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copertina numero 76 la bassa

la bassa/76

anno XL, n. 76, giugno 2018

Estratti di
articoli e saggi
della nostra rivista

In copertina:

Particolare della CARTA / FORI IVLII
ACCURATA DESCRIPTIO
dal “Theatrum Orbis Terarum” di Abram Oertel.
Anversa 1573.

I Presidenti con i relatori e il Sindaco di Latisana. Da sx: Roberto Tirelli, attuale presidente “la bassa”, Enrico Fantin, Daniele Galizio, Mariucci Altan, sorella del primo presidente Titta Altan, i relatori Gianfranco Ellero e Giuseppe Bergamini, Giuliano Bini e Benvenuto Castellarin (foto Mario Ambrosio).

Sommario


Il 40° de “la bassa” 1978-2018

Gianfranco Ellero

Si fa presto a dire “Quarant’anni”, ma sono tanti e lunghi da vivere.

Nel caso di un’associazione culturale privata come “La Bassa”, non supportata da uno status istituzionale, come per esempio la Deputazione di Storia Patria per il Friuli che quest’anno compie cent’anni, o la Società Filologica Friulana, che diventerà centenaria nel 2019, sono davvero tantissimi.

Ma la lunghezza del periodo che oggi si rievoca non è il dato più sorprendente: si tratta, infatti, di un lungo tempo zeppo di pubblicazioni e ritmato dalle due uscite annuali della rivista, che orgogliosamente alzò, nel 1978, la bandiera culturale di una zona piuttosto trascurata dalla cultura istituzionale, o per dir meglio dal polo culturale udinese. Evidentemente la fama di zona paludosa e malarica della Bassa – quando io nacqui, cioè nel 1937, il chinino di Stato veniva distribuito fino a Varmo – , abitata da persone che parlavano un friulano considerato corrotto (privo delle cosiddette prepalatali e caratterizzato da una “c” trasformata in “s”: sitât, quindi, non citât) deve aver convinto la classe culturale della capitale che il gioco, ovvero lo studio della Bassa, non valeva la candela: era come se sulla loro mappa mentale gli studiosi dell’Alta avessero scritto sulla pianura meridionale “Hic sunt leones”.

Oh Dio, nei loro studi erano obbligati a spingersi verso sud, al di sotto della linea delle risorgive, perché nella Bassa c’erano Aquileia e l’isola di Grado, ma Latisana veniva di solito nominata soltanto perché probabile punto di passaggio della Via Annia!

Non sto esagerando: quando arrivai a Udine, a undici anni, tutti correggevano il mio friulano; e quando mi iscrissi alla Filologica, nel 1968, e adoperai la parola “baston”, un poeta mi disse che si trattava di un venetismo e che dovevo adoperare la parola “racli”: errore madornale, perché il racli si pianta negli orti per favorire lo sviluppo verticale di fagioli e piselli, non per sorreggersi in vecchiaia o per colpire un nemico!

La mia fiducia nella cultura ufficiale fu ridimensionata anche quando scoprii che Fraforeano non compariva mai nelle storie del Friuli, e si trasformò in indignazione quando scoprii che il Vocabolario della lingua friulana aveva storpiato il nome del mio paese, che in friulano si chiama Frofean, non Fraforean!

Prima de “La Bassa”, lo affermo con piena consapevolezza, vivevamo quasi in un deserto sotto il profilo culturale.

Non che mancassero studi specifici su punti e zone del territorio, e qui basterebbe citare lo studio del friulano di Ronchis da parte del grande Paul Scheuermeier, per esempio, o gli studi sui terreni e le acque dei consorzi di bonifica: ma i depositi di documenti sono cosa ben diversa da un racconto storico basato su quei documenti, riservati normalmente agli specialisti. E poi dobbiamo dire che c’era anche qualche oasi nel deserto, cioè qualche monografia di paese scritta con criterio cronachistico e agiografico dal parroco o da Gellio Cassi: ma certo mancava una grande opera di scavo archivistico e archeologico e la giusta valutazione di fenomeni storici che qui assunsero fisionomie particolari e caratterizzanti.

Del resto, per rimanere convinti di quanto sinteticamente affermo basta confrontare i numeri unici stampati dalla Società Filologica Friulana in occasione di due Congressi: quello del 1955 è un esile fascicoletto, quello del 1978 è un tomo di 450 pagine, voluto da Luigi Ciceri, dal qui presente Giuseppe Bergamini, in quel tempo Vicepresidente della Società, e fortemente sollecitato da Giovanni Battista Altan e Ario Cargnelutti.

Il volume “Tisana” fu davvero il rivelatore della Bassa come miniera culturale da scavare e sfruttare, per rivelare al mondo culturale l’esistenza di realtà altrove sconosciute, come, per esempio, l’esistenza di un paese ancora feudale (parlo del mio paese) nel XX secolo, o come lo straordinario intervento di bonifica su un vastissimo territorio, che cambiò non soltanto lo stile di vita della nostra gente ma anche l’economia e le prospettive.

Quel numero unico composto a più mani fu uno stimolo e un modello per l’Associazione culturale che volle continuare le ricerche allora indicate o soltanto tracciate.

Quel numero unico composto a più mani fu uno stimolo e un modello per l’Associazione culturale che volle continuare le ricerche allora indicate o soltanto tracciate.

Ma prima di soffermarmi, sia pure a volo d’uccello, sulla produzione de “La Bassa”, vorrei richiamare l’attenzione sulla divisa dell’Associazione, che volle indicare il suo campo di studio rifacendosi non alle moderne suddivisioni amministrative, non prive di effetti negativi sulla cultura e la mentalità delle persone, peraltro, bensì ricordando la nostra appartenenza all’antica Patria del Friuli, nella quale la Terra di Latisana, che fino al 1807 includeva il corso terminale del Tagliamento, era un fattore di unità tilaventina nell’unità della Patria cantata da Erasmo di Valvasone nel 1598:

Siede la patria mia tra il monte ’l mare
Quasi theatro, ch’abbia fatto l’arte,
Non la natura, a’ riguardanti appare,
E ’l Tagliamento l’interseca et parte:
S’apre un bel piano, ove si possa entrare,
Tra ’l merigge, et l’occaso, e in questa parte
Quanto aperto ne lassa il mar, e ’l monte
Chiude Liquenza con perpetuo fonte.

Sto parlando del motto “L’aga no ni divit”, che mi apparve geniale e di folgorante intuizione storica fin dal suo apparire, anche perché delimitò l’area di prevalente interesse della rivista, a destra e a sinistra del grande fiume, l’aga per eccellenza, ma non pose limiti temporali e di settore nella ricerca. In tal modo, come vedremo, l’Associazione e l’omonima rivista, non si strutturarono come un’Accademia di studi specialistici (sul Medio Evo, per esempio, o sul periodo longobardo), bensì come un’officina aperta a molteplici indirizzi di ricerca, dalla protostoria all’attualità.

Se a questo punto ritorniamo alla durata dell’Associazione, possiamo e anzi dobbiamo dire che si è trattato di quarant’anni di passione ed entusiasmo, due sentimenti che difficilmente durano “per sempre”, e il merito di questo miracolo è sicuramente dei “senatori”: Fantin, Castellarin, Bini, e certamente altri, compresi quelli che, come Tita Altan e Nelso Tracanelli, oggi non possono essere con noi.

Fantin Galizio Ellero
Il prof. Gianfranco Ellero mentre riceve l'omaggio dal sindaco di Latisana, Daniele Galizio

Tutto ciò premesso, in sintesi dirò quelli che a me sembrano i caratteri salienti dell’azione della Bassa nei suoi quarant’anni di vita.

Partirei dall’ampiezza della ricerca: archivistica, archeologica, ambientale, sulle fonti edite … Come dimostra la ricchissima produzione saggistica e monografica, non c’è area di territorio o periodo storico che sia stato trascurato. I collaboratori, però, non si sono limitati a ripetere il già noto: hanno sempre tentato di aggiungere qualcosa di nuovo, e ciò è sorprendente perché i soci attivi dell’Associazione non sono, e i trapassati non erano, storici di professione.

Partita con molta attenzione per l’Antichità e il Medio Evo, la Bassa ha saputo spaziare nella storia moderna e contemporanea con molteplicità di visioni e indirizzi di ricerca, facendo ricorso a tutti gli strumenti di indagine, invitando talvolta alla collaborazione specialisti e storici di professione, che hanno condotto ad autentiche rivelazioni, come per esempio il vero tracciato della Via Annia: è questo un esempio di come una seria ricerca di storia locale possa dare un sostanzioso contributo a storie di più ampio respiro.

L’Associazione ha saputo quindi passare dalla tradizione all’innovazione.

Ma ciò è avvenuto perché c’è stata una straordinaria capacità di coinvolgimento di persone ed enti, pubblici e culturali. L’Associazione non si è chiusa in se stessa, pretendendo orgogliosamente di arrivare anche su cime troppo alte: ha accettato contributi e consigli esterni.

E così ha potuto proporsi come struttura capace di produrre anche importanti monografie a più mani intitolate Pramaggiore, Rivignano, San Paolo al Tagliamento, Muzzana del Turgnano, Varmo, Bertiolo: quando mai queste località avrebbero potuto beneficiare di simili studi senza l’intervento de La Bassa?

Possiamo osservare, a questo punto, che la Bassa svolse un ruolo di supplenza e di integrazione delle due istituzioni culturali citate all’inizio del mio discorso, che per loro natura studiano tutto il territorio della Patria del Friuli, mentre la nostra Associazione ha potuto concentrarsi sul

“bel piano, ove si possa entrare”

cioè sulla pianura costruita dal grande fiume al di sotto della linea delle risorgive.

Ma accanto alle citate monografie su singoli centri abitati, ci sono anche altre pubblicazioni di grande interesse, e innovative, come lo studio sugli idronimi del nostro territorio, pieno di risorgive e di rogge; l’indagine sui porti fluviali, un tempo molto importanti, a partire da quello di Latisana, ormai dimenticati ma ancor vivi nella toponomastica (Portogruaro, Pordenone …); i contributi sulle alluvioni e sui cataclismi; la ricerca sui paesi fantasma, nominati nelle fonti archivistiche ma ormai distrutti e talvolta non localizzabili; lo studio sulla malaria e la bonifica, e ancora sulle conseguenze in loco delle due guerre mondiali …

Basterebbero questi titoli per dare alla Bassa la giusta collocazione nel quadro della cultura friulana, ma naturalmente ci sono molti altri che non ho citato e alcune centinaia di articoli sulla rivista.

Non si deve poi dimenticare l’importante contributo dato dalla moltiplicazione di fonti note ma frammentate, come per esempio l’assemblaggio dei processi dell’Inquisizione contro eretici della bassa pianura, la compilazione di statistiche zonali per determinati fatti – si pensi ai caduti nelle guerre mondiali - o alle ristampe anastatiche di libri ormai rari, e anche i vocabolari locali, di Ronchis e Marano.

Leggendo l’elenco delle pubblicazioni ho potuto cogliere, nell’Associazione, la coscienza di essere attiva in un momento storico di eccezionale interesse, caratterizzato da inaspettate morti (come quella della civiltà cristiana e contadina), di inattesi tramonti (come quello dell’età industriale e delle ideologie del Novecento) e di straordinarie nascite (come quella della civiltà postindustriale e informatica), e l’ansia di documentare il più possibile i cambiamenti in atto, che si avverano nel giro di pochi anni, e trasformano anche la fisionomia del territorio, non soltanto la vita dei suoi abitanti.

In tal modo la Bassa è diventata nel tempo anche stabile punto di riferimento e di informazione per studiosi italiani e d’Oltralpe, e, a sua volta, una fonte storica.

Naturalmente, e direi inevitabilmente, non tutti i contributi furono di alto livello, ma credo di poter dire che, nei limiti delle risorse umane e finanziarie disponibili, sia stato ottenuto il massimo che si potesse sperare nel 1978.

Ad multos annos!

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Il contributo culturale de “la bassa” per l’arte nei suoi quarant’anni di attività

Giuseppe Bergamini

Non è semplice riassumere in breve i meriti del contributo offerto da “la bassa” nelle indagini storiografiche della Patria del Friuli nei suoi quarant’anni di attività, sia per la varietà dei settori interessati dalle ricerche (storia, archeologia, arte, letteratura, tradizioni popolari, memorie locali…), sia per la vastità della zona presa in esame (i comuni della bassa friulana e portogruarese, e non solo), sia per la quantità degli scritti fino ad oggi pubblicati: decine e decine di volumi, oltre alla rivista “la bassa”.

Da qui la necessità di ricondurre le argomentazioni a uno specifico settore che in questo caso riguarda il mondo dell’arte presente in edifici religiosi e civili di questa interessante parte del Friuli.

L’associazione “la bassa” è sorta all’epoca del LV Congresso della Società Filologica Friulana del 1978, ma in precedenza la Filologica aveva tenuto a Latisana altri due congressi, il XV nel 1934, e il XXX nel 1955. È tuttavia sufficiente sfogliare le pubblicazioni edite in tali occasioni per accorgersi che in quella del 1934 si fa solo un brevissimo accenno al “tempietto” Gaspari dell’architetto Andrea Scala e al monumento funebre dello scultore Luigi Minisini, così come viene appena ricordata, in poche righe, la pala d’altare di Paolo Veronese nella chiesa abbaziale, pala riprodotta nella pubblicazione del 1955, là dove si parla delle chiese di Latisana.

Le poche notizie riportate sono emblematiche della conoscenza che al tempo si aveva dell’arte del Friuli, territorio senza alcun dubbio ricco di monumenti d’arte di grande interesse, pochi dei quali però adeguatamente conosciuti dal largo pubblico. Se infatti a tutti erano noti gli straordinari mosaici di Aquileia, i capolavori di arte longobarda conservati a Cividale, i raffinati stucchi del Tempietto, le affascinanti oreficerie, e l’emozionante altare di Ratchis, i colorati cicli d’affreschi di Giovanni Antonio Pordenone a Travesio e Valeriano o del Tiepolo a Udine, ben pochi immaginavano che i nostri palazzi o le nostre chiese, anche le più piccole, custodissero un ingente prezioso patrimonio artistico (le eccezionali ancone lignee rinascimentali di Forni di Sopra, Prodolone, Remanzacco e Mortegliano, ad esempio, o gli affreschi trecenteschi di Vitale da Bologna e dei suoi seguaci a Udine e Spilimbergo, quelli di Giovanni da Udine nel castello di Colloredo di Monte Albano e nel Palazzo Patriarcale di Udine, le tele dei grandi maestri del Sei e Settecento a Morsano al Tagliamento o a Cabia di Arta Terme, a Meduno, Palmanova eccetera). Pressoché sconosciute erano inoltre le vicende storiche che stanno alla base della nascita e dell’abbellimento di tanti edifici.

Nel volume Tisana del 1978, curato da Luigi Ciceri, comparvero però, finalmente, descrizioni e immagini di case, di palazzi, di chiese, di affreschi - anche devozionali – di pale d’altare, di sculture in pietra e in legno relative a Latisana, Bevazzana/Lignano, Palazzolo, San Giorgio, San Mauretto, Villanova della Cartera e ad altre località del territorio. Opere non sempre dovute a grandi maestri, non sempre di grande pregio artistico, ma sempre di grande interesse per il recupero della nostra passata civiltà.

Era in un certo senso un segnale, un suggerimento che venne recepito al meglio da coloro che, animati da un profondo amore per il loro territorio e dalla volontà di diffonderne la conoscenza, diedero vita all’associazione “la bassa”, un movimento culturale che nel tempo ha prodotto dei frutti straordinari e, attraverso pubblicazioni mirate, conferenze e convegni, ha portato alla luce e valorizzato la storia e l’arte, ma anche la lingua e la letteratura, e la tradizionale vita di popolo della Bassa friulana e veneta: un clima culturale che indubbiamente stupisce e che prima di allora era pressoché ignoto e comunque mal conosciuto.

A tutti i componenti dell’associazione, che pur non essendo “addetti ai lavori” hanno profuso tanto impegno per la valorizzazione della cultura friulana, che avrebbe dovuto stare a cuore a ben altre istituzioni, all’Università, in primo luogo, va la nostra riconoscenza: agli amici Titta (Mario G.B.) Altan e Nelso Tracanelli in primis, ma anche a Valerio Formentini, Francesco Frattolin, Ario Cargnelutti, Aleardo Di Lorenzo, Giuliano Bini, Benvenuto Castellarin, Franco Gover, Francesco Sguazzin ed altri ancora, così come a coloro che in seguito hanno reso ancor più importante l’associazione, ai presidenti Enrico Fantin soprattutto e, last but not least, Roberto Tirelli.

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Madonna di Strada (Fanna-Cavasso) - Santuario - Il silenzio - Alba

Franca Mian (Poesie)

Madonna di strada (Fanna-Cavasso) Santuario
Viottoli
di polvere d’oro
momento dell’Ave Maria.
E’ pace nella chiesetta
che arde in silenzio
immersa tra carezze verdi
ove un tempo Beleno
impresse tracce di sé
ora silenti e obliate.

Il silenzio
Un palpito
di grandi ciglia
misura il silenzio
al suolo addensato
dalla prima pioggia
che fitta fitta cade.

Alba
E’ presto.
Gli alberi ingialliscono
l’alba fa più pallide
le ombre.
Nel chiarore
due parole brevi
tra veli oscillano
di sguardi.

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Dai conti di Gorizia al consorzio patrizio. La giurisdizione di Latisana nell’età della Repubblica di Venezia

Sergio Zamperetti

Ai primi di maggio del 1646 ai provveditori sopra ai feudi veneziani era giunta una denuncia segreta. Quella che mancava, era apparso sin da subito piuttosto chiaro nel difficoltoso tentativo di applicare e far rispettare le leggi in materia feudale ultimamente promulgate, era una conoscenza anche solo accettabile del vasto patrimonio di feudi e signorie presenti nei territori del dominio di terraferma. Il decreto del 1625 che dichiarava per sua stessa natura feudale qualsivoglia giurisdizione, e soprattutto quello del 1643 sul censimento, la subordinazione giuridica e la conseguente tassazione dei vassalli, non avevano infatti neppur lontanamente prodotto gli effetti sperati. Sicché si doveva alla stessa magistratura statale, nella ricerca di ogni mezzo possibile per affrontare il problema, anche l’iniziativa di incentivare questo genere di comunicazioni anonime promettendo generose ricompense a quanti avessero contribuito all’allargamento della pubblica conoscenza1.

Non era più in generale un periodo che ammettesse eccessive cautele. Dall’anno precedente, con l’inizio della guerra di Candia, le crescenti ed indifferibili esigenze finanziarie della Repubblica erano apparse sin da subito tali da comportare l’adozione forzata di provvedimenti fino ad allora inimmaginabili. Vennero ad esempio massicciamente alienati i pubblici uffici e i beni comunali, quest’ultimi spesso ad arte confusi con quelli invece “comuni”. Si aprirono per la prima volta “per prezzo” gli stessi ranghi del patriziato veneziano e si stabilì inoltre con due successivi decreti, nel 1645 e nel 1647, di procedere ad una vendita generalizzata di beni e giurisdizioni feudali, dapprima relativa ad alcune località friulane e in breve estesa a tutta la regione e alla totalità delle altre province suddite. Insomma, come sosterrà di lì a poco lo stesso consultore in iure per le materie feudali Gasparo Lonigo, si stava vendendo di tutto, persino “il non vendibile”3. Ma nemmeno esigenze a tal punto pressanti apparivano tuttavia in grado di indurre le autorità statali ad abbandonare la consueta cautela nel graduare e modulare quasi caso per caso l’effettiva incisività dei propri interventi. Specie di fronte a situazioni, come appunto quella evidenziata nella summenzionata “denuncia secreta”, tutt’altro che sconosciute e tuttavia tutt’altro che definitivamente chiarite.

Ai primi di maggio del 1646 era stato dunque anonimamente comunicato ai provveditori sopra ai feudi che nel distretto di Latisana i giusdicenti, riuniti in un consorzio costituito da famiglie di spicco dello stesso patriziato veneziano, detenevano plenarie e pressoché assolute prerogative, negando oltretutto qualsiasi ricorso in appello alle loro sentenze, senza aver mai conseguito per l’esercizio di “iura regalia” di tale pregnanza alcuna investitura statale. Solo che in questo caso non era la mancata conoscenza ad aver finora impedito qualsiasi iniziativa governativa, quanto piuttosto la ben nota ambiguità giuridica che caratterizzava da sempre lo status e il possesso di quella giurisdizione. “Sono investiti”, aveva pertanto assicurato già il 14 maggio immediatamente successivo la magistratura statale. Giungendo, pur di archiviare in gran fretta una pratica alquanto spinosa che non aveva alcuna intenzione di aprire davvero, a mistificare la realtà anticipando di ben dodici anni la prima investitura veneziana mai conferita ad uno dei titolari di quella giurisdizione, quella di Moceniga Mocenigo del 9 maggio 16585.

Che quella di Latisana non fosse mai stata una giurisdizione effettivamente feudale, che i suoi detentori non avessero mai riconosciuto mediante il vincolo feudo-vassallatico la derivazione dalla superiore sovranità statale delle plenarie prerogative che vi esercitavano, era insomma noto. Così come altrettanto nota, suscitando talvolta persino una sorta d’invidia, era la sostanziale tendenza governativa a riservare a quei patrizi giusdicenti tutti i riguardi, non tentando nemmeno di regolarizzare quella particolare situazione. Nel febbraio del 1648, riottenendo “per prezzo” il “criminale maggiore” a Codroipo che era stato loro revocato quattro anni prima, i Cossio avevano ad esempio stigmatizzato i recenti trascorsi ricordando oltretutto che nella loro identica posizione ci sarebbero stati anche i “Signori di Latisana”, che allo stesso modo dovevano l’origine delle loro facoltà giurisdizionali non a investiture patriarcali o veneziane ma a un acquisto “iure liberi” dal conte di Gorizia, e che proprio per questo “esercitano una amplissima giurisdizione civile e criminale senza riconoscerla con l’investitura da Sua Serenità”6. Sicché appare necessaria una seppur rapida rivisitazione dei secoli precedenti per comprendere ed evidenziare i presupposti storici e gli antecedenti giuridici che concorsero a determinare questa particolare e per molti versi inusuale situazione.

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La gnot di san Zuan: il magico e il curioso di una tradizione Friulana

Roberto Tirelli

“E ven le gnot di San Zuan: E iès la int des cjasis e si sparnizze pai prats e pes culinis a pià la rosade. Distiras te jarbe a lusor di lune, cui pree, cui cjante, cui conte la storie dal sant. Avodat dal pari a predicjà la redenzion devant di Erode re, san Zuan al difindeve il so puar pais. San Zuan digiun e nut nol veve paure a condanà i pecjats di Erode in trono. Lu an metut in preson, i an tajat il cjaf, ma la so peraule e je restade… Int sence coragjo che ves paure di dì la veretat, int timide e vil, no stait a là fur in che gnot, parce che su la tiare in che gnot al è il sanc di san Zuan che al cole in rosade”. Caterina Percoto

Una notte speciale, la più breve dell’anno, la più intensa di emozioni e misteri, ricca di gesti e di significati. E’ la notte del solstizio d’estate che unisce l’Europa continentale, nelle terre che, nella preistoria furono popolate dal popolo che conosciamo come Celti, i cui insediamenti più meridionali, al di qua delle Alpi, si ebbero nella pianura padana (Gallia cisalpina) ed in particolare nella sua propaggine orientale, quella che noi oggi chiamiamo Friuli. In questa notte venivano accesi nella tradizione pagana i fuochi per proteggere contro gli spiriti maligni che si credeva circolassero liberamente quando il sole riprendeva a discendere nel suo corso annuale. Si festeggia la notte precedente la festa perché secondo il primitivo calendario lunare, la giornata inizia nella notte.

Alle antiche divinità, alle creature fantastiche, ai riti misterici di integrazione con le forze della natura, il cristianesimo ha saputo aggiungere, non riuscendo a sostituirli del tutto, il ricordo della nascita di San Giovanni Battista, sei mesi prima del Natale (l’ottavo giorno delle calende di luglio), e della notte più lunga, quella del solstizio invernale. (l’ottavo giorno delle calende di gennaio). è per questo motivo che, dimenticate le antiche denominazioni, noi definiamo questa notte in Friuli, “la gnot di San Zuan”. In essa convivono il sacro ed il profano, l’eredità pagana ed il culto cristiano, la duplicità di Giano, divinità dal duplice volto che apre le porte, e la duplicità dei due San Giovanni, il precursore in questo 24 giugno ed il discepolo più amato il 27 dicembre. Tra l’altro vi è una indubbia vicinanza fonetica fra Ianus e Johannes. C’è chi poi ha voluto vedere nel corso del sole il Cristo che cresce trionfante e il Giovanni suo precursore che cala (“non sono degno di legare i calzari”).

San Giovanni Battista qui in Friuli ha acquisito una ancor più forte devozione essendo il protettore dei Longobardi e ciò ha assegnato maggior importanza alla festa liturgica legata alla sua natività.

Ci si può chiedere il perché il cristianesimo abbia tollerato questa convivenza con il paganesimo: è, in realtà, unirsi con la medesima sensibilità alle pratiche rurali di benedizione delle messi (San Zuan cul spi in man) prossime alla mietitura. I solstizi, poi, erano simboli di passaggio, nella tradizione indoeuropea, dalle influenze astrali magiche, nel caso di questa notte, sul fuoco, sull’acqua, sui fiori e sulle erbe. Per il calendario astronomico siamo, infatti, all’inizio dell’estate, mentre per quello agricolo siamo a metà di tale stagione.

Il sole si sposa con la luna nell’unione simbolica di fuoco ed acqua, (aghe di San Zuan) e ne derivano energie benefiche per la terra. Fioriscono i proverbi: ad esempio “San Zuan il dì plui lunc da l’an” - “Ploe a san Zuan, ploe plui dis daurman e mal pal nolesan” (noce).

E’ una notte di sortilegi e magie in cui s’esercitano diavoli e streghe. Possono accanirsi contro le coltivazioni per cui “prime di San Zuan no sta laudà il gran”. Perciò c’era l’abitudine nella notte di suonare le campane contro la grandine (così come a Natale ed al Corpus Domini). Il periodo estivo ha questa ricorrente calamità per cui anche le erbe colte nella notte avevano un potere magico di protezione, messe a ghirlanda nelle case o bruciate all’approssimarsi del maltempo assieme all’alloro.

Per la fine di giugno i prati si riempiono di fiori molteplici e colorati (purtroppo ora non ci sono né fiori né prati) ciascuno dei quali portava in sé un simbolo, così come maturano le erbe per diversi usi dall’alimentare al medicinale al magico.

Le erbe: l’iperico (la jarbe di san Zuan), in primo luogo, nato dal sangue di san Giovanni, il timo, l’artemisia, il rosmarino, il prezzemolo, la lavanda, l’aglio, la menta, la ruta, la verbena, la salvia. raggiungono proprio in questo periodo il massimo della loro fioritura e della efficacia curativa.

Dopo la notte di San Giovanni si raccoglieva anche la camomilla. Le radici della genziana, invece, colte nella notte di san Giovanni agiscono sul mal di pancia. La celidonia, raccolta sempre in questo momento dell’anno, offre a chi la assume facoltà straordinarie.

Sono numerosi gli usi magici delle erbe in questa notte. In te gnot di San Zuan e va in flor ancje la felet, i cui semi sono attribuiti al diavolo.

Il lolium viene colto per essere dato in pasto ai cavalli del diavolo. La “jarbe strie” aiuta a combattere le streghe. L’iperico con i suoi fiori gialli, disseccata, sarebbe stata bruciata per scacciar i demoni (fuga demonum) ed i loro adepti.

Ci sono poi delle pratiche strane come il mingere a mezzanotte su una pianta di rosmarino per conseguire la vigoria sessuale.

Per conoscere se si avrà fortuna nella vita si prova a ripiantare durante questa notte un rametto di iperico nel cavo di un albero o in un muro vecchio. Se attacca si avrà la fortuna desiderata.

Se un albero dà poco frutto gli si devono scoprire le radici e farle bagnare dalla rugiada di questa notte.

Infine se a gennaio i fiori colti in questa notte e messi in una scatola avranno ancora colori vivaci è da considerarsi segno di buona fortuna.

Un elemento fondamentale per la notte di San Giovanni e la sua suggestione magica è la rugiada, la rosade, dalle molteplici proprietà. Con l’acqua della rugiada, simbolo delle lacrime versate da Salomè, raccolta in questa notte, ci si purifica: basta passare le mani sull’erba e poi lavare il viso, fluido di bellezza e giovinezza, di fecondità, che oltretutto rende energici e forti. La rugiada ricorda l’acqua del battesimo e si pone come un antidoto contro il malocchio.

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Francesco Cappa tenente di vascello e Arnaldo De Filippis pilota, caduti in combattimento aereo nel cielo di Latisana.

Enrico Fantin

Fra gli episodi bellici della Grande Guerra che si ebbero a consumarsi nel nostro territorio e che si vuole portare a conoscenza le gesta di questi nostri soldati, per onorare anche la loro memoria, è il sacrificio di Francesco Cappa tenente di vascello comandante di dirigibile e del tenente pilota commissario Arnaldo De Filippis, caduti in combattimento aereo nel cielo di Latisana il 5 novembre 1917.

Di Francesco Cappa si conosce un po’ la sua breve vita attraverso un libricino stampato dai familiari in suo ricordo.1

Era figlio di Cesare e di Maria Mussa, nacque in Casale Monferrato (AL) l’11 giugno 1888.

Compiva i primi studi nel Ginnasio-Liceo Balbo della stessa città e ne conseguiva con onore la licenza liceale.

Per vera inclinazione sceglieva la carriera marinara entrando nella Regia Accademia Navale di Livorno.

Nel 1910 veniva nominato guardiamarina imbarcando sulla nave “Vittorio Emanuele”.

Su questa nave si trovava durante lo scoppio delle ostilità italo-turche ed il 19 ottobre 1911, comandando un plotone da sbarco alla punta della Giuliana presso Bengasi ebbe modo di esplicare le sue doti di brillante ufficiale e valoroso soldato.

In quell’occasione meritò la medaglia di bronzo al valor militare.

Ma veniamo all’episodio che ci riguarda e che voglio brevemente narrarvi, anche per onorare a distanza di 100 anni la memoria di questo soldato.

Nel 1915 chiese di essere trasferito nell’aviazione marina e così il 4 ottobre 1915 veniva destinato all’aeroscalo di Campalto, presso Venezia, dove si dedicò con entusiasmo ed alacrità allo studio dei dirigibili.

Compì vari e difficili voli di esplorazione sul mare Adriatico. Nel maggio 1917 veniva promosso comandante del dirigibile F 4, passando all’idroscalo di Jesi, sempre continuando il servizio di guerra nel cielo dell’Adriatico.

Nel settembre 1917 chiese di essere trasferito in una squadriglia di idrovolanti e così lo stesso mese venne destinato a Venezia in qualità di osservatore alla 259a squadriglia della Regia Stazione Idrovolanti “Giuseppe Miraglia”.

Di là, e solo e in squadriglia eseguì voli di ricognizione su Trieste e Pola e lungo la costa istriana e dalmata e prese parte a vari combattimenti per la difesa di Venezia.

Vennero le giornate fatali di Caporetto e l’opera della squadriglia si fece più intensa, più difficile: insieme con l’aviazione dell’esercito e della marina dovette compiere varie azioni di bombardamento.

Il mattino del 5 novembre 1917, alcuni idrovolanti delle squadriglie della stazione “Giuseppe Miraglia” ricevettero l’ordine di bombardare movimento di truppe nemiche e a mezzogiorno, venne un nuovo ordine di azione: si doveva distruggere un ponte di barche fatto dal nemico sul Tagliamento nei pressi di Latisana.

Allora egli chiese ed ottenne di essere fra coloro che dovevano distruggere l’opera del nemico, trattenere l’avanzata: quale ufficiale più elevato in grado ebbe il comando della squadriglia e partì in testa. L’impresa riuscì, il bombardamento fu eseguito sull’obiettivo fissato.

La squadriglia aveva appena iniziato il viaggio di ritorno, quando la raggiunsero quattro velivoli nemici che subito diressero il fuoco delle loro mitragliatrici sull’apparecchio di testa ben sapendo che ivi doveva esservi il comando: la lotta si svolse rapida e violenta e gli apparecchi nemici strinsero un cerchio di fuoco sull’idrovolante L 18 che era del Cappa. In pochi minuti fu visto infiammarsi e precipitare a picco: le pallottole incendiarie del nemico avevano colpito il serbatoio della benzina.

La caduta avvenne nei pressi di Lugugnana di Portogruaro a pochi chilometri ad ovest dal Tagliamento.

Nessuna notizia si poté avere dal nemico delle spoglie del valoroso milite.

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Il bati dal timp. Alcune note sul restaurato orologio del campanile di Ronchis..

Benvenuto Castellarin

Nel 2014 il restaurato orologio da torre del campanile di Ronchis, dopo molti anni che giaceva dimenticato in un oscuro vano del campanile, è stato restaurato e messo in bella mostra nell’atrio al primo piano del municipio di Ronchis. Ora è lì che ci ricorda quel bati dal timp, che per 87 anni ha contrassegnato l’inesorabile scorrere del tempo di una comunità e che ha degnamente meritato quel posto d’onore.

Per la funzione che ha svolto nei molti anni passati il vecchio orologio, segnando momenti gioiosi e tristi, ho voluto ricercare la sua storia e quella dell’orologio che ha rimpiazzato precedente. La prima notizia della presenza di un orologio nell’attuale campanile di Ronchis è presente nelle cronaca della visita pastorale dell’Arcivescovo di Udine Emanuele Lodi che effettuò nel 1821. In quell’occasione, infatti, si scrisse che il campanile ha tre campane ed un orologio.

Di questo orologio, che non ci è dato sapere quando sia stato collocato (probabilmente nei primi anni dell’800, dal momento che nel 1798 il campanile attuale era ancora in costruzione), possediamo due polizze riguardanti la sua riparazione, la prima del 1879, la seconda del 1884.

La riparazione del 1879 fu effettuata da Antonio Bon detto Ponta, di Latisana, armaiolo, per conto di Secondiano Novara pure di Latisana. Il Bon fece le seguenti riparazioni:
(la trascrizione della polizza è stata resa grammaticalmente leggibile rispettando però i termini originali)

Fatto l’ancora.
Più il pendolo con vite e madrevite a galletto.
Per aver fuso n. 5 chili di piombo e fatto il recipiente per il detto [pendolo].
Più la lente nuova la sua guida di dentro.
Fatti due piatti di ferro sui due cilindri delle ruote di fondo ed assicurati con 5 vite in legno per uno.
Fatto la navicella di acciaio, quella che raccoglie il restelo.
Più aggiunto un brasale di ferro al lasso di leva trapanato e invidato. Più altro braccio di sostegno che regge il pendolo con la sua relativa spasatura per il passaggio della linguetta.
Più alla linguetta il pomo di ottone assicurato con tre vite e trapanati sulla pianata di sopra

(Archivio comunale di Ronchis = ACR).

