucce con le guarnigioni maranesi ovvero per controllare i traffici leciti o illeciti che di lì o nelle vicinanze transitassero.

Il luogo si trova a poca distanza dalla Muzzanella e ove vi era lo sbocco in laguna di un antico corso d’acqua di risorgiva.

Marano era una fortezza imprendibile perché non solo difesa dalle mura, ma soprattutto dalla natura. Verso terra le paludi e verso il mare la laguna hanno fatto sì che solo con l’inganno fosse persa o conquistata. E chi era fuori doveva limitarsi a bersagliarla inutilmente da postazioni di artiglieria come Maranutto o il Casino.

A dispetto che sia stato storicamente abitato solo dal XVII secolo o forse anche più nell’area di Casino sono state trovate testimonianze molto più antiche risalenti evidentemente a quando il terreno non era ancora degradato a palude. Da est a ovest della strada cosiddetta Savalona si trovano infatti reperti dell’età del bronzo come pure del materiale romano abbastanza isolato sì da far pensare ad una villa rustica databile al primo secolo dopo Cristo. Si tratta di ceramiche, vasi, anfore, vetri, laterizi, tessere di mosaico primitivo.

L’insediamento nel tardo Seicento dei primi coloni e la costruzione della chiesa di San Domenico innescano i conflitti di competenza fra Marano e Carlino circa la cura d’anime in quel piccolo nucleo di case su cui regna la malaria. I coloni, cioè le anime che andrebbero curate, non sono remissivi in materia religiosa quanto lo sono con i loro padroni, i conti Novelli, e spesso fanno sentire la loro voce ricorrendo anche alle autorità comitali essendo sudditi asburgici.

Con la bonifica dei terreni paludosi e boscati viene anche eretto un piccolo ospitale per accogliere i casi più gravi di malaria. Ad un certo punto della loro storia i coloni del Casino riuscirono anche a formare un Comune autonomo che ebbe fine nel 1806 con la riforma napoleonica che l’aggregò a Carlino assieme a San Gervasio.

La chiesa di San Domenico è del XVIII secolo, caratteristica per il suo campanile e celebra la sua festa patronale l’8 agosto, ma qui anche arrivavano le rogazioni della pieve di Marano. La camminata dei fedeli era quella del terzo giorno ed aveva la durata di tre ore, dall’alba sino a giorno fatto, con la sosta solo per la Messa. La sagra, invece, era conosciuta per il lungo pomeriggio di danze, che faceva seguito ai riti religiosi.

A tutt’oggi il Casino ha mantenuto le sue piccole dimensioni anche se l’ambiente è decisamente mutato in meglio e campi fertili e intensamente coltivati, non più umidi, raggiungono il bacino lagunare. Proprio la piccola consistenza dell’abitato fa sì che il Casino sfugga alle considerazioni della geografia e della storia più recenti, ma è là per ricordarci come il Friuli sia fatto proprio anche di queste realtà ove l’uomo trova il suo ambiente identitario.

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Il cognome Olivotto

Maria Teresa Corso

Il cognome OLIVOTTO ha una sua derivazione dal sostantivo oliva, di cui è una variante con riferimento alla persona che in origine poteva fare di mestiere il venditore o il raccoglitore. L’oliva come colore si riferiva in genere a persone di carnagione olivastra. La pianta dell’olivo è stata ritenuta fin dal Medioevo simbolo di saggezza, affermandosi in Italia nel XII e XIII secolo con la diffusione dell’epica francese della Chanson de Roland del 1100.

Il nome Olive che tra l’altro era la figlia di Pipino, era comune in Francia nell’Alto Medioevo.

Attualmente il cognome Olivotto è ben attestato nel goriziano rispetto al resto d’Italia.

Provenienza

Verso la fine del Trecento i capostipiti degli Olivotto di professione salinieri, vivevano a Chioggia, dove possedevano una trentina di saline. Nel XVIII secolo arrivarono a Grado e diedero vita ad un’antica famiglia di commercianti e fonticari, il cui capostipite, sposato con Maria Bacci, fu un certo Felice Olivotto di Francesco. Felice morì nel 1766. Ebbe 5 figli, uno dei quali, Francesco, nel 1772 si sposò con Maddalena Maran di Rinaldo da Grado, da cui nacque Rinaldo (n. 1787), negoziante, sposato con Domenica Fraussin di Grado nel 1810. Nel 1850 possedeva casa mapp. 454 in fortezza.

