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copertina numero 58 la bassa

la bassa 58

Articoli e saggi nella nostra rivista “la bassa/58” - giugno 2009

In copertina

Particolare della “CARTA / FORI IVLII ACCURATA DESCRIPTIO
dal “Theatrum Orbis Terrarum” di Abram Oertel, Anversa 1573.
Il pittore Otto D’Angelo nel suo studio.

Otto D’Angelo: il pittore della civiltà contadina
Erico Fantin

Fra gli artisti in attività della nostra Regione merita una menzione il pittore Otto D’Angelo.
E non è che ci siamo accorti solo ora del maestro D’Angelo, dopo che giornali e riviste d’arte ne hanno parlato ampiamente, ma abbiamo voluto riservare una pagina meritoria, attraverso la nostra rivista, all’artista pittore della civiltà contadina. D’altro canto, la bassa, si onora di averlo tra i soci da diverso tempo.
Otto D’Angelo è nato a Silvella di San Vito di Fagagna, nel 1923. Quasi per caso, da ragazzo, si scopre, la sua capacità di riprodurre tutto ciò che vede. Ed è la sua mamma, donna semplice, che decide di avviarlo verso la pittura, sottraendolo al lavoro dei campi. Infatti, la sua famiglia era di semplici contadini e composta di altri sette fratelli e Otto, era l’ottavo (per questo Otto).

Rubata la statuetta di una benefattrice latisanese
Erico Fantin

Attraverso questa pagina vorremmo segnalare l’asportazione di una statuetta posta nella Tomba gentilizia della grande benefattrice dell’Ospedale di Latisana, Teresa Scala Donati.
La signora Scala Donati aveva beneficato molte persone e, oltre ai suoi coloni, anche la Parrocchia di Latisana, l’Asilo e soprattutto l’Ospedale che grazie al suo ingente lascito ha potuto sopravvivere in anni di gravi carenze finanziarie e continuare l’attività assistenziale. In occasione del 150° di fondazione del nosocomio, nel 1988, fu restaurata la cappella cimiteriale e venne posta una targhetta nel cancelletto con i dati anagrafici (1848-1936) e la scritta “Grande benefattrice dell’Ospedale di Latisana”.
Per tornare alla statuetta, raffigurante una graziosa immagine di bimba, la signora Scala Donati nel suo testamento olografo aveva dato disposizione affinché la statua fosse collocata accanto alla sua tomba “L’orfanella in cimitero con me”.
Secondo le testimonianze di Guido Jusso, fedele domestico della benefattrice, rilasciate ad una insegnante, la pregiata statua (si ritiene del Canova) era stata acquistata dalla testatrice a Firenze, a fine Ottocento, perché il volto scolpito assomiglia- va a quello della sua giovane figlia, morta prematuramente.
Al di là della paternità dell’opera è intollerabile che la statuetta sia scomparsa in questo modo quasi certamente per andare ad abbellire il salotto di un esecrabile appassionato, privo di scrupoli.

Nobiltà veneziana a Latisana
Stefania Miotto

La storia artistica e religiosa del Latisanese si intreccia ripetutamente con le maggiori famiglie nobili di Venezia, quelle per intenderci che diedero alla Serenissima Dogi e Procuratori.
E’ vicenda ormai nota che al mecenatismo dei Mocenigo si deve la costruzione del convento annesso alla chiesa di Santa Maria della Sabbionera.
Pure dei Vendramin discendenti del doge Andrea (1476-1478) si è già ripetutamente detto.
Al figlio Bartolomeo, bandito da Venezia per un omicidio e costretto a stabilirsi nella Terra della Tisana nonostante la nomina a cavaliere di Rodi, spetta con ogni probabilità la committenza del ciclo di affreschi absidali della chiesa di Santa Maria già a Bevazzana: a lui si potrebbe riferire anche la scelta di precisi modelli iconografici presenti nella città lagunare o in essa reperibili.

Novembre 1918: gli ultimi giorni prima della vittoria
Gianni Strasiotto

Le gesta valorose del nostro esercito che incalzava il nemico in rotta, nei giorni che precedettero la Vittoria del 4 Novembre 1918, sono esaltate anche dai diari dei nostri parroci.
Raramente però sono riportate le vittime del fuoco amico dell’artiglieria e del bombardamento aereo. Il 28 ottobre Motta di Livenza subisce un bombardamento, da parte dei nostri aerei, che provoca la morte di 25 prigionieri italiani, mentre altre vittime di bombardamenti si rilevano unicamente dai registri dei morti.
Pochissimi cenni anche sugli ingenti danni provocati dagli austro-ungarici in ritirata, sulle loro ultime violenze, sugli stupri e, per contro, sui tanti generosi comportamenti dei civili: quello – ad esempio – dell’anziano Giuseppe De Carli detto Ortis, il quale sbarrò le porte del municipio di Pordenone, barricandosi all’interno e sventando così la razzia, ad opera di una quindicina di soldati ungheresi.
Il cappellano dell’ospedale di Pordenone, don Celestino Scalbi, scrive dell’uccisione di tre civili senza alcun motivo, soltanto quale sfogo di rabbia per l’umiliazione degli invasori per una partenza ingloriosa.
In altre testimonianze – riportate dal giornalista Paolo Gaspardo – è descritta la distruzione del ponte sul Noncello e del coraggio di un bambino, sui 10-12 anni, che prese a sassate il soldato che l’aveva minato, salvandosi poi miracolosamente dai colpi di fucile sparatigli contro. Un adulto riuscì, sempre a Pordenone, a catturare il soldato che stava per far saltare palazzo Porcia, trasformato in polveriera, costringendolo a buttare nella roggia la bomba che doveva dar fuoco all’esplosivo depositato.
A Travesio, il 2 novembre 1918, soldati della cavalleria ungherese uccisero il sindaco Luigi Cargnelli di 57 anni ed Edoardo Cargnelli di 25 anni, nel cortile della loro casa, senza motivo alcuno.
I registri parrocchiali dei morti descrivono tanti fatti altrimenti ignorati. Il 1° novembre 1918, a San Vito al Taglimento, la giovane Luigia Defend di Gleris, di 21 anni, fu colpita da un ufficiale austriaco. Dopo avere risposto alla richiesta di indicargli la strada per Codroipo, soggiunse con tono ironico: “Ma quella non è la strada per andare Roma”, riferendosi al fatto che, giusto un anno prima, le truppe occupanti avevano collocato - nei principali crocevia - dei cartelli con l’indicazione per la capitale.

Caorle all’inizio del 1900 e negli anni della prima Guerra Mondiale
(4 novembre 2008: nel novantesimo anniversario della fine della Grande Guerra)
Paolo Francesco Gusso

