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copertina numero 70 la bassa

la bassa/70

anno XXXVI, n. 70, giugno 2015

Estratti di
articoli e saggi
della nostra rivista

In copertina:

Particolare della CARTA / FORI IVLII
ACCURATA DESCRIPTIO
dal “Theatrum Orbis Terarum” di Abram Oertel. Anversa 1573.

Bassorilievo scolpito dall'artista latisanese
Lionello Galasso,
raffigurante “Memoria dell'alluvione” 1968-1969.
Cemento bianco (cm 170 x cm 140)
Duomo di Latisana.
(foto di Enrico Fantin)

Sommario


Nel 50° anniversario dell’alluvione del Tagliamento a Latisana. 1965-2015
ENRICO FANTIN

Sono passati venticinque anni, dal settembre 1990, quando la nostra associazione volle, non senza difficoltà, dare alle stampe una pubblicazione per ricordare le tragiche alluvioni del Tagliamento a Latisana e nei comuni della Bassa friulana.

Fu un’avventura, come pocanzi detto, piena di difficoltà sia per la ricerca di fondi che di ostacolo in quanto portare alla ribalta il problema “Tagliamento” avrebbe urtato le “alte sfere”, anche se nei nostri scopi era solo quello di fare un libro di vera storia.

A tale proposito conservo diversa corrispondenza, ma vale la pena riproporla attraverso queste pagine poiché renderebbero ridicole la vicende come ad esempio le risposte di alcuni sindaci, facenti parte del Comitato permanente di difesa del Tagliamento, che esprimevano la volontà di non partecipare all’iniziativa in alcun modo. In poche parole che del problema Tagliamento non importava nulla.

Riuscimmo ugualmente a fare una pubblicazione e alla presentazione fu un successo di pubblico e di critica con la partecipazione di numerose persone qualificate. Intervenne anche il settimanale nazionale “Famiglia Cristiana” con un buon articolo a firma di Luciano Scalettari senza dimenticare l’attestazione da parte del Presidente della Repubblica Cossiga, attraverso il Segretariato Generale della Presidenza della Repubblica Italiana on. Sergio Berlinguer.

Da allora “la bassa” in ogni occasione ha sempre cercato di tenere acceso quel lumicino della speranza attraverso le ricerche storiche poi pubblicate nel semestrale e in alcune pubblicazioni ad hoc.

Con il libro “I passaggi del Tagliamento”, nelle molteplici presentazioni tenute presso tutti i comuni rivieraschi del fiume è sempre stato proiettato un filmato delle alluvioni di quei tragici giorni di settembre 1965 e del novembre 1966.

Certamente non sono mancate le persone, molto acute per intelligenza, di aver mostrato indigestione per i nostri lavori su carta stampata, ma come un vecchio saggio diceva: chi sa lavora e suda e chi non sa insegna.

Nel 45° anniversario, il 2 settembre 2010, la nostra associazione uscì con un’altra ricerca storica che in Germania sarebbe stata come una lezione inserita nella materie obbligatorie scolastiche, che chiamano “Heimatskunde”, ossia uno studio che riguarda la realtà dell’ambiente in cui si vive nei suoi aspetti geografici, economici, storici, culturali e sociali.

Il sottotitolo del libro “I principali cataclismi naturali avvenuti nella Bassa e nel Friuli attraverso le fonti archivistiche antiche e moderne” diede a qualcuno, sempre molto intelligente, l’opportunità di scrivere: “Roba da sfiga allo stato puro!” Eppure altre testate recensirono positivamente il volume come la “Rassegna Tecnica del Friuli Venezia Giulia” che fra l’altro mise in evidenza il merito che va agli autori di aver collezionato una rilevante interessantissima raccolta di testimonianze scritte ed iconografiche sul tema in questione. (Rassegna Tecnica Anno LXI-novembre/dicembre 2010).

Abbiamo assistito durante l’anno 2014, specialmente nel mese di novembre, i grandiosi disastri provocati dalle piogge incessanti, sommate poi alle “bombe d’acqua” non solo in Friuli, ma in quasi tutto il territorio nazionale, con le immancabili importanti montane del fiume Tagliamento.

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La legenda Medievale dei Vermilii
ROBERTO TIRELLI

Le origini del nome Varmo, indubbiamente germaniche, non soddisfacevano i castellani omonimi, desiderosi di far risalire la loro linea genealogica ai tempi classici ed in particolare alla antica Aquileia romana. La romanità veniva, infatti, considerato un titolo in più per una feudalità teutonica che quasi si vergognava di discendere dai barbari.

I Di Varmo, nel 1220 mettono mano alla confezione di una leggenda con la complicità di un notaio in modo da accreditarsi come discendenti di una stirpe nata da un certo Vermilius romano abitante in Aquileia, che poi trasmise il nome ai suoi, i Vermilii. Vermilius pare derivare dal colore vermiglio, uno di quelli che campeggiano nello stemma del castrum Varmi.

Alla caduta di Aquileia, al suo incendio e alla completa distruzione per mano di Attila collocata un anno dopo (453 anziché 452) i Vermilii abbandonano, secondo il documento, la città e costruiscono il “castrum de varmo”, ma sono ormai numerosi per cui una parte va ad abitare a Mortegliano ed una parte a Pocenia: “postmodum pars illorum vermiliorum venit habitatu Mortelianum et pars Puciniam”.

In realtà lo scritto inganna alcuni storici del passato che fanno risalire la origine delle due località da questa affermazione. Non c’è infatti alcun riferimento documentale, né leggendario, né toponomastico a questo riguardo. Anzi se andassimo per assonanze sarebbe più vicino il nome di Vermegliano.

Un’ultima imprecisione si registra ove si parla della sepoltura dei nobili Vermilii nella chiesa di San Pellegrino di Strada oggi scomparsa, mai feudalmente sottomessa ai di Varmo, ma sempre sotto la protezione interessata dei Savorgnan per i diritti derivanti dalle sue due fiere annuali: “corpora nobilium de vermileis sepeliebantur in ecclesia sancti peregrini de strata alta”.

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Pasolini educatore
GIANFRANCO NOSELLA

Ciò che mi accingo a descrivere in questo studio è l’attività educativa di Pier Paolo Pasolini in Friuli attraverso le testimonianze da me raccolte in tre volumi dal 2006 al 2014 Una sera a Casarsa; Testimonianze da Casarsa ; Storia di un mondo, una trilogia per Casarsa, editore Campanotto. Non sono pertanto personali riflessioni ma una ricerca che raccoglie tutte le osservazioni, le azioni, i pensieri di coloro che hanno avuto la possibilità di incontrare l’insegnante Pasolini nei paesi del Friuli negli anni 1943-49.

La sua passione innata per l’insegnamento ci viene testimoniata da un episodio risalente a quando Pasolini, allora giovane diciassettenne e studente universitario presso l’università di Bologna, fu inserito in una scolaresca di liceali, circa due anni più giovani, per trascorrere le vacanze invernali in un albergo sui monti della Val Badia dell’Alto Adige nel 1939. G.D.C. nella sua testimonianza così ce lo descrive:

«Noi ragazzi teneva distanti con atteggiamenti di sufficienza, appartandosi con un libro in mano o evitando di partecipare alla nostra esuberanza sui campi di sci… Lo ricordo tuttavia…ad un certo momento, seduto in attesa su di un gradino delle scale che portano ai piani superiori. Attorno a lui si trovano diversi ragazzi. Mi avvicino. Contrariamente al suo solito parla con loro, anzi narra. Mi siedo anch’io per ascoltare meglio. P.P. sta narrando avventure del suo Friuli che sembrano fiabe. Non ricordo i particolari, naturalmente, ma il senso sì. Sono storie di boscaioli e di neve, di madri e di animali, di duro lavoro e di poco pane, di solitudine, di un vivere ricco di sentimento in uno spazio allargato. I ragazzi che fanno cerchio attorno a lui ed io stesso, siamo presi, affascinati. Tacciamo, non per riguardo, ma per l’interesse che ci suscita con le sue parole che ci sembrano nuove, così lontane da tutta la retorica che ci viene ammannita... Parla fluidamente, convinto, lasciando da parte quella eterna posa di superiorità che m’infastidiva tanto. Si distende in una rievocazione di una realtà che amava, la realtà della terra da cui era originario anche se la lunga permanenza a Bologna, dove i suoi si erano trasferiti, aveva lasciato alla sua parlata un’inflessione emiliana, pur lasciandogli una leggerissima cadenza veneta.»

Nel percorso che intendo proporre sarà necessario distinguere le due realtà diverse nelle quali sì è incentrata la sua azione di insegnante e cioè quella “libera” che va dall’autunno del 1944 e del 1945 a San Giovanni di Casarsa e a Versutta, a quella istituzionale a Valvasone, degli anni 1947, 1948 e 1949 come professore supplente ed incaricato.

Egli, in realtà, come testimoniato da L. Luisa, teneva lezione a singoli ragazzi presso casa Colussi-Pasolini a Casarsa già nella primavera- estate del 1944, essendo rientrato a Casarsa da Livorno nel settembre del 1943, dove aveva gettato la divisa come tanti soldati.

Bruno S. racconta quanto narratogli da un ragazzo dodicenne in merito alla sua esperienza di studente vissuta presso i locali di proprietà dei signori Pitotti a San Giovanni di Casