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copertina numero 72 la bassa

la bassa/72

anno XXXVIII, n. 72, giugno 2016

Estratti di
articoli e saggi
della nostra rivista

In copertina:

Particolare della CARTA / FORI IVLII
ACCURATA DESCRIPTIO
dal “Theatrum Orbis Terarum” di Abram Oertel.
Anversa 1573.

Latisana, 2015
Protesta dei Sindaci e dei cittadini
del comprensorio in una delle tante manifestazioni
contro la chiusura del Punto Nascita
dell'Ospedale di Latisana

Sommario


Dulà che si nass...

Roberto Tirelli

Cento e cinquanta anni fa la Bassa friulana che già aveva appartenuto alla Serenissima ed al Lombardo Veneto austriaco diventava italiana. Finora non sembra che l’anniversario abbia avuto l’attenzione che meriterebbe forse nel timore che si debba fare un bilancio ove vi sono più ombre che luci senza per questo essere per forza “austriacanti”.

In questi ultimi mesi abbiamo avuto occasione di riflettere molto sul nostro territorio a cominciare dall’aspetto istituzionale nella “tenaglia” UTI-Città metropolitana con un indubbio ridimensionamento del ruolo dei Comuni e nessun recupero di efficienza amministrativa. Abbiamo segnali di seria decadenza dovuta alla stagnazione economica ed alla crisi del lavoro, il che comporta meno risorse per tutte le attività sul territorio ed in particolare, quel che ci duole, per la cultura.

Fra un po’ trasversalmente saremo percorsi dai cantieri della terza corsia, indubbiamente utile al traffico autostradale, ma quanto, in concreto, alle nostre comunità? E la TAV che correrà senza fermarsi?

E nel frattempo si invecchia non solo come individui, soprattutto come popolo, per cui ci si dovrebbe attendere una politica che favorisca un maggior numero di nascite, con provvedimenti sociali ed economici, ma anche con migliori servizi di prossimità.

Nascere è pure un evento culturale, oltre che naturale. Le persone che decidono di mettere al mondo una nuova vita ormai lo fanno con una coscienza piena di ciò che significa. E’ una professione di fede nel futuro e in una continuità nella trasmissione di contenuti e valori propri di una civiltà.

La questione dei “punti nascita” è stata capziosamente letta in chiave politica e su quel terreno non vogliamo scendere perché è improprio, ma vorremmo riflettere sul fatto che ad essere messi in discussione sono quelli di Latisana e di Portogruaro, il cuore della Bassa friulana, quell’asse sul quale la nostra Associazione ha costruito con fatica e sacrificio una identità storico-culturale che non era mai stata considerata.

Gli antichi consideravano fattore del futuro destino di una persona non solo le congiunzioni astrali, o d’altro, ma anche il luogo di nascita. Un tipico esempio è dato dalla Bibbia che indicava Betlemme come luogo di nascita del Messia e così è stato. Nascere a Latisana o Portogruaro significa non certo accertare un determinismo circa il futuro delle persone, ma ritenere che, venuti a cessare i parti in casa, questi ospedali possano offrire nella più breve distanza da casa l’opportunità di riferimento ad un territorio come appartenenza culturale.

Ci siamo però dimenticati che l’ospedale, sinonimo di accoglienza, cura, ospitalità, non è più tale, ma è un’Azienda che, pur non chiamata a far utili, deve contenere almeno le perdite. E allora vi è stata una infinita serie di cambi organizzativi per cui la Bassa friulana, al più recente riordino, fa capo a Gorizia, forse retaggio che Latisana, mille anni fa più o meno apparteneva a quella Contea. Le conseguenze di questo guazzabuglio istituzionale organizzativo che non manca ovviamente anche sulla riva destra del Tagliamento, all’ordine di ridurre i punti nascita, si obbedisce tagliando quelli periferici, “di confine”.

Gli standard vengono fatti a capocchia senza tener conto che la popolazione invecchia, che è meno fertile di un tempo, che molti giovani se ne vanno perché qui non c’è molto come prospettiva occupazionale, che per ragioni economiche e sociali o si decide di non aver figli o di averne pochi.

Tenuto conto di tutto ciò è logico che ci siano meno nati e se va avanti questo andazzo ce ne saranno sempre meno. Le persone, però, non sono numeri. è una preoccupazione di natura culturale e non ci avventuriamo in ciò che è da tempo oggetto di sterili polemiche. Si capisce perché non si parli del centocinquantesimo perché questa, purtroppo, è l’Italia, disattenta ai valori locali e autoritaria senza essere autorevole, comunque senza visione di futuro.

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La fornace romana di Ronchis di Latisana (UD)
Un impianto produttivo nella bassa pianura friulana

Tiziana Cividini
La fornace di Ronchis ripresa dallo zenit

Nell’ambito dei lavori per la realizzazione del nuovo casello autostradale di Ronchis di Latisana (UD) vennero effettuate, all’inizio del 2006, alcune ricognizioni preliminari al fine di verificare il rischio archeologico nell’area; tali ricognizioni portarono all’individuazione di chiazze di argilla rubefatta e frammenti fittili sparsi su terreno arativo per circa 1500 mq.

A seguito di ciò, nella primavera del 2007 la Soprintendenza per i Beni Archeologici del Friuli Venezia Giulia stabilì l’avvio di alcuni sondaggi per valutare la natura delle evidenze intercettate; i saggi, sotto la direzione scientifica della dott.ssa Paola Ventura, si conclusero a settembre dello stesso anno con significativi risultati1.

Fu innanzitutto possibile stabilire che un consistente riporto di terreno, effettuato all’inizio del XX secolo, aveva “sigillato” il deposito archeologico sottostante, collocato ad una profondità oscillante tra 0,40 e 1,40 m dall’attuale piano campagna.

Il sito, ubicato sulla sommità di un dosso digradante verso settentrione, nell’antichità era lambito verso nord-ovest da un corso d’acqua, probabilmente afferente al Tagliamento: tracce ascrivibili ad un ambiente fluviale vennero infatti riconosciute lungo tutto il settore settentrionale dell’area indagata.

Quanto alla viabilità, si deve ricordare che la via Annia, importante arteria consolare attiva dalla metà del II secolo a.C., correva a poca distanza dal complesso verso meridione; secondo le ricostruzioni storiche, è ragionevole ipotizzare che proprio nella vicina Latisanotta sorgesse la mutatio Ad Paciliam citata nella Tabula Peutingeriana.

L’insediamento produttivo di Ronchis rientrava nella giurisdizione amministrativa di Aquileia.

Le strutture

Nel settore nordoccidentale, gli scavi portarono all’individuazione di una fornace a pianta pseudorettangolare (tipo II/b della classificazione Cuomo di Caprio), con imboccatura a sud e orientamento NW-SE. La struttura appariva conservata solo nella parte inferiore, mentre erano andati completamente distrutti il piano di cottura, forse forato, su cui veniva collocato il materiale da cuocere, e la soprastante camera di cottura, verosimilmente con copertura a botte, all’interno della quale veniva fatto circolare il calore prodotto nel sottostante corridoio.

E’ ragionevole credere che tale camera non fosse stata permanente, ma venisse smontata di volta in volta per consentire lo scarico dei manufatti già cotti. Dopo tale operazione sarebba stata immediatamente ricostruita una volta effettuato il posizionamento di un nuovo carico di prodotti da cuocere. A questa ipotesi porterebbero tanto il confronto con analoghe strutture di area emiliana e marchigiana meglio documentate2, quanto il grande quantitativo di butti composti da frammenti di laterizi stracotti e anneriti per il fumo individuati nei settori nord e sud dello scavo, da ricondurre in buona parte proprio alla parte superiore della camera di cottura.

La fornace misurava oltre 7 m in lunghezza e circa 3,60 m in larghezza ed era stata scavata interamente nell’argilla, come indiziato dal tipico arrossamento intenso del terreno intorno ad essa.

Il prefurnio, ossia l’imboccatura del corridoio, era costruito in mattoni sesquipedali e risultava all’esterno scassato da una piccola buca di forma circolare, forse riferibile ad un successivo utilizzo della struttura, peraltro testimoniato da una concentrazione di laterizi posta sopra uno strato di frammenti fittili che riempiva il corridoio.

Sempre a sud del prefurnio non si può escludere l’esistenza di una bassa banchina lavorativa con pendenza verso l’interno, funzionale all’imboccatura del condotto, per la quale raffronti sono istituibili con situazioni registrate nel territorio bolognese (loc. Casteldebole, cava Drava).

Solo parzialmente conservate risultavano le basi di quattro tramezzi paralleli realizzati in mattoni, ortogonali al corridoio centrale, sui cui dovevano essere impostati gli archi a sostegno della struttura. Da notare che, secondo una prassi osservata anche in altre fornaci dell’Italia settentrionale - ad es. Lonato (Brescia) -, il pavimento della corridoio era coperto da uno strato di malta: si è orientati a supporre che tale rivestimento fosse stato realizzato in una o più fasi di potenziamento - o comunque di manutenzione - della fornace stessa, come si evince da alcuni interventi di rinzeppo rilevati proprio al di sotto dello strato di malta lungo le pareti del corridoio. Quest’ultimo aveva una larghezza massima mediana di 1,90 m e si restringeva nel punto minimo, a nord, fino a 0,90 cm; non vi sono indizi di muretti divisori longitudinali interni a sostegno della camera di cottura.

Due muretti in mattoni dovevano invece fiancheggiare l’imboccatura della fornace, come si evince dagli scarsi resti presenti, individuati quasi esclusivamente in negativo.

Immediatamente a nord si sviluppava una superficie di lavoro in frammenti laterizi disposti in piano, in quota con il piano di campagna; altrove simili evidenze sono state considerate basi d’appoggio per coperture provvisorie della camera di cottura.

Quantomeno in una fase iniziale la fornace doveva essere fiancheggiata da due basi per pilastri in filari di tegole disposte orizzontalmente: tali basi, che per Ronchis appaiono quasi completamente spoliate, trovano puntuali riscontri in altri impianti produttivi: si veda, ad esempio, il caso di Flambruzzo di Rivignano (UD), dove queste strutture erano conservate per quasi una decina di filari di tegole3.

Sempre in base ai dati editi, è possibile ricollegare una grande buca ed un insieme di buche più piccole, prive di qualsiasi rivestimento e messe in luce immediatamente a sud-est del prefurnio, a zone destinate forse alla lavorazione dell’argilla (impasto e pigiatura del materiale da plasmare).

Poco più a sud della fornace si estendeva un vasto edificio di forma rettangolare, di cui erano visibili unicamente le sottofondazioni in pezzame laterizio infilato di taglio e legato con argilla cruda: il lato orientale dell’ambiente presentava una lunghezza residua di oltre 9 m; il perimetrale nord misurava 13 m circa, con una interruzione nel tratto centrale. Un divisorio si sviluppava verso sud a circa 5 m dal parallelo settentrionale, per una lunghezza conservata di 2 m circa. Non è chiara la situazione verso meridione, dove non si rilevarono resti di strutture o indizi in negativo a riprova dell’esistenza di un muro a chiusura dell’edificio. Non si può escludere che effettivamente esso fosse aperto su questo lato, come porticato o tettoia. A tale proposito, va ricordata la consuetudine, riscontrata in numerosi insediamenti friulani, di esporre proprio verso meridione i muri con aperture per beneficiare dell’esposizione al sole.

E’ verosimile che il vano rettangolare, la cui effettiva estensione verso ovest non venne allora determinata - perché fuori dall’area di pertinenza dell’intervento -, fosse stato utilizzato come essiccatoio o come magazzino per lo stoccaggio dei prodotti lavorati. Solo per qualche breve tratto si misero in luce limitate porzioni dell’alzato, realizzate in tegole disposte di piatto, e nell’angolo tra i perimetrali est e nord venne riconosciuto un ridotto lacerto di pavimento in opus spicatum realizzato con mattonelle cubiche, piuttosto irregolari, ricavate da tegole.

Va osservato che il muro orientale, con orientamento disassato rispetto a quello della fornace, ma comunque con inclinazione NW-SE, risultava impostato sopra uno strato fortemente antropizzato, probabile indizio di un precedente utilizzo dell’area.

Anche la pulizia dello spazio interno dell’ambiente sembrava confermare tale supposizione, vista l’individuazione di una fossa di spoliazione di una struttura muraria che doveva correre quasi parallela al perimetrale est (leggermente disassata verso ovest).

Una nuova occupazione del vano rettangolare, o quantomeno una sua frequentazione, venne ricostruita grazie ad una serie di buche per palo rilevate a ridosso del muro orientale, indicative di sistemazioni insediative piuttosto precarie, collocabili prudenzialmente tra il medio e il tardoimpero, come attesterebbero anche taluni materiali, tra cui alcune monete e frammenti di anfore di produzione africana.

Sempre ad una fase di frequentazione/occupazione finale dell’impianto vennero ricondotte due modeste strutture scavate nel settore meridionale del complesso, differenti per tecnica costruttiva e per orientamento rispetto alle altre evidenze.

Come già accennato, la parte meridionale dell’area indagata era connotata dall’abbondante presenza di butti di laterizi stracotti e scarti di produzione immersi in terreno ricco di cenere, provenienti dal materiale di risulta dello smontaggio della camera di cottura della fornace e dalla pulizia della camera di combustione.

Nel settore orientale, a non molta distanza dalla fornace, vennero messe in luce tre piccole strutture a pianta rettangolare in laterizi disposti di taglio, interpretate come basi a sostegno di una tettoia, anch’essa funzionale all’essiccazione dei prodotti in corso di preparazione. Non fu possibile riconoscere traccia del quarto elemento.

Ancora più a est si estendeva un’area della lunghezza di 10 m circa, caratterizzata da una serie di buche di dimensioni limitate, poste a distanza pressoché regolare le une dalle altre, con un orientamento sostanzialmente costante. Tali buche vennero riferite all’esistenza di un settore destinato al prelievo di piccole quantità di materia prima, piuttosto che a vasche per la decantazione dell’argilla. L’area non fu scavata in modo esaustivo a causa della presenza, verso levante, della strada sterrata interpoderale che allora costeggiava il corso d’acqua e che consentiva il transito nella zona. Il bacino di prelievo allora doveva essere coperto, come si deduce da alcune buche per palo individuate lungo il suo limite settentrionale; anche in questo caso, sono possibili confronti con altre realtà più approfonditamente indagate in area bolognese (complesso di Casteldebole).

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Le Sibille nella storia dell'arte del Friuli

Giacomo Tasca

Le Sibille erano leggendarie figure femminili animate da Apollo e dotate di potere profetico. Nell’antichità furono tramandati i luoghi dove le Sibille si erano rese celebri con le loro previsioni e la prima di esse fu la Sibilla Erofila – in seguito chiamata anche Eritrea perché localizzata nell’isola di Eritrea Ionica – o anche Europhila; con il passar del tempo essa acquistò una fama superiore rispetto a tutte le altre sibille. Queste furono descritte sempre come vergini che abitavano isolate in grotte e caverne lontane dai luoghi abitati e sempre in stretta vicinanza di fonti di acqua viva. Per gli antichi erano donne che vaticinavano quando erano colte da accessi di selvaggio entusiasmo venendo periodicamente invase dallo spirito di Apollo. Molti pensavano infatti che fossero sacerdotesse di Apollo oppure sue amanti o anche sorelle o figlie. La sibilla Eritrea era considerata dai romani identica a quella che la storia di Roma ha chiamato Cumana perché aveva sede in una grotta vicino a Cuma che era stata la prima città della Campania fondata dai Calcidesi. La sibilla Cumana fu chiamata anche con altri nomi: Deifeba, Demo e Amaltea. A lei fu fatta risalire la prima scrittura dei Libri Sibillini, raccolta di profezie in esametri greci che fu acquistata da re Tarquinio e conservata sotto stretta sorveglianza nel tempio di Giove sul Campidoglio. Dopo la sua distruzione nell’incendio dell’anno 83 a.C. fu sostituita da una nuova raccolta effettuata nelle città della Grecia e dell’Asia Minore per ordine di Augusto che vagliò questi libri e li collocò nel tempio di Apollo. Purtroppo anch’essi furono distrutti per ordine del generale Stilicone tra il 398 e il 406. Una terza raccolta di profezie fu messa insieme poi da un cristiano che le divise in 14 libri detti “Oracoli Sibillini” anch’essi in esametri greci. Questi Oracoli contenevano presunte profezie scritte in momenti diversi tra la metà del 2° secolo d.C. e fino al 5° secolo d.C. in parte da ebrei di Alessandria e in parte da cristiani. Si trattava di profezie che riguardavano anche episodi di Roma imperiale. Nel XIX secolo gli Oracoli Sibillini furono stampati tra il 1841 a Parigi (edizione Alexandre) e il 1893 a Uppsala (edizione Fehr).

L’inserimento delle Sibille e di alcuni loro vaticini nella liturgia della Chiesa avvenne nella prima metà del II secolo d.C. quando alcuni Padri della Chiesa come Giustino martire, Teofilo di Antiochia, Clemente di Alessandria, Origene, Agostino vescovo di Ippona, Girolamo, Eusebio di Cesarea e altri studiarono il tema degli oracoli delle sibille in relazione con il messaggio evangelico. Ma, in modo particolarmente approfondito, questo tema fu affrontato da Lucio Firmio Lattanzio che fu l’educatore del figlio di Costantino imperatore. Fu infatti Lattanzio a lasciare nei suoi scritti 74 citazioni in greco di cui 7 riguardanti le Sibille, e, nella sua opera più nota, la Divinae Institutiones, citò 49 volte i loro vaticini basandosi sul numero di 10 Sibille tratto da Varrone. Questo canone di 10 Sibille si mantenne inalterato per tutto il Medio Evo, periodo nel quale di quei vaticini si interessarono Isidoro di Siviglia (560 – 630) nella sua Enciclopedia, Vincenzo di Beauvois nel suo Speculum Historiae, Gervasio di Tilbury e altri che interpretarono come aderenti a passi biblici e al messaggio evangelico alcune profezie attribuite alle Sibille e anzitutto quella della venuta di Cristo nel mondo in qualità di re universale ed eterno. Questa leggenda dal XV secolo in poi tramandò che la sibilla Tiburtina profetizzò la nascita di Cristo all’imperatore Ottaviano Augusto, il quale aveva visto in sogno il Santo Bambino tenuto in braccio da una donna. Interpretando la visione, la Sibilla gli predisse che quel bambino sarebbe diventato più grande e potente di lui. Lo stesso Augusto udì una voce che diceva: “haec est ara coeli” (questo è l’altare del cielo). Si raccontò da allora che Augusto riconobbe istantaneamente la veridicità della profezia e fece erigere un altare sul luogo dove aveva avuto la celeste visione: sul Campidoglio.

Il periodo augusteo fu proprio quello in cui l’arte sacra dei cristiani accolse le immagini e alcune profezie delle Sibille a cominciare dalle incisioni dei loro volti velati nell’atto di coprirsi la bocca con la mano su monete d’argento e di bronzo romane e greche. Del primo periodo di Roma imperiale sono poi la sibilla Cumana riprodotta sulla cosiddetta Base di Augusto oggi al museo di Sorrento e l’affresco della Cumana con Apollo a Ercolano. Due statue con l’effigie della Sibilla sono conservate una a Roma (Museo delle Terme) e l’altra a Napoli (ex raccolta Farnese). Si tratta sempre della stessa Sibilla la cui immagine è stata dipinta in affresco a S. Angelo in Formis vicino a Capua.

La prima miniatura in cui sono raffigurate tutte le 10 Sibille del canone antico è per ora quella del manoscritto “De Universo” di Rabano Mauro, datato 1022 e custodito nel Monastero di Montecassino.

L’arte scultorea di Giovanni Pisano eternò nel 1301 le sembianze di sei Sibille sul pulpito marmoreo della Cattedrale di Pistoia e, pochi anni dopo, su quello della Cattedrale di Pisa dove le Sibille raffigurate sono dieci secondo il canone antico. Sugli amboni della Cattedrale di Sessa Aurunca (1224-1283) fu scolpita sul marmo una sola Sibilla. Altre raffigurazioni scultoree di Sibille isolate ornano la facciata del Duomo di Siena (fine 13° secolo) e il cosiddetto Pilastro dei Profeti sulla facciata del Duomo di Orvieto (1305-1308). Nel 1340 Andrea Pisano e F. Talenti inserirono nella decorazione della facciata del campanile di Giotto a Firenze due Sibille ora conservate nel Museo dell’Opera del Duomo e questa rimane fino ad ora l’unica opera d’arte sul tema delle Sibille durante il XIV secolo. Un vivo interesse per la raffigurazione delle Sibille nell’arte sacra si verificò nel XV secolo con i cicli di Palazzo Orsini a Roma nei primi anni del Quattrocento e, nel 1460, nel Palazzo Romei di Ferrara e nel Palazzo Vescovile di Albenga. Una data importante è quella del 1434 che segna la completa distruzione di Palazzo Orsini con tutte le sue opere d’arte. Per fortuna sono rimaste le minute descrizioni, tra loro collimanti, lasciate da personaggi che avevano vissuto nella cerchia del cardinale Orsini e da diversi umanisti tra i quali Poggio Bracciolini. Le 12 Sibille di questo celebre ciclo hanno rappresentato l’aggiunta di due Sibille e di due nomi nuovi – Agrippa ed Europa - al canone antico di Varrone e Lattanzio, le cui Sibille portavano i nomi di Persica, Libica, Delfica, Cimmeria, Eritrea, Samia, Cumana, Ellespontica, Frigia e Tiburtina

Oggi si continua a tramandare che il motivo per modificare il numero da dieci a dodici poteva essere stato quello di parificare il numero delle Sibille a quello dei Profeti e dei dodici Apostoli di Gesù. Va anche detto che nella valutazione storica c’è stato chi – come W. Stumpfe – ha pensato che “non si sia trattato di una decisione improvvisa e priva di preparazione, bensì di una iconografia già ben pensata e stabilita”. L’anno post quem non degli affreschi Orsini è stato fissato per ora al 1420, data che corrisponde alla fine del governo patriarcale di Aquileia sul Friuli che passò sotto quello della Repubblica Veneta.

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Bianca di Prampero. Storia di una crocerossina

Carmela De Caro

Bianca di Prampero nasce a Udine il 25 dicembre 1880 da Antonino e Anna Kechler, unica femmina dei cinque figli del conte. Segue gli studi nell’Istituto “Uccellis” di Udine e, nella prima giovinezza, attenendosi all’esempio materno, s’interessa ai bambini più umili e poveri e alle attività benefiche continua a dare il suo apporto anche dopo la scomparsa della mamma. Diventa presto il sostegno della società “la Formica” e opera in sostanza nei brefotrofi, nei rifugi per ragazzi salvati alla corruzione, negli asili per bimbi orfani. Appassionata alle arti domestiche, ottiene il diploma d’onore nei lavori di ricamo esposti alla mostra decorativa di Udine nel 1907, riconoscimento questo che fa seguito a quello ricevuto per la fotografia che la rivela una vera promessa nel settore e per il quale ottiene la medaglia di bronzo per dilettanti all’esposizione regionale di Udine nel 1903.

La passione per la fotografia, Bianca (nell'immagine) la eredita dal mondo culturale udinese che vanta famosi professionisti quale Luigi Pignat e Pietro Modotti, raffinati fotoamatori quali il conte Enrico del Torso, lo scienziato Arturo Malignani e il musicista Annibale Morgante. Bianca si accosta alla fotografia per fini creativi, in parte seguendo l’esempio del parente Enrico del Torso attento a ritrarre paesaggi taciti solcati da fresche acque all’ombra di alberi; lei li interpreta però in maniera personalissima e originale: come le istantanee di Enrico sono immerse nel silenzio e in una staticità ordinata, così le foto di Bianca sono piene di suoni, rumori e armonia. Le sue foto di gruppo, poi, sembrano emanare vivaci versi di bimbi. Ambedue i nostri fotoamatori guardano il loro mondo con una certa ironia: mentre Enrico esalta il ruolo impegnato del singolo assorto nella lettura o nel dialogo, Bianca decanta la partecipazione ai lavori manuali in aiuto dei contadini. Bellissima, ritmica la foto che ritrae i suoi parenti nell’atto di aiutare i coloni ad abbattere un albero tirandolo con una fune. In breve lei scopre prima di altri la possibilità narrativa della fotografia, così da disporre in sequenza i suoi personaggi che in pochi scatti rappresentano una vicenda completa. Purtroppo, negli anni seguenti e col crescere dei suoi impegni pubblici, dedica a quest’arte sempre meno tempo per poi abbandonarla del tutto nel 1910 quando è nominata vicepresidentessa del sottocomitato della Croce Rossa a Udine, al posto della madre.

Certo le competenze messe in luce fino a quegli anni dovettero apparire rilevanti se lo storico Giuseppe Occioni Bonaffons scrive alla contessa madre Anna in data ventisette gennaio 1909: “Chiudo mandando a Lei egregia Signora Contessa, i miei rispetti…e anche, mi permetta, alla regina delle dilettanti fotografe, alla stella di prima grandezza che brillò nella memoranda esposizione”.

Se il nome di Bianca non fosse nell’elenco dei premiati a quella famosa esposizione regionale di Udine, a oggi nessuno saprebbe che l’eroica crocerossina, consunta dal dolore e dalla fatica nell’assistenza ai feriti della prima guerra mondiale, era una promessa nel campo fotografico.

Bianca di Prampero è una creatura sensibile e appassionata verso il prossimo, forte nel carattere e nella volontà, sicura nella fede manifestata con gesti semplici e concreti, privi di qualsiasi esteriorità. Così scrive di lei una parente da Ferrara il ventuno luglio 1918: “Tenace nel volere, ferrea con se stessa, forte nello spirito temprata a ogni virtù. Lei procedeva diritta allo scopo che era, per lei, la più doverosa ragione di vivere: migliorare se stessa, facendo tanto bene agli altri”. E ancora: “Modesta figura che procedeva senza rumore e si soffermava sempre, con l’occhio e l’orecchio dinanzi alla sofferenza altrui struggendosi per non poterla tutta sollevare.” Nel 1910 Bianca è nominata vicepresidentessa del sottocomitato della Croce Rossa udinese e, appena scoppiata la guerra è volontaria quale dama infermiera nei servizi della Croce Rossa e opera nell’Ospedale “del Toppo” di Udine.

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Le istituzioni del feudo consortile della Terra della Tisana

Roberto Tirelli

Il termine “Terra della Tisana” appare già nelle prime citazioni documentali dei luoghi cui si riferisce. Quali siano le reali origini del toponimo “Tisana” e la sua estensione rimarrà per sempre un problema irrisolto, benché ovviamente, per darvi un significato, si siano spesi numerosi studiosi, taluni con spiegazioni plausibili, altri decisamente con troppa fantasia.

“Terra della Tisana” non è solo una indicazione geografica, ma è anche una realtà amministrativo-istituzionale di derivazione feudale appartenuta prima al Conte palatino di Gorizia, poi a diverse famiglie nobili veneziane consorziate fra loro. Sono istituzioni che, oggi ampiamente dimenticate, hanno avuto quasi sei secoli di storia, dal profondo Medioevo sino al 1806.

Se il feudo comune a gran parte dell’Europa si basa sul castello ed i borghi che ne sono tributari, nella Tisana vi è sin dall’inizio una tripartizione interna: la rocca o torre, sede del potere armato e giudicante, il “corpo della Terra “ ovvero il contado, ed infine, ma certamente primo per importanza, il porto. In effetti è cosa rara che una signoria feudale estenda i suoi poteri su una realtà portuale, poiché,solitamente,lungo le coste mediterranee, queste hanno delle proprie magistrature che le rendono in buona misura autonome dal proprio retroterra in virtù della ricchezza commerciale di cui godono.

In effetti, però, anche qui nella Tisana troviamo un aspetto originale: l’“Università”- Universitas che per poteri ed autorevolezza differisce dalle vicinie di villaggio o communitates e si pone come interlocutore prima dell’autorità comitale poi della composita nobiltà giurisdicente. Essa è espressione di quella che potremmo definire la borghesia commerciale portuale arricchita dai traffici (“signori”) e di coloro che esercitano le “arti” o mestieri del porto, professionisti e non semplici salariati.

In parallelo alle istituzioni laiche vi sono quelle religiose, che fanno perno, inizialmente ad un’unica Pieve sottoposta dal 1180, a quanto pare, al Patriarcato di Grado, poi con due Pievi dalla medesima denominazione separate dal mutevole corso del Tagliamento. Sulle Pievi abbiamo già degli studi, ma non sono stati approfonditi i rapporti non di rado concorrenziali sul medesimo territorio oltre che del Patriarcato gradense poi trasferito a Venezia, degli episcopati concordiense e caprulense.

Nell’analisi delle istituzioni proprie della “Terra della Tisana” si possono individuare tre periodi storici: il possesso del Conte di Gorizia, il divenire “feudo di pegno” ceduto a ricchi “ignobili” ed infine la signoria dei Vendramin e dei loro nobili consorziati. Si deve tener conto in tali contesti che la funzione preminente è quella del “giurisdicente” trattandosi di un “feudo retto e legale” con tutte le prerogative giurisdizionali compresa quella del “garrito” cioè la pena di morte.

Il feudo della Tisana nel suo complesso è valutato come “molto nobile, ricco e ben popolato” ovvero “Terra grossa e assai popolata” e ancora “molto popolato e mercantile”.

La consistenza economica del feudo che lo rende appetibile è data dalla “MUTA MERCATORUM ET NAVIUM” e dalla riscossione del teloneum e del ripatica, imposte feudali per i diritti di commercio e di imbarco-sbarco di merci e passeggeri, almeno sino a che Portogruaro e soprattutto Venezia non attirano a sé la maggior parte degli scambi fra terraferma e Adriatico.

La Serenissima, comunque esercita sempre sulla Terra della Tisana un ruolo di protettorato politico che fa il paio con la tutela dei propri interessi economici nella gestione dei monopoli commerciali.

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Pensieri notturni

Monica Mingoia

La notte scorre tranquilla
la natura il silenzio sigilla.
Il mio cuore a volte batte più forte
perchè ripenso agli eventi e alla sorte.
Tutto fluisce nella mia mente
e mi ritrovo assorta e assente.
In un’altra atmosfera
vengo proiettata
mentre l’aurora dal canto degli uccelli
è annunciata.
Tra un po’ il giorno
farà sentire la sua voce
di mille rumori, suoni e sensazioni.
La mia mente ripensa
alla notte trascorsa
alla pace spirituale
a una sensazione ancestrale.
Un richiamo arcano,
un richiamo lontano,
quando la notte e la sua atmosfera
erano miti antichi e credenze della sera,
una notte diversa:
fatta di emozioni, balli zingareschi
musiche e canzoni.
Ora il tempo è passato
e la notte di mille presagi
riposa tranquilla sotto le braci.
Eppure un pensiero antico
attraversa la mia mente
quando ripenso a quell’attimo fuggente…

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La biografia di una maestra crocerossina: Maria Tesini (1875/1966)

Vittoria Pizzolitto
La vita

Maria Tesini1 è nata il 12 marzo 1875 a Torre di Zuino2, da papà Fabio e da mamma Teresa Del Bianco, primogenita di due figlie.

Matilde Tesini, sorella minore di Maria, era nata a Latisana nel 1878 ed all’età di 31 anni sposerà Giacomo Ambrosio di San Michele al Tagliamento ed avrà tre figli: Giovannina “Gianna”, Maria “Mariucci” e Giovanni “Nino”, futuri maestri di scuola elementare3.

Anche una zia paterna, Sofia Tesini sposatasi con Antonio Bandiera, era maestra ma di scuola privata; accudiva ed impartiva le prime nozioni di catechismo, igiene e canto a bambini piccoli non ancora in età scolare. Forse anche Maria ha fatto tirocinio ed esperienza come maestra privata presso la zia nell’arco degli anni che la separano dalla G.G. e dal diploma.

Il 12 ottobre 1917, prima che gli austro-ungarici invadessero le valli del Natisone e raggiungessero Udine in seguito alla disfatta di Caporetto, Maria si diploma maestra e ottiene la patente di grado superiore presso la Scuola Magistrale “Irene da Spilimbergo” di San Pietro al Natisone con la quale, di lì a poco, potrà insegnare nella scuola elementare.

Le Valli del Natisone furono teatro di guerra fin dall’inizio del primo grande conflitto e, successivamente, nella grande disfatta di Caporetto. Dopo le turbolenti manifestazioni interventiste che si erano avute in tutta Italia da parte di una “rumorosa minoranza”, l’Italia era entrata in guerra ed i civili accompagnavano i soldati alla partenza per il fronte. Così anche a San Pietro al Natisone dove “…per tutta la notte del 24 maggio 1915 le ragazze del collegio di San Pietro gettarono fiori sui soldati che andavano al fronte”4.

Nella Grande Guerra la dorsale del “monte Colourat” o “Kolovrat, che separa l’estremo lembo dell’altipiano orientale d’Italia dalla Slovenia, divenne la terza linea di difesa italiana: un imponente ed articolato sistema difensivo realizzato dalla 2ª Armata dell'Esercito Italiano per impedire la penetrazione del nemico nella pianura friulana5.

Qui ebbe luogo, in poche ore, nella notte tra il 24 ed il 25 ottobre del 1917, l’episodio più importante della guerra sul fronte italiano, vale a dire lo sfondamento repentino del fronte a Caporetto e il conseguente dilagare in profondità delle truppe austro-tedesche sul territorio nazionale.

Il nemico invase e dilagò nelle Valli: Azzida e San Pietro furono occupate all’alba del 27 ottobre, la sera dello stesso giorno toccava a Cividale, mentre Udine veniva occupata il giorno dopo, nel pomeriggio del 28. “…ognuno dei nostri paesi, dei nostri monti e dei nostri fiumi entrò nelle cronache militari”.

Il Convitto e la Regia Scuola Normale Superiore di San Pietro al Natisone ospitarono le truppe italiane di passaggio e furono sede di un ospedale da campo per i feriti, così come avvenne in molti altri comuni limitrofi.

Le magistrali di San Pietro erano state fondate nel 1877 per formare le future maestre nell’insegnamento in lingua italiana ed in paese si era provveduto alla fondazione di un convitto per permettere la frequenza anche alle alunne che venivano da oltre confine e dalla Carnia e avrebbero faticato molto a trovare alloggio come “dozzinanti” presso le famiglie di quello che allora era considerato il “meschino villaggio di S. Pietro”6.

Nel giro di vent’anni la popolazione scolastica raddoppierà. La scuola da “rurale e inferiore” era divenuta Regia Scuola Magistrale triennale: aveva aperto con successo la Scuola Complementare che preparava le alunne al passaggio dalle elementari alle magistrali ed aveva istituito un Giardino d’Infanzia per il tirocinio delle future maestre, delle quali il giovane Regno d’Italia aveva molta necessità per l’applicazione della legge Orlando sull’estensione dell’obbligo scolastico a 12 anni7.

Con la Legge 12 luglio 1896, n. 293, il ministro Emanuele Gianturco (1857-1907) abolì la patente inferiore e la sostituì con la patente unica, abilitante all’insegnamento in tutte e cinque le classi della scuola elementare.

Quando Maria Tesini si diploma il 12 ottobre 1917, non è più una giovane studentessa, ha 42 anni ed alle spalle un lungo periodo della vita di cui sappiamo ancora poco. Qualche anno prima, attorno al 1911, aveva lasciato Torre di Zuino per recarsi a Padova assunta come Vicedirettrice nel locale “orfanotrofio femminile”: l’Orfanotrofio Femminile S. Maria delle Grazie di Padova, una delle numerose Istituzioni di beneficenza ed assistenza del Comune presenti in città e si iscrive al Monte Pensioni.

Maria non è sposata, non può contare più sulla famiglia e non è diplomata! Per insegnare nelle scuole pubbliche deve ottenere per forza il diploma e per questo, dopo l’esperienza nell’orfanotrofio di Padova, si trasferirà a San Pietro al Natisone.

Qui, chiede ed ottiene, di lavorare come istruttrice presso il locale Convitto e mentre lavora, studia, e dopo aver pagato le tasse a Cividale il 29 settembre 1917, si presenta agli esami da privatista e consegue la sospirata patente il 12 ottobre 1917.

Durante gli anni della Grande Guerra, pertanto, Maria si trova in quel di San Pietro al Natisone, dove, come letto dalle testimonianze locali sulla Grande Guerra, la vecchia scuola magistrale darà asilo ai soldati italiani e ad un certo punto delle vicende belliche, ospiterà anche un “ospedaletto da campo” come era avvenuto nel vicino Comune di San Leonardo.

Non è impossibile credere che Maria venga a contatto con l’Organizzazione della Croce Rossa Italiana e con i medici del servizio sanitario militare, proprio in questo territorio e, forte della sua formazione umanistica, improntata sui valori della fede e della religione cattolica, sull’obbedienza, sul rispetto nei confronti dei superiori, sul senso del dovere sopra ogni altra cosa, sull’amore verso la Patria e verso il Re, decida di offrirsi come volontaria per aiutare i feriti di guerra.

Del titolo di Infermiera Volontaria Crocerossina Maria è molto fiera e non dimentica mai di citarlo nel frontespizio dei suoi registri di scuola elementare, accanto a quello del diploma.

A fine guerra si recherà a Udine, alla Regia Scuola Femminile “Caterina Percoto” come privatista dotata di “istruzione paterna” per l’abilitazione che ottiene in data 29 luglio 1920, dopo aver sostenuto una lezione pratica.

Nel 1923, all’età di 48 anni supera l’ultimo concorso magistrale indetto dal Comune autonomo di Portogruaro prima che esso rinunciasse alla sua autonomia in fatto di istruzione pubblica a favore dello Stato e viene assegnata alla scuola rurale di Portovecchio, dove rimarrà per vent’anni fino al momento della sua quiescenza nel 1948.

Portovecchio era una scuola rurale “classificata”, a classe unica o mista8 e poteva contenere fino a 70 alunni, ai quali, con un orario di solo cinque ore diviso fra mattina e pomeriggio, veniva garantita l’istruzione obbligatoria di grado inferiore: I^- II^ - III^ classe. Qualora il numero delle iscrizioni fosse superiore, si poteva provvedere allo sdoppiamento della classe con un orario di sei ore, diviso fra antimeridiano e pomeridiano, alternato tra periodo estivo ed invernale, ma affidato sempre ad un’unica maestra.

Dal suo certificato di servizio troviamo che era stata supplente a partire dal 1919 ed aveva insegnato nelle scuole rurali di Lison e Summaga9 ed in realtà scolastiche piccole, spesso situate in zone malariche, da poco bonificate come Giai di Gruaro e Marina di Lugugnana.

In molte di queste realtà minori, sia del Veneto sia del Friuli, il Regime aveva affidato alla Società Umanitaria10 la gestione delle scuole frequentate da pochi alunni o destinate all’alfabetizzazione degli adulti come quella della vicina Muzzana del Turgnano.

Durante la sua vita conobbe gli orrori di due guerre mondiali, ebbe modo di assistere all’ascesa e caduta di Mussolini, vide la fine del Regime e del Ventennio fascista, la caduta di Casa Savoia e della Monarchia e l’affermazione della Repubblica. Giurò due volte: la prima giurò fedeltà al Re ed ai suoi Reali successori davanti al direttore didattico Giorgio Rosso11 in data 12 giugno 1930, e la seconda volta giurò fedeltà alla Repubblica Italiana ed al suo Capo, in data 23 marzo 1949, davanti al direttore Marini Francesco ed alle colleghe sue testimoni, Bortolussi Virginia e Milanese Maria12.

Maria Tesini, che non si era mai sposata, viveva sola e abitava nella città del Lemene in via Vittorio Emanule II, nei pressi della banca Santo Stefano, condividendo gli affetti con l’unica sorella, Matilde coniugata con Ambrosio Giacomo ed i nipotini: Gianna, Mariucci e Nino.

L’insegnamento era dunque l’unica ragione della sua vita, una vera e propria vocazione sostenuta però da un patrimonio valoriale che la guidava senza cedimenti, retta dalla propria coscienza e dalla consapevolezza del proprio dovere e del ruolo che doveva svolgere all’interno di un sistema gerarchico tutto al maschile, ben conosciuto e mai messo in discussione.

La sua educazione non la portava ad indagare le ragioni economiche e sociali che originavano la miseria e le malattie del suo tempo; non si parlava allora della “questione sociale” cosicché la miseria, le malattie erano considerate il risultato di comportamenti umani sbagliati, come l’ignoranza, il vizio e l’indolenza che albergavano fra gli ultimi, fra i contadini ed il popolo minuto.

Spesso prevalevano i pregiudizi, gli stereotipi e i luoghi comuni: così l’indigenza dei bambini era frutto di indisciplina, di immoralità, di vizio da parte delle famiglie e l’incomunicabilità, che tante volte si manifestava fra la maestra e le madri di questi bambini, era causata in parte dal dialetto, ma assai di più dal ruolo e dal contegno rigido che la maestra doveva sostenere all’interno della comunità, dove con il parroco e il medico, restava l’unica figura pubblica.

Tra le note che, anno dopo anno, Maria scrive nei Diari e nelle Cronache della vita scolastica, quasi uno “spazio autobiografico semi-pubblico”13 traspare un mondo infantile triste, dove la miseria e le malattie determinano il destino della maggioranza dei bambini e dove la violenza, la sopraffazione ed infine la guerra accomuneranno i destini di molti nella tragedia.

Lei non dispera. Organizza la refezione scolastica per i bambini più poveri, prepara lunghi elenchi di bambini da sottoporre alla visita dell’Ufficiale sanitario per essere inviati nelle colonie marine o montane, collabora con l’Ufficio Profilassi e distribuisce l’olio di merluzzo per combattere il rachitismo e la pellagra e ritorna tutti i giorni a scuola, anche durante l’estate, per completare la cura del “latte vitaminizzato” del quale i bambini denutriti hanno tanto bisogno.

Quando arriva dal Patronato qualche buono per un paio di zoccoli, o quando la signora Emma Mauro, segretaria delle Operaie del Fascio Femminile, porta tre pezze di stoffa nera per farne grembiulini da destinare alle bambine più povere, Maria è colta dal timore di non essere obiettiva e scrive “Spero di aver fatto le cose con giustizia”.

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L’agronomo Giovanni Bottari di fronte alla Rivoluzione Francese

Stefano Poggi

Nella seconda metà del Settecento2 i centri abitati della Giurisdizione di Latisana - già fiorente porto fluviale sul Tagliamento - erano dediti quasi esclusivamente all’attività agricola, resa particolarmente fruttuosa dalle campagne «fertilissime, specialmente di grani e frumento scelto»3. Del passato commerciale della Giurisdizione sopravvivevano ancora le attività legate al traffico fluviale di «legname da fabbrica» che giungeva dai boschi friulani tramite il corso del fiume4. Il territorio del feudo - tagliato a metà dal Tagliamento - comprendeva dodici centri abitati, organizzati in due «università» (Latisana e Borgato) e nove comuni «formati dalli Paesani del Contado»5. Il feudo era condiviso da dodici nobili famiglie, che possedevano i ventiquattro «caratti» che costituivano la Giurisdizione6. I feudatari riuniti in «Collegio» nominavano al proprio interno una Deputazione - composta da tre membri - che reggeva il feudo e sceglieva un Capitano Governatore dotato di ampi poteri civili ed amministrativi7. All’epoca delle vicende che tenteremo di ricostruire tale carica era ricoperta dal latisanese Giacomo Antonio Colonna8, che in questi termini descriveva la sua Giurisdizione: «Questo a dirsi il vero è un Paese dove quasi sempre ciascuno operò a sua voglia. Questa era specialm[ent]e la sede di Contrabbandi, e questo il ricovero degli abitanti rifiutati dagli altri Paesi quando avevano incontrato qualche censura». Opinione confermata da Alvise Mocenigo, uno dei tre membri della Delegazione feudale sin dal 17819, secondo cui l’antico porto fluviale era «per natura torbido e inquieto».