Al censimento del 1911, Caorle aveva 4.878 abitanti, con un incremento di 1.302 abitanti (+ 36,41 %) rispetto al 1901. Un terzo circa della popolazione risiedeva nel centro storico ed era in gran parte dedita alla pesca in laguna, mentre i due terzi vivevano nel vasto territorio agricolo comunale fra Livenza Morta e Canale Nicesolo, ormai in gran parte bonificato, ed in particolare nei nuovi popolosi centri di Ca’ Corniani, Ca’ Cottoni, San Giorgio di Livenza e San Gaetano.
All’inizio del 1900, nel centro di Caorle la gente viveva per lo più in condizioni di dignitosa povertà ed in coabitazione nelle vecchie variopinte case che si susseguivano fra calli e campielli del borgo medioevale, con un tasso di affollamento medio di quasi 15 persone per abitazione. C’era una scuola elementare, un medico condotto ed una farmacia, ma non c’erano ancora l’elettricità, l’acqua potabile e le fognature. Le inadeguate condizioni igienico-sanitarie e la scarsa dieta alimentare a base di pesce e di polenta rendeva debole la popolazione, che, oltre alla malaria, era spesso soggetta a malattie, con una elevata mortalità infantile e delle persone più anziane. Inoltre, a causa delle molteplici opere di bonifica che avevano ridotto l’estensione dell’area lagunare e le possibilità di pesca in laguna, il Consorzio Peschereccio (costituito nel 1853), che rappresentava l’intera massa peschereccia, era in gravi difficoltà economiche e rischiava il fallimento. Tuttavia, dal 1905 fino alla prima guerra mondiale, anche Caorle ebbe la sua Belle Epoque! Un primo segno di ammodernamento si ebbe nel 1905, quando, per togliere Caorle dall’isolamento in cui si trovava, fu attuato il collegamento telegrafico e iniziò il “servizio di carrozza” per la ferrovia a Ceggia. Il 13 ottobre 1909 entrò in funzione anche un servizio di battello per Portogruaro, per collegare Caorle all’ospedale, scuole superiori, tribunale, banche, e i vari uffici mandamentali. Il Consorzio Peschereccio, sul quale si basava l’intera l’economia cittadina, fu salvato dal fallimento e si costituì la prima flotta di bragozzi per la pesca in mare. Si aprirono nuove attività commerciali ed artigianali, e si avviarono nuovi mestieri diversi dalla pesca. In quel periodo di relativo benessere si costruirono alcuni nuovi importanti edifici pubblici: il Municipio con scuola elementare e ufficio postale [Fig. 1], l’ufficio e casa del Genio Civile, la vedetta della Marina Militare (“Specola”), l’ambulatorio e casa del medico condotto e la caserma della Guardia di Finanza, ed un mulino in stile neogotico.

L’alzheimer
Renata Visentini

In font dal miò cûr
malât di malinconie
si spant un mâr
in tampieste,
‘a l’ures sigà
al soreli ch’al nas:
“ puartimi oltri
l’oblîo de vite
che mi indurmidis
ogni dì un pôc
fin ‘a puartami
oltri al timp
dal cognossût”.

Al pàs ogni dì
plui lent ‘al si fâs,
i pensiars ‘e stravolgin
al cjâf, che libâr
‘a l’ures là
cun l’àjar
oltri le linèe
di confin,
par svolà
oltri chèl mûr
ch’al nascuint
le felicitât.

‘Al nas al dì
simpri plui indistìnt
les ideis si confondin
le realtât ‘e svanis,
d’istint ‘o cjapi
che man
che forsi ‘o cognos
le strenç al miò cûr
par no finì
completamentri tal’oblîo.

L’Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi di Guerra di Portogruaro e il suo archivio (1920-2005):
un patrimonio documentario per la città e per il territorio
Laura Pavan

