banner associazione la bassa
copertina numero 74 la bassa

la bassa/74

anno XXXIX, n. 74, giugno 2017

Estratti di
articoli e saggi
della nostra rivista

In copertina:

Particolare della CARTA / FORI IVLII
ACCURATA DESCRIPTIO
dal “Theatrum Orbis Terarum” di Abram Oertel.
Anversa 1573.

Sul Carso, 1917.
Un obice pesante campale in azione.

Sommario


La salute come bene culturale

Roberto Tirelli

Nella realtà della Bassa friulana il problema della salvaguardia della salute non è solo una esigenza vitale primaria, ma si configura anche come una esigenza culturale. La nostra Associazione lo ha sottolineato più volte con i suoi studi sulla malaria, sulla pellagra, sulle pestilenze che hanno caratterizzato il passato. Ovviamente non ha trascurato la storia degli ospedali antichi sulla via dei pellegrinaggi, in particolare quelli di Precenicco e di Ronchis, ma si è soffermata anche sul ruolo degli ospedali moderni, in particolare quello di Latisana, ove la medicina ha alleviato le malattie attraverso la scienza ed il senso di umanità. Da poco Giuliano Bini ha dato alle stampe un interessante itinerario nel tempo circa tutto ciò che ha avuto a che fare con la salute nella sua Palazzolo.

La scienza sociale che concorre a costituire il patrimonio storico dimostra che il buono stato di salute delle persone assieme ad una sufficiente e corretta nutrizione costituisce una premessa essenziale per costruire un interesse culturale primario. Garantire l’assistenza al corpo favorisce la mente. Lo dicevano anche gli antichi: mens sana in corpore sano.

Le riforme in questo delicato settore ove, per ottima conquista civile, il pubblico giustamente prevale sul privato, hanno il dovere di attingere alla storia del territorio, non di trascurarla. Ci sono delle costanti, delle tradizioni, delle componenti insite nell’animo umano che non si misurano con il metro della assoluta razionalità, né si possono tradurre in numeri e statistiche, in valutazioni di convenienza puramente materiale.

In passato si è fatto un analogo errore condannando del tutto la medicina popolare basata su elementi naturali, ponendola sullo stesso piano della stregoneria o di cose simili. E non occorre andare a rileggersi in materia i processi dell’inquisizione del XVII secolo, per riflettere sulla invadenza del farmaco industriale che talora ha la presunzione di sanare non solo le malattie del fisico, ma anche quelle dello spirito.

Una civiltà della salute pubblica deve crescere in sintonia con il territorio, guardare alla prevenzione, ad esempio rendendo l’ambiente meno inquinato di quello che non sia oggi, favorendo una educazione personale a curare la persona nella sua totalità. Se non è cultura questa!

Avere cura di sé aiuta ad avere cura anche di ciò che porta ad un interesse non materiale, oltre il presente, dunque facendo storia in una prospettiva dinamica e non ferma. Bisogna peraltro fuggire dalla retorica su cui si sono esercitate le dittature del XX secolo.

L’identità è anche sanità, un diritto fondamentale dei singoli e delle comunità che si manifesta come servizio perché la Bassa friulana ha assunto una coscienza storica di sé che non può essere ignorata.

Anche questa nostra Associazione con costanza ha dato il suo contributo essenziale a costruirla in una gamma di tematiche che, come s’è detto, spesso hanno toccato direttamente o indirettamente questo intreccio fra salute e cultura.

La promozione del patrimonio culturale non si può fermare, infatti, alle attività del puro intelletto, ma riguarda l’integralità della persona. Lo star bene in un luogo del quale si sente l’appartenenza è anche un benessere fisico. Si dice infatti “il mio ajar” espressione cui spesso ricorre chi si è allontanato con nostalgia, ma anche a ragione. Il fatto è che noi non ci accorgiamo che il concetto di salute è assai allargato. Per questo va difeso e non è soltanto un compito dei medici, configurandosi come un bene culturale. Certo in questi anni si sono moltiplicati i segnali contrari che trovano origine in una demografia sfavorevole, in una politica disattenta, in riorganizzazioni contrastanti con la tradizione .

La Bassa friulana ha bisogno di certezze e di non essere lasciata alla deriva né per quanto riguarda gli aspetti culturali né per quelli sanitari. Ammalarsi è facile, guarire è faticoso.

Sarà vero?

\...

Così nacque la Regione il 27 giugno 1947

Gianfranco Ellero

Il 27 giugno 1947 a Roma nacque la Regione Friuli Venezia Giulia, e oggi potremmo pensare che nacque “naturalmente”, perché la Repubblica, reagendo al centralismo italiano, dapprima sabaudo poi fascista, voleva istituire le Regioni.

Quel giorno, in realtà, giunse a compimento un percorso molto lungo e irto di difficoltà, che è necessario illustrare su queste pagine a beneficio dei giovani che non c’erano, ma anche degli adulti di corta o cattiva memoria.

L’Associazione per l’autonomia regionale

L’autonomismo friulano si basava e ancora si basa su un forte senso di identità regionale, che ha radici molto lunghe, o per dir meglio, storiche.

La nostra terra, come è noto, non ha confini naturali ben definiti. E se le Alpi e l’Adriatico sono abbastanza stabili, aperti rimangono e non indiscutibili il Carso e la Livenza.

Noi sappiamo, tuttavia, da Tito Livio, che la colonia latina di Aquileia fu fondata 181 anni prima di Cristo “nel territorio dei Carni”: esisteva, quindi, una prima definizione etnica che funse poi da calco per successivi enti storici, come il Municipio romano, la Diocesi di Aquileia, il Ducato dei Longobardi, il Principato feudale dei Patriarchi, la Patria del Friuli, all’interno dei quali si formò una piccola ma diversificante lingua neolatina, il friulano, parlato, scrisse Sandro Meccoli sul “Corriere della Sera” dell’11 maggio 1976, da “un piccolo grande popolo”.

Fu in nome di questo secolare processo identitario che nel luglio del 1945 Tiziano Tessitori decise di chiedere l’autonomia per il Friuli, finalmente staccato dalla Terraferma veneta, e il 29 dello stesso mese, nell’Osteria “Alla buona vite” di Via Treppo in Udine (non più esistente), fondò l’Associazione per l’Autonomia Friulana, che accese di entusiasmo i cuori di pochi e oscurò il cuore di molti: acciecati dal nazionalismo, si opponevano all’autonomia regionale friulana in nome dell’unità d’Italia!

Fra i documenti dell’archivio Tessitori, custodito dal Comune di Sedegliano, sono quasi mille le schede di adesione all’AAF, firmate anche da nomi illustri: Pasolini, D’Aronco, Marchetti, Perusini, Pezzè, Pittino, Mitri, De Jeso, Menazzi Moretti …

Ma dopo la fiammata dell’estate 1945 e in particolare dopo l’elezione di Tessitori all’Assemblea Costituente, avvenuta il 2 giugno 1946, l’AAF perse mordente, o almeno così pensavano gli autonomisti più attivi e radicali, che vollero rilanciarla dal di fuori!

Gianfranco D’Aronco, a pagina 97 di “Friuli regione mai nata”, scrive testualmente:

“L’Associazione per l’autonomia friulana, come si è visto, si era limitata alla pubblicazione di qualche articolo e opuscolo. Il Tessitori era evidentemente convinto dentro di sé che conveniva puntare prevalentemente su un’azione a Roma, e che, lanciata l’idea, non era prudente agitarla troppo. Potevano nascere, da parte di interessati contrari, reazioni pericolose. Meglio dunque un’azione sotterranea.

Noi invece scalpitavamo. E volevamo non sostituire ma affiancare l’Associazione, dando forza all’operato condotto al centro dai parlamentari, in primo luogo dal Tessitori stesso. Nell’estate 1946 non si sapeva ancora se la Commissione della Costituente per le autonomie regionali fosse orientata nel senso di prevederle per tutte le regioni, o non piuttosto di limitarle al Trentino, all’Alto Adige, alla Valle d’Aosta, alla Sardegna e alla Sicilia. Perciò la necessità di dare vita a un ampio moto di opinione pubblica, che non fosse un fuoco subito spento, ma che si appoggiasse a una organizzazione il più possibile capillare.

Nell’appunto [spedito dal D’Aronco ad alcuni amici nell’agosto ’46] accennavamo alla necessità da un lato di tenere le distanze dagli autonomisti più radicali, dall’altro di predisporre una bozza di statuto che contemplasse il solo Friuli Regione autonoma (la Venezia Giulia era al momento praticamente avulsa). I consensi furono immediati e incoraggianti […]: i giornali parlavano della Sicilia e delle altre regioni, mentre sul Friuli praticamente si taceva”.

\...

Nasce il Manifesto “Per un Friuli più friulano”

Lucia Burello

Ispirato da Pre Bepo Marchetti e pre Checo Placereani, con la benedizione di Bertrand Russell.

Nell’autunno dell’anno appena terminato la Provincia di Udine ha voluto onorare due grandi friulani friulanisti (Sgorlon avrebbe detto friuliologi), Giuseppe Marchetti e Francesco Placereani, organizzando incontri e lanciando un Manifesto per invocare un più diffuso e intenso insegnamento della Storia del Friuli, considerata come la casa culturale di tutti coloro che si sentono friulani.

Le sue lezioni di “controstoria” il Marchetti le iniziò in marilenghe su “La Patrie dal Friûl” a partire dal 24 febbraio 1946, ma fu ben felice di constatare che nuove e non strumentali visioni e versioni della storia venivano allora invocate anche da personalità di fama internazionale, e diede ampio spazio, sullo stesso giornale, alle parole di Bertrand Russell, pronunciate a Parigi per l’Unesco nell’ottobre del 1949. Ecco il testo tradotto in italiano:

«Nel corso di una riunione dell’UNESCO, tenutasi pochi giorni fa a Parigi, sir Bertrand Russell, uno dei più famosi scrittori e pensatori dell’Inghilterra, ha parlato del dovere che hanno le scuole di tutti paesi di preparare le nuove generazioni in uno spirito di intesa e di solidarietà internazionale. E ha criticato il costume in auge nelle scuole di tanti stati, che assecondano ed esaltano la stupida, istintiva inclinazione dell’uomo a sopravvalutare la sua nazione. Ne ha dette di cotte e di crude, e di certo non a vuoto. Francesi, tedeschi e anche inglesi non hanno la coscienza immacolata sotto questo profilo. Ma temiamo che nessuno abbia la coscienza sporca come lo stato italiano: nelle nostre scuole è considerato come un dovere, come un fondamentale dovere pedagogico, anzi come il primo e più importante compito dell’educatore quello di gonfiare le budella del bambino con l’indiscutibile “dogma” del primato civile e morale degli italiani e con quello della barbarie, dell’inferiorità e della congeniale malvagità di tutti gli altri popoli. Qui, poi, in Friuli, con la famosa torcia della latinità alzata nell’oscurità delle tenebre che ci avvolgono per ogni dove…

Sir Bertrand Russell ha proposto di ripulire da queste fandonie i libri di testo. E ci viene da ridere. Proprio in questi giorni i bambini grandi e piccoli sono tornati a scuola, e sotto il braccio portano un fascio di carta stampata nella quale, eliminato il nome del Duce e la scure [del fascio], la retorica bugiarda e sciovinista più stomachevole impregna ancora quelle pagine. Nulla è stato mutato: tutto lo spirito della scuola fascista, della mistica fascista vi è riassunto e condensato. Ed è ancora più pericoloso perché non porta più la sua vera etichetta, quella scure che un tempo avvertiva la gente per bene sulla reale natura del papocchio che conteneva. E la prova più luminosa che questo sia il clima che regna nelle nostre scuole è dimostrato dalla rivista pedagogica “Risveglio magistrale”, che un gruppetto di maestri e professori stampano a Udine: un brano del discorso del papa per nascondere il marchio di fabbrica, e poi non c’è pagina, non c’è riga che non meriti l’imprimatur di uno Starace qualunque. (Per non parlare dei refusi seminati a palate e, spesso, di una lingua italiana che fa raggrinzire la pelle). Altro che purgare i libri di scuola!».

La denuncia di pre Bepo, come veniva familiarmente chiamato don Marchetti, non poteva non far breccia nella mente e nel cuore di don Placereani, o pre Checo, di diciott’anni più giovane, anche lui insegnante nelle scuole superiori di Udine. Non è un caso, quindi, che i testi scritti dal primo per “La Patrie” siano stati poi integrati dal secondo in un volume intitolato “Cuintristorie dal Friûl”, pubblicato in prima edizione nel 1974 e l’anno scorso ristampato da “La grame” con traduzione in italiano.

Pre Bepo e pre Checo, uomini di alta cultura a largo spettro, pur non esercitando la professione di storici, furono capaci di profonde e non conformistiche visioni, che applicarono all’analisi del passato della loro amata terra.

Più che giusto e opportuno, quindi, l’invito rivolto dalla Provincia di Udine agli enti e alle istituzioni culturali affinché diffondano con più incisività e nel più ampio ambito sociale la lezione dei due “pre”, dei quali ricorreva nel 2016 l’anniversario della morte.

A nostro avviso il Manifesto, qui di seguito pubblicato, apre la strada dell’autonomismo storico, e dunque inclusivo e unificante, che dovrebbe superare il tempo dell’autonomismo troppo linguistico, per sua natura esclusivo e differenziante. Detto in parole semplici, la Storia del Friuli contiene anche le parlate friulane, venete, slave e tedesche della Patria del Friuli, ma non è vero il contrario.

Questo il testo del Manifesto, intitolato “Per un Friuli più friulano”:

«Due Uomini di profonda cultura umanistica e di grande attaccamento alla terra nativa, Giuseppe Marchetti e Francesco Placereani, individuarono nell’originalissima Storia del Friuli due istituzioni di lunghissima durata, che caratterizzano in modo inconfondibile la fisionomia della nostra regione: il Patriarcato d’Aquileia sul versante ecclesiastico e feudale e la Patria del Friuli su quello politico e amministrativo.

Entrambi criticarono, anche con accesi toni polemici, l’insegnamento della Storia asservita al nazionalismo statale (non soltanto in Italia) e indicarono nella conoscenza della Storia per regioni una fonte di autentica cultura e una garanzia di durata per questi enti e i valori che in essi si formarono in un lungo giro di secoli (religiosità, arti e tradizioni popolari, lingue locali, rispetto del territorio): è per questo che, nel 50° e nel 30° della loro morte, noi lanciamo un appello alla nostra Università, alle Scuole della regione, agli enti culturali, affinché l’insegnamento e la divulgazione della Storia del Friuli raggiungano tutti i livelli della nostra società in un tempo ricco di incertezze, e proprio per questo bisognoso di identità”.

Firmato: Gianfranco Ellero e Pietro Fontanini».

Il Manifesto, firmato anche dal Rettore dell’Università di Udine (tenuta per legge a studiare e diffondere la Storia del Friuli), da Gianfranco D’Aronco (decano degli autonomisti), da Giuseppe Bergamini (presidente della Deputazione di Storia patria per il Friuli), da Federico Vicario (presidente della Società Filologica Friulana) e da altri rappresentanti di strutture culturali e informative, è stato inviato alla Regione.

Fonte: Friuli Sera on line, 9 gennaio 2017
su segnalazione del prof. Gianfranco Ellero

\...

Il sepulcri vueit

Pia Pilutti

Al cricâ dal dì
Lis Mariis corin al sepulcri.
Lui al è sepelît
tant che un sassin,
senze unzins, dome un linzûl
a taponâ li splais.
    Pa la vie nancje un cjan,
    i undis plens di paure
    senze speranze:
    lôr si sintin tradîz!
Lui ju veve visâz:
sarai di scaldul,
s’cjamparês come pioris.
Ma tu, Simon, gnove piere,
tu as protestât
e cumò tu sês sôl ta un cjanton
roseât dal rimuars.
    Il sepulcri al è vueit:
    un agnul al dîs:
    nol è chi, al è risussitât.
Lis feminis cu la muse
blancje tan che un pezzot
e cui voi discocolâz di maravèe
van a partâ la gnove
a chei puars disperâz.
E tu, Pieri, senze flât
tu coris a viodi:
si spalanche il côr:
jo crôt Signôr.

\...

50° anniversario alluvione del Tagliamento a Latisana 1966 - 2016.
Ancora tante promesse?

Enrico Fantin

L’Associazione “la bassa” ha collaborato con l’Amministrazione comunale di Latisana per ricordare, il 2 settembre 2016, con una mostra fotografica e video l’anniversario dei 51 anni dalla prima alluvione. Si è ripetuta, attraverso il presidente onorario Enrico Fantin, alla commemorazione del 50° anniversario del 4 novembre 2016, partecipando a delle dirette televisive con le autorità comunali.

Ha chiesto fortemente, al Vicepresidente della Regione F.V.G., di predisporre un’interrogazione alla Giunta Regionale sul problema Tagliamento.

Ha inviato, inoltre, al Direttore della Struttura di missione contro il dissesto idrogeologico di “Italia Sicura” a Roma, un plico contenente importante documentazione con le possibili soluzioni, ricevendone risposta il 28 ottobre 2016.

Il 3 novembre 2016 è apparso sul web della Presidente della Regione Friuli Venezia Giulia il seguente comunicato:

Tagliamento: Galletti-Serracchiani, opere per 40 mln su basso corso

Roma, 3 novembre 2016- Il Ministero dell’Ambiente, di concerto con l’Autorità di Bacino e con le Regioni Friuli Venezia Giulia e Veneto, ha predisposto un programma di interventi immediatamente cantierabili per il basso corso del Tagliamento, a salvaguardia dei centri abitati friulani e veneti dalle criticità idrauliche.
Per la sponda del Friuli Venezia Giulia, sulla base dei nuovi obiettivi di gestione del rischio alluvione e nell’ambito del Piano definitivamente approvato il 27 ottobre 2016 nel Consiglio dei Ministri, si è deciso di rimettere in campo importanti risorse finanziarie, oltre 40 milioni, già a disposizione della Regione e che la stessa intende utilizzare per mettere in sicurezza tutto il corso del Tagliamento. A queste andranno ad aggiungersi ulteriori fondi che il Ministero dell’Ambiente ha deciso di destinare al sistema Tagliamento in coerenza con una visione di Bacino distrettuale per garantire l’invarianza idraulica sul territorio tutto, dunque intervenendo anche sulla sponda veneta.
“Questo pacchetto di opere pronte a partire sulle sponde del Tagliamento - spiega il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti - è parte fondamentale dell’azione di prevenzione e di gestione del rischio, fatta di grandi e piccoli interventi, che stiamo mettendo in campo nel Nord Est come in tutta l’Italia. La sicurezza idraulica è una grande priorità di questo Governo, delle Regioni e dei livelli istituzionali impegnati con noi in questa sfida: oggi il Piano di gestione del rischio alluvioni approvato nell’ultimo Consiglio dei Ministri - aggiunge Galletti - ci fornisce gli strumenti tecnico-operativi necessari per rendere ancora più incisiva la nostra azione”.
“La definizione degli interventi prioritari su entrambe le sponde arginate - afferma Debora Serracchiani, presidente della Regione Friuli Venezia Giulia - consegue dai risultati di uno studio commissionato dalla Regione all’Autorità di Bacino di Venezia, che ha indagato con modellazione idraulica avanzata il comportamento del medio e basso corso con vari scenari di portate di piena e ipotesi d’intervento, per ridurre il rischio per i centri abitati. Proprio sulla base di questo studio è emersa l’urgenza di attivare fin da subito gli interventi che riguardano il basso corso, perché prioritari ai fini della gestione del rischio con riferimento ai centri maggiormente urbanizzati. È del tutto evidente - aggiunge Serracchiani - che ciò rappresenta il primo stralcio di ulteriori opere di messa in sicurezza che riguarderanno anche interventi sul medio corso”.
Dal serrato confronto tecnico, partito dal quadro conoscitivo della pericolosità del Bacino del Tagliamento messo a punto in questi anni dall’Autorità e recentemente aggiornato in chiave europea, è emersa come prioritaria l’azione su entrambe le sponde del fiume attraverso il finanziamento di misure strutturali che interverranno sui principali centri urbanizzati di Latisana e San Michele, così come di quelle non strutturali subito attivabili, che dovrebbero rappresentare un presidio per la popolazione sin dall’avvio dei lavori.
“Abbiamo fatto un importante passo in avanti per la sicurezza del territorio - spiega Francesco Baruffi, direttore tecnico dell’Autorità di Bacino dell’Alto Adriatico e coordinatore del Piano di gestione del rischio di alluvioni - nella coerenza con la pianificazione di bacino fino a oggi adottata”. L’intervento sul basso corso del Tagliamento rappresenta solo il primo step di un programma più generale per la messa in sicurezza dell’intero Bacino, che riguarderà anche interventi sul medio corso, quali la traversa di Pinzano.
Il Ministero dell’Ambiente e l’Autorità, assieme alle Regioni interessate, continueranno a essere direttamente interessati nella visione prospettica di bacino del Piano di gestione e mantenendo ferma la consapevolezza della necessità di finanziare le opere che realmente rappresentano una priorità ma che al contempo abbiano anche lo stato di avanzamento progettuale idoneo per raccogliere i fondi a disposizione.
ARC/MinAmbiente
 

\...

La misura del tempo

Nino Orlandi

La misura del tempo, nelle età passate, così come avviene ancora nel comune modo di parlare e di pensare della gente, non avviene contando gli anni da una data importante, remota, ma soprattutto unica. Avviene, piuttosto, collocando un ricordo PRIMA, o DOPO un evento, per lo più traumatico, che ha segnato la vita delle persone.

Ecco allora i “prima della guerra”, i “dopo la guerra”, o addirittura (data la mia età me ne ricordo ancora) i “prima della prima guerra”.

Qualcosa del genere è avvenuto per la mia generazione e per quelle dei nostri genitori e dei nostri nonni. “Prima dell’alluvione”, infatti, era un modo di datare i fatti che, per noi, fu ciò che probabilmente per i più giovani è stato, e forse sarà ancora a lungo, qualcosa come “prima della caduta del muro di Berlino”, o “prima delle due torri”, o “prima degli sbarchi dei profughi”, o forse “dopo l’attentato a…”

Quel fatto, così, diviene il punto di riferimento, di svolta, di caduta di un mondo e di inizio di un altro. Con tutti i cambiamenti che ciò comporta.

Per i nostri nonni, l’evento che cambiò la loro vita furono la guerra, la caduta del fascismo, la vittoria al referendum della Repubblica e la nuova costituzione. Nasceva un mondo nuovo, in cui tutti sarebbero stati più liberi e, soprattutto, avrebbero potuto decidere democraticamente ciò che lo Stato avrebbe dovuto fare, o non fare.

Accadde poi – allora - che, presentandosi ad un ufficio pubblico, in questura, in prefettura, o alla stazione dei carabinieri, il cittadino ritrovasse le stesse persone che aveva visto prima della guerra. E che vi ritrovasse a volte le stesse risposte.

La retorica, insomma, la narrazione dei fatti da parte di chi governa, della stampa, del cinema e poi della tv, fece e fa sì che certe svolte, in parte solo apparenti, e che i cambiamenti, quasi sempre meno reali di ciò che appare, siano amplificati, mitizzati, trasformati nel segno di un nuovo inizio della storia. A tale proposito, è illuminante il libro recentemente uscito “A noi” di Tommaso Cerno, in cui la retorica viene svelata, descritta e messa sotto accusa come l’origine prima degli italici vizi.