Questa situazione di fermento “endemico” ebbe un’evoluzione inaspettata nel 1782 con l’arrivo nella Giurisdizione (precisamente a Cesarolo) di Giovanni Bottari10. Il ventiquattrenne chioggiotto proveniva da una famiglia benestante impegnata nel commercio di «mercerie» e - dopo aver studiato le «umane lettere e scienze» presso il Seminario di Ceneda - si era dedicato alla coltivazione di un fondo famigliare nei pressi di Loreo, un piccolo centro non troppo lontano dalla foce del Po. In questo contesto aveva studiato a fondo la coltura del gelso - passione da cui decenni dopo scaturì anche un breve trattatello11 - continuando però a tenersi in contatto col mondo culturale tramite studi e corrispondenze. In questo lasso di tempo aggiunse il francese alle lingue conosciute, ampliando ulteriormente il campo dei suoi interessi intellettuali. Ad inizio degli anni Ottanta Bottari ruppe però i rapporti con la famiglia e si trasferì a Cesarolo con l’incarico di coltivare le terre del giurisdicente Vincenzo Minotto: «Mi appagai - racconterà il nobile dieci anni più tardi - del suo spirito e delle fondate sue cognizioni in Agricoltura, e decisi a riceverlo per Agente di Campagna, sebbene veram[ent]e pensass[i] che la sua condizione e i suoi talenti esigessero qualche impegno migliore, ma egli vi si adattò per genio di vivere in libertà, e d’impiegar nella coltura le sue inclinazioni».

A provocare la rottura con la famiglia era stata la volontà del giovane agronomo di sposare una ragazza, la cui identità resta avvolta nel mistero. Tutto quello che ci è dato sapere è che Bottari giunse nella Giurisdizione accompagnato da una «Femmina Forestiera» che dopo qualche tempo fu «assalita da [una] gravissima malattia» che ne provocò la morte. In paese si diffuse velocemente la voce che questa misteriosa donna - che il chioggiotto non era infine riuscito a sposare - fosse una «Protestante», dato che aveva rifiutato più volte l’estrema unzione. Conclusa questa triste vicenda, Bottari si era introdotto negli ambienti “buoni” del piccolo capoluogo della Giurisdizione, frequentando i salotti delle famiglie più importanti del circondario. Il Governatore Colonna - non certo tenero nei suoi confronti - ce lo descrive come «un uomo di bella presenza, di franche e disinvolte maniere, e molto seducente ne suoi ragionamenti essendo dotato di talenti e fornito di cognizioni». In forza a queste sue qualità, l’agronomo aveva iniziato a frequentare con costanza la casa dei Morossi, «una delle Famiglie principali» del paese. Divenne quindi «Cavalier Servente» della padrona di casa, Anna Concina, che con lui condivideva la passione per la «Scienza Agraria». In questo periodo lasciò l’«agenzia» dei Mocenigo e prese in affitto nella vicina San Michele una cinquantina di campi friulani di proprietà del veneziano Angelo Bonis; ad affiancarlo giunse lo zio medico Bartolomeo Bottari, il quale morì due anni dopo lasciandogli in eredità «un ricco peculio»12. A questa attività affiancò la lucrosa vendita di biade ai suoi compaesani, «negozio» che gli procurò - a detta di Vincenzo Minotto - «l’approvazione di que’ miseri Villici», ma non quella dei «Signori» che mal celavano il proprio fastidio per quell’improvvisa ricchezza. Nonostante la sua crescente fama di agronomo13 e la condizione «comoda» guadagnata grazie alle sue svariate attività economiche, Bottari rimaneva però un semplice agricoltore. Quando quindi intrecciò una relazione sentimentale con la giovane Francesca Morossi il pater familias Francesco rifiutò di concedergli la mano della secondogenita, preferendo mandarla in convento. L’agronomo non demorse e nel 1792 - all’altezza circa delle vicende che ci apprestiamo a narrare - riuscì a sposarla14, rompendo con la potente famiglia Morossi e inimicandosi una parte dei «Signori» di Latisana.

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L’antica «Terra della Tisana» com’era governata ai tempi della Serenissima

Enrico Fantin

è giusto subito sgomberare il campo sottolineando che il maggior studio del periodo veneziano fu fatto dal prof. Gellio Cassi, pubblicato poi negli annali della Deputazione di Storia Patria per il Friuli in “Memorie Storiche Forogiuliesi” nel 1910 – 1911,Volumi VI e VII.

Grazie quindi al prof. Cassi che seppe raccogliere quei pochi documenti rimasti in quanto a causa di diversi inconvenienti, fra i quali il trasferimento del Municipio e la Pretura nel 1897, nei locali “La Loggia” vicino al Duomo, con capovolgimenti di fascicoli, codici, proclami, lettere con raccolte di atti civili e giudiziari, “...ebbe alquanto a soffrire, e ne è la prova lo stato in cui oggi si trova”. Cita ancora i danni causati da un incendio nel sec. XV, e nel XVII secolo l’archivio era stato spogliato delle carte più importanti per la viziosa condotta di due Cancellieri (Latisana e il suo distretto, 1858, pag. 15).

Da sottolineare anche i gravi danni subiti dall’archivio comunale durante le due guerre mondiali e a causa delle alluvioni del Tagliamento del 1965 e 1966, nonché alla poca cura dello stesso quando era depositato nelle soffitte dell’attuale Municipio, sommato poi agli escrementi lasciati sui cartolari dai colombi, che numerosi penetravano attraverso le fessure del tetto.

Nel 1990 è stato condotto un riordino, a cura della dott.ssa Antonella Tamos, che ha riguardato tutta la documentazione fino al 1950. Da questo lavoro è stato ricavato l’inventario dattiloscritto e l’etichettatura di 1651 pezzi che vanno dal 1805 al 1967.

Pertanto nell’archivio storico di Latisana non risulta alcun fascicolo con documenti del periodo del dominio della Serenissima.

Altri studiosi, per la verità, scrissero sulle vicende politiche - commerciali e morali di Latisana salvando così altri pezzi di storia come il dott. Virgilio Tavani che riportò una memoria inedita di Filippo Donati (1807) aggiungendo qualche nota, senza però citare le fonti, sulla storia di Latisana. Ultimamente si aggiunse lo studioso Mario Giovanni Battista Altan, unito ad altri amici de “la bassa” e il prof. Vinicio Galasso scrivendo diversi saggi e aggiungendo nuove notizie del periodo veneziano a Latisana.

Preziose notizie sono state estrapolate dallo “Statuto della Giurisdizione della Tisana” stampato a Venezia nel 1760 e “Documenti relativi al feudo di Latisana” Biblioteca comunale di Udine che conservo le copie. Altri documenti sono stati ricercati presso l'archivio di Stato di Venezia. Importantissimo anche l'archivio parrocchiale di Latisana che conserva i "Libri delle Parti" e documenti dell'epoca.

Quindi non ci sarà niente di nuovo se non riportare in modo succinto il nostro passato, come d’altro canto fanno gli insegnanti che trasmettono pagine di storia agli studenti.

Sarebbe molto interessante riportare totalmente il saggio del prof. Gellio Cassi “Tre secoli di giurisdizione feudale in Latisana 1528-1806” per le tante notizie ivi inserite, anche curiose, uno spaccato di storia di altri tempi, mi limiterò a riprodurre in calce alcune pagine con la descrizione dei documenti da lui visionati.

Fin tanto che la «TERRA DELLA TISANA» era dominio dei Conti di Gorìzia, il rappresentante di essi fu un Gastaldo.

Il potere veniva esercitato da tre Magistrati, ossia da un Capitano e da due Giudici: e tale costituzione rimase anche quando il dominio della TERRA passò a famiglie potenti, entrando a far parte degli Stati della «Serenissima». Si può affermare che, per tre secoli (Cinquecento, Seicento e Settecento) la TERRA fu retta dalla famiglia veneziana dei Vendramin e Consorti, con un regime del tutto patriarcale, basti dire che la famiglia Vendramin, la quale abitava nel palazzo, che fu distrutto da incursioni aeree 1944 (ricostruito da Carlo Trevisan), negli anni d'abbondanza apriva, in certe giornate, le cantine situate al piano terra, perché ognuno vi si potesse dissetare liberamente, e talvolta distribuiva gratis del pane alle famiglie bisognose.

Sede del comando era la Rocca (ora parco Gaspari), di cui è rimasto il nome alla strada, in fondo alla quale si trovava il fortilizio.

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Il Comunale detto il Paluduzzo
Il passaggio di proprietà: da comunale a privato

Renzo Casasola

La lettura di una delle tante mappe del XVII secolo conservata presso l’Archivio di Stato di Udine, sezione mappe Manin, mi induce ad alcune riflessioni di carattere socio-economico sul passaggio di mano dei terreni comunali ai privati. Il disegno acquerellato, tecnico, delimita un esteso territorio paludoso, alla data della sua perticazione, di proprietà comunale. Si trovava nel settore posto al confine N-NE del Comune di Muzzana ed era denominato il “Comunale detto il Paluduzzo di Muzzana” (MMF, a. 1657)1. Occupava parte del territorio sul quale venne edificato in data posteriore, ma sempre nella seconda metà del XVII secolo, il primo Casale dei Franceschinis inizialmente denominato La Casa Nuova2.

Dalla mappa datata 4 maggio 1657 e disegnata del perito agrimensore Giorgio Mansuro3, al soldo dei conti Manin per definire i confini e la superficie in Pertiche Censuarie della loro nuova proprietà, questa confinava: A Tramontana con I Pradi detti Bozimis appartenenti al Comune di Castions di Strada Alta; A Ponente la strada Levada strada pubblica che tende a Muzzana et a Maran; A Mezod“ alcuni terreni detti il Comunale di Muzzana, annesso al Boscho delle Mulvis di Mortean4, ed ancora più in là ad oriente, con alcuni terreni detti Mulvis di Mortean. Tutto il settore posto a NE confinava con i Comunalli soto Casteon di Strada Aquistati dal Ill.mo Sig.r Co.te Manin, mentre più sotto, a SE, era delimitato da la Lama overo Paludo et Roia delle Mulvis ed i terreni ex Comunale delli Sig. Co. Manini.