Nel centro storico di Portogruaro, tra i molini sul Lemene e il duomo di S. Andrea, si trova un edificio che reca sulla facciata a grandi lettere il nome di “Casa del Mutilato”: è la sede della Sezione Mandamentale di Portogruaro dell’Associazione Nazionale fra Mutilati ed Invalidi di Guerra (A.N.M.I.G.), sodalizio nato nel 1917 a Milano per fra fronte ai dolori causati dalla “Grande Guerra”. In territorio veneto l'”Associazione Regionale Veneta fra Mutilati e Invalidi di Guerra” si costituisce a Venezia nel 1918, adottando un proprio statuto e ottenendo il riconoscimento del Prefetto nello stesso anno. Fin dal 1919 anche nel Mandamento di Portogruaro l’Associazione ha visto sorgere una propria delegazione, affiliata alla Sezione di Venezia, con sede nel centro storico della Città del Lemene, probabilmente all’inizio in via Seminario, poi in Calle delle Beccherie, fino all’acquisto nel 1949, con il contributo di tutti i soci, della “Casa del Mutilato” e al conseguente trasferimento negli anni immediatamente successivi. Fin dalle origini la Sezione portogruarese ha carattere mandamentale, in quanto il territorio di riferimento comprende tutti gli undici Comuni del Mandamento; essa conta diciassette Fiduciari di zona, responsabili dei gruppi di soci residenti nei diversi Comuni e nelle frazioni o località più grandi.
In base allo statuto, l'A.N.M.I.G. ha come scopi principali il ricordo del comune sacrificio di dedizione alla patria, la tutela degli interessi morali e materiali degli invalidi di guerra, l’intervento presso i pubblici poteri e La copertina dell’inventario d’archivio della Sezione A.N.M.I.G. di Portogruaro. le amministrazioni a sostegno dei diritti e degli interessi dei propri aderenti.
In particolare, la Sezione mandamentale di Portogruaro si è impegnata nei decenni scorsi per garantire l’assistenza medica gratuita ai propri iscritti, istituendo presso la propria sede un ambulatorio, operativo dal I ottobre 1964, nel quale prestavano servizio medici in convenzione. La Sezione è stata molto attiva, inoltre, nell’opera di collocamento di invalidi disoccupati nelle fabbriche, nelle aziende e negli uffici pubblici locali, nell’assistenza alle pratiche pensionistiche dei propri iscritti, oltre che in attività e iniziative a favore delle famiglie dei soci. In particolare, nell’ambito degli interventi destinati ai famigliari di mutilati ed invalidi, vanno ricordate l’istituzione di borse di studio e contributi per i ragazzi meritevoli di ogni grado di scuola, l’organizzazione dei soggiorni estivi “in colonia”, l’erogazione di sussidi alle famiglie dei soci in condizioni di indigenza o in temporanea difficoltà economica.

Le bonifiche in Veneto e Friuli Venezia Giulia fra ’800 e ’900
(terza parte)
Andrea Pedron

CAPITOLO III
L’EMIGRAZIONE COME SOLUZIONE AL MALESSERE RURALE
1. L’andamento demografico
Eccesso di popolazione rispetto alle risorse disponibili ed effettivamente impiegate nel Paese di partenza; situazione opposta in quello di arrivo; conseguente divario fra domanda e offerta di manodopera a livello internazionale: sono queste, senza dubbio, le condizioni necessarie perchè vi sia emigrazione. Fattori demografici e fattori economici si intersecano in modo inscindibile nel determinare i flussi migratori e dalle loro diverse combinazioni nascono innumerevoli differenze e articolazioni del fenomeno nello spazio e nel tempo1. Si tratta di prendere in considerazione da un lato i fattori di attrazione che agivano a livello mondiale e le forme con cui si manifestavano nel Veneto e nel Friuli, dall’altro i fattori di espulsione che operavano concretamente nelle campagne, determinando la fuga di una parte assai consistente degli abitanti, e le cause di fondo da cui traevano origine.
E’ importante, infatti, individuare come si realizzi nel caso concreto il particolare rapporto fra popolazione e risorse, quali siano le caratteristiche dello specifico divario che dà vita ai flussi migratori da un dato paese o da una data zona, pur nel quadro internazionale. L’esodo di massa si colloca di solito proprio nella fase di avvio del processo di modernizzazione di una economia e di una società, in connessione con l’inizio dell’industrializzazione, la riduzione dei costi, l’intensificazione delle comunicazioni, le trasformazioni dell’agricoltura: in connessione soprattutto con gli squilibri territoriali e settoriali che si accompagnano allo sviluppo di un paese2. Anche il fattore demografico ha grande importanza, in modo particolare per l’aumento di popolazione dovuto alla rapida riduzione della mortalità: ma uno sguardo ai tassi d’incremento della popolazione italiana confrontati per quinquenni agli indici del movimento migratorio nazionale complessivo documenta l’improponibilità di una dipendenza diretta dell’esodo di massa dal processo di inflazione demografica3. Non sarà inoltre superfluo ricordare una particolarità dell’emigrazione italiana sino agli anni Novanta inoltrati dell’Ottocento e delle due regioni stesse, attraverso i casi emblematici di Belluno e di Udine, le due province meno densamente popolate di Veneto e Friuli, ma nel contempo le più colpite dal fenomeno migratorio: di essa non pochi ebbero piena consapevolezza avvertendo che l’esodo contadino da noi non era quasi mai determinato da eccesso di popolazione, ma quasi sempre da cause economiche e sociali, come la cattiva distribuzione della proprietà e il basso prezzo dei prodotti. Così in Italia le province che danno un maggior alimento all’emigrazione non sono le più popolose, ma quelle che sono funestate dalla malaria e da bassi redditi.
Se le ragioni fondamentali dell’esodo sono da ricondurre prevalentemente ai fattori di “spinta”, cioè alla situazione economica e sociale delle zone di partenza, la possibilità concreta ad emigrare derivava da fattori riconducibili da un lato alla necessità di manodopera determinatasi sia nei paesi americani sia in quelli dell’Europa centro-orientale, dall’altro allo sviluppo delle comunicazioni e alla maggior facilità dei trasporti. Il primo avvio di flussi transoceanici di una certa consistenza dal Veneto e dal Friuli, ad esempio, va certamente messo in connessione anche con la temporanea caduta della richiesta di braccia in Austria-Ungheria e in Germania, sbocchi tradizionali dell’emigrazione stagionale: il fatto era da ricondurre a una grave crisi occupazionale esplosa intorno al 1875 nei settori delle miniere, delle costruzioni ferroviarie; le conseguenze furono da un lato la ricerca di nuovi sbocchi verso l’Europa orientale, dall’altro l’inizio dell’esodo verso l’America latina.