Queste riparazioni ebbero vita breve se, solo dopo cinque anni l’orologio ebbe ancora bisogno di essere revisionato. A ripararlo questa volta fu Beniamino Zanin di Camino di Codroipo (ora al Tagliamento). Ecco la sua polizza di spesa e di restauro:

Specifica di ristauro fato da me sottoscritto all’orologio comunale di Ronchis come segue
Levato da suo posto e condotto a Camino per fare le seguenti opere.
Polito d’ogni inmondicia mediante una forte liscia.
Fatto da nuovo e di ottone n. 10 bocoli.
Fatto da nuovo il pendente con la relativa asta.
Fatto da nuovo n. 3 rocchetti.
Fatto da nuovo la ventola.
Ripassato con lima fina li denti e la spina delle ruote.
Rinforzato il meccanismo del cambiamento di diversi ogietti.
Condotto a Ronchis e posto in opera
Per rinnovazione della corda nuova, metri 100, provveduta dal sig.r Angeli di Udine (ACR)
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Il 27 febbraio del 1900 fu convocata un’assemblea popolare per decidere l’innalzamento del campanile, il quale, come scrisse “La Patria del Friuli”, il 27 febbraio 1900 “una volta terminato sarà uno dei più belli della nostra provincia”.

L’assemblea approvò, e a tale proposito dal rapporto del Genio Civile di Udine si viene a sapere che la : “Canna a sezione quadrata di metri 5,60 di lato, formata da un muro grosso m 1,35, al sopra dello zoccolo sporgente di m. 1,80, quindi di 9 metri di lato, con oltre 81 mq la superficie di posa. A circa 25 metri da terra i muri sono di m 0,80. L’altezza della canna è di metri 25 questi verranno portati a 35 fra canna, lanterna e cella campanaria. Guglia progettata di metri 15 di altezza, in telaio di ferro con lastre zingate di rivestimento. La guglia per ora non verrà costruita” (ACR). In una nota del 29 settembre il sindaco informava la Prefettura di Udine, che i lavori per l’innalzamento del campanile: “si stanno eseguendo ad opera dell’impresa Tauro Giuseppe [di Torre di Mosto] a spese di questi abitanti, su progetto del sig. D’Aronco Gerolamo di Udine [padre del celebre architetto Raimondo D’Aronco] modificato in parte dall’ingegner Antonio Piani di detto luogo” (ACR). Le pietre angolari e della cella campanaria sono provenienti dalle cave di Torreano. Verso la fine dei lavori la ditta costruttrice subì un fallimento, per questo fatto, si affermò, non si costruì la guglia (il campanile è tuttora senza guglia).

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1917. Il Commissario Prefettizio dei Comuni dei Mandamenti di S. Daniele del Friuli e Codroipo

Carmela De Caro

L’anno di occupazione seguito a Caporetto fu una prova durissima da superare per gli abitanti delle province italiane invase, costretti a subire ogni tipo di angheria e di violazione dei diritti umani.

La rabbia incontrollata con cui le armate nemiche, vinti i tentativi di contenimento da parte dei nostri reparti in ritirata, si abbatté sulle popolazioni inermi dei paesi e città, portò via ogni bene e superò ogni triste ricordo a memoria d’uomo. Causa la velocità degli eventi e la temerarietà delle autorità italiane sia militari sia civili, solo un quinto della popolazione riuscì a fuggire oltre le nuove linee difensive del Piave sebbene un numero certamente più elevato avesse provato ad abbandonare le proprie case per sfuggire all’occupazione. Secondo le autorità, nella provincia di Udine, i profughi furono 135.853 su un totale di 628.081 abitanti ma il numero fu sicuramente maggiore. E furono davvero in molti a dover tornare sui propri passi ma tra quelli che avevano tentato la fuga all’ultimo minuto, molti furono raggiunti dal nemico e costretti a tornare: i più trovarono già devastate le proprie case. Germanici, Ungheresi, Croati e Bosniaci fecero a gara nella brutalità e nella violazione di ogni senso di umanità. Le popolazioni, disorientate e atterrite dagli avvenimenti, impotenti dinanzi a uomini armati, furono vittime predestinate nella catastrofe.

La maggior parte di violenze e delitti si commise durante le prime settimane dai tedeschi ma continuarono per tutto il tempo successivo, vero e proprio periodo di requisizione. Le violenze contro le donne furono numerosissime e si andò dai casi di violenza carnale accompagnata da omicidi o ferimento dei familiari che tentavano una difesa ai casi di stupro con minaccia a mano armata.

Molti i casi in cui ufficiali e sottufficiali, approfittando in modo subdolo della fame della gente, condizionavano alla “dedizione del corpo delle donne” la consegna della farina necessaria per le famiglie affamate di queste. Il frutto di tali crimini furono i numerosi innocenti nati dalla violenza degli occupanti. Il solo ospizio dei “Figli della guerra”, il San Filippo Neri di Portogruaro ne contò oltre trecento.

Le popolazioni delle zone occupate che ebbero il triste primato dei soprusi e violenze furono quelle più vicine alla linea del fronte, quindi della conca di Feltre e della zona compresa tra i fiumi Livenza e Piave ove risiedette per più di un anno il grosso dell’esercito austro-germanico. Anche nelle province di Udine e Belluno le più distanti dal fronte, l’elenco delle violazioni e delitti contro le persone fu lungo.

I dati raccontano che gli invasori compirono 553 uccisioni per “semplice” crudeltà e cinquantatré a seguito di stupro.

Destino diverso per i profughi che riuscirono a raggiungere i punti di raccolta da cui, caricati su lunghi convogli ferroviari, partirono per tutte le regioni italiane (esclusa la Valle d’Aosta). Costoro, giunti nei luoghi di destinazione loro assegnati, furono lungamente bloccati fuori delle stazioni delle città, raccolti e allontanati dalle popolazioni locali (bisognava nascondere alla Nazione l’entità della sconfitta…). Nelle località assegnate furono sempre sotto il controllo di carabinieri e autorità di polizia coadiuvati da militari adibiti alla distribuzione di viveri, di biancheria, all’allestimento di dormitori e ambulatori medici. L’“Alto Commissariato per i Profughi” voluto dal Ministero degli Interni trattò certamente l’emergenza come un problema di pubblica sicurezza.

La mobilitazione generale già dal 1915 annullò, di fatto, ogni differenza tra il fronte e l’interno del paese. L’analisi che ci accingiamo a fare, si basa su ogni tipo di documentazione rinvenuta negli archivi di Codroipo e Udine sulla ritirata e la “profuganza” (temine questo che ricaviamo dalle pagine del “Giornale di Udine”), il saccheggio e le violenze, le malattie e la fame. Essa vuole scendere nel cuore del problema “Profughi” seguendo le tracce di nuclei familiari dispersi dopo Caporetto i cui membri si cercano disperatamente inviando richieste di ricerca dei congiunti al Commissario Prefettizio dei Comuni dei Mandamenti di S. Daniele del Friuli e di Codroipo con sede a Firenze. Attraverso le lettere autentiche, conservate negli archivi bibliotecari di Codroipo, conosceremo le singole storie, le vicissitudini di ciascuno, i luoghi della “profuganza”, le sofferenze legate a difficoltà economiche e al dolore di non sapere il destino capitato ai propri cari.

La tragedia della Grande Guerra portò tutti ad appartenere a un’unica realtà nella quale si scoprì una solidarietà umana che andò oltre il conosciuto. Nacque in particolare una nuova coscienza degli italiani: essere parte di una collettività riconoscendo il valore dell’Unità Nazionale, rinforzando l’importanza del reciproco sostegno e permettendo a persone estranee tra loro di sentirsi più che fratelli.

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Mons. Gian Giacomo Coccolo (1862- 1927) eroico cappellano militare

Gianni Strasiotto

Fu un grande friulano, considerato tra i maggiori benemeriti italiani nel sostegno all’emigrazione, ispiratore del “Segretariato dell’ emigrazione per l’assistenza e la protezione degli emigranti” della diocesi di Concordia, istituito nel 1907, e “padre” dell’Efasce (Ente friulano assistenza sociale culturale Emigranti) della provincia di Pordenone, soppresso dalle autorità fasciste e rifondato nel 1980 sotto la spinta del vescovo di Concordia-Pordenone mons. Abramo Freschi.

Lo chiamavano da anni il “Vescovo del Mare”, quando però fu decisa la nomina a vescovo per davvero, le sopraggiunte infermità ne impedirono la consacrazione.

Nacque a San Vito al Tagliamento il 18 giugno 1862 da famiglia facoltosa, dedita al commercio dei bozzoli e della seta, con diverse proprietà terriere. Entrò giovane nel Seminario di Portogruaro. Dotato di rara sensibilità ed intelligenza, fin da seminarista partecipò a iniziative sociali per l’emancipazione sociale e culturale delle masse operaie e degli italiani residenti all’estero e aderì al Movimento antischiavista.

Era laureato in lettere all’Università di Padova e in Sacra Teologia a Parma.

Ordinato sacerdote tenne la cattedra di lingue classiche e storia nello stesso Seminario Diocesano. Fu Pro-Rettore, Prefetto degli Studi, Direttore del Ginnasio.

Le sue proposte di portare delle innovazioni nei programmi di studio e anche nella gestione del Seminario non furono accolte e alla fine del 1901 lasciò l’insegnamento in Seminario, dopo aver rimborsato la Curia delle spese sostenute per il conseguimento delle due lauree. “Si era conquistato l’affetto dei colleghi e dei convittori”, scrisse un prelato, mentre un altro affermò che la sua uscita dall’Istituto rappresentò un “grave danno”.

Mons. Gian Giacomo Coccolo fu il più convinto e infaticabile sostenitore del “Movimento antischiavista italiano”, dalla sua costituzione (1889). La Chiesa aveva da anni agito in ogni sede per l’abolizione della schiavitù e con il cardinale Charles-Martial Allemand Lavigerie (1825-1892) raggiunse rilevanti risultati. Lavigerie, già vescovo di Nancy e Toul, cardinale dal 1882, fu inviato in Africa due anni dopo, quale arcivescovo di Cartagine. Nel 1888 fondò la Società dei Missionari d’Africa e, su invito di papa Leone XIII, lanciò la campagna per porre fine alla schiavitù nel continente africano. Visitò le capitali europee per ottenere l’appoggio dei governi e riuscì a mobilitare l’opinione pubblica del Vecchio continente.

Mons. Coccolo, chiamato a Roma, divenne direttore del “Comitato antischiavista italiano”, pubblicò un bollettino mensile per illustrarne le varie attività, diresse congressi antischiavisti e fondò la rivista “Pro Africa”. Creò anche la “Lega antischiavista femminile”, che organizzò agenzie d’investigazione e d’intervento, scuole e colonie agricole nell’Africa del Nord: famosi i “Villaggi della Libertà”, per l’educazione morale e religiosa degli ex schiavi, e diede pure vita alla “Lega antischiavista per i seminaristi”, diffusasi in quasi tutte le diocesi italiane.

Avviò inoltre una capillare opera di sensibilizzazione a favore degli emigranti nei porti di partenza e di arrivo, affiancando l’Opera Bonomelli - istituita nel 1900 a Cremona dal vescovo mons. Geremia Bonomelli (1831-1914) - e collaborando con i popolari scalabriniani della Congregazione dei Missionari, fondata nel 1897 dal vescovo di Piacenza mons. Giovanni Battista Scalabrini (1839-1905). Scalabrini è anche fondatore delle Suore missionarie di San Carlo Borromeo (1895).

Come i due vescovi, il giovane Coccolo non condivideva l’intransigenza sulla Questione Romana e caldeggiava la partecipazione dei cattolici alla vita politica.

Sotto il suo impulso nacquero in tutta la penisola associazioni per l’assistenza agli emigranti, che organizzarono più iniziative, quali le scuole serali di disegno, corsi di alfabetizzazione e di cultura civica, assistenza alle loro famiglie.