Ma, al di là della retorica, al di là delle esagerazioni, o delle deformazioni della realtà, inevitabili nei ricordi, forse è il caso di dare ancora uno sguardo a quella che era questo paese, che ancora non aveva la pretesa un po’ piccolo borghese di chiamarsi città.

In fondo a quella via, per esempio, che ci sta davanti, via Rocca, la strada non proseguiva diritta, ma si arrestava davanti ad un grande cancello in ferro battuto. Villa Gaspari, un grande edificio in stile neo-gotico, troneggiava in mezzo al parco che ora è accessibile a tutti. Dietro quel muro che circondava la villa, prima della guerra si erano tenuti concorsi ippici, a cui parteciparono anche membri di casa Savoia e di casa Aosta, ma lontano dagli occhi della gente. Le acque non risparmiarono la villa, che ne venne invasa e danneggiata negli arredi preziosi e nelle strutture, tanto da indurre il proprietario a vendere parco e villa.

Non toccò altrettanto al luogo dei riti del popolo, la Chiesa, che le acque non invasero, limitandosi a lambirne la soglia: non per un miracolo, almeno in senso stretto, ma perché era stata eretta, in base ad una saggezza più antica e profonda di quella dei potenti di turno, nel luogo più alto del paese.

E fu il popolo che soccorse Latisana ferita: il popolo di qui, ma non solo. Fu da quella caserma di via Marconi, ora vuota di soldati, alla quale ogni 4 novembre ci recavamo in corteo, scolari delle elementari, assieme a molti reduci ancora viventi della prima guerra mondiale; fu da quella caserma che arrivarono i primi soccorsi. Il colonnello Riondino – ancora lo ricordano alcuni – guidava quelle centinaia di ragazzi di tutte le regioni d’Italia, che in divisa furono tra i protagonisti delle prime operazioni di pulizia e di recupero, non appena le acque si ritirarono. Tra quel popolo anche tanti ragazzi arrivati da Udine in divisa da scout, alcuni dei quali vennero alloggiati nelle nostre case.

Ma mi piace anche ricordare che accorsero anche tanti concittadini delle frazioni, che venivano qui in centro con trattori, pompe e attrezzi di ogni tipo, per aiutarci in quei primi momenti, i più difficili, a svuotare le cantine, a ripulire case e strade, facendoci – quel che contò ancora di più – sentire meno soli.

\...

Il porto di Latisana nella contea di Gorizia

Roberto Tirelli

Vi sono molte tipologie di signorie feudali, ma certamente è del tutto speciale il diritto di possesso del porto di Latisana, concesso dal Patriarca di Aquileia e dall’imperatore di Germania, non si sa con quale ordine di tempo, al conte di Gorizia.

Avere titolo per tale signoria ove non prevale la terra, ma l’aspetto fiscale significa poter trarre lauti guadagni dal passaggio di uomini e merci fra il fiume e il mare, condizione essenziale per finanziare uomini armati. E’ praticamente una signoria sull’acqua che permette di primeggiare sul retroterra.

Le banchine lungo il Tagliamento, infatti, cui approdano le imbarcazioni sono anche il terminale di una rete stradale terrestre ove si colloca la cosiddetta “muta” e per il carico e lo scarico si corrisponde del denaro. A chi arriva via acqua viene imposta una serie di oneri tra i quali il ripatico.

Venezia deve ancora accentrare i traffici dell’Adriatico per cui le entrate del porto sono buone e vengono suddivise in proporzione fra il conte e gli operatori in loco, per cui la comunità di Latisana che fa riferimento al porto è benestante in tempi in cui la maggioranza della popolazione europea non lo è.

Fra i percorsi terrestri che portano a Latisana, sostanzialmente le antiche vie romane, e la via d’acqua del Tagliamento vi è interazione. A causa del cattivo stato delle strade viene preferita la navigazione, evitando soste, pedaggi e scomodità oltre che pericoli. Le zattere giungono a Latisana e il loro carico viene fatto proseguire poi dagli operatori portuali sia via terra sia verso l’aperto Adriatico.

In numerose fonti documentali si citano le proprietà che il conte di Gorizia ha in Latisana, fonte di denaro fresco e contante quando le cede per essere sfruttate temporaneamente a terzi, che tramite il gastaldo, riscuotono il ripaticum ed il pedagium oltre ai singoli dazi sulle merci.

Il porto dipende dalla contea di Gorizia dal XII secolo al 1460 quando viene acquistato da Bartolomeo Vendramin, ma è già in decadenza per il predominio economico veneziano su tutto l’Adriatico nonostante che le libertà concesse localmente dall’imperatore costituiscano una fonte di attrazione per gli operatori commerciali.

Accanto ai lavoratori del porto addetti al carico ed allo scarico delle merci crescono infatti primitive imprese commerciali di dimensioni molto piccole e di traffici limitati. Il loro giro d’affari è legato alla interazione fra le vie d’acqua e le vie terrestri, ma vanno anche al di là quando si tratta di acquisire merci dal bacino mediterraneo ove conferiscono come nel passato da una vasta area orientale attraverso passaggi e mediazioni che hanno dell’incredibile per la loro capacità di fare rete.

Questo aspetto, comune a tutte le realtà portuali adriatiche, permane sino a che i mercanti veneziani non assumono il monopolio dei commerci con una molteplicità di rapporti e di cointeressenze.

La rendita economica per il Conte deriva dalla riscossione delle imposte feudali per l’approdo e la circolazione di merci e persone. Ne sono esenti soltanto i pellegrini poveri, cioè coloro che trovano assistenza negli ospizi e nelle chiese del territorio circostante. Le rotte che si dipartono da Latisana oltre a tendere alle mete più lontane con tutta una serie di passaggi, la Terrasanta ed il porto di Ancona sulla via di Roma, sono rotte commerciali che toccano la laguna veneta e le sue isole,Trieste, l’Istria e la Dalmazia, ma anche Ravenna. Beninteso sono traffici limitati, ma hanno il loro tornaconto che si riversa in parte nelle casse comitali, che non sono molto ricche, avendo dei poveri feudi soprattutto in zone montane.

\...

Ronchis: la chiesetta che nel 1631 cambiò dedicazione

Benvenuto Castellarin

La pubblicazione edita nell’ormai lontano 1981 “Sante Libare in Vile di Roncis. Storia di una chiesetta nel suo borgo ”, lasciava aperti alcuni quesiti che allora non eravamo in grado spiegare. Ora, dopo diversi anni di ricerche, facilitate anche dalle nuove tecnologie che permettono di raccoglie notizie e dati, un tempo quasi irraggiungibili, è giunto il momento di svelare quanto abbiamo potuto conoscere. Non tutto è stato chiarito per mancanza di documentazioni scritte, ma, come spesso succede in simili casi, episodi collaterali ci possono aiutare a fare delle supposizioni che hanno il valore della quasi certezza.

Primo quesito: la presenza di una cappelletta e la sua prima dedicazione. Nella visita pastorale del 1603 il patriarca di Venezia Matteo Zane proibiva la celebrazione della Messa “…nella cappelletta sotto il titolo di Santa Brigida posta nella detta Villa per essere l’altare indecentissimo…”.

Quando sia stata costruita questa cappelletta di piccole dimensioni, ma con la presenza in un altare, ancora non ci è dato sapere. Supponiamo da diversi decenni, poiché ci sarà stato un tempo che il piccolo edificio di culto avrà avuto quelle attenzioni che con il tempo saranno andate diminuendo.

La cappelletta, stante l’attestazione del patriarca, era dedicata a Santa Brigida. Di sante con il nome Brigida: c’è la Brigida irlandese o di Kildare, la Brigida di Svezia, la Brigida di Fiesole, la Brigida di Ratisbona. Qual è fra queste la “nostra” santa Brigida?

In nostro soccorso ci viene la data in cui si festeggia una di queste sante ed è il 1° febbraio che rimarrà in seguito il giorno in cui si festeggerà Santa Libera. La santa, la cui festa è celebrata il 1° febbraio, è Santa Brigida di Kildare o Cell Dara (per la verità nella stessa data è celebrata anche la festa di Santa Brigida di Fiesole, la quale secondo autorevoli agiografi, è considerata come uno degli innumerevoli sdoppiamenti della Brigida di Kildare).

Santa Brigida d’Irlanda

Santa Brigida d’Irlanda nacque a Faughart nel 451 e morì a Kildare il 1° febbraio 525. è stata una religiosa badessa (fondatrice di uno dei primi monasteri irlandesi) e santa irlandese ed è considerata, dopo san Patrizio, l’evangelizzatrice del suo paese; è venerata come santa dalla Chiesa cattolica. Essa appartiene a quel genere di personaggi, indubbiamente esistiti storicamente, ma la cui fama è stata tramandata grazie a narrazioni leggendarie e simboliche, piuttosto che grazie ad accurate biografie. Ancora oggi è considerata la seconda patrona dell’Irlanda assieme al vescovo san Patrizio. Di fatto rappresenta una delle più significative testimonianze della spiritualità che scaturì dalla conversione al cristianesimo delle popolazioni celtiche che abitavano l’Irlanda. Il culto della santa, dopo la sua morte, conobbe una larga diffusione e ben presto dalle isole britanniche passò sul continente giungendo anche in Italia, portatovi probabilmente da monaci irlandesi. Le sue spoglie mortali furono conservate nel monastero di Kildare fino al IX secolo, quando, per vari motivi, le sue reliquie furono trasferite a Down Patrick, dove riposano anche le spoglie di san Patrizio, cappelle, divise l’una dall’altra da tramezzi, tutte sotto l’unico tetto della grande chiesa.

\...

Il «Podestà del Popolo» di Rivignano

Stefano Poggi

Nel 1794 gli equilibri del piccolo paese di Rivignano, stretto fra il Tagliamento e lo Stella, apparivano completamente sconvolti rispetto a qualche decennio prima1. Protagonisti di questo cambiamento erano due fratelli di trenta e quarantaquattro anni, Antonio e Angelo Purasanta2. Loro padre Valentino si era trasferito solo qualche decennio prima nel piccolo centro della giurisdizione di Ariis dal non lontano paese di Precenicco3, posto all’interno di un’enclave asburgica ad una decina di chilometri più a valle del fiume Stella. Nonostante l’insediamento recente della famiglia, i due fratelli potevano considerarsi - secondo la testimonianza del degano del Comune - «tra i primi Signori di questo Paese» in quanto a ricchezze. Erano infatti titolari di un «enfiteotico perpetuo»4 per ben cento campi dei nobili Colloredo. A questo importante titolo sommavano poi la proprietà diretta di alcuni altri terreni e di alcune abitazioni del paese friulano, nonché di altri beni nel loro paese d’origine. Insomma, la famiglia Purasanta controllava di fatto una parte importante dell’economia paesana.

I due fratelli, separati da ben 14 anni di differenza, si distinguevano per le attività svolte. Mentre il minore Antonio si occupava principalmente della gestione dei beni di famiglia (in gran parte subaffittati), il primogenito Angelo accompagnava a tale attività quella di Pubblico Perito. Da tutti gli interrogati i fratelli vennero descritti come «prepotenti», «torbidi» e «inquieti». Il parroco del paese, don Antonio Blaserna, li caratterizzò come «di poca religione» e di sicuro non assidui alla frequentazione dei «sacramenti». Nel villaggio girava anche voce che mantenessero delle «donne di piacere»: nonostante non risulti che fossero sposati, tale diceria non sembra avere alcun fondamento, ma comunque ben descrive la fama che godevano i due fra i loro compaesani. Il notaio Domenico Toso, Cancelliere della Giurisdizione di Ariis (a cui Rivignano afferiva) aggiunse inoltre che «pratica[va]no degli insulti e delle prepotenze volendo degli atti e delle copie d’offizio a quel prezzo che andava a loro capriccio, e che era minore delle Pub[bli]che Tariffe». Erano inoltre soliti a «framischiarsi con delle Persone ordinarie, e con della Canaglia», non avendo alcuna amicizia con «Persone oneste».

Il loro atteggiamento, insomma, non era considerato all’altezza del loro status sociale. Angelo in particolare si distingueva come «disturbatore della pubblica e della privata quiete». Avendo una formazione professionale alle spalle, aveva in effetti la possibilità di prendere parte ai litigi che dividevano il paese. Il perito venne anche descritto da un vicino come «amante delle novità del mondo», ma di questa attenzione per gli accadimenti esteri - che spesso troviamo legata a sentimenti se non filo–rivoluzionari quanto meno riformatori – non ci sono giunte altre attestazioni. In forza alla loro posizione sociale, i fratelli Purasanta condividevano una proiezione verso la politica locale. Angelo aveva tentato più volte di concorrere alla carica di Sindaco della Contadinanza, senza riuscire però mai a farsi eleggere. Questo dimostrerebbe come – nonostante la vera e propria potenza economica dei fratelli – gli stessi non riscuotessero un grande consenso fra i loro compaesani, in gran parte a loro legati da vincoli di dipendenza economica.

\...

Le comunità rurali nella giurisdizione di Latisana in età moderna

Luca Vendrame

Quanto segue è il testo della relazione presentata al Convegno Antica terra della Tisana, svoltosi a Lignano Sabbiadoro il 5 marzo 2016. Si tratta di un primo approccio al tema dichiarato dal titolo, utilizzando una fonte nota ma poco utilizzata: lo Statuto della giurisdizione della Tisana, edito nel 1760 a Venezia1. Si è voluto confrontarlo con i principali studi sull’argomento comparsi dai primi anni del Novecento fino ad oggi. Il punto di vista dei Nobili Giurisdicenti sarà quindi la lente attraverso la quale leggere le questioni qui solo proposte al dibattito tra studiosi e perciò bisognose di futuri e auspicati approfondimenti.

Per parlare delle forme di gestione delle comunità rurali appartenenti alla giurisdizione di Latisana in età moderna bisogna partire per forza di cose dalla particolare situazione amministrativa della Patria del Friuli in epoca veneta.

La definizione a mio parere ancora migliore è quella data da Marino Berengo in La società veneta alla fine del ’700, libro risalente ormai al 1956. Scrive Berengo2:

intersecato in più parti dai dominî austriaci, disunito dalla frammentarietà sancita dal suo stesso ordinamento giuridico, montuoso e corso da fiumi non arginati, il Friuli è nel ’700 un paese di medievale arretratezza. Giurisdizioni feudali, comunità, ville comuni, contadinanze, terre non appartenenti alla «Patria», formano un dedalo di diritti diversi ed assai spesso contrastanti, dove si inserisce e domina con dolorosa frequenza, la sopraffazione violenta dei nobili…

Si pongono dunque all’attenzione alcune varianti rispetto alla normale trattazione che si fa del tema.

La prima è una variante di carattere generale: il Friuli (e chi lo amministra) è politicamente arretrato, anche rispetto la Dominante. La seconda variante è un dato di fatto: le comunità rurali latisanesi non dipendono dal Luogotenente (“Governatore” veneto del Friuli) ma appartengono ad una Giurisdizione feudale, la terza è una variante, per così dire, costantemente “in evoluzione”, cioè bisogna tener conto del rapporto di forza tra i Giurisdicenti del Consorzio tilaventino e governo veneto per capire i rapporti tra le ville della giurisdizione e i Consorti.

Dobbiamo quindi ora capire cosa sono “normalmente” le vicinie, e cosa è la Giurisdizione di Latisana e quindi come questa struttura incide sulla normale vita delle ville.

Mi rifaccio per la definizione di vicinia a Furio Bianco, che in più opere ha trattato negli ultimi anni l’argomento. Traggo la citazione da Carnia.

L’istituto fondamentale nella vita della comunità era la vicinia l’assemblea dei capifamiglia. Questo organismo, di origine antichissima, … , rappresentava il fondamento dell’unità del villaggio e lo strumento peculiare dell’autogoverno contadino. Nella vicinia venivano affrontate, discusse e decise molte delle iniziative attinenti agli interessi della comunità, dallo sfruttamento dei terreni collettivi alla regolamentazione dei lavori agricoli, dalla ripartizione delle imposte, all’aggiornamento delle regole consuetudinarie … l’assemblea stipulava contratti … eleggeva il parroco … giudicava i rendiconti del capo-comune … nominava i procuratori per i rapporti con le magistrature veneziane … funzionava anche come tribunale di prima istanza … predisponeva le regole riguardanti la convocazione e il funzionamento delle adunanze

\...

Dal patriarcato di Aquileia al vescovo di Concordia

Franco Romanin

Nella più ampia descrizione dell’intera area friulana, Latisana, principale centro pulsante della vita del territorio de “Antica Terra della Tisana”, che comprendeva quest’ultima anche Ronchis, Lignano nella parte sinistra del Tagliamento, San Giorgio di Latisana e il territorio dell’attuale Comune di San Michele al Tagliamento, viene ricordata e descritta in maniera significativa da un codice cartaceo autografo “Descriptione de La Patria del Friuli” di Marin Sanudo. Nell’anno 1502, nel linguaggio di allora, Marin Sanudo così si esprimeva. “Diviso Patrie. Verso la parte da tramontana a le confin de Todeschi nel monte Mauro in la contra de fors Territorio de la illustrissima signoria et giurisdizione de li magnifici Antonio et Zuanne Zavorgniani, Sorgie un real fiume il quale poi esce de le scopulose fauce de alpestre contaguecum rapide unde quasi pel so oriente sotto la aquilegiense diocesi se governa. In qualunque mezo de dicta patria fino a la Tissana, castello et logo del Frioli assai verace dove cade nelo Adriatico mare furioso discorre et è vulgarmente Tagliamento chiamata. Questo le diocese et le spirituale non la Patria parte et divide cumciosia che da la parte verso il ponte il spirituale è sottoposto al Vescovado di Concordia e verso oriente sotto la aquilegiense diocesi se governa. In qualunque di esse diocese sono de belle terre et casteliama in questa aquilegiense fra le altre belle Udene terra bellissima, quasi centro de dicta Patria gloriosa se vede”.

Il documento sottoscrive quindi che non tutta la “Terra della Tisana” era retta ecclesiasticamente dal patriarca di Aquileia, mentre la destra Tagliamento, era sotto il vescovo di Concordia.

Il Patriarcato di Aquileia, dove la Pieve di Latisana e la “Terra della Tisana” ne fece parte, fu un’entità amministrativa politico religiosa esistita dal 1077 al 1420. Soprattutto sotto il profilo ecclesiastico amministrò un territorio vasto tre volte l’odierno Friuli, il quale al tempo ne fu il cuore. Il Patriarcato di Aquileia può essere usato per indicare tre realtà storiche ed entità giuridiche diverse, e cioè: la “Diocesi” soggetta all’immediata e diretta giurisdizione del vescovo di Aquileia; la “Provincia Metropolitana” di Aquileia, ossia l’insieme delle Diocesi sulle quali la chiesa aquileiese aveva giurisdizione canonica come arcidiocesi; il “Principato Temporale” che determinate circostanze storiche, assegnarono al capo della Chiesa aquileiese. Queste tre realtà non coincidevano quanto all’estensione territoriale, e subirono, diverse modifiche nel corso dei secoli. Come realtà ecclesiale, il Patriarcato di Aquileia, è stato una delle più grandi Diocesi e Metropolita di tutto il Medioevo europeo.

La Pieve di Latisana dunque, dipese fino all’anno 1180 al Patriarcato di Aquileia, epoca in cui passò anch’essa al Patriarcato di Grado. Alla soppressione di quest’ultimo fu unita al Patriarcato di Venezia e quindi, in virtù del Concordato del 1° maggio 1818, alla Diocesi di Udine.

In precedenza, “Concordato fra Enrico Dandolo, patriarca di Grado e Voldarico II dei duchi di Trewen, patriarca di Aquileia, conchiuso in Roma davanti al papa Alessandro III per i confini della Diocesi”. Sotto il Patriarcato di Grado furono assegnate le Diocesi, Latisana, ecc. e per confine tra le due Diocesi di Concordia e Aquileia, il fiume Tagliamento.

Nella “Terra della Tisana”, vi ebbero sovranità feudale i conti di Peilstein che si estinsero nel 1218, lasciando in eredità il territorio ai conti di Lurn e di Pusterhol, che verso la fine del secolo XII assunsero il titolo di Conti di Gorizia, e poi signoreggiò la Repubblica di Venezia (1420), la quale cedette Latisana e il suo territorio in dominio ad alcune famiglie nobili, e finalmente passò ai Vendramin, sicchè in alcuni atti del 1490, troviamo citati il magnifico Zaccaria Vendramin e sua sorella Chiara con la qualifica di Signori del castello di Latisana. I Vendramin avevano avuto il castello ed il porto di Latisana, con tutti i privilegi, il 12 ottobre 1457, da Carlo e Filippo Malombra ed il doge Pasquale Malipiero, il 1° giugno 1460, ne aveva confermato il pacifico possedimento.

La giurisdizione di Latisana, che al tempo della dedizione del Friuli alla Repubblica di Venezia (1420), era dei Conti di Gorizia e pochi anni dopo passò ai patrizi veneziani Vendramin, non fece mai parte della Patria del Friuli “non ebbe mai verun rapporto con le costituzioni della Patria, né veruna dipendenza nel Governativo, nell’economia e nel Giudiziario verso i rappresentanti pubblici della Provincia”.

\...

Le Case del soldato

Gianni Strasiotto

Al termine del primo conflitto mondiale i cappellani militari erano 2.700, la metà in prima linea e gli altri negli ospedali territoriali. Erano dediti ai compiti religiosi, ma si prestavano in tanti modi ad alleviare sofferenze, confortare, assistere i feriti anche sotto il fuoco nemico. La sintesi del loro agire: “L’opera del cappellano militare nella truppa è di combinare colla vita dura, di sacrifizio, imposta dalla lunga e sanguinosa guerra, i principi della fede di Gesù Cristo che si trovano nel cuore dei soldati, ma che essi non sanno conciliare”.

I cappellani attivavano anche una serie di opere non legate direttamente all’apostolato, quali l’assistenza materiale e morale dei combattenti, l’aiuto per lo scambio della loro corrispondenza, la diffusione di pubblicazioni, la propaganda, ecc. coadiuvati dai 30 mila comitati cattolici, sparsi per l’Italia.

Un’attività quasi dimenticata è rappresentata dalla realizzazione delle “Case del soldato”, ideate e diffuse dal 1916 dal cappellano militare don Giovanni Minozzi (1884 – 1959). Sono strutture di servizio scolastico e ricreativo, con scuole per analfabeti, piccole biblioteche, sale di lettura. Nate nelle retrovie dalla buona volontà di pochi cappellani fin dal giugno 1915, sono ufficializzate dal Comando Supremo sotto la direzione dell’ideatore ed estese fino a ridosso del fronte.

Le “Case del soldato” intervengono sul tempo libero come “oasi di placido, sicuro riposo”. Prima di Caporetto, in Friuli, nelle zone dove sono impegnate, la 1^, 2^, 3^ e 4^ armata sono 85, mentre in tutta l’Italia se ne annoverano circa 250, con un movimento giornaliero di oltre 100 mila soldati. Alla Vittoria sono oltre 500. Facilitano la comunicazione tra l’esercito e le famiglie dei soldati, trasmettendo notizie sui caduti, feriti, dispersi, a un Ufficio notizie centrale di Bologna che provvede poi ad avvisare i congiunti.

Rappresentano anche un modo per limitare la diffusione in larga scala delle “case chiuse”. Tra le truppe che vivono nel disagio e nella paura opera, infatti, il meretricio legale, contrastato dalla Chiesa e dalle istituzioni cattoliche, ma c’è anche quello “clandestino, diffuso, meno controllato ma prosperoso”, che comporta una larga diffusione di malattie.

Un primo rapporto alla Direzione generale della sanità pubblica dalla provincia di Udine parla di: “operaie, modiste, sarte che concedono i loro favori a chi sappia destar loro simpatia”. Non siamo ancora alla prostituzione, ma queste donne, definite “di dubbia moralità” sono immediatamente allontanate dalle zone di guerra e internate, perché “distraevano i sodati e sovvertivano l’ordine”. Un secondo rapporto sollecita la creazione di “appositi locali accessibili soltanto ai militari”, nel linguaggio della truppa diventano “i casini di guerra”. Le malattie celtiche aumentano velocemente, poiché molti soldati richiamati erano già affetti da forme veneree.

Le case di tolleranza per i soldati sono istituite dal Comando Militare fin dalla fine di giugno 1915 per contrastare il dilagare delle malattie veneree e “salvare l’onore di tante giovinette dei paesi situati in prossimità del fronte”. I casini hanno anche lo scopo di evitare e combattere la prostituzione isolata che rappresenta un rischio in quanto può essere praticata da donne al soldo del nemico, che possono carpire ai soldati informazioni strategiche.

I postriboli sono così regolarizzati e le prefetture s’impegnano a “garantire il rispetto delle norme d’igiene” con tre visite settimanali dell’ufficiale e la presenza di un medico militare specializzato in malattie celtiche. Le condizioni della donna in questi luoghi è terribile, tanto che un ufficiale medico li definì come i “Campi di concentramento del sesso”.

La solerte prefettura di Udine invia regolari rapporti al Ministero degli Interni. Quello del 13 novembre 1916 notifica “l’apertura di nuove case per meretrici, delle quali due a San Giorgio di Nogaro e una a Latisana”.

\...

Il ponte di Bonzicco
Un fantasma nella Grande Guerra

Paolo Strazzolini - Claudio Zanier

Nel luglio del 1914 l’Europa era ancora il centro del mondo, anche se realtà nuove come Stati Uniti e Giappone stavano sorgendo all’orizzonte. Il lungo periodo di pace che aveva contraddistinto la Belle Epoque terminò bruscamente nell’agosto 1914, quando le maggiori nazioni europee scelsero di risolvere le reciproche tensioni politiche, economiche e militari non più per via diplomatica, ma dando voce alle armi: un conflitto che si immaginava breve che coinvolse Austria-Ungheria, Germania e Turchia (Triplice Alleanza), da una parte, e Francia, Inghilterra e Russia (Triplice Intesa), dall’altra. In breve tempo, quasi tutti gli Stati d’Europa finirono per schierarsi. Tra quelli rimasti neutrali (Svizzera, Spagna, Portogallo, Paesi scandinavi) c’era anche l’Italia che, benché legata sin dal 1882 ad Austria-Ungheria e Germania da un patto di mutua assistenza, ritenne in un primo momento più vantaggioso restare fuori dallo scontro: ufficialmente perché gli accordi di Vienna non imponevano l’intervento, trattandosi di un patto difensivo e, nel caso specifico, essendo stata l’Austria-Ungheria per prima a dichiarare guerra alla Serbia, scatenando una reazione a catena. Le intenzioni dell’Italia, legittime dal punto di vista del diritto internazionale, non furono però limpide in chiave politica perché, da subito, l’establishment nazionale valutò più conveniente un repentino cambio di schieramento. Infatti, Francia, Inghilterra e Russia avevano qualcosa in più da offrire, qualcosa che l’Austria-Ungheria non poteva concedere: le cosiddette “Terre Irredente”. L’Impero asburgico, multietnico, non avrebbe potuto elargire tali concessioni all’Italia senza innescare una catena incontrollabile di rivendicazioni nazionaliste che avrebbero portato al suo stesso disfacimento. In questo clima, l’Italia tergiversò fino all’aprile del 1915, trattando surrettiziamente con ambedue i contendenti finché, attenuatesi le ricadute positive della neutralità sull’economia e garantendo le promesse della Triplice Intesa il futuro possesso delle Terre Irredente, scelse proditoriamente di schierarsi a fianco di quest’ultima.

Le operazioni militari italiane ebbero inizio il 24 maggio 1915 e il Friuli divenne da subito fronte principale. Una delle necessità più impellenti di ogni esercito del tempo, al fine di poter garantire i rifornimenti al fronte, era l’organizzazione della viabilità stradale e, soprattutto, ferroviaria. Fu proprio la prossimità di Dignano alla ferrovia Casarsa-(Spilimbergo)-Pinzano-Gemona, detta “del Tagliamento”, a suggerire la costruzione di un ponte sul grande fiume friulano. La linea, inaugurata nel 1912 e completata nell’ottobre 1914, permetteva il trasporto dei materiali necessari al sostegno del settore nord dello schieramento della Seconda Armata e alle truppe del XII Corpo d’Armata, la cosiddetta Zona Carnia. L’asse ferroviario si snodava lungo la riva destra del fiume e all’altezza di Gradisca di Spilimbergo, in corrispondenza dell’antico passo di barca, venne costruito, a partire dall’estate del 1915, un ponte in legno su palafitte che collegasse la frazione spilimberghese all’abitato di Bonzicco di Dignano, sulla riva sinistra. La struttura del manufatto, compatibilmente con la tecnologia costruttiva, era pensata per assicurare un comodo e sicuro transito delle truppe, mentre non consentiva l’attraversamento di carichi pesanti, obbligando così le artiglierie di più grosso calibro a ricorrere a vie alternative, solitamente il ponte in calcestruzzo di Pinzano.

\...

Casarsa: crogiuolo di attività nella Grande Guerra

Carmela De Caro

La ricostruzione storica che ci accingiamo a fare su Casarsa della Delizia nel periodo della Grande Guerra nasce dalla testimonianza scritta di Giuseppe De Lorenzi consegnatami anni fa. De Lorenzi fu capogruppo della sezione Ana di San Giovanni e Casarsa dal 1995 al 2003 promuovendo, tra le altre cose, la realizzazione della nuova baita alpina. Inutile dire che la sua persona, fonte di consapevolezza storica locale e nazionale ci manca molto. La testimonianza ci sarà utile a conoscere i fatti accaduti a Casarsa prima e dopo Caporetto, le vicissitudini di una famiglia sfollata a Montecatini Terme e la vitalità della sua piazza, allora “Piazza Vittorio Emanuele”.

Panorama su Casarsa anteguerra: la sua strada ferrata

Con l’arrivo della ferrovia nel 1855 Casarsa, era diventata un crogiuolo d’iniziative. La realizzazione della ferrovia prima e del ponte di legno sul Tagliamento poi, aveva fatto nascere trattorie, alberghi, dormitori e tutta una serie di strutture per i lavoratori e per il deposito di materiali. Era cresciuta di conseguenza la popolazione in precedenza dedita solo a un’agricoltura di sussistenza. E’ in questa ricostruzione che va inserita la presenza della famiglia Menegatti di San Daniele che in quel di San Giovanni cercava zone per la realizzazione di stalle per accogliere animali da rimonta. Intorno era nato un grosso giro d’affari. Il signor Menegatti era noto perché circolava nei paesi con un calesse trainato da un cavallo.

Casarsa era nata e rimaneva a quel tempo una testa di ponte poiché la tratta ferroviaria partiva da Mestre per giungere a Casarsa. Lo stesso accadeva a nord-est per Codroipo-Udine. A Casarsa e a Codroipo erano caricati e scaricati prodotti e materiali per essere trasportati da animali al di là e di qua dal fiume Tagliamento giacché il ponte di legno era ancora in costruzione. La via imperiale segnata da Napoleone era diventata la strada che per anni persone, carri e animali percorrevano tra Casarsa e Codroipo trasportando merci dirette a Udine, Trieste, Vienna oppure Pordenone, Conegliano, Treviso, Mestre.

La strada ferrata friulana, a dire il vero, era partita nel 1849.Nel marzo di tal anno, infatti, il Commissario Ministeriale per le Ferrovie Lombardo-Venete, l’ingegner Luigi Negrelli, poi partecipe allo scavo del Canale di Suez, uomo di fiducia del governo austriaco e amico personale del Governatore Radetzky, aveva presentato in dettaglio un piano di lavoro che riguardava tutto il Lombardo-Veneto, compreso il Friuli, con una linea che avrebbe collegato Venezia a Trieste via Mestre, Udine, Monfalcone. Da questo momento in poi, pur tra continue rettifiche, la linea Veneto-Illirica era andata avanti e in sei anni era stato completato il suo percorso fino a Casarsa. Fu Francesco Concini, podestà di Conegliano a esigere da Negrelli la linea pedemontana per Sacile, Pordenone, Casarsa su quella per Oderzo-Portogruaro. La ferrovia aveva raggiunto Pordenone il 30 aprile 1855.

Romano Vecchiet rileva nei suoi approfondimenti sulla storia della ferrovia in Friuli, l’entusiasmo della gente al passaggio del treno unito al fervore religioso rappresentato fisicamente nelle persone di sacerdoti accorsi ad assistere all’evento. Il 15 ottobre 1855, la linea proseguiva per Casarsa, il 21 luglio 1860 per Udine e nello stesso anno per Trieste mentre si era dovuto attendere l’annessione all’Italia per giungere a nord: dal 1875 al 1879 la linea correva verso il confine di Pontebba e poi per Tarvisio.

Ricordiamo infine, per tornare alla strada ferrata, che la tratta ferroviaria era stata realizzata con capitali e personale austriaco occupante il territorio. L’inaugurazione della stessa stazione di Casarsa nel 1855 era avvenuta sotto gli austriaci. Il commercio aveva come fulcro Vienna.

Casarsa rimaneva, dunque, un punto nevralgico tra est e ovest, fondamentale per lo sviluppo economico-sociale del territorio. La presenza della ferrovia prima e dell’esercito poi aveva trasformato il paesino che, però, aveva conservato una propria identità. Dopo il 1866, il territorio di Casarsa era passato sotto l’amministrazione italiana: solo allora fu insediata una prima caserma dell’esercito italiano.

Lo sviluppo economico era progredito, quindi, in un paese in cui le truppe in un primo momento erano solo di transito poiché si recavano nel Maniaghese per sparare nei poligoni di tiro; poi con l’insediamento sedentario erano nate molte necessità (presso l’archivio comunale di Casarsa giacciono le richieste di fornai per orari maggiormente flessibili per la panificazione data l’accresciuta richiesta). E, sempre dopo il 1866 l’insediamento italiano di apparati amministrativi e militari era avvenuto presso strutture prima occupate da austro-ungarici. Inizialmente erano state erette costruzioni temporanee nelle aree in cui vi era esigenza immediata; tutto comunque era stato posto sotto il comando di Udine che controllava l’intero territorio friulano.

Molte caserme avevano preso forma stabile negli anni 1909-10, la polveriera di Casarsa era stata costruita negli anni 1913-14. Gli espropri dei terreni, però, erano avvenuti anni prima segno che precedentemente non vi erano impianti stabili sui terreni. Consolidate le esigenze, si era realizzata caserma in muratura con polveriera e magazzini.

La polveriera, era utilizzata dai militari come poligono per addestramento al lancio delle bombe a mano ancora negli anni 1970-80. I soldati erano condotti a piedi dalla caserma “Leccis” e, una volta posta in atto la difesa della zona per impedire a chiunque di entrare, eseguivano l’addestramento.

La testimonianza del comandante del “Genio” della caserma “Leccis” degli anni Settanta, ci permette di capire come era la polveriera ai tempi della Grande Guerra. La polveriera era suddivisa in due zone; la prima, sulla destra della strada, conteneva il corpo di guardia e gli alloggiamenti, cucine ecc.(negli anni Settanta vi era ancora qualche rudere che permetteva di capire cosa fosse stata).

La seconda zona, la polveriera vera e propria, era circondata da due “argini” di terra collegati dalla parte opposta all’entrata, da un altro argine. Nel mezzo una vasta zona nel quale si faceva addestramento. Gli esplosivi e le munizioni, prima e durante il primo conflitto bellico, probabilmente erano tenuti sotto terra in camminamenti a cui si accedeva attraverso botole poste sui fianchi degli argini.

\...

Giovinezza

Monica Mingoia

Mi sei passata accanto,
per un attimo ti ho afferrata....
Eri splendida forte,
come il sole sul mare luccicante,
splendevi abbagliante nel sentiero dorato.
Quando ora guardo il mare
e il suo litorale , ed il sole risplende
con la sua scia luminosa,
ti rivedo riflessa nell’ onda schiumosa.
Giovinezza cara amica,
giovinezza tradita...
Tutti cerchiamo di farti rimanere,
ma tu ci strizzi l’occhio mostrandoci il sedere.
Lasciandoci disperati ancora a sognare
mentre verso nuovi lidi già te ne vuoi andare.
Fantasia e chirurgia non ci possono aiutare,
tu sei andata via e non potrai tornare.
Eppure a volte sembra che non te ne sei mai andata,
a volte torni indietro e passi con noi una giornata,
allora siam felici di nuovo spensierati,
in una gioia intensa , in una gioia innata,
il tempo si è fermato e non è mai passato...
Poi la giornata finisce e ci ricordiam ogni cosa
e tu riscappi via
sei proprio senza posa.
Segui lo scorrere della vita, lo scorrere del tempo,
dove ognuno di noi vive il suo momento.
Momento troppo breve, fugace ed effimero,
proprio come la fiamma, la fiammma di un fiammifero.
Godiamoci il momento pieno di illusioni
che ci fa vivere a pieno tutte le nostre emozioni.

\...

Opere d'arte nel cimitero neoclassico di Portogruaro

Giacomo Tasca

Il cimitero neoclassico di Portogruaro, iniziato a costruire nella tarda seconda metà del 19° secolo, va interpretato sotto l’aspetto architettonico e della dotazione artistica come un corretto esempio, in misura ridotta, di quei cimiteri monumentali che in Italia vennero ideati, costruiti e decorati per la prima volta a Brescia nel 1814. Seguirono quelli monumentali di Torino (1820), Roma (Verano 1830), Genova (Staglieno 1851), Milano (1866). La prima spinta al totale rinnovo delle strutture cimiteriali risulta essere l’editto emanato da Napoleone a Saint Cloud nel 1804 ed esteso all’Italia nel 1808. L’ordine dato ai rappresentanti legali di tutte le comunità era quello di rispettare i motivi igienici che avevano causato l’editto e che proibivano la sepoltura nelle chiese, nel terreno che le circondava e in luoghi troppo vicini all’abitato. L’editto era stato però preceduto in Italia dove, a Napoli, era già funzionante fin dal 1762 il cosiddetto “Cimitero del Popolo” più noto con il nome di “366 fosse”. Artefice di questo cimitero napoletano eretto a Poggioreale fu il famoso architetto Ferdinando Fuga (1699-1782). E’ stato scritto che sulla scia dei gusti artistici di J.J.Winkelmann e di architetti come G. Piermarini, L. Canonica e G. Valadier, attivi in Italia nella prima metà dell’Ottocento, l’architettura cimiteriale si ispirò “a rigorose forme greche cercando un’armonia tra lo stile e la distribuzione interna degli edifici” (C. Maltoni).

A Portogruaro l’ing. Antonio Bon nel 1888 preparò i disegni e curò i lavori dell’erigendo cimitero comunale che venne a sostituire più che dignitosamente il vecchio cimitero urbano che sorgeva a sud del capoluogo lungo la sponda sinistra del fiume Lemene. L’impostazione realizzata dal Bon fu quella neoclassica utilizzando ampiamente le colonne con capitello dorico il cui ampio uso era stato fatto, sempre a Portogruaro, all’esterno, ma soprattutto all’interno del grande cortile rettangolare confinante con la riva destra del Lemene, del Seminario Diocesano costruito nella prima metà dell’Ottocento (1835-1842).

La costruzione del famedio (fig. 1) doveva rispondere alla esigenza di un dignitoso ingresso principale, dello ufficio del custode e di altri ambienti destinati ad attività funerarie. Le colonne che reggono il timpano hanno la solennità e la leggiadria delle colonne con capitello jonico erette in doppia fila. La facciata interna del famedio fu lasciata senza particolari decorazioni e su di essa il Comune fece applicare una lapide in memoria del garibaldino portogruarese Gaetano Castion (1820-1895) che nel 1848 partecipò alla difesa di Venezia durante la rivolta contro gli austriaci guidata da Daniele Manin e poi fu tra i mille di Garibaldi combattendo a Marsala e in Aspromonte. I due loggiati di colonne doriche di destra e di sinistra (fig. 2) partono dal famedio, dopo un primo angolo di 90° si allargano in una espansione rotondeggiante verso l’esterno ma corrispondente all’interno alla chiesa centrale del camposanto. Questa sorge su di una struttura di sepolture perpetue dotata di un’ampia scalinata ai piedi della quale arriva il percorso centrale scoperto che proviene direttamente dal famedio. La chiesa fu costruita dopo la 2ª Guerra Mondiale (fig. 3). I due loggiati contrapposti continuano da metà camposanto in poi fino a incontrarsi progressivamente su ambo i lati dell’uscita posteriore al centro.

Non mancò fin dall’inizio della costruzione l’interesse delle famiglie più abbienti ad abbellire le loro tombe con pregevoli opere d’arte e ciò si realizzò soprattutto in corrispondenza degli angoli e del centro delle due curve dei loggiati, dove, sormontata da cupole, l’ampiezza della camera sepolcrale era due volte maggiore o quasi rispetto a quella uniforme delle tombe singole. Questo disegno dell’ingegner Bon ha evitato la estrema varietà di stili dei singoli sepolcri eretti in fila sui lati del cimitero o dei suoi viali come è documentato da questa immagine che si riferisce ad un cimitero coevo dell’Emilia-Romagna (fig. 4).

\...

A Palazzolo la prima donna amministratrice comunale d’Italia e poi…

Giuliano Bini

Chissà perché mai tanti primati antropologici, fisici e culturali, tutti espressi al femminile, si concentrino in un piccolo comune come quello di Palazzolo dello Stella?

Di qui sono i primi resti umani rinvenuti nel Friuli, quelli di una donna, ovvero della “Bambina di Piancada” (ca.4380 a.C.); Giovanna Frezari è considerata a buon titolo un’antesignana nel sostenere, nel 1589, i diritti delle donne; una dozzina di donne di Palazzolo, con la guida di Maria Lissandrina, furono le prime cui fu documentato il canto, nel 1624, di “Schiarazule marazule…”; Fiore Bini, di cui tratteremo, fu, nel 1743, la prima donna in vicinia, ossia nell’organo principale dell’amministrazione dei comuni rurali; la più illustre architetta d’Italia e forse del mondo, Gae Aulenti, nacque a Palazzolo dello Stella il 4 dicembre 1927; Vera Slepoj, l’illustre psicologa, psicoterapeuta e scrittrice di fama internazionale, visse la sua prima gioventù a Palazzolo1.

L’arte di governare le pubbliche istituzioni è stata per millenni una prerogativa maschile, solo casi sporadici, riservati alla nobiltà per ragioni dinastico ereditarie, hanno visto delle donne al governo delle nostre società. Basti pensare che in Italia finora, dopo settant’anni di riconosciuta parità politica, nessuna donna è stata eletta Presidente della Repubblica o Presidente del Consiglio dei Ministri.

Si consideri che nella storia d’Italia il personaggio femminile politicamente più rilevante è tuttora Matilde di Canossa o di Toscana che visse dal 1046 al 1115, e che, dopo la celeberrima umiliazione dell’imperatore Enrico IV a Canossa, nel 1111 fu incoronata da Enrico V col titolo di Vicaria Imperiale e Vice Regina d’Italia.

Sono trascorsi quasi mille anni!

Veniamo a Palazzolo. La prima citazione degli organi amministrativi del comune di Palazzolo risale all’anno 1349: «domino gastaldione, decano, iuratis, consilio et abitatores de Pallaçolo»2. Prescindendo dal “gastaldione” (ch’era un rappresentante del signore feudale, allora il patriarca d’Aquileia Bertrando di Saint Geniès, il Beato Bertrando, oggi si direbbe un’espressione del governo centrale, come, ad esempio, il prefetto), gli altri organi erano l’espressione della comunità. Il decano era il capo del comune, eletto, con carica annuale non immediatamente rinnovabile, dall’assemblea degli “abitatores” o vicini nel suo corpo. I giurati, eletti contestualmente al decano, completavano l’organo esecutivo, erano anche giudici perché assistevano il gastaldo o il decano nell’amministrazione della giustizia. Il consiglio era un organo facoltativo, di nomina del decano, con la funzione di prestargli assistenza. In fine gli “abitatores” che non erano tutti gli abitanti, ma gli abitanti con diritti civici, i “Vicini”, i capi delle famiglie con possesso del locum et focum, di casa e terra nelle pertinenze del comune, erano quelli che in seguito si usò indicare anche come “Uomini di Comune” o, più raramente, “Comunisti” e, più tardi ancora, “Contribuenti”.

Tardi, nel Settecento, poterono partecipare all’assemblea dei capi famiglia, in casi molto particolari, quali l’esecuzione di opere pubbliche d’importanza rilevante come una chiesa o un ponte, o l’imposizione di corvè da parte del giurisdicente, anche i sottani, cioè i “senza terra”, i sottoposti “perché economicamente inatti”, come scrisse il Biasutti3, che restarono però sempre esclusi dalle funzioni elettive attive e passive.

In questo quadro istituzionale, nella dimensione popolare e paesana di Palazzolo, si colloca e si evidenzia, in un atto pubblico dell’8 luglio 1743, la figura di una donna, che forse rappresenta l’unico caso in Italia di una donna partecipe ufficialmente e a pieno titolo all’assemblea degli “Uomini Componenti la piena Vecinia” di un comune.

La donna fu Florinda Riva, come si evince dall’atto del notaio Osvaldo Agnoletti: «Giorno di Lunedì, 8 detto [Luglio 1743] in Pallazzollo. / Rifferise Pietro q. Domenico Zuliano Offiziale di settimana di questo Commune esser in questo oggi radunati tutti li Uomini della Vecinia loco, ed more solito, previo il toco di Campana, dove prima intervene l’attual Degano / mr Pietro Mazega, con / Gio:Batta di Gio:Giacomo, e / Anzolo Grigoratto Giuratti / indi poi / Lorenzo del Ponte […] Donna Florinda Riva […] tutti Uomini Componenti la piena Vecinia all’numero di 60 […]»4.

Florinda nella circostanza non fu solo presente all’assemblea, ma partecipò anche al voto sull’argomento trattato, cioè la ripartizione per il taglio dell’erba sui prati presi in affitto dai Savorgnan. Infatti, come registrò il notaio: «La qual parte balotata passò con votti favorevoli numero 52, e contrari numero 8». Sessanta furono i presenti, sessanta i voti espressi, pertanto votò anche Florinda.