Gabriele D’Annunzio di fronte al Cristo deposto di Domenico Trentacoste ora nella cappella cimiteriale della famiglia de Asarta a Fraforeano
Benvenuto Castellarin

Lo scultore Domenico Trentacoste, nato a Palermo nel 1859, morto a Firenze nel 1933 dove si era stabilito fin dal 1878, nel 1904 scolpì un Cristo deposto che si trova presso il cimitero delle Porte Sante a Firenze. Nel 1907, l’artista, forse incantato dalla potenza espressiva che emanava l’opera, scolpì una versione che ora si trova nella cappella cimiteriale della famiglia dei conti de Asarta a Fraforeano di Ronchis. Di Domenico Trentacoste, che fu un eccellente ritrattista (1), la cui indole delicata si esprime in una misura ispirata liberamente al mondo classico, il poeta Gabriele D’Annunzio ebbe a dire: “Questo Siciliano biondo, che trattava da orafo la pietra ... mostra di sapere e di credere che il più bel tempio del mondo è il corpo dell’uomo ben nato”.
La sera del 22 giugno 1907, D’Annunzio fece visita allo scultore nel suo studio a Firenze. Al vedere le due Deposizioni il poeta ne fu come rapito da quei due esanimi corpi. Il loro ricordo gli deve essere rimasto a lungo impresso nella mente, tanto da dedicarvi un capitolo intitolato Gesù deposto, in una raccolta di prose che pubblicherà tra il 1924 ed il 1928 con il titolo di “Faville del maglio”. Raccolta che il sommo poeta ebbe a definire “le più belle, e le più varie e le più ardite, arditamente estratte dal libro della mia memoria”.