Ottenne il consenso della Santa sede e fondò la “Società dei Missionari di Emigrazione”, sacerdoti secolari o di ordini religiosi che accompagnavano gli emigranti nel loro viaggio. La direzione era a Roma e i segretariati a Genova, Napoli, Palermo e Buenos Aires. La società svolgeva attività religiosa nei piroscafi durante la traversata: curava gli atti di stato civile e religioso; all’occorrenza provvedeva al ricovero nei luoghi di cura; manteneva le relazioni con le famiglie rimaste in Italia; svolgeva pratiche con i vari consolati; offriva assistenza in caso di infortuni sul lavoro; procurava qualche sconto agli emigranti indigenti; pubblicava sulla stampa le varie richieste di manodopera; attuava le possibili ricerche sugli emigranti che non davano più notizie; indicava alloggi e pensioni sicure, e altro.

La Santa Sede aveva posto sotto la sua protezione l’opera e raccomandava che i vescovi d’Italia si mettessero in collegamento con essa.

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Portogruaro 1938-45. L’emigrazione in Germania da “tagliapietra” a “lavoratori coatti”

Vittoria Pizzolitto

Nel 1930, il Commissariato per le migrazioni e la colonizzazione interna (Cmci)2 si occupava in Italia della gestione delle migrazioni interne e di quelle estere, inizialmente dirette verso le colonie italiane in Africa e dalla fine degli anni Trenta verso la Germania nazista.

Dell’arruolamento dei lavoratori italiani in Germania si occupava la Confederazione Fascista dei Lavoratori dell’Agricoltura e la Confederazione Fascista dei Lavoratori dell’Industria: la prima seguiva l’espatrio dei lavoratori della terra in Germania per lavori stagionali e la seconda dei lavoratori italiani ingaggiati nell’industria con contratti di lavoro dalle ditte tedesche.

Il 7 febbraio 1938, dall’Unione Provinciale Fascista dei Lavoratori dell’Agricoltura di Venezia, giungeva al Comando dei Reali Carabinieri di Portogruaro una riservata per conoscere i precedenti di 32 lavoratori agricoli, prossimi ad essere inviati in Germania come lavoratori stagionali.

L’agricoltura continuava ad essere l’unica fonte di occupazione, ma non era più in grado di assorbire tutta la manodopera divenuta eccedente una volta ultimati i lavori di bonifica della pianura veneta e la terra non bastava a soddisfare l’economia di sussistenza delle famiglie.

Masse di braccianti disoccupati davano origine ad una diffusa e consistente migrazione interna, da regione a regione, da comune a comune, costituendo per le forze dell’ordine e per le amministrazioni locali una seria questione sociale come appare da molte relazioni prefettizie dei vari comuni.

Il Regime ostacolava l’emigrazione all’estero per organizzare e regolamentare l’occupazione interna, attraverso l’insediamento di queste migliaia di braccianti disoccupati dal Veneto, all’Agro Pontino, all’Oristanese, cercando di alleviare la pressione demografica e “sbracciantizzare la Val Padana” come scrive Emilio Franzina nei suoi libri.

Con il “popolamento selezionato” frutto della politica di ruralizzazione del Regime, tra il 1931 ed il 1938, quasi cinquemila famiglie di contadini veneti vennero trasferite in altre regioni d’Italia, soprattutto nell’Agro Pontino e in Libia, pari a 40.920 individui.3

A questa immigrazione interna, si sommava quella originata dall’abituale spostamento dei braccianti e della manodopera stagionale in occasione dei lavori di mietitura e trebbiatura del grano, rilevata e censita statisticamente dallo stesso Cmci.

Al Podestà venivano inviati i moduli da compilare dopo aver sentito i collocatori “che sono in grado di fornire ogni schiarimento dato che essi oltre a tener conto dei movimenti migratori che avvengono nell’ambito della loro circoscrizione, sono anche autorizzati a rilasciare i moduli della Commissione speciale XI che servono per gli spostamenti in ferrovia con lo sconto del 50% sui prezzi di viaggio in terza classe in favore di operai, braccianti e lavoratori agricoli in comitiva”. Nel 1936, da Portogruaro, i moduli furono restituiti bianchi.

I braccianti che chiedevano di emigrare per lavoro in Germania, oggetto dell’indagine dei carabinieri della riservata del febbraio del 1938, provenivano dal Veneto e dal Friuli, dai territori lagunari e dai comuni limitrofi delle rive del Tagliamento e della bassa friulana. 4

L’emigrazione stagionale d’Oltralpe avveniva da decenni. Lo storico Piero Brunello, nell’analizzare le condizioni di vita delle classi sociali tra Otto e Novecento, li inserisce nella figura dei “repetini”.

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La nuova geografia amministrativa della Bassa friulana al di qua e al di là del Tagliamento

Roberto Tirelli

Ci sono diverse modalità per definire un territorio secondo la geografia: fisica, ove emergono gli aspetti naturali, politica, generalmente con riferimento a stati e regioni, etnico- linguistica, economica e, certamente non ultima, amministrativa. Quest’ultimo aspetto, almeno per quanto riguarda la Bassa friulana, negli ultimi tempi è cambiata parecchio e necessita una riflessione a proposito.

L’evento più eclatante è la scomparsa delle province di Udine e di Venezia dopo duecento anni di storia come enti intermedi. Oggi da una parte abbiamo delle realtà di difficile definizione e di molto difficile avvio che sono le Unioni territoriali dette UTI, dall’altra la Città metropolitana di Venezia, con non minori carenze organizzative.

Un secondo aspetto da esaminare, in presenza di due regioni, l’una speciale, l’altra ordinaria, con sostanziali diversità normative, è quanto è stato messo in moto dal referendum del Veneto del 2017 che ha costretto il governo a negoziare e, in pratica, cedere su molti punti che, sino ad oggi, distinguevano le due realtà. Nel contempo a livello nazionale più di un esponente politico ha incominciato a porre degli interrogativi sulle regioni a statuto speciale che, prima o poi, certamente porterà ad una revisione in materia. Le differenze fra Friuli e Veneto da qui a qualche anno rischiano di essere minime per cui si deve pensare a nuovi equilibri ed a situazioni inedite ed oggi impensabili.

Il passaggio di Sappada al Friuli Venezia Giulia ha mosso molte acque poiché si tratta di un precedente che molti vorrebbero imitare nel Veneto, soprattutto in direzione delle più fortunate province autonome di Trento e Bolzano, garantite da un trattato internazionale. Sinora, a parte i sappadini, appartenere al Friuli Venezia Giulia era soprattutto il desiderio di una vasta opinione pubblica della parte orientale del Veneto, ove sono stati promossi referendum e ci sono tuttora persone che gradirebbero ricostituire almeno in queste contrade quello che viene definito il Friuli storico. Ci sono ragioni storiche, culturali, linguistiche, ma sinora la maggior attrazione era costituita dalle migliori opportunità economiche offerte dal Friuli Venezia Giulia.

Ora con quanto riuscirà a trattenere delle imposte raccolte il Veneto è in grado di investire cospicue risorse nei Comuni di confine con l’effetto immediato di rendere assolutamente minoritaria la tentazione centrifuga. E con quali conseguenze?

A soffrirne saranno in primis gli aspetti culturali. Già ora si nega la presenza di una minoranza friulana, già ora si è adottata una delibera che porta a scuola il dialetto veneto, quindi partirà un processo di omologazione con Venezia che lascerà poco spazio alle periferie, specie a quelle orientali. D’altronde il Friuli Venezia Giulia ha sinora sbagliato tutte le politiche nella Bassa friulana, guardano ad est invece che a ovest. L’esempio più classico è quello in materia di sanità aggregando la Bassa friulana a Palmanova e Gorizia, anziché cercare più naturali sinergie interregionali con Portogruaro. Non parliamo degli errori dal punto di vista culturale fatti negli anni scorsi da degli sconsiderati che, prima hanno alimentato una sorta di irredentismo fuori tempo e, poi, quando era da sostenere un confronto serio con i vicini su reciproche garanzie per i veneti in Friuli e viceversa per i friulani in Veneto, ci si è disinteressati con la scusa delle differenze politiche fra i vertici.

La nuova geografia amministrativa non ha fatto scomparire solo le province, ma sta logorando anche i Comuni, chiamati sempre più a perdere le loro prerogative di prima rappresentanza e di diretta espressione democratica di un elettorato di vicinanza. Aggregati in una maniera o nell’altra finiscono per perdere l’autonomia politica che loro compete per risolversi ad essere centri periferici di servizi più o meno efficienti, con bilanci forzati dalle contingenze economiche e quasi del tutto condizionati dall’esterno. E anche qui sta già soffrendo la cultura locale poiché sempre più scarse sono le risorse ad essa destinate.

La nuova geografia amministrativa, dunque, non mette in difficoltà solo il singolo cittadino abituato da sempre ad avere i medesimi riferimenti, ma anche le realtà collettive che operano sul territorio, in quanto sovente è difficile trovare un interlocutore autorevole con i poteri necessari a decidere.

In materia culturale, lo stiamo già provando come Associazione “la bassa” poiché siamo costretti letteralmente a mendicare qualche euro ad istituzioni che sono sempre più lontane dal territorio su cui dovrebbero vegliare ed operare. E’ del resto anche quanto successo con le banche. Quando erano espressione locale l’economia ha compiuto enormi progressi, da quando se ne stanno lontane non si curano più del piccolo imprenditore o delle famiglie e, mentre finanziano i grandi eventi nazionali con gran dispendio, lasciano a bocca asciutta quelli periferici.

Di questo passo la Bassa friulana rischia l’emarginazione perché, tra l’altro, non ha neppure la consistenza necessaria per determinare orientamenti politici diversi sia a livello nazionale sia nelle due regioni. Lo stato di fatto è, quindi, questo.

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Il magazzino idraulico di Pertegada di Latisana. Da strumento operativo del Genio civile di Udine a memoria storica della gestione delle acque nel territorio del basso Tagliamento

Laura Pavan – Giovanni Santoro

Gli Uffici del Genio civile erano organi periferici del Ministero dei lavori pubblici competenti per l’esecuzione di opere realizzate nell’interesse, totale o parziale, dello Stato e degli altri enti pubblici. I lavori comprendevano le nuove costruzioni, le attività di trasformazione o manutenzione di opere già esistenti, le opere di bonifica, le opere idrauliche, le opere di viabilità e gli interventi di riparazioni dei danni bellici o alluvionali. Gli Uffici erano eredi di analoghi istituti di ordinamento napoleonico e durante la dominazione austriaca divennero Imperial regi uffici delle pubbliche costruzioni, con sede in ogni città capoluogo di provincia. In seguito all’annessione al Regno d’Italia (1866) del territorio veneto-friulano, gli Uffici provinciali delle pubbliche costruzioni trovarono continuità nel Corpo reale del Genio civile che nel Regno di Sardegna esisteva fin dal 1816, quando Vittorio Emanuele I assegnò i compiti riguardanti i ponti, le strade e le acque in tempo di pace a un Corpo di ingegneri civili, inizialmente posto alle dipendenze del primo segretario di guerra e marina e, dal 1859 (regio decreto n. 3754 del 20 novembre 1859), sottoposto al Ministero dei lavori pubblici.

Il regio decreto n. 148 del 25 luglio 1861 dettò una prima organizzazione del Corpo reale del Genio civile del Regno d’Italia, che applicava alle province del regno alcuni ordinamenti della legge piemontese del 1859. Fece seguito nel 1863 un primo regolamento (regio decreto 13 dicembre 1863, n. 1599) nel quale veniva confermata la distinzione in uffici speciali, da istituire con regio decreto in base a specifiche necessità, e uffici generali, con sede in ciascuna città capoluogo e divisi in sezioni per circoscrizione territoriale o per parti determinate del servizio. La legislazione successiva, a partire dalla legge per l’unificazione amministrativa (legge 20 marzo 1865, n. 2248, all. F “Legge sulle Opere pubbliche”), entrò in vigore nelle province venete e friulane nel 1866 e determinò la cessazione degli Imperial regi uffici delle pubbliche costruzioni, sostituiti dai Corpi reali del Genio civile, poi Uffici del Genio civile, che mantennero la sede in ogni capoluogo di provincia, con compiti del tutto identici a quelli dei cessati uffici austriaci, conservando, tra l’altro, la gestione delle acque e delle strade. Venne introdotta, però, una diversa denominazione delle strade: furono designate con un numero progressivo e classificate in base alla competenza territoriale, ovvero strade nazionali, provinciali, comunali e vicinali.