\...

Peraulis mai pandudis

Pia Pilutti

Pari, ti pensavi eterno
fin ta l’ultim il Signôr
ti à lassat il tiò umôr.
Ma ancje par te,
al rivave il tramont,
tu ti sentivis strac,
i voi velâz, debil il respir.
Ti tignivi lis mans
come e passati il miò colôr.
Ti sussuravi: papà, ti vuei ben.
E quant ca è rivade la to ore
ài struncjat la me angòsce
ca ere ingredeade
come un glimùz
in somp al miò jessi.
Ogni tant i miei voi
si apanin di lacrimis.
Parzè lunc la vite
il pudôr nus inglove la lenghe
e no pandin mai:
“Pari, ti vuei ben,
mari, grazie da la vite!”
Ma cumò che seis dongje il Signôr
podeis capî dùt il miò amôr.

\...

Portogruaro 1938: l’emigrazione in Francia

Vittoria Pizzolitto

Nel 1938 molte famiglie di Portogruaro ottengono il nulla-osta per espatriare per motivi di lavoro in Francia.

Negli anni venti, gli USA avevano ridotto le quote di immigrazione nel paese e il contraccolpo in Italia era stato molto forte. Il Fascismo, che aveva sposato la causa dell’incremento demografico, iniziò a favorire l’emigrazione nelle colonie italiane in Libia, e l’emigrazione temporanea per il lavoro stagionale nei paesi europei di Francia e Germania.

Si rendeva più difficile il rilascio dei documenti necessari per l’espatrio e non si parlava più di “emigrazione”, ma di “italiani all’estero”. Secondo Mussolini l’emigrazione rappresentava soltanto una perdita di energie utili alla nazione, “una dispersione” che andava combattuta fino in fondo per incrementare le nascite, con l’obiettivo di raggiungere il tetto dei 60 milioni di italiani.

Veniva dunque proibita l’emigrazione stabile e veniva tollerata sola l’emigrazione temporanea, perché vantaggiosa per l’economia nazionale e del privato cittadino.

Negli anni Trenta, il Fascismo era entrato nel periodo della sua maturità e si poneva in equilibrio fra interessi conservatori ed i bisogni della nazione. Ricercava ancora il consenso popolare mediante l’attuazione di una diffusa politica sociale di assistenza nei confronti della famiglia, dell’infanzia, dei giovani e del mondo dell’impresa e del lavoro in genere.

“Avvia una sistematica campagna di sensibilizzazione della nazione e degli Italiani attorno al mito del Duce che solo può risollevare le sorti del paese e perseguire, sul sogno dell’antica Roma, i destini di un rinnovato avvenire, di una Nuova Italia. E dove tutto questo non bastava, l’equilibrio era sorretto da un diffuso regime di polizia che garantiva comunque l’ordine”. 2

La scuola era il luogo della formazione dell’uomo nuovo, si seguiva il calendario celebrativo delle varie ricorrenze civili del Partito Fascista e si coltivava il mito del Duce. Scrive la maestra Bizzaro Carmela di Villastorta il 28 ottobre dell’anno scolastico 1929/30 - “Vento e pioggia, scuola semideserta. Sono dolente anche per il fatto che proprio oggi coincide con la memorabile data rievocante la Marcia su Roma. Volevo illustrare ai miei alunni, in forme accessibili alle loro tenere intelligenze, la magnifica figura del Duce, e dir loro tutto il bene che la sua opera illuminata svolge per la grandezza della Patria e della Religione. E così speriamo in un domani migliore”.3

Ed ancora il 5 dicembre dello stesso anno: - “Commemorazione del valoroso fanciullo Balilla, il piccolo ma grande e fervente italiano. Perché ogni piccolo italiano deve sentirsi onorato di portare quel nome e d’appartenere alle elette schiere dei Balilla”.4

Per la periodizzazione del Fascismo è utile ricordare che, dopo le origini e la fondazione del Regime, si aprirà un terzo periodo, quello successivo al 25 luglio 1943 e alla sopravvivenza della Repubblica Sociale Italiana.

\...

è con la - S - il nome gentilizio latino da cui viene
Prissinins

Aleardo Di Lorenzo

Non è una sorpresa che, in particolare, negli studi di toponomastica si giunga a conclusioni diverse da quelle prima comunemente ipotizzate e così è avvenuto anche per Prissinins. Questo toponimo prediale latino – ossia nome di una campagna derivato dal nome della gens (famiglia in senso ampio) del suo padrone, con tutta probabilità quello di un soldato romano divenuto colono – è stato a lungo spiegato richiamando il gentilizio Perce(n)nius, o simili, con l’aggiunta del suffisso –icu o –isiu (e la metàtesi, frequente in presenza del suono –r-, di Per- in Pre-) (1).

La proposta si è fondata in realtà sulla denominazione italiana Precenicco (con la prima c palatale), che si però formata in tempi relativamente recenti. Dato che i precenicchesi a sichin, cioè pronunciano la c palatale come una sibilante s sorda (2) e dicono perciò pissinin e rissot al posto di picinin/piccolino e riçot/ricciuto, si era pensato che anche il nome originario del paese appartenesse a questa categoria e che in origine fosse Precenins, con la c palatale (3). Come ha rilevato qualche anno fa lo studioso friulano Franco Finco, così non si è tenuto in debito conto il fatto che le attestazioni, piuttosto numerose in epoca medievale e fino al Settecento, sono quasi tutte concordi nel presentare al posto della c la sibilante s: da Belgradum et Prissinicum (1150), exceptis Prisinico, Carbonara, Blancara cum eius pertinentiis (1226), in Pressenico cum omnibus pertinentiis suis (1232), hospitale de Prissinico (1296) a, saltando i secoli, prioratus et comendae Precenici (1586), Prissinins d’Imperiali (1635), Prissinins (1658, 1686, 1718), Commenda di Pressenico (1753). C’è pure qualche rara forma con la c, come in colonorum dicti loci Praecenici (1585), ma soltanto nell’Ottocento si comincia a scrivere stabilmente Precenico e più tardi Precenicco con la doppia c, in modo analogo a quanto si veniva facendo con i toponimi di origine slava della pianura friulana dai suffissi –ik e –nik (Jalmicco, Glaunicco ecc.) (4).

D’altronde, che questa sia un’ipotesi concretamente fondata è confermato dalla molteplice presenza nelle fonti epigrafiche latine di gentilizi con la s che potrebbero avere generato il nome del paese sullo Stella. Finco cita Persinus, Porsennius, Porsenna, Priscinius, Prisienus e da iscrizioni venete conosciamo anche Persinius e Priscenius - riportati già da Giovanni Frau nel suo classico studio del 1964 (5). Se pur continua dunque a non esserci una risposta definitiva al quesito sul nome del soldato “fondatore” di Prissinins, che potrebbe venire forse solo dalla scoperta di un cippo arcaico, si è però compiuto un grosso passo avanti in questa direzione e mi sembrava doveroso dare notizia di questo ulteriore avvicinamento alla sua verità etimologica.

\...

Genealogia dei Dal Forno

Maria Teresa Corso

Una delle genealogie dei Dal Forno fu quella legata per effetto di matrimonio ai Mirandola di Palazzolo dello Stella.

Capostipite di un ramo della famiglia Dal Forno fu Francesco, nato forse nel 1650, sposato con Domenica che continuò la discendenza con i figli Carlo e Zaccaria.

Carlo, nato nel 1686, si sposò con Caterina ed ebbe 7 figli, uno dei quali, Francesco poi si sposò a metà Settecento con Elisabetta Barbetta di Latisana, di professione bottegaia.

Nel 1777 i due sposi acquistarono un pezzo di terra senza piante a Palazzolo, chiamato Camosa in località Trizara. L’anno successivo acquistarono un altro pezzo di terra a Palazzolo detto Pretomado. Nel 1779 stipularono un contratto per acquistare armente vive. Nel 1780 acquistano ancora un pezzo di terra in Palazzolo detto Fornaze ed un altro in località Boccon:

“L’anno della sua natività 1780, ind. XIII, giorno di sabbato 30 Xbre....costituito in presenza di me nodaro e soggionti testimoni mastro Giacomo Mazzega q. Zuanne della villa di Palazzolo, quale in ragion di libero e proprio per sé ed eredi ha datto, ceduto, venduto ed alienato al paron Francesco dal Forno q.Carlo di questa fortezza presente e con tal titolo di libero e proprio per se ed eredi …un pezzo di terra arrativo senza piante detto Boccon in pertinenze di Palazzolo, confina a levante Lorenzo di GianGiacomo, a mezzodì viella consortiva, a ponente GioBatta Gregorato ed alli monti viella consortiva. Salvi ....di quantità di campi 1, quarti 2, stimata da mastro Zuanne Cargnello di detta villa, in ragion di ducati trenta al campo, di lire 6,4 a ducato, fanno ducati quarantacinque…” (Atti A.Angelini, ASU, b. 2926).

Poi i due sposi nel 1785 acquistarono terra in località Giadolet.

Abitarono a Marano nella casa mapp.101 (oggi la casa risulta ancora dei Dal Forno, in particolare della pronipote, la signora Dal Forno Gioconda, classe 1913).

Francesco ed Elisabetta di Latisana, misero al mondo otto figli, due dei quali sposarono le facoltose sorelle Mirandola di Palazzolo: Carlo con Nadalina Mirandola e Antonio con Angela Mirandola.

Nadalina e Carlo, nato nel 1748, ebbero Francesco, nato nel 1779, oltre a Elisabetta, Caterina, Giovanni Battista, Elisabetta. Il figlio Francesco sposò Angela Del Forno vulgo Balda detta Checon ed ebbero 10 figli, il primo dei quali nel 1813, Carlo, sposato con Regeni Angela risulta essere il bisnonno della signora Dal Forno Gioconda, classe 1913, vivente.

Il nonno invece era Francesco, nato nel 1839, che sposò Filomena Deperini, i quali misero al mondo 7 figli, uno dei quali, Carlo nato nel 1869, pescivendolo, detto Carliti, si sposò con Guzzon Giuseppa che aveva la licenza commerciale di chincaglieria.

Fin dagli inizi del Novecento la famiglia Dal Forno era benestante. Infatti possedeva l’edificio che ospitava l’ex cinema Verdi, i tre appartamenti sopra di esso, la casa paterna, un negozio di alimentari e chincaglierie, e un banco di pesce nella pescheria centrale di Udine. Con alterne fortune la signora Gioconda, che oggi è ultracentenaria, essendo nata nel Maggio del 1913, è una dei superstiti di una grande e generosa famiglia.

\...

Pestilenze e carestia nell'Antica Terra della Tisana
L'ospedale antico e moderno

Enrico Fantin

L’argomento che stiamo per affrontare è stato solo in parte studiato e pertanto merita di essere approfondito anche attraverso le poche testimonianze dei cronisti dell’epoca.

Gli archivi parrocchiali, in particolare quello di Latisana, sono degli scrigni dove vengono conservati ancora moltissimi documenti sconosciuti e preziosi utili ad allargare la conoscenza della nostra microstoria.

In uno dei tanti libri “delle Parti”, dove venivano verbalizzate le sedute e gli argomenti trattati dai Magnifici Governatori della Chiesa, vi sono alcune pagine che rivestono una grandissima importanza di cui si parla della carestia e della peste.

E’ risaputo che la peste assieme alla carestia ed alla guerra sono il completamento del quadro dei tre mali biblici.

La peste e la carestia

La peste del 1630 nel latisanese e portogruarese è la stessa peste di cui il Manzoni ha raccontato nei Promessi Sposi e cioè la peste del 1629- 1630 che si diffuse in tutta l’Italia Settentrionale e di cui ne uscì enormemente devastata.