La data registrata dal Mansuro (1657), è particolarmente importante in quanto segna l’anno in cui il conte Lodovico Manin acquistò a Muzzana vaste proprietà di terreni comunali5. In tale circostanza, per l’impossibilità nel dimostrarne l’appartenenza giuridica, il Comune di Muzzana, come la quasi totalità degli altri comuni rustici friulani, si vide espropriare da Venezia una considerevole quota di terreni un tempo di pubblico utilizzo.

Già nel 1654, Muzzana e molte altre località del Friuli supplicarono alla Dominante affinché non siano loro sottratti con la vendita dei comunali determinati terreni, di cui si sforzano di dimostrare l’importanza essenziale, ma non servì a nulla6. Dal comune godimento dei beni collettivi, posseduti dalle comunità rustiche ad immemoris, si passò da una condizione de jure et de facto alla sub jurisdictione Domini 7.

La Dominante poi, per rimpinguare le semivuote casse dell’erario, cedette questo enorme capitale indebitamente sottratto alle comunità rurali, ai ricchi rappresentanti della borghesia veneto-friulana di cui i Manin, nel Dogado, furono in assoluto i più attivi nell’investire in beni immobili. Dalla stessa mappa del 1657 si legge che: Revisione del Comunale detto il Paluduzzo di Muzzana Aquistatto dal Ill.mo Sig.r Co. Lodovicho Manino revisto dame Giorgio Mansuro perito dell’Ill.mo et Ecc.mo Magistrato de Comunali soto lano 1657 Li 4 Magio de ordine e comessione delli Ill.mi et Ecc.mi Sig.ri Provveditori di quel Campo per il qualle ritrovami esser Campi Nu.ro 123.3.254 et questa revisione fatta con la assistenza delli huomini qui sotto nominati et prima. Zuan del Pizol Deghano, Domenegho Miniutt homo di Comun, Pieri Pever homo di Comun, Luuis Linzzon homo di Comun.

Io Giorgio Mansuro con mio Giuramento Li 4 Magio 1657.

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Ci sono viti che si spostano dal Friuli alla Venezia Giulia!

Gianfranco Ellero

Lo sapevate che nella nostra regione ci sono viti che si spostano dal Friuli alla Venezia Giulia e viceversa?

Stiamo parlando di un miracolo che può verificarsi soltanto nella nostra Regione (questa volta la R è maiuscola), e il miracolo, si sa, non può essere spiegato con criterio scientifico, però i suoi risultati sono visibili: un malato grave, “spacciato” secondo i medici, improvvisamente risanato; un passeggero che esce illeso dai resti di un aereo precipitato … e un vigneto che, coltivato in Friuli, si sposta in Venezia Giulia!

Ma come, direte voi, come può un terreno con viti emigrare in un'altra regione? Non si tratta di un bene “immobile”?

Sì, è vero, in verità si tratta della “migrazione” apparente di un bene immobile per sua natura, ma il fatto miracoloso sta nel fatto che si sposta la regione sulla quale il vigneto insiste.

Vediamo di capirci bene. Se il vigneto si trova, poniamo a Latisana, cioè in Friuli, e le viti producono fino a 90 quintali per ettaro, sull'etichetta delle bottiglie il vignaiolo può scrivere DOC Friuli (denominazione di origine controllata); se le viti producono più di 90 quintali ma meno di 160, cioè se sono più produttive, il vignaiolo ha diritto di scrivere sull'etichetta IGT Venezia Giulia (indicazione geografica tipica), e il vigneto emigra in un'altra regione! In tal modo noi comunichiamo che un vino friulano, così definibile perché Latisana sta in Friuli, viene prodotto in un'altra regione, precisamente nella Venezia Giulia.

Se poi, per qualche ragione, per senilità ad esempio, le viti diventano meno produttive, e producono meno di 90 quintali per ettaro, il vigneto “rientra” per così dire in Friuli.

Non è un miracolo, questo?

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Un secolo fa la fucilazione di quattro alpini friulani

Roberto Scloza

L’anno scorso, ricorrendo il centenario dall’entrata dell’Italia nel primo conflitto mondiale, si sono iniziate le commemorazioni per ricordare coloro che hanno sacrificato la vita per la Patria. Pesante fu il tributo di sangue profuso dall’Italia nei tre anni e sette mesi di guerra: su 5.615.000 mobilitati, ufficialmente 651.000 morirono, senza contare le centinaia di migliaia di feriti e di vittime civili. Un sacrificio immane! Ma non tutti i Caduti sono ascrivibili alle azioni belliche contro il nemico; una minuscola frazione fu vittima di piombo … amico! Secondo la storiografia 262.000 furono gli appartenenti alle Regie forze armate deferiti ai Tribunali di guerra per trasgressioni del Codice penale militare, quali: rivolta in faccia al nemico, diserzione o istigazione alla diserzione, ammutinamento, insubordinazione, sbandamento e/o abbandono del posto, rifiuto di obbedienza, minacce a vie di fatto contro superiore o inferiore, codardia di fronte al nemico, furto e/o saccheggio, autolesionismo ed altre violazioni di minore gravità. Vennero celebrati dalle Corti marziali oltre quattromila processi e 750 furono condannati alla pena capitale poi eseguita, 15.345 all’ergastolo e 154.000 a pene detentive più o meno lunghe e/o a sanzioni disciplinari. Le fucilazioni furono, in verità, di gran lunga più delle 750 documentate, perché spesso esse vennero attuate «per dare l’esempio» senza procedere ad alcuna registrazione (anche per non bollare di infamia il buon nome della famiglia d’appartenenza). Gli storici ritengono che i militari ‘giustiziati’ dai carabinieri su sentenze talvolta sommarie o, nei casi d’estrema emergenza, su decisione di un Ufficiale superiore o Generale, ammontino ad alcune migliaia. In prevalenza soldati in rotta da Caporetto, perché sbandati e sprovvisti dell’arma ricevuta in dotazione!

Un fatto ben documentato riguarda, invece, la pena capitale inflitta a quattro alpini friulani ed eseguita il 1° luglio del 1916 presso il muro di cinta del cimitero di Cercivento (UD), conosciuta come la decimazione di Cercivento e dai carnici ricordata tuttora come i fusilâts di Çurçuvint. Essi furono: caporalmaggiore Ortis Gaetano Silvio di Beniamino, classe 1891, da Paluzza, caporale Matiz Basilio fu Stefano, classe 1894, da Timau, caporale zappatore Corradazzi Giovanni Battista di Fortunato, classe 1889, da Forni di Sopra e soldato Massaro Angelo Primo fu Bernardo, classe 1888, da Maniago, appartenenti al 2° Plotone della 109a Compagnia del Battaglione Monte Arvenis dell’8° Reggimento Alpini in organico alla 26a Divisione, accorpata nel XII Corpo d’armata. Condannati a morte per rivolta in faccia al nemico e insubordinazione nonché al … perpetuo disonore. Otto giorni prima (24 giugno) essi si trovavano sulla cima Ovest del monte Cellon a quota 2.000 (nelle vicinanze del più elevato monte Coglians), mentre sulla limitrofa cima Est del medesimo monte - chiamato anche Creta di Collinetta dagli italiani e Zellonkofel dagli austriaci - erano appostate le mitragliatrici imperiali a guardia del passo di Monte Croce Carnico, punto nevralgico del sistema difensivo-offensivo per entrambi gli schieramenti armati. Allorquando al plotone giunse l’ordine di attaccare le posizioni nemiche per conquistare la cima Est in pieno giorno, allo scoperto e senza l’ausilio dell’artiglieria, il caporalmaggiore Ortis, che conosceva la zona essendoci nato, si fece portavoce dei suoi compagni e pronunciò al tenente Piero Pasinetti, vicecomandante della compagnia, il suo motivato «Signornò!». Era consapevole che un attacco così concepito avrebbe creato una inutile carneficina. Nel 1912, combattendo nel deserto libico contro contingenti dell’esercito turco, lui aveva acquisito una discreta esperienza di graduato, riscuotendo stima e fiducia dai Superiori. “Attaccare il nemico di giorno uscendo allo scoperto senza alcuna protezione e senza il preventivo intervento della nostra artiglieria, è un suicidio collettivo” egli affermò senza palesare soggezione al tenente Pasinetti e lo ripeté anche al comandante della compagnia capitano Armando Ciofi, soggiungendo: “Signor capitano, bisogna attendere la notte perché l’oscurità e la nebbia che in queste sere avvolgono la montagna, ci proteggano nell’impresa; siamo favoriti pure dal fattore ‘sorpresa’”. Ma l’Ufficiale, ligio ai dettami della ‘circolare Cadorna’ che ordinava la massima severità per mantenere l’ordine, la disciplina e il rispetto dell’autorità, non valutò positivamente l’assennata proposta del subordinato; al contrario, la interpretò come insubordinazione e ribellione. Di conseguenza consegnò il 2° plotone della sua compagnia, esclusi gli ufficiali - composto da 80 militari, fra i quali 4 sergenti, 3 caporalmaggiori e 5 caporali - ai carabinieri che lo tradusse sotto scorta a Cercivento (paese di 1.350 abitanti delle retrovie, sito nella valle del torrente But, a 610 metri di altitudine), deferendo tutti i componenti al Tribunale di guerra, per insubordinazione e rivolta in faccia al nemico, a’ sensi dell’art. 114 del C.p.m. (e non come sarebbe stato più appropriato, a’ sensi dell’art. 116 per il reato di ammutinamento, che non prevedeva la pena di morte). Che l’alternativa suggerita dal caporalmaggiore per conquistare la vetta Est del monte Cellon fosse saggia venne avvalorato dal brillante esito dell’operazione effettuata mediante l’intervento dell’artiglieria - conquista della vetta con cattura dell’intero presidio composto da 165 militi, senza perdite umane - messa in atto nel nebbioso pomeriggio del 29 giugno, da un altro reparto alpino. Il processo contro gli alpini incriminati - assistiti dal tenente Guido Mazzoni, loro difensore - ebbe luogo nell’unico edificio del Comune capace di ospitare sia la Corte marziale sia gli accusati e i testimoni: la chiesa di San Martino. Il parroco don Luigi Zuliani, quando fu avvertito che in essa si sarebbe svolta l’assise penale, per evitarne la profanazione, la desacralizzò rimuovendo il Santissimo dal tabernacolo. Il Tribunale militare straordinario, composto da sei ufficiali e presieduta dal generale Felice Porta, iniziò l’udienza la sera del 29 giugno e la concluse 33 ore dopo, emettendo la sentenza n° 5.924 pronunciata in nome di Sua Maestà Vittorio Emanuele III che contemplò quattro condanne mediante fucilazione al petto (previa degradazione per i tre graduati di truppa) e 145 anni complessivi di carcere comminati a 29 imputati nonché l’assoluzione degli altri 47 (42 per insufficienza di prove e 5 per non aver commesso il reato). Istruì il processo il capitano dei bersaglieri Francesco La Ferla, svolse le funzioni di pubblico ministero il capitano degli alpini Pietro Berizzi, funse da segretario il sergente dei bersaglieri Enrico Orna. Due ore dopo la lettura della sentenza, all’alba, i quattro alpini (dalle cui divise erano state tolte mostrine e stellette in segno di disonore), vennero bendati e legati alle sedie bloccate da massi, deposte sul prato adiacente al cimitero. Il parroco don Zuliani, che aveva confessato ed ascoltato le dichiarazioni di innocenza dei morituri, affranto ed ancora sotto shock, supplicò, con le lacrime agli occhi, il Comandante di far sospendere l’esecuzione poiché ingiusta. Lui avrebbe inoltrato domanda di grazia alla regina Elena. Tutto invano; allora si offrì volontario per sostituire i condannati e si accostò ad essi per impedirne la fucilazione, sperando in un agognato ripensamento che non avvenne, anzi alcuni carabinieri lo immobilizzarono portandolo via di peso. Allora tutt’intorno si udì … un crepitio di micidiali spari di fucileria. L’evento traumatizzò talmente il buon don Zuliani, chiamato affettuosamente dai parrocchiani “Sior Santul”, da farlo diventare balbuziente. Morì settantasettenne nel 1953, dopo aver svolto nel paese cinquantatré anni di generoso apostolato.