Pur essendo il Genio civile l’erede in toto del cessato Imperial regio ufficio provinciale delle pubbliche costruzioni, nel corso degli anni alcune sue competenze, in particolare quelle relative alle strade, vennero condivise o trasferite ad altri enti quali le Province (istituite nel 1866 dall’ordinamento italiano), la Regione (nel caso del Friuli Venezia Giulia istituita nel 1963), l’Azienda nazionale autonoma strade (ANAS, istituita nel 1928). Con il regio decreto 2 marzo 1931, n. 287 gli uffici ordinari del Genio civile furono organizzati in otto sezioni, rispettivamente denominate: servizio generale, derivazioni d’acqua e linee elettriche, opere idrauliche, bonifiche, opere stradali, opere marittime, opere edilizie, opere e servizi speciali dipendenti da pubbliche calamità. Potevano essere istituite anche sezioni distaccate, sia dal punto di vista dell’ubicazione sul territorio, sia da quello delle competenze (per esempio, le dieci sezioni autonome del Genio civile per il servizio idrografico, che curavano la raccolta delle osservazioni idrografiche riguardanti i corsi d’acqua e i bacini, erano svincolate dagli Uffici del genio civile e dipendevano dalla IV Sezione del Consiglio superiore dei lavori pubblici). Il Genio civile effettuava direttamente la progettazione delle opere, oppure dava il proprio giudizio tecnico a progetti redatti da enti pubblici o professionisti privati, indicando le eventuali modifiche da apportare ai fini dell’approvazione dell’opera. La realizzazione era gestita mediante diverse procedure: amministrazione diretta, cottimi, appalti, concessioni. L’Ufficio si occupava, inoltre, di espropriazioni e concessioni per derivazioni e utilizzo di acque pubbliche e del controllo dei lavori eseguiti da altre amministrazioni o enti pubblici. Quale organismo tecnico, l’Ufficio partecipava a commissioni istituite in sede locale su specifiche materie (bonifiche, assegnazione di alloggi, prezzi).

Durante la Seconda guerra mondiale e nel periodo postbellico, agli Uffici del Genio civile furono attribuite ulteriori competenze. In materia di danni bellici, furono seguiti i lavori di riparazione e di ricostruzione di opere pubbliche e private danneggiate o distrutte (legge 20 ottobre 1940, n. 1543) e furono concessi aiuti finanziari a terzi per riparazione o ricostruzione dei loro beni (decreto legislativo 10 aprile 1947, n. 261 e norme successive). In materia di pubbliche calamità, le competenze vertevano su lavori atti a prevenire danni e lavori urgenti e necessari dopo la verifica del sinistro (decreto legislativo 12 aprile 1948, n. 1010 e norme successive).

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Michele Scarabiti “lancia spezzata”. Un muzzanese protagonista alla presa di Marano del 2 gennaio 1542

Renzo Casasola

Le scarne note d’archivio relative alla cronaca di Muzzana risalenti alla prima metà del ’500 paiono ignorare del tutto nomi e personaggi di coloro che vennero coinvolti nella feroce e sanguinosa rappresaglia imperiale del 2 marzo 15141, a danno della villa e dei suoi abitanti, orchestrata da Cristoforo Frangipane supremo comandante in Friuli delle truppe di Massimiliano I d’Asburgo2. L’onore delle cronache, volte a narrare l’assedio di Osoppo ove si consumò quel crudele fatto di sangue, venne riservato ai capitani di ventura al soldo della Repubblica di San Marco, ai comandanti imperiali, ai nobili feudatari, ai prelati, ma non un cenno sull’identità di coloro che subirono sulla propria pelle quelle infernali efferatezze.

È noto che l’inizio del XVI secolo fu il più tragico per l’intero Friuli e per la comunità di Muzzana in particolare ma, pur tuttavia, nessun nome dei nostri avi che ci riporti con la memoria a ripercorrere quella tumultuosa e dolorosa stagione storica. Solo uno di essi, ser Michiel Scarabiti3, compare in epoca tarda quale illustre interprete alla presa di Marano avvenuta il 2 gennaio 1542 a fianco del capitano di ventura udinese Beltrame Sacchia4. Quest’ultimo, ambizioso personaggio di spicco dell’aristocrazia cittadina, tentò l’audace impresa forte di sessanta soldati mercenari al suo seguito. Il ruolo dello Scarabiti, dalle cronache dell’epoca, passò in secondo ordine, ma il Sacchia, è risaputo, forse non ce l’avrebbe fatta se al momento opportuno non ci fosse stato al suo fianco il decisivo contributo di Michele Scarabiti da Muzzana.

Non fu cosa da poco! La citazione ha una sua valenza in quanto si collega, sebbene indirettamente, proprio ai drammatici eventi accorsi alla popolazione ed alla villa di Muzzana, 28 anni prima, in quel fatidico 2 marzo 1514. Facciamo un passo indietro: il 13 dicembre 1513 dai veneziani fu persa malamente con l’inganno la fortezza di Marano, che rimase in seguito in mano arciducale fino alla sua presa definitiva per mano del Sacchia, appunto, avvenuta in quel freddo e ventoso pomeriggio del 2 gennaio 15425.

Da allora la roccaforte lagunare fu tenuta saldamente nelle mani dalla Repubblica di San Marco fino al suo definitivo crollo avvenuto nel 1797 per opera di Napoleone Bonaparte.

Le cronache dell’epoca ci narrano che il Sacchia e i suoi uomini, superata d’impeto la porta de mar dopo aver reso inoffensive le guardie, ingaggiarono un furioso combattimento corpo a corpo tra gli assalitori e le forze arciducali. A sostenere l’azione difensiva della guarnigione imperiale parteciparono pure gli abitanti che cercarono di opporsi strenuamente con ogni mezzo ai nuovi invasori, temendo seriamente per la propria vita, non sapendo bene chi essi fossero. La battaglia, ad un certo punto, parve trovare un suo equilibrio non riuscendo le forze dell’uno a prevalere sull’altro. Ed è proprio in tale circostanza che entrò in gioco il nostro uomo. Il luogotenente di Udine in carica, enfatizzando il suo decisivo ruolo, annotò nella sua relazione al doge che: “… Michiel Scarabiti da Muciana, … quando il Sachia prese questa cità, udendo cridar: ‘Marco, Marco’ judicò lui Sachia eser intratto per nome di Vostre Signorie che andasse a tor de li homeni, andò et tornò inmediatte con homeni 163 …” 6.

Appare evidente, a questo punto, che l’aiuto apportato al Sacchia dai 163 inferociti uomini delle cernide di Muzzana e delle ville marchesche dell’entroterra lagunare, guidati dallo Scarabiti, si rivelò decisivo per il buon esito dell’impresa. Inoltre, da quanto ci riferisce nel dispaccio il luogotenente di Udine, è palese la premeditazione e l’accurato studio di un piano d’azione concordato dal Sacchia, dai suoi compagni di ventura e dallo Scarabiti che ebbe quell’incarico non fosse altro per la buona conoscenza del territorio7. Ad un cenno convenuto gli uomini armati di quest’ultimo, acquattati in attesa nelle paludose boscaglie limitrofe, entrarono in azione a mano armata a sostegno del Sacchia. E Marano fu presa. Un manipolo di uomini determinati riuscì, dunque nell’ardua impresa là dove Venezia per tre decenni fallì e nei suoi vani tentativi vi persero la vita centinaia di soldati.

L’azione di quegli arditi non si arrestò con la presa di Marano. Narrano le cronache che un manipolo di uomini armati occupò i presidi arciducali di Carlino, Precenicco, Castel Porpetto e Cervignano, portando ovunque la desolazione e sterminio8. Scrive la Della Mea che “Da Muzzana c’erano anche gli uomini di Michele Scarabiti che, una volta concluse le operazioni di Marano occuparono il castello arciducale di Precenicco”. La commenda teutonica subì una seconda incursione tre mesi dopo, nell’aprile del 1542, quando gli uomini al comando del Turchetto, compagno d’armi del Sacchia, “Lo fece svaligiare da suoi soldati et da contadini palazolesi, muzanesi, di Puccinia et del territorio di Latisana 9”. C’è da supporre che anche in tale circostanza lo Scarabiti fosse al fianco del Turchetto al comando degli assalitori.

La perdita della fortezza lagunare mandò su tutte le furie Nicolò della Torre, l’estromesso capitano di Marano, il quale dalla fortezza di Gradisca rese pubblica una lista di comparizione e cattura per coloro che dai testimoni oculari furono riconosciuti. Il 12 settembre nel Proclama capitanei Gradiscae. De mandato et commissione del magnifico et carissimo baron et cavallier il signor Nicolò dalla Torre, di Gradisca Capitaneo con un lungo elenco di personaggi dell’aristocrazia friulana filo marcheschi e popolani, vi è anche Scarabotto de Muzana capo di setta con tutti li soi seguaci10.

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1917. La laguna come confine di guerra. Il fronte terrestre-lagunare

Maria Teresa Corso

I due comandanti Dentice e Rizzo, entrambi tenenti di vascello, partirono da Venezia il 30 ottobre 1917, cinque giorni dopo la ritirata di Caporetto dei nostri soldati, in trincea contro gli austro-tedeschi. Lì, su quelle valli sopra il Natisone i Nostri aspettavano ordini da parte del generale Cadorna, ordini che non arrivarono mai, per diversi motivi, uno dei quali fu che l’accampamento del quartier generale italiano era stato posto in una zona isolata a valle, dalla quale non era possibile vedere “la scena di guerra”, mentre il comando austro-tedesco si era posto sulla sommità di una collina. E poi per diversi altri motivi imputati al Cadorna che qui non solleveremo.

Le nostre truppe in ritirata da Caporetto, si erano messe in marcia verso la Bassa friulana, lungo il Friuli, verso il Piave, erano vestiti come peggio non si può, con nessun rifornimento e con poche armi. Qualcuno imbracciava fucili fatti di pali e spago, tanto nella notte chi si sarebbe accorto….

Raggiunsero la Bassa friulana a frotte. Nelle lagune di Grado e Marano i marinai della regia marina italiana avevano creato una trincea pari a quella terrestre. Posizionarono, infatti, pontoni, batterie e galleggianti armati lungo le barene, in Canal Muro, a Lignano, a Sant’Andrea, alle porte di Bevazzana, a Porto Buso, com’è noto confine di stato.

Il 30 ottobre i due comandanti Alfredo Dentice e Luigi Rizzo partirono con due MAS dalla Giudecca, Venezia (a Rizzo, da pochi anni, è stata intitolata la Sezione Marinai d’Italia di Grado). Dovevano svolgere una pericolosa missione che consisteva nel visionare le batterie navali di Porto Buso e di S. Andrea, in quanto risultavano non completamente distrutte e che, in questo caso di ritirata, potevano fare comodo al nemico. Vennero inviati per distruggere a ponente di Grado le artiglierie e le opere di difesa messe in atto, mezzi parzialmente sommersi, e dovevano assicurarsi dei galleggianti finiti nelle barene dietro Porto Buso.

Nella relazione il tenente Dentice comunicava che gli idrovolanti italiani dovevano esplorare il mare e Grado per indicare a loro gli avvistamenti navali. Erano diretti al Tagliamento e ci arrivarono in due ore, quando arrivò la notizia dall’idrovolante che due cacciatorpediniere erano davanti a Grado e si dirigevano verso Trieste. Dentice e Rizzo, in quel momento di tranquillità, decisero di puntare verso Lignano per raggiungere poi Porto Buso. Scorsero due idrovolanti nemici che si avvicinavano, ma i comandanti spensero i motori, una manovra che risultò vincente, perché gli idrovolanti proseguirono nel volo.