Rinaldo ebbe 4 figli: Pasqua, 1847, Francesca, 1822 sposata con Rossetto Antonio, possidente; Francesco sposato con Del Forno Francesca nel 1833, figlia di Antonio e Veronica Gregorio ed infine Angelo, esercente, n. 24.2.1820, trasferitisi poi da Grado a Marano.

Da Angelo, sposato con Maria Corso di Raimondo, nacque Rinaldo Olivotto il 14.1.1843, farmacista e sindaco.

Il 7.3.1870 Angelo Olivotto, esercente, acquista la casa mapp. 127 (cat. 1811) a Marano da Andriani baronessa Matilde q. Ferdinando, vedova Raddi. Oggi è il ristorante Stella d'oro degli eredi di Corso Raimondo. Per Rinaldo significò aprire la sua farmacia in piazza. (Gli Andriani nel XIX secolo possedevano diversi palazzi a San Giorgio di Nogaro, ad esempio Villa Dora, proprietà poi passata alla famiglia Canciani. Oggi il comune di San Giorgio l’ha acquistata e ne ha fatto la Biblioteca Civica).

Rinaldo Olivotto conseguì la laurea in farmacia a Bologna il 17.7.1865, provenendo dalla facoltà di Medicina di Padova dove aveva frequentato per un biennio.

Sposato con Amalia Verardi ebbe a sua volta 5 figli: Hester nel 1869, Fulvia nel 1870, Ida nel 1872, Fabio nel 1876 e Mario nel 1881, che gli fece da assistente farmacista, il quale alla leva misurava un’altezza 162, torace 88, capelli neri lisci, occhi castani, dentatura sana, colorito bruno, ritenuto dal padre Rinaldo nel 1892 ‘unico figlio’.

La stazione balneare di Lignano Rinaldo l’aveva pensata e portata avanti faticosamente con un’idea avveniristica e intraprendente. Nel 1903, sulla cronaca provinciale de “Il Giornale di Udine” si parlava dello stabilimento balneare che si intendeva costruire sulla spiaggia di Lignano, comparendo quotidianamente per tutto il mese di aprile di quell’anno. Di chi fu l’idea di quell’opera? Nacque a Marano, ma l’opera non poteva partire perché non vi era una seria organizzazione da parte dell’amministrazione comunale del paese. Finalmente una ditta da Venezia la Bregant Poletti Vigy e C. intuisce l’avvenire di quella spiaggia. Il sindaco riunisce in paese medici e sindaci del circondario lagunare, proponendo loro una stazione di bagni come meta per le popolazioni malaticce della costa, ritenute bisognose di aria, sole e iodio. Si fa promotore il Nostro, garante morale in qualità di farmacista dell’iniziativa. Vi aderiscono in molti, soprattutto i sanitari che votarono unanimi l’ordine del giorno: “Medici convenuti a Marano il 2 aprile per discutere sul progetto di massima dell’erezione a Porto Lignano di uno stabilimento balneare”.

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Sul domini temporal dal Pape
chianzonete scrite ne l'an 1862

Di Zorz Fass

Giorgio Fasso originario di Mortegliano e prete, nel 1862, all’indomani del formarsi del Regno d’Italia e a fronte delle leggi emanate dal nuovo Stato nei confronti della Chiesa, scrive una “cjanzonete” in lingua friulana per difendere le prerogative del Sommo Pontefice (allora Pio IX) riguardo al potere temporale. Lo fa con un friulano schietto e con alcune osservazioni che richiamano l’attualità. Il manoscritto è stato ritrovato recentemente in una soffitta e ci è stato passato cortesemente dal Fogolar Furlan di Monfalcone.
In premessa porta una frase di San Paolo presa dalla lettera ai Corinzi: Videte ne quis vos decipiat per philosophiam et inanem fallaciam … cioè attenti a che non vi ingannino con la filosofia e con gli errori. Il testo è interessante benché parli del Papa re, modello ben lontano da quello del Papa Francesco.