Pasolini a Malafesta
Margherita Trevisan

Malafesta, piccolo paese dallo strano nome, sorto sulle sponde del Tagliamento, con origini avvolte nel mistero, viene ricordata, in alcune pagine, da Pier Paolo Pasolini. Per comprendere questi riferimenti, presentiamo alcuni aspetti della vita e della poetica del periodo friulano dello scrittore.
Nato a Bologna nel ’22, soggiorna con la famiglia a Casarsa, paese natale della madre, e nella vicina Versutta, negli anni della 2ª Guerra Mondiale, fino al ’49. In questo periodo compone “Poesie a Casarsa” (1941-’43) nella parlata friulana della zona, in cui scopre la lingua madre come portatrice di parole antiche e incontaminate, espressione della civiltà contadina. Nel ’43 inizia la pubblicazione dello “Stroligut di ca’ da l’aga”, divenuto poi “Stroligut” e nel ’45 fonda a Versutta l’“Academiuta di lenga furlana”, piccola accademia di lingua e poesia, dove il poeta e i suoi allievi e fondatori scrivevano in friulano. Il simbolo dell’Academiuta era l’“ardilut”, “umile erbetta, ma basta una goccia di rugiada per farlo brillare” e il suo motto era: “O cristian furlanut plen di veça salut”. Il poeta vedeva il friulano come lingua sorta dal latino, al tempo in cui il cristianesimo incominciava a diffondersi in Europa, insieme alle lingue romanze. Le parole non scritte, udite dalla viva voce del popolo, trasportavano il poeta in un paesaggio lontano di secoli, ma simile a quello che veniva conoscendo e conservato ancora al presente nella coscienza delle persone. Pasolini, appassionato studioso di lingue romanze, come il provenzale, il catalano, lo spagnolo, si propone di dare dignità letteraria al friulano parlato, come il poeta provenzale Mistral, nel 1854, attraverso la scuola detta “félibrige”, aveva elevato il provenzale al ruolo di lingua poetica e letteraria. Il poeta riuscì a sprovincializzare la parlata friulana e a renderla lingua letteraria, facendola conoscere anche al di fuori dei confini regionali, come nell’opera poetica “La meglio gioventù”, pubblicata nel ’54.

Storia di emigrazione. Il rientro di un campione del ciclismo dal Sudamerica
Silvio Bini

Questa è una storia di emigrazione, di sport e di amicizie lontane. Inizia più di cinquant'anni fa in Argentina, lungo le strade fra Buenos Aires e Santa Fè e si sviluppa a colpi di pedale, dentro fughe interminabili e volate furiose. Il ciclismo in Argentina guarda da lontano, in tutti i sensi, ai fasti delle corse europee. Siamo alla vigilia degli anni Cinquanta e in Italia le gesta di Coppi e Bartali esaltano le folle.
Ma la vita della gente, stremata dalla guerra, è difficile e la ricerca di un lavoro porta spesso in terre lontane. Nel 1949, Luigi Dazzan di Palazzolo dello Stella ha ventidue anni e voglia di emergere. Ha una grande passione per le corse in bici e già da anni partecipa a gare locali. Un giorno decide di cercare fortuna in Sudamerica e parte con un sogno sulle spalle: la bicicletta. Incomincia a gareggiare anche nella sua terra d'adozione, introducendosi con successo nel nuovo mondo di uno sport ancora in fasce.
Così, lo ritroviamo nel 1953, quando a Quilmes, località vicina a Buenos Aires, dove oggi si produce la più famosa birra argentina, il “nostro” Gigi apre un'azienda che costruisce biciclette. E' l'inizio della storia che porterà un Dazzan ai vertici del ciclismo mondiale. Stiamo arrivando ai primissimi anni '70. Attorno alla fabbrica di biciclette di Luigi Dazzan, ad un tiro di schioppo dalla capitale, si è sviluppata una intensa attività agonistica che spazia nelle vaste province argentine. Dalla provincia di Santa Fè, precisamente da Villa Constitución, cittadina dove è nato anche Abel Balbo, il bomber di Udinese e Roma di qualche anno fa, fanno capolino anche due ragazzi piuttosto svegli e veloci, i fratelli Juan Antonio e Omar Delle Vedove, la cui famiglia è originaria di Sella di Rivignano.