Alle 14 giunsero a Lignano, dove erano rimaste solo tre famiglie. Dietro a Porto Lignano c’erano la draga Vulcano e due bette cariche di carbone di cui si serviva la draga. Un’ora dopo giunsero a Porto Buso, dove posizionarono mine alle batterie del Porto e a Canal Muro e decisero di recuperare due cannoni imbracandoli ai siluri. L’idea dei due comandanti era quella di seguitare lungo il canale Trincea, appena scavato, per raggiungere Grado, arrivando per via interna al porto. Solo se avessero avuto un MAS in più… avrebbero silurato le cacciatorpediniere, di cui li aveva avvertiti l’idrovolante incontrato.

Fu impossibile, dice Dentice, recuperare il ponte a biga di Grado, rimasto a secco in una barena dietro Porto Buso. A mezzanotte, vista l’alta marea, si decise di incendiare il pontone con tutto il materiale che conteneva, mentre sopra di loro vi era una grande attività di idrovolanti che passavano a poca distanza da Porto Buso. Dopo un paio d’ore dettero fuoco alle micce da mina delle batterie di Canal Muro e Porto Buso, ottenendo grandi esplosioni in grado di distruggerle completamente.

Nelle barene dietro Porto Buso lato laguna, si trovavano ancora due pontoncini, un pontone, il vaporetto lagunare n. 5, a cui dettero fuoco, più lontano un bragozzo contenente materiale d’aviazione, poi un burchio con materiali diversi e altri galleggianti che non riuscirono a raggiungere per il fango troppo molle delle barene sulle quali si trovavano i mezzi. Alle 4 raggiunsero Sant’Andrea, dove fecero esplodere tutto ciò che rimaneva della batteria, e infine si diressero verso Marano, dove arrivarono alle 7.

A conferma di quanto relazionato dal comandante Dentice vi è il riscontro di questi fatti nei diari di quei giorni 29 e 30 ottobre 1917 scritti da Tarcisio Dal Forno:“...Si vedevano dappertutto vasti incendi che per ogni parte del Friuli si protraevano giù fino al mare, dove i marinai di Porto Buso, S. Andrea e Tagliamento fecero brillare i fortini, incendiando quello che non potevano portare via”.

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La conversione dell’ebreo Ventura

Mario Salvalaggio

Il fatto che ci riproduce da un antico testo Mario Salvalaggio non è nuovo alla letteratura ed alle conversazioni erudite. Dello stesso argomento ne tratta in una sua opera nel 1696 l’erudito Biagio Stentucci (Lettere di risposta di un teologo) e più tardi, nel 1751 il santo Alfonso Maria de’ Liguori nel suo “Verità della fede”.

Del resto più che le esercitazioni sataniche alla opinione pubblica interessa la conversione del ricco ebreo Ventura cui rendono onore, come abbiam letto, il cardinale patriarca Daniele Delfino, il signore di Madrisio, Riccardo e il nobile di Colloredo. E’ per tutti la “celebrem conversionem” anche perché il convertito, ricchissimo, in tale occasione fu particolarmente generoso con tutti. E non cessò, bensì incrementò le sue attività economiche.

Potenza della fede, del diavolo, o del denaro per le molte porte che tale conversione apriva?
Roberto Tirelli

SPIRITI MALIGNI IN AZIONE A FLAMBRO: C’È DA CREDERCI?
Mario di Flambri

“Sta atent, frut… che chê là, a e une strie!”

Questo era l’avviso che a noi bambini davano le donne anziane quando, andando a scuola, nei pressi dell’osteria di sior Pidio Sinel, ci imbattevamo in “gne Ghine”, che con passo felpato attraversava “la plazute” indirizzandosi verso il negozio degli alimentari. E allora subito, prima di avvicinarla, per evitare il malocchio, si faceva l’azione conosciuta come “fare le fiche”, incrociavamo cioè le dita, il medio sull’indice oppure inserendo il pollice fra l’indice e il medio, chiudendo il pugno; poi, nascondendo la mano dietro la schiena, …via di corsa.

Questo è stato il mio primo approccio verso il mondo dell’occulto.

Poi venne l’approccio dogmatico: le lezioni di dottrina cristiana e il racconto degli episodi evangelici sugli indemoniati e posseduti, che ti facevano capire le fondamenta della lotta del Bene sul Male. Dopo, da grandicello, la visione dei primi film del terrore, che ti toglievano il sonno e ti facevano vedere altre realtà dimensionali e un mondo nascosto ai più.

Tutto questo io lo consideravo, superficialmente, come qualcosa di irreale, di raccontato per fare paura. Anche in paese, durante le serate “in file” nella stalla dei “Boscos” avevo sentivo parlare di fatti diabolici, misteriosi, inverosimili, avvenuti durante la prima guerra mondiale; i cui protagonisti erano stati il nostro pievano, don Enrico D’Aronco e una peripatetica in punto di morte.

In seguito poi alle mie ricerche sulla storia paesana, consultando il Libro storico della pieve, trovavo conferma su quanto sentito da bambino nella stalla, imbattendomi in una nota datata 1916, dove il nostro Pievano riportava, con lui come testimone e protagonista, questo fatto chiacchierato, ora veridicamente accaduto, che mi ha fatto ricredere sulla veridicità di questi fatti extrasensoriali.

Riporto il testo integralmente così come scritto di pugno da don D’Aronco affinché sia conosciuto e non resti nascosto nei polverosi archivi o addirittura nel web, dove ho trovato fortuitamente il secondo racconto su fatti diabolici che hanno interessato la nostra comunità e i nostri preti ora anche esorcisti.

Questo secondo è un racconto particolarissimo su uno di questi fenomeni di possessione, la cui conoscenza ha superato i confini locali e nazionali e che è stato oggetto di pubblicazione su riviste di gran pregio e diffusione nel XVIII secolo; più avanti riporterò anche questo scritto trascrivendolo integralmente.

Il primo di questi eventi prodigiosi, che nei nostri tempi vengono definiti con la parola tedesca“poltergeist”, è raccontato, come dicevo, da don Enrico D’Aronco, che lo ha annotato nel Libro storico della pieve, da lui istituito, intitolandolo “Castigo di Dio”; testo che riporto integralmente.

«Una traviata donna è improvvisamente colpita da malattia.
Il sacerdote - chiamato - amministra i sacramenti che la infelice, già incosciente è capace di ricevere.
Poi… Quella camera par diventata sede di spiriti cattivi. L’armadio, le sedie, e gli altri mobili si sollevano a varie riprese e fanno danza spaventosa intorno al letto della degente.
Grande spavento fra i domestici che assistono la malata, e grande parlare in paese.
Tutti dicono castigo di Dio!
Morì il 4 maggio e a notte senza solennità funebri venne portata al cimitero.

Il medico aveva giudicato la morta affetta da meningite; perciò quella forma di sepoltura.

Il popolo invece disse ancora “Castigo di Dio”».

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La leggenda del “Ponte della donna”

Mauro Fasan

Versione in italiano scritta da:
Domenico Meneti Verardo
Pier Luigi Zanette

Traduzione in liventino scritta da:
Daniele Zanette
Francesca Pillon
Luciano Borin
Celeste Bortolin
Giacomo Bortolin

La leggenda del “PONTE DELLA DONNA”

Un tempo nelle nostre case rurali nelle fredde serate invernali era consuetudine passare il dopo cena nei soli ambienti che offrivano un po’ di calore e cioè la cucina col focolare (il larin) e la stalla con le mucche. Era l’occasione più propizia per commentare avvenimenti recenti e raccontare fantasiose storie e fatti del passato. Una di queste vecchie storie che viene raccontata ancor oggi ai bambini è quella del Ponte della Donna. Si narra che in tempi ormai tanto lontani una nobildonna che viveva in un lussuoso palazzo della Marca Trevigiana, essendo stata invitata ad una grande festa da ballo nel castello di Porcia, si trovava con la propria carrozza a passare per Tamai lungo la vecchia strada ungaresca che, ancora adesso, segna il confine fra questa frazione e la località di Taiedo di Porcia.

A causa dell’inclemenza del tempo e degli abbondanti piovaschi la strada era fangosa e faceva rallentare i cavalli.

Il cocchiere si trovava in difficoltà a far procedere la carrozza con una certa speditezza, mentre la dama era furibonda per il ritardo che accumulava e la sera era imminente. Il povero cocchiere, oltre alla difficoltà del percorso, doveva sorbirsi anche i continui rimproveri e sollecitazioni della padrona che non voleva sentire scuse o proposte di percorsi alternativi. A stento la carrozza arrivò in riva al fiume Sentiron presso il ponte di attraversamento e l’acqua in quel punto di solito era relativamente placida. Quella sera però la corrente era turbinosa e travolgente e, per giunta, raggiungeva la parte superiore del ponte. Tale situazione avrebbe impressionato gli umani e così anche i cavalli appena iniziata la salita del ponte, alla vista di tale situazione, si imbizzarrirono, si inalberarono e non vollero proseguire mentre il cocchiere implorava la nobildonna a desistere di passare su quel ponte.

Quest’ultima non volle sentire ragioni ed impose al cocchiere di obbedire ai suoi ordini perché ella voleva a tutti i costi arrivare al gran ballo nel castello. Disperato il cocchiere avanzò un’ultima supplica e rivolgendosi alla padrona disse: “In nome di Dio la prego di ascoltarmi perché qui il pericolo è mortale per tutti!”. Al che la dama infuriata ed imbestialita rispose: “O in nome di Dio, o in nome del demonio, ti impongo di proseguire per ponte!” Al povero malcapitato cocchiere non rimase che obbedire, per cui, incitati a colpi di frusta i cavalli, anziché proseguire, spaventati, tentarono la retromarcia, ma la carrozza precipitò nel fiume in piena trascinando con sé nobildonna, cocchiere e cavalli.

Poco dopo il temporale cessò e un raggio di luna filtrò fra le nubi per rischiarare quel luogo di tragedia, ove ormai regnava il silenzio della morte. Sono passati secoli da quel funesto avvenimento, ma la strada, il fiume, il ponte, sono tuttora là a ricordare il tragico evento. I nostri nonni terminavano il racconto evidenziando che l’arroganza della nobildonna, che ha osato sfidare la forze della Natura e del Divino, è stata così gravemente pagata.

La legenda del “PONT DE LA DONA”

Na volta in te le case e in tei rusteghi, co ‘l era fredo e brosa, la sera se usea star, dopo ver disnà, do che se podea scaldarse un pel: vithin al larin o in te la stala co le vache. Là ‘ndea ben par ciacolar e contarsela su quel che ‘l era suces via pal dì. I veci po’ no i spetea altro par contarghe ai nevodi quel che i so noni i ghe vea contà a lori. I bocie inventse i tirea i noni par scoltar le storie. Cusì tra na batolada e na barseleta vegnea fora anca le storie de na volta. Una de ste storie la vien contada anca ‘ncuo ai fioi de Tamai. Se dis che na volta na gran dama, che la vivea in te na vila de la Marca Trevisana, la era stada invitada a un gran balo in tel castel de Pursie. La era drio vegner su co la so carotha par Tamai par el stradon de la vecia Ongaresca (che anca ades la fa da confin tra el Tajedo e’l resto del paese). In quei dì el tenp ‘l era sta brut e la tanta piova la vea paciotà le cariade del stradon. I cavai i fea na fadiga bestia a corer. La siora la era drio infumantarse e la era tuta rabiosa parchè la roba l’era drio ‘ndar masa longa. El canpanil de la cesa vecia el vea desà batest i so bot e ‘l era drio rivar la not. El pore cucer (?), incasinà come che ‘l era a saltarghin fora, el vegnea sacramentà anca da la siora che non la volea saverghin de canbiar e slongar la strada.

Dopo tante sbrisade e sgomade, dopo ver risc’ià de piantarse pì de na volta, la carotha la riva sul Sentiron lì del pont che i veci i ciamea “la Pianca”. Lì l’acqua la ‘ndea senpre do chieta. Inventse quela sera l’era na montana che la fea fin i torgui e, tant par contarla tuta, l’acqua pasea anca sorà el pont. Sta situathion la fea ciapar paura sia ai omeni che la bestie. I cavai cò i ha vist quel che l’era, i se ha scaturio e no i volea pì ‘ndar vanti. El cucer el preghea la siora a no pasar par de là. La siora de novo no la volea sentir reson e la ghe ha comandà de pasar par de là a tuti i costi.