Roberto Tirelli

Cristians, us doi l’avis
Infaust che saltin su
I triscj par butà ju
De Glesie il cjaf
Uei dius, uelin fa sclaf
Il Pari dai Fedei
I politics ribei
Dai nestris dis
E vuatris no vais?
E vualtris no preais?
E vualtris no ajudis
Cumò il Sant Pari?
Par chest l’è necessari
Che jo us disi culì
Chel c’al a di fa un fi
De Glesie Sante
Cumò che si viot tante
Zizanie se menade
Par dut e misturade
Cul bon gran
E cheste cress a dan
De la trancuilitat
E de la santitat
E d’ogni ben
Chest mond l’è scuasi plen
Di prinzipis triscj
E di pecjas
Che par che sein rivas
I dis de Seduzion
Cuant che fur di pereson
Sarà il demoni (Apoc. 20.7)

La visione dell’Apocalisse prevede che alla fine della storia il demonio si liberi dall’inferno e venga a sedurre l’umanità, ma prosegue il sacerdote:

Però no vuei suponi
Che chei dis sein za ca
Jo forsi a riposà
Sarai in che volte
Ma se il mond no si volte
Anin avonde mal
La Fede e la Moral
Van simpri al bass
Eh, se il mond scoltass
La Glesie! Si che alore
Staressin une vore
Mior ducj cuanç
No saressin tancj
Urtons fra monarchiis
Né tantis truferiis
In ogni luc
Si staress dongje il fuc
D’unviar sence timor
D’istats’alè calor
In cualchi ombrene.
La tiare saress plene
Di pas e cuietece
Ce gust e ce bjelece
Che saress!
Plui no coventaress
Sta cu l’arme in man
Sol par cuistà il pan
Ca si lavore
Chel c’al a une vore
I dà poc al meschin
Se no ducj fasessin
Chel che le Glesie ordene
La tiare saress plene
Di deliziis

Entra però il contraddittorio sulla questione del dominio temporale

Ma sint che un tal mi dis
Culì tu sberlis masse
La Glesie ognun la lasse
In sante pas
Ma chel che nus displas
E chel che nus par mal
Al è il sol Stat Temporal
Che il Pape gjolt
Ma prest za sarà siolt
E jevat chest abus
Parcè un secul di lus
Come l’è chest
Dut metarà in bon sest
Dut ben comedarà
Dut ben regolerà
Dut e par dut
No si ul viodi distrut
Il Pape, ma soltant
No si ul di ca indenant
Che lui sei Re
No ul cedi! E parcè
Sta sald e ustinat?
Intant j an za gjavat
Un biel bocon
Comande la Nazion
E cussì ancje che sei
Il Pape intant c’al stei,
Ma il so stat a bass

Risponde il sacerdote temporalista convinto all’obiezione

A planc, no tant fracass
No tantis confusions
Parce no ves resone
Fradis miei cjars.
L’è ver si ciol di mire
Cumò il Stat Pontifici
Ma chest l’è un artifizi
Diabolic.v Onde jngjanà il Catlic
Par cjoi la religjon
E’ cheste l’intenzion
Dal trist demoniv Pardut impri proclamin
E sberlin sui gjornai
Coragjo liberai,
che Rome je nestre
Voltaisi de part gjestre
Voltaisi de part cjampe
Vitorio squasit ingrampe
Il biel Stival
Par che no pari mal
Vin di cjapà Vignesie
Ma prin il Sat de Glesie
E po’ daur man.

Le restrizioni dello Stato italiano ai vescovi indignano pre Fasso che invita

Cumò duncje i partiz Fra no devin finisi
E ducj duvin unisi
Al Pape Re
Combateit Pari Sant
Stait sald e tignit cjart
Che no fin a la muart
Sarin fedei
E cun zelo cristian
Cu la vos e cui scriz
Difindin i diriz
De Sante Sede
Aimè ce grande prede
Che fas cumò il demoni!
Di chest soi testimoni
Ocular.
Culì miei cjars amis
Jo pensi di dà fin
Par no stufaus, ma rin
Us prei ducj cuanç
Seit pizzi seit grancj
D’ogni stat, d’ogni sess
A preà Iddio dispess
Cun devozion
Par la conservazion
Dal Pape Pio Nono
E par che sul so trono
Lui lu lassi.
Gjesu che al nestri ovil
Ves dat un pastor sant v E dott e vigilant
In Pio Nono
Conservailu sul trono
Di Rome e fait che Lui
E i sucesors mai plui
Di la partissin.

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