Su iniziativa del comitato costituito ad hoc e promosso dal paluzzano Mario Flora, pronipote del ‘disertore’ Ortis, domenica 30 giugno 1996, 80° anniversario dell’emanazione della sentenza, venne installato un cippo lapideo all’esterno del muro di cinta del cimitero di Cercivento alla presenza di autorità civili, militari, religiose e di numerosi cittadini, fra cui parecchie penne nere friulane. Il cippo - su cui è apposta una targa metallica con la raffigurazione di Cristo in croce affiancato da quattro stelle alpine e che riporta i nomi dei fucilati, il loro reparto di appartenenza e la data del sacrificio - è adagiato su un basamento di calcestruzzo ed è dotato di asta per esporvi il tricolore. È l’unico monumento in Italia che onora ‘quattro disertori’ fucilati da un plotone di carabinieri, in ottemperanza al verdetto emanato da un tribunale castrense. È doveroso altresì segnalare che Paluzza, il contiguo paese che diede i natali a Ortis, detiene un record nazionale: è l’unico Comune d’Italia ad avere una caserma dell’Esercito - struttura dismessa da alcuni anni, per carenza di alpini! - intitolata ad una donna, la portatrice carnica Maria Plozner Mentil, decorata nel 1997 con motu proprio del capo dello Stato Scalfaro di medaglia d’oro al valor militare alla memoria. Si ricorda che Mario Flora nell’aprile del 1990 inoltrò una lettera alla Corte Militare d’Appello di Verona per chiedere la riabilitazione postuma del prozio Ortis ‘giustiziato ingiustamente’. Domanda rigettata sette mesi dopo dal Tribunale di sorveglianza di Roma, competente per materia, in quanto l’istanza di riabilitazione per l’art. 683 del C.p.p. doveva essere proposta dall’interessato! Sette anni dopo Mario Flora richiese nuovamente al Presidente della Repubblica la riabilitazione postuma del prozio e dei suoi tre compagni di sventura. Pure la presidente della Regione Friuli Venezia Giulia Debora Serracchiani - su sollecitazione del sindaco di Cercivento Luca Boschetti - il 5 marzo dello scorso anno ha reiterato la richiesta al capo dello Stato Mattarella per implorare “il Suo intervento affinché possa essere formalmente restituito l’onore alla memoria ai quattro soldati passati per le armi”.

Ma furono tanti gli alpini caduti, e non solo, sotto il fuoco amico e non necessariamente in azioni di guerra. Molti di loro furono autentici uomini di valore, con la testa alta e la schiena dritta. Uomini senza medaglie, che oggi aspettano solo d’essere riabilitati.

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Il primo monumento ai caduti italiani è in Alsazia

Gianni Strasiotto

Il Parlamento Europeo di Strasburgo, attivo soltanto una settimana il mese, con il trasferimento di gran quantità di personale e di documenti da Bruxelles, comportando spese astronomiche, è continua meta di molti visitatori. Si presenta loro l’opportunità di conoscere l’Alsazia, la regione conquistata dai Romani nel 58 a.C., (sedici anni prima della fondazione di Concordia), e la sua storia. Entrata nel Medioevo nell’orbita del mondo tedesco, passò in parte sotto il dominio francese in seguito alla guerra dei trent’anni (1618 - 48), dopo la guerra franco - prussiana (1870 - 71) venne ammessa con parte della Lorena all’impero germanico, per ritornare alla Francia nel 1919. Fu poi per un breve periodo ancora territorio della Germania (1944 - 45) per essere liberata dagli alleati nel marzo 1945.

Fino a poco tempo fa era facile sentir raccontare da qualche residente dei suoi quattro cambiamenti d’indirizzo anagrafico senza essersi mai mosso di casa.

Nel dopoguerra fu meta d’immigrazione italiana ed è tuttora abitata da molti connazionali e discendenti.

Indispensabile una tappa a Mulhouse, nota per la vivacità culturale, l’architettura, il “Musee national de l’automobile” e, per i friulani, per l’attivo Fogolar, da tanti anni animato dal comm. Oreste d’Agosto, originario da Basaldella. Meglio recarsi al Fogolar, possibilmente, nell’ultimo fine settimana di ottobre, per partecipare alla sua “Fieste de polente”, un appuntamento annuale che richiama friulani di Francia, Svizzera e Germania, non solo per gustare “polente, lujanis, muset e formadi”, ma per il contorno di manifestazioni d’intrattenimento. Ci so o stato qualche anno fa e un amico d’infanzia colà residente mi ha fatto conoscere il sindaco di Steinbrunn-le-Haut, un piccolo comune vicino, con poco più di 600 abitanti. E’ Louis Gubiani nato a Gemona del Friuli, giunta in Francia con la famiglia nel marzo 1950. Già assessore comunale dal 2001, eletto sindaco nel 2008 è rimasto in carica fino al marzo 2015.

Nel suo comune venne realizzato il primo monumento dedicato a soldati italiani, in memoria dei nostri prigionieri morti nel campo di lavoro per la costruzione di opere di difesa e di una linea ferroviaria secondaria per alimentare il fronte tedesco durante la Grande Guerra. Grazie al sindaco e all’amico è possibile scriverne la storia.

Dopo lo scoppio della Grande Guerra, i tedeschi realizzarono un’importante ferrovia a scartamento ridotto, del tipo “Rollbahn” (decauville) per collegare due linee ferroviarie normali, la cui base logistica era nel territorio comunale di Steinburnn-le-Haut. L’esercito germanico disponeva di una potente organizzazione di specialisti che si avvaleva di migliaia di prigionieri, di lavoratori ex militari e di piccole squadre civili (“Zivilalbeiter”) reclutati sul posto. Dopo Caporetto vedremo anche da noi qualcosa di simile pe realizzare in tempi molto rapidi una ragnatela di nuove linee di uomini e mezzi per le esigenze del fronte.

I lavori della ferrovia furono iniziati nel gennaio 1916 da un comando di 71 prigionieri rumeni, che alloggiavano nelle baracche all’interno di un campo di esercitazioni con un piccolo aeroporto, ai margini della foresta di “Rossberg”. Il 27 gennaio 1917 i prigionieri furono spostati in un fienile abbandonato perché le truppe tedesche dovevano festeggiare l’anniversario del loro imperatore Guglielmo II. Nel corso di quella notte la temperatura scese a -10,4° C. e la mattina dopo 63 prigionieri furono trovati morti per il freddo, mentre i superstiti furono finiti con i calci dei fucili, tutti sepolti in fosse comuni.

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Una festa a Precenico in occasione della “Radunanza” dell’Associazione Agraria Friulana a Latisana nel 1858

Benvenuto Castellarin

Nell’“Annotatore friulano”, giornale di “Agricoltura, Arti, Commercio e delle Lettere”, che dal 1853 al 1859, usciva due volte alle settimana, il mercoledì e il sabato, del 27 maggio 1858, n. 21, nelle pagine 178 e 179, è presente una corrispondenza a firma di P.V.(Pacifico Valussi) che la indirizza ad un certo J. S. (Jacopo Serravalle) di Trieste. La corrispondenza, che s’intitola Una festa a Precenico, descrive minuziosamente un avvenimento svolto in quella località a margine della Radunanza tenuta dall’Associazione Agraria Friulana a Latisana nei giorni 3, 4 e 5 maggio di quell’anno.

La festa si svolse in casa della nobile famiglia Hierschel - de Minerbi: gli Hierschel facoltosa famiglia israelita di Trieste avevano acquistato la tenuta di Precenicco dal conte Antonio Cassis Faraone nel 1835. Agli Hierschel si aggiunse il predicato de Minerbi poiché nel 1833 Leone Hierschel sposò Enrichetta Clementina del Minerbi figlia dell’altrettanto facoltoso Caliman de Minerbi membro del “Consiglio Decennale della Comunità Israelitica” di Trieste.

Fu la signora Clementina che, secondo la cronaca, volle festeggiarvi l’Associazione Agraria friulana, la quale alla mattina faceva a Latisana le sue interessanti discussioni agricole, occupandosi specialmente di tutto ciò che si riferisce alla regione bassa.

I numerosi invitati percorsero la strada da Latisana a Precenicco su carrozze e birrocini […] fra belle campagne, che in questi dì pajono un giardino, ma fatalmente invase in molti luoghi, ore prima dalle acque irrompenti del Tagliamento, che avea superato i suoi confini alcune miglia più sopra. Si tratta della ennesima esondazione del Tagliamento che non deve aver provocato seri danni poiché dalle cronache del tempo, questa non è segnalata.

Una volta arrivati a Precenicco gli invitati hanno potuto pascersi gli occhi ammirando un vaghissimo giardino, opera del celebre Giuseppe Japelli, veneziano che lo costruì tra il 1840 e il 1850, il quale fingendo colline e laghi ed altre naturali varietà in mezzo a vasta pianura, era del resto giovato dal lavorare in riva ad un vaghissimo fiume, sempre copioso di limpide acque scorrente fra fertili campi. Dall’alto di que’ colli artificiali, vagamente colta varietà delle piante abbelliti, e su cui castelli turriti e capanne alla svizzera s’adergono, scorgesi da una parte il mare conterminato dai monti istriani.

Non solo, dopo i convenevoli, ecco lo spettacolo pirotecnico che richiamò tutti alle finestre, inoltre una banda musicale tratto tratto riempiva l’aria de suoi suoni; e tutto si seguiva con quella giusta successione che permette di gustare ogni cosa. Ma ancora gli spettatori erano chiamati alla parte del giardino: dove colla luce variamente colorata e collocata e spesso tramutata, si fingevano le più graziose e fantastiche vedute, aurore, tramonti, incendii di guerra e feste nel castello, una fantasmagoria insomma, in cui la realtà e la finzione erano si bene commiste. Tutto questo mentre un coro di cantori campagnoli di Mortegliano istrutti dall’abate Savani e condotti a rallegrare la festa rustica per una parte, ma principesca veramente dall’altra.

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Sulle antiche selve altoadriatiche Lupanica, Fetontea e Caprulana

Note storiche riguardanti l’origine dei loro nomi

Francesco Sguazzin

Raccontano gli illustri botanici prof. Luigi Fenaroli (1899-1980) e prof. Valerio Giacomini (1914-1981) nel volume La Flora, edito nel 1958 dal TCI, che “Quando i primi abitatori entrarono nella Valle del Po per porvi stabili dimore, dovettero aprirsi faticosamente dei varchi entro le immense foreste che ricoprivano quasi ininterrottamente tutta la vasta pianura. Erano probabilmente genti neolitiche dei Liguri, perché ad esse risalgono le più antiche industrie scoperte nel cuore della Lombardia e dell’Emilia. La loro presenza diventa sempre più frequente verso la fine dell’Eneolitico e nell’Età del bronzo, quando si addensano le palafitte e le terramare specialmente lungo i maggiori fiumi nella Lombardia Orientale, nel Veneto, in Emilia”. E ancora: “La civiltà aprì attraverso queste selve grandi strade, creò fortificazioni, inaugurò opere di dissodamento e colonizzazione e intraprese anche lavori ingenti di bonifica. Fu in gran parte prosciugato il territorio fra la via Emilia e il Po fino all’agro parmense, e la laguna padana, detta ‘Padusa’, venne notevolmente ridotta. Ma non vennero per questo distrutte le foreste oltre ad una certa proporzione ... Erano ben note alcune grandi foreste: la selva Litana nel Bolognese fra l’Appennino e il Po, la selva Lupanica (covo di lupi) fra l’Isonzo e la Livenza, la selva Fetontea (o silva Magna) di larghissima estensione, i cui residui si chiamarono Torcellis, Clocisca, Lauretana, Torunda ecc. ecc.”.

I nomi Lupanica, Fetontea, Caprulana (quest’ultimo lo aggiungiamo noi), che sembrano i più frequentemente citati da studiosi, cronisti e memorialisti, meritano un approfondimento storico perché non comparirebbero in modo esplicito, a quanto pare, in nessun autore della romanità classica, nonostante suggeriscano un’origine latina. Compaiono invece in diversi lavori riguardanti il territorio, la vita e le attività della gloriosa Repubblica di Venezia.

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Ricordi di un figlio della lupa

Lucio Vadori

Alla fine della guerra avevo dieci anni e quel tragico fenomeno, come per milioni di altri bambini come me, era stato una “normale condizione di vita”; talmente normale che quando appresi, dal cartello innalzato da un gruppo di partigiani vocianti su di un autocarro inglese, che passava davanti a casa mia preceduto da un motociclista, che la guerra era finita (era l'8 o il 9 maggio 1945), rimasi assai turbato. Mi pareva d'essere stato derubato di una parte del mio futuro, già un futuro avventuroso.

Di quei tempi lontani conservo molti ricordi, naturalmente del bambino che fui, alcuni vaghi e un po’ confusi altri, quelli degli ultimi anni, molto più nitidi e collegati ai fatti accaduti. Ricordo perfettamente, ad esempio, il mio primo giorno di scuola e il vestito indossato, e alcune celebrazioni durante l'anno scolastico. Il direttore in uniforme nera con gli stivali, le maestre pure in uniforme, ed anche noi scolari, i “figli della lupa” e i “balilla” (con moschetto e fazzoletto azzurro, molto invidiati dai “lupetti”); le vicende della guerra invece, erano lontane e vaghe.

Una vicenda familiare invece (non fu l'unica ma la più vicina) ci colpì molto direttamente. Avevo un cugino, Derno Paravano, nato a Torsa nel 1922, figlio di una sorella di mio padre morta quando lui non aveva che qualche mese di vita. Aveva anche una sorella maggiore, Aurora, classe 1920. Quando mio padre rientrò dal Canada, nel 1928, fu particolarmente vicino a questi nipoti, figli della sorella preferita salutata l'ultima volta quando aveva 18 anni. Questi cugini erano sovente ospiti nostri, specialmente in estate, il padre faceva il trasportatore ed era spesso fuori casa. Chiamato alle armi, durante la guerra, fu destinato al fronte balcanico e, nella primavera del 1943, rimasto ferito ad una gamba in uno scontro a fuoco, fu rimpatriato all'ospedale militare di Udine per le cure del caso. Durante l'estate, in convalescenza da noi, lo accompagnavo spesso al Tagliamento dove, la “spiaggia” era sempre affollata, con il sole e le fanciulle (era un bel giovanotto...) curava il corpo e lo spirito.

Giunse poi il 25 luglio, io non capii molto di quel che era successo, pensai fosse una cosa importante perchè mio padre era rientrato dalla piazza felicemente... brillo e mio fratello, in licenza, aveva gettato nel cortile la sua uniforme di G.U.F., quando mi spiegarono com'erano andate le cose ho realizzato che non avrei potuto più indossare la divisa del “balilla”, come mi sarebbe ...spettato (perciò la mia carriera ...littoria s'è fermata al “figlio della lupa”). I giorni e i mesi successivi furono molto intensi: ricordo l’8 settembre ed i giorni immediatamente successivi, i gruppi di soldati sbandati, chi ancora in divisa chi in borghese, con o senza armi, ma tutti intenzionati a raggiungere le proprie case. Mio padre in cambio di un vecchio paio di calzoni e del cibo, recuperò un moschetto con giberne e 50 caricatori, che sparì e ricomparve in altre circostanze. Mio fratello Vinicio, sergente di sanità, prestava servizio in un ospedale di Padova continuando a frequentare l’Università e il cugino Derno, dimesso dall’ospedale, era in licenza. Giunsero poi i Tedeschi e ritornarono i fascisti, la vita riprese ma non era più come prima: si cominciò a parlare... piano, di “partigiani” in montagna, della T.O.D., di “titini” e altre cose strane; le scuole non erano più nelle loro sedi abituali (erano diventate caserme), e la sirena dello zuccherificio cominciò a dare il segnale di allarme aereo e del cessato allarme, i ponti sul Tagliamento, delle S.S. “Pontebbana” e “Triestina”, obiettivi strategici, erano, ora, raggiungibili dagli aerei alleati, che andavano pure in Germania. Nel ’44, l’anno terribile, la guerra si fece sentire di più: incursioni, rastrellamenti, rappresaglie, e l’attività partigiana che si stava organizzando. Di tutto questo ricordo i discorsi in famiglia, alcuni nostri parenti erano coinvolti e, dati i tempi, questo era un buon motivo per preoccuparsi, infatti uno era il cugino Derno, operava nella bassa friulana col nome di “Nilo”, credo, compiva sabotaggi e colpi di mano tipo “gappista” (la sua identità non era nota), era diventato famoso, ricercato con una taglia sulla testa, l’altro era Ruggero Vadori, nato a Mussons nel 1924, figlio di un cugino di mio padre, che operava col nome di “Saetta”, in una formazione “garibaldina” della bassa friulana. Pure lui aveva ottenuto fama ed era oggetto di “caccia” tanto che, alla fine del ’44, in un grande rastrellamento, presero tutti i Vadori di Mussons e, tra costoro, i parenti di Ruggero (uno zio con figlio e figlia e il fratello Amelio) finirono in campo di concentramento, ritorneranno in due: il fratello Amelio e la cugina Speme. Ruggero non fu mai preso.

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Sior Carlo

Bruno Rossetto Doria

Quando uscivo di casa per andare verso il centro, avevo l’abitudine di passare per calle Carsimano, dove spesso mi fermavo a parlare con la signora Gioconda. Gioconda leggeva sempre le cose che scrivevo sul bollettino parrocchiale. Aveva appena compiuto 96 anni e quel giorno, quando mi fermai a salutarla, stava seduta nella sua poltrona di vimini fuori la porta di casa.

Mi fermavo a parlare con lei perché rammentava moltissime cose vecchie e interessanti che poi servivano alla mia passione dello scrivere. <<Te sa Bruno come che i ciameva me pare i maranesi, sior Carlo.>>

Lo sapevo. Sapevo quasi tutto della loro famiglia, che negli anni trenta di miseria erano una delle famiglie più benestanti a Marano. Possedevano una bottega di generi alimentari, un negozio di chincaglieria e il cinema Verdi e inoltre, a Udine, avevano la pescheria del comune in affitto.

Mentre le due figlie più giovani Catina e Gioconda curavano la bottega dei generi alimentari e la madre Pina dava una mano al figlio Antonio al cinema “Verdi” e File, la figlia più vecchia teneva a bada il negozio di chincaglieria. La pescheria invece la teneva sior Carlo, con l’aiuto dei figli Giuseppe e Aurelio.

Carlo Dal Forno era una persona colta, uno dei pochi che in paese che leggevano il giornale, sapevano leggere e scrivere. Difatti, “co riveva na carta scarbociada de inchiostro”, correvano da lui per farsela leggere.

Carlo Dal Forno aveva la stalla adiacente al cinema Verdi. Si alzava all’una di notte a preparare il suo cavallo “Baio” e prima di chiamare i suoi figli, stivava le cassette del pesce sul carro, e dopo averli chiamati, via di corsa fino a Udine ad aprire la bottega.

<<La matina, prima de ndà via, spesso volentieri el troveva qualchidùn che lo speteva par domandàghe un favor.>> Cominciò a raccontare Gioconda. <<Na matina el se gera trovò davanti Checo del Pin in camisa de note che duto azitò, el ghe veva domandò: “Sior Carlo, sior Carlo, el me farissi un grando favor che se me ga pena roto lurinàl. Dal momento che ’l và duti i zurni a vende el pesse a Udine, el podarissi cronpamene un là.”

In quii ani Bruno, i vasi de note i gera de tera cota e capiteva che i se ronpeva. Me pare sintìo cussì, con modo zentil e un giosso de ciò in ziro: “E diseme Checo, lo volè de cocio o de legno?”

“Parché, sior Carlo, i li fa anca de legno? Beh, alora el me lo cioga de legno che cussì el dura di più.”

“Ma de che misura te lo vol: granda, media o picola.” veva continuò me pare. Checo del Pin el se gera metùo a pensà e po’: “Mah! Sior Carlo, no so, el veda elo”. E po’ de colpo fasendo segno con dii de le mani metui in ciondolo; “el me lo cioga de na cagada e mesa.” Ci facciamo una calda risata, poi lei:

<<Bruno te conto ncora sto fato capitò a me padre, senpre con il Checo. Un venere el steva tornando de Udine dopo vè vendùo el pesce, co passò Carlino, seanca stanco dopo fati tanti chilometri el caval, forsi perché el naseva la stala el veva umentò la corsa. Rivai colo la casa del Rui, me padre el vidi Checco Del Pin che con passo spedìo el ghe camineva gli davanti, proprio sul bordo de la strada. Un tiro a le bredene pa’ ralentà el “Baio”, rivò vissi nel ghe disi: “Checo monta che te porto a Maran”. El Checo: “No, no sior Carlo, go massa primura, che ’l vaga pur e grassie, sarà par nantra volta.”

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