Ela la volea ‘ndar a balar in tel castel e basta.

Desperà el cucer el dis:
-par piaser la me scolte, par el Signor, qua se ris’cia de morir tuti!
- La femena, fora de ela, l’ha rimbecà:
-O par el Signor, o par el Diavol, te comande de ‘ndar vanti!
-

El pore cucer ghe ha tocà obedir. El ghe dà co la scuria ai cavai par mandarli vanti ma sti qua, scaturidi, i ‘ndea indrio. La carotha, ‘ndando indrio, la sbrisea fora e la se rebaltea in tel Sentiron che cusì el se ha portà via tut e tuti. Dopo un s’ciant, finio el tenporal, un rai de la luna l’ha mostrà quel che ‘l era suces... e no se sentia pì gnent.

I è pasadi secui da quela volta ma la strada, la Pianca e el Sentiron i è ancora là e i ghe ricorda a tuti quel che ‘l è suces.

I nostri veci i finia de contar la storia disendo che la grandetha de la siora (che l’ha fat la grandona) l’ha sfidà la Natura e el Signor e i l’ha pagada cara.

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Neve

Monica Mingoia (Poesie)

Prime ore del mattino.
La neve è caduta sul prato
che ormai è già tutto imbiancato,
Si sveglia la città maestosa
bianca come una sposa.
Il vento soffia una melodia,
la neve continua a scendere
e tutto imbianca
mentre anche Lei sembra che canta,
una canzone antica,
una musica dolce di un tempo passato, dimenticato.
E ti aspetto nella casa luminosa,
bambina, donna, giovane sposa.
Il giorno passa in tranquillità,
con il suo ritmo di quotidianità,
mi sento un po’ triste
ma anche speranzosa
mentre la neve cade senza posa.
Ecco la sera è scesa qua giù,
non nevica più,
non nevica più.
E il ghiaccio sigilla la neve caduta.
In questo momento così speciale
l’uscio è già chiuso e sei sulle scale,
La porta si apre in sala da pranzo
tu appari contento
ma infreddolito e stanco.
Il nostro abbraccio di un attimo
mi fa riscoprire, l’uomo che adoro;
un po’ nervoso, un po’ incosciente
ma di animo buono e coivolgente.
Mangiamo tranquilli con le tende scostate,
la luce in giardino illumina vetrate.
La gente come noi
starà guardando fuori
forse solo i bambini
ma anche i genitori.
Questo momento magico,
fatto di mille emozioni,
intimità silenzio
e anche preoccupazioni
che però svaniscono come per magia
la magia dell’affetto, l’amore, l’armonia.

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Ricerca onomasiologica su 21 bestioline nella Bassa friulana occidentale, con varie annotazioni

Aleardo Di Lorenzo

*Collaborazione scientifica dei professori Pietro Zandigiacomo e Renato Zamburlini

La tabella lessicale riportata sotto, frutto di una ricerca per gran parte compiuta una ventina d’anni fa con il concorso di tante persone – alcune delle quali purtroppo ci hanno lasciati – ha un’origine almeno in parte remota, nella mia infanzia. Nei paesi allora si viveva a continuo contatto con gli elementi naturali, piante e animali, grandi e piccoli, e ricordo che a volte pensavo alla singolarità dei nomi di certe bestioline, collegati ad aspetti della vita e della società di quel tempo. Così, noi bambini legavamo al maggiolino un filo e lo facevamo volare “al traino”, a conferma di quanto ci sembrava indicare il suo nome, bo. E l’elegante bellezza delle libellule sembrava dare ragione dei nomi di siôr e di predi. La coccinella, poi, ci trasportava in un mondo magico-religioso carico di simpatia, testimoniato dagli appellativi di santemarie e madonute, “ ch’a parte il tabac al Signôr”.

Molto tempo dopo, in occasione dell’evento che per me segnò una svolta culturale, la celebrazione a Latisana nel 1978 del convegno di studi locali della Società Filologica Friulana – a cui si collegò anche la fondazione dell’associazione “la bassa” – grazie alla collaborazione richiestami dall’amico botanico Francesco Sguazzin per la ricerca onomasiologica sulle piante spontanee in dieci località della zona, ho iniziato ad avvertire il desiderio dello studio e del recupero del lessico locale, che faceva pur parte della mia cultura. Dopo la pubblicazione di quello studio sul volume unico Tisana, con alcuni interventi sulla rivista “la bassa” ho continuato a fissare quello che resta di un mondo in cui il rapporto intenso e costante con la natura determinava la necessità di precisare i nomi di tutto ciò che aveva relazione con la vita contadina: piante, animali e attività collegate. Nella prosecuzione delle ricerche, tra l’altro, mi stavo indirizzando verso l’obiettivo di individuare sul territorio possibili aree lessicali omogenee, ma nel caso specifico di questa la fantasiosa varietà e bellezza dei nomi di tante bestioline rende perlopiù inutile il tentativo di definirle. In proposito, con riferimento alla nomenclatura degli insetti, ha scritto una delle redattrici dell’ASLEF, Paola Benincà: “La maggior parte di questo lessico è costituito da neocreazioni, che sono confrontabili solo sul piano del calco spontaneo, cioè di una analogia di atteggiamento mentale e linguistico di fronte ad analogo fenomeno. Troveremo allora una notevole omogeneità, però solo semantica [per il significato] nelle denominazioni di quegli insetti che presentano caratteristiche così vistose e particolari, da aver dato, nella maggior parte dei casi, la spinta alla motivazione: questo si verifica per la lucciola, le cui denominazioni sono state molto spesso motivate dall’idea della luce (o del fuoco), e per la forfecchia, nei cui nomi troviamo quasi sempre l’immagine della forbice” (1) . Invece, com’è naturale, nei nomi degli insetti più diffusi e più comuni (la mosca, il ragno, la formica ecc.) poteva trovare ben poco spazio la creatività popolare, per cui siamo di fronte ad un lessico molto omogeneo, che conserva la base latina.

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Sullo Stella

Silvio Bini

«Sullo Stella» è un breve scritto di Alviero Negro, pubblicato dal quotidiano Popolo del Friuli di Udine, organo del PNF, nel numero di domenica 22 giugno 1941.

L’autore era poco più che ventenne (era nato a Muzzana del Turgnano nel 1920 e morì a Udine nel 1987) quando scrisse questa “storiella” di paese, permeata ancora di una ingenuità quasi romantica, ma che però spesso cede ad un gentile verismo e che oggi può affascinare, trascinandoci nei luoghi della memoria. Partigiano poi, con il nome di Novello, militante nella formazione Osoppo, Alviero Negro. dopo la guerra fu direttore dell’Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione. Sostenitore di un nuovo teatro friulano, è stato uno degli autori più prolifici e più premiati del Friuli. La commedia Il bunker (1980) fu tradotta e rappresentata anche in sloveno. Ha lasciato anche un libro di racconti, Ajar de Basse (1971). Lis zariesis pe mari di San Pieri (1969) è una delle sue commedie più applaudite. A Muzzana gli è stata intitolata la Biblioteca comunale.

Chi passa in una notte di stelle sul ponte di ferro appena fuori di Palazzolo, laddove l’asfalto si allunga sì da dare la sensazione che Latisana sia posta al limite dell’infinito, non può fare a meno di fermarsi a considerare lo scorrere placido di quelle piccole onde destinate alla voracità del mare. Mi fermai in una bella notte di giugno. Le stelle si riflettevano e il tremolio delle acque creava con esse una fantasia di piccole luminarie che ora si accendevano ed ora si spegnevano.

Non so perché pensai ai piccoli laghi giapponesi e ai caratteristici palloncini di carta colorata; non so perché pensai alla laguna di Venezia, alle sue gondole e alle sue musiche nostalgiche. Pensai alle musiche e mi immaginai d’incanto una melodia di violini. Le stelle continuavano a tremolare nell’incresparsi melodico. Forse lo «Stella» si chiama così per questo, per questa sintesi che dà del firmamento! I violini melodiavano ma un po’ alla volta il sogno era destinato a svanire. Chissà come sarebbe apparso «lo Stella» di giorno. Forse meno poetico perché quelle ombre, quelle sfumature sulle rive avrebbero acquistato la realtà di paduli e invece dovrebbero essere giardini sgargianti di fiori e di verde, profumati di ambrosio, ritrovo di ninfe e di driadi. Comunque ci sarei andato volentieri di giorno e promisi a me stesso di ritornarci al domani.

Al domani cadeva la festa di S. Antonio, patrono del paese. Palazzolo era vestita di festa; festoni alle finestre, iscrizioni sui muri, archi di sempreverde per tutte le vie dove il Santo doveva passare e le osterie, tanto per non smentire la tradizione friulana, tutte zeppe: parenti, amici, convenuti di fuori, al «perdono». Il progetto di andare sullo «Stella» svaniva giacchè le canzoni e le musiche dei dischi chiamavano alla giostra, al tiro a segno, alle bancherelle dei dolci. E poi quanta gente, quanta gioventù variopinta: quante bellezze sane, fresche, profumate come le rose di un bel giardino.

A momenti sarebbe passata la processione. Guglielmo mi malignava all’orecchio che qui le ragazze pregano il Santo di Padova per trovare il «moroso»: sorrideva incredulo. Ma ecco là il Cristo che spuntava dalla via della Chiesa e dietro uno stuolo di ragazzi. Poi fanciulle: un fiume! Caso strano, rividi il tremolio della sera prima sullo «Stella» sentii i violini ma mi ferì nello sguardo il bagliore più intenso di una. Colsi a volo quel bagliore e lo impressi nella mente: un volto meraviglioso di angelo o di madonna rosea come un boccio. Confusi le immagini. Dove l’avevo vista? In un quadro di Raffaello o di Tiziano, in una pala del Pordenone? Non mi raccapezzai, non trovai il già visto. L’espressione era rapita in un qualcosa di mistico e pensai proprio che pregasse il Santo per trovare il «moroso».

La trovai. La invitai in giostra, in quella che per dirla con tutti, è detta a pedate. Mi pareva di profanarla a trattarla coi piedi ma lo facevano tutti, e ridendo felice, confuso nella generale mania scimmiesca, lo feci anch’ io. Poi si fece buio e andammo a vedere lo «Stella». Come la sera prima! Solo che ora c’era una sinfonia più splendida di violini. Le chiesi il nome, mi rispose «Ada». Le dissi che era un bel nome e se aveva pregato per trovare il «moroso». Sorrise.

Le ultime note dei dischi andavano affievolendosi, la gente passava per andare a casa, i rintocchi del campanile sembravano lontani: la sensazione del tempo svaniva. Avevo voglia di baciarla, le sussurrai «Ada....», ma si ricordò di essere sola con me, le stelle non le facevano compagnia e mi rimbeccò che doveva tornare. Confesso che mi dispiacque.

Da tempo non ho saputo più niente di lei. Oggi, giusto un anno da allora, le giostre invitano ancora. Ho voluto ritornare per rivedere quella figura dell’arte, per carpire ancora sul suo volto l’espressione dello stesso invoco al Santo. Le strade hanno gli archi di sempreverde, le bancherelle son sempre le stesse e i bimbi cercano la distrazione del brav’uomo che vende per «assaggiare» la pasta. Le fanciulle son belle ma io Ada lei, proprio lei, la stella più lucente delle altre. Ripenso alla giostra, allo «Stella»: potremo tornarci! Mi è quasi vicina, le voglio correre incontro, ma – l’anno scorso non era così – c’è un giovanotto al suo fianco, un bel giovanotto. Il Santo deve averla esaudita e m’ha giocato un brutto tiro: ho pensato male di lui.

E’ una bella notte ma lo Stella non deve essere più come l’anno scorso: le stelle non tremano e tutto sembra oscuro.

Alviero Negro

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