Più di ogni malattia, la peste fu e resta la morte per eccellenza. Quello che fece terrore nella peste fu la morte improvvisa, così spesso rappresentata da pittori e incisori, la morte onnipresente, sempre in cammino, e di cui non si conosceva né il giorno né l’ora.

Della peste in Latisana, per la verità, mai nessuna fonte storica ufficiale ne ha fatto cenno.

Vengono invece citate solamente le cittadine di Marano e di Portogruaro e soltanto negli anni 1630 e 1631.

Marano fu colpita dalla peste anche nell’anno 1420. Tale notizia viene ricavata da un documento che porta esattamente la data del 22 agosto 1420.

Latisana pure fu colpita dal terribile morbo nello stesso anno e le cause più probabili furono imputate ad una epidemia lasciatavi forse dalle passate guerre.

Ne fa fede un documento scritto in latino dove, per l’appunto, si parla della peste a Latisana.

Il documento porta la data del 19 settembre 1420 ed in sintesi descrive l’approvazione all’unanimità della proposta di Ser Marco Molino e Colleghi Consiglieri del Senato di concedere a Giacomo Correr Podestà di Latisana di poter stanziare fuori di quella terra per la peste ed andarvi solo alcuni giorni.

Anno MCCCCXX. XIX. Septembris: Capta.

Quod concedatur viro nobili Jacopo Corrario ituro de nostro mandato Rectori & Provisori Latisane, quod propter novitatem epidemie ibi sevientis possit se reducere et stare in aliquo de locis circumstantibus pro sanitate sue persone usquequo locus ille Latisane erit sanus, essendo tamen ipsum Rectorem obligatum ire ad reddendum jus in Loco Latisane illis diebus quibus ire tenetur, dimittendo etiam socium suum ac alios deputatos ad custodiam in loco Latisane.

In un altro documento manoscritto, datato 7 gennaio 1631, indirizzato ai Nobili Consorti, conservato nell’Archivio Parrocchiale di Latisana, si può rilevare tutta la drammaticità, l’ansietà e la paura che investiva i Governatori della Chiesa sia per gli anni passati (1628-1629) di carestia e sia per l’incombente pericolo della peste.

Fra l’altro denunciava lo stato di povertà delle Confraternite, dovuto al sostentamento dei poveri in questi due ultimi terribili anni di carestia, dove i raccolti erano e sono tuttora scarni e dove... la peste è tanto vicina quanto potiamo dire che la tochiamo con dito essendo nella terra di Portogruaro discosta da noi sette miglia, se non è l’agiuto del Sommo fattore stiamo di hor in hora per scoprirla nelle case nostre, et rendendosi senza danaro Comune privi di gran parte di quelle sustance che da noi fu sempre dominato, gabbiamo concordemente deliberato nel pover consiglio nostro, et espressamente comandato à camerari nostri che con ogni solecito debano risquoter da, cui meglio potrano, quel danaro et intrate possibili, acciò quelli restino allestiti per il bisogno che potrebbe occorer in queste turbolenze, che Dio non vogli. C’è inoltre per che la povertà è talle è tanta per far miglior provisione come fù sempre nostra intenzione...

\...

Sottopovolo

Gino Vatri

Si denominava così un antico comune distinto da Porto Latisana che aveva giurisdizione al di fuori della cosiddetta Cittadella, è ora una via di Latisana. Il toponimo Sottopovolo, diviso in sillabe dà l’idea di una borgata a sud della parte più alta o più importante del centro: abbiamo esplorato questa possibilità in un articolo pubblicato sul #56 di Alpini in Trasferta. Sotto sta sicuramente per l’antico inglese suth, inglese moderno south, sud in italiano. Populus è una parola latina di genere maschile, ha il significato di popolo, nazione, gente, popolazione; plebe; territorio, distretto, cantone; turba, folla, schiera, truppa, moltitudine, gran numero di persone. I tecnici, probabilmente normanni, che nel 1086 hanno coniato i nostri toponimi, conoscevano sicuramente il significato di populus. In questo caso Sottopovolo sarebbe semplicemente il territorio a sud, sennonchè populus al femminile significa pioppo, in questo caso, Sottopovolo sarebbe il borgo a sud del pioppo. Popul con significato di pioppo è un termine che troviamo anche nell’inglese antico. A sud del pioppo, sotto il pioppo, borgo a sud della parte alta, sono tutte possibilità molto plausibili.

Sott o sot dal latino medioevale sottus è un termine antico inglese, in italiano si può rendere con stupido e sciocco. Volevo semplicemente tralasciare questa parola perchè unita a populus femminile diventa una frase denigratoria. Sott o sot ha un legame con laet che era un lavoratore libero. Non siamo a conoscenza delle classi sociali del 1086 o prima, ma non è fuori luogo pensare che in quel periodo a Latisana centro vivessero i bacans proprietari della casa, della stalla e di un po’ di terra, sempre servi del padrone, ma liberi giuridicamente. A Sottopopovo invece, si può pensare vivessero i sottans braccianti, scaricatori di porto, lavoratori generici, sottomessi a tutti i datori di lavoro. Nell’antico inglese laet significa anche giunzione di strade, ha dato via a diversi toponimi, la parola sopravvive anche come canale d’acqua. (vedere Kennet Cameron pagina 163) “Il Canal Morto bonificato nel 1927 circa, misurava in larghezza una decina di metri e in lunghezza circa duecento, una vera lama posta a quasi metà distanza tra il capoluogo (Latisana) e la frazione di Gorgo...”. In una vecchia mappa fornitaci da Enrico Fantin, si nota che il Canal Morto era molto più lungo, terminava nel territorio di Gorgo, da dove iniziasse non si sa. Da una nota inviataci da Enrico Fantin: il 29 novembre 2016: penso che nel libro “Vicende storiche dei latisanesi e dei maranesi” vi siano dei dati molto interessanti per la tua ricerca. Comunque ecco alcune note tratte dal libro “Latisana”

SOTTO POVOL, Presso l’horto di Sotto Povol (miscellanea, a. 1546), Horti posti in Sotto Povolo (AMS, a.1603), nell’abitato di Latisana (Via Sottopovolo).

Letteralmente ‘Sotto il pioppo’. Sottopovolo si denominava così un antico comune distinto da Porto Latisana che aveva giurisdizione al di fuori della cosiddetta Cittadella. Per Povolo vedi qui alla voce Poul.

Poul, Campo del Poul (ANA, Latisana, a Latisanotta, non meglio localizzato.

Campo del Povolo appresso la villa (ANA, Latisana, a. 1571), a Latisana, probabilmente a sud dell’abitato.

La braida delli Povoli (APL, a. 1586), Prado dei Povol (Vendramin, a. 1606), a Pertegada, non meglio localizzati.

Definiscono un campo, una braida e un prato dove vi è la presenza di uno o più alberi di pioppo: dal friulano pol, poul e dal veneto povolo ‘pioppo’.

Nel libro “Vicende storiche dei latisanesi e dei maranesi” a pagina 65 e altre ho citato più volte IL COMUN DI SOTTOPOVOLO. Citazioni tutte ricavate dai documenti d’archivio di Stato di Venezia. Anni 1684, 1729 ecc.

\...

\...

Mons. Luigi Botter e “don Giulio”, il cappellano dei garibaldini

Gianni Strasiotto

La figura di mons. Luigi Botter è ben nota in diocesi di Concordia-Pordenone e anche fra molte persone extradiocesane.

Nato a Pradipozzo il 10 aprile 1915, ordinato sacerdote nel 1938, parroco di Castelnovo e arciprete di Lorenzaga di Motta di Livenza, era giunto a S. Vito nel 1969 quale cappellano dell’Ospedale e poi, negli ultimi anni, della vicina Casa di Riposo, rimanendovi in tutto quasi 40 anni. Era delegato diocesano per la pastorale ospedaliera e l’assistenza ai malati, amato da pazienti, familiari e da quanti lo conoscevano.

Frequentava la mia famiglia dal 1943 e da allora ci siamo incontrati centinaia di volte.

Nel 1999, quando ho iniziato una raccolta di testimonianze sul tema dei sacerdoti diocesani nella seconda guerra mondiale, gli chiesi di raccontarmi i suoi ricordi legati ai tragici giorni della Resistenza e il motivo per il quale, nel 1945, non avesse inviata la relazione - richiesta dal Vescovo a tutti i parroci - sugli avvenimenti bellici: vittime militari e civili, prigionieri, sfollati, danni materiali alle persone e alle cose, interventi di assistenza, ecc. Con qualche scusa rinviò per tre anni la risposta, ma alla fine m’invitò ad accompagnarlo a Castelnovo – dov’era stato parroco durante il secondo conflitto mondiale - presso le famiglie di due ex partigiani che, con lui e altre persone del luogo, avrebbero rievocato alcuni fatti e fornito delle notizie sul misterioso “don Giulio”, il cappellano dei garibaldini, citato raramente nelle testimonianze raccolte fra gli stessi ex partigiani, senza che fossero mai specificate le sue generalità. Inoltre avrei potuto capire perché non volle presentare la relazione scritta sugli episodi accaduti, ma dei quali, mi disse, fece allora un dettagliato racconto al Vescovo mons. Vittorio D’Alessi.

Ecco quanto emerso dagli incontri di Castelnovo e dai successivi colloqui con lui, con la promessa che non sarebbe stato pubblicato nulla prima della sua dipartita, avvenuta il 28 ottobre 2008.

Don Luigi, dapprima cooperatore a Lorenzaga dopo l’ordinazione, nel 1941 all’età di 26 anni e mezzo entrò quale parroco a Castelnovo; qui riuscì immediatamente a guadagnarsi la stima e l’affetto dei fedeli, stabilendo rapporti di reciproca fiducia.

Nell’autunno del 1943, agli inizi della guerra fratricida, il partigiano ricercato Emilio Bastetti (“Monza”), ateo, ex carcerato di Ventotene, lo aspetta una sera armato di tutto punto, affermando di non essere credente, ma di desiderare che il figlio, nato da poco, sia battezzato: cosa presto realizzata in incognito, cioè senza fare la trascrizione dell’atto nei registri di battesimo, dopo l’impegno della moglie di educare cristianamente il bambino. Don Luigi aiuta il partigiano con viveri e medicinali e rimarrà vicino alla sua famiglia fin dopo la Liberazione. Pochi giorni più tardi arrivano da Spilimbergo i nazifascisti a prelevare i registri parrocchiali: avevano trovato nel bosco una cassetta con i documenti del Bastetti – il quale aveva dovuto abbandonare in fretta il provvisorio rifugio – oltre a diversi suoi appunti dai quali si rilevava il battesimo del figlio e anche la sorte di quattro fascisti scomparsi, da lui “messi a dormire”. Il Bastetti successivamente si convertirà e si recherà più volte a ringraziare mons. Botter, nel periodo in cui era parroco di Lorenzaga (1947 - 69).

Fin dalla fine del settembre 1943 si era formato nella zona di Castelnuovo-Clauzetto-Tramonti un primo nucleo di partigiani garibaldini e l’adesione dei giovani della sua parrocchia seguì unicamente questa direzione. Alla riunione costitutiva fu invitato e presenziò anche il parroco, ma non volle partecipare ad altri incontri.

Don Luigi, a conoscenza dell’indottrinamento comunista, quindi ateo, fatto dai commissari delle formazioni garibaldine, nei suoi sermoni domenicali predica contro i pericoli del comunismo, usando toni duri. Per sfida, più di qualche giovane partigiano si presenta a ricevere i sacramenti con il fazzoletto rosso, seppur seminascosto, al collo: infatti, alcuni suoi ragazzi – come in tantissime altre realtà – affermano di essere “comunisti cattolici”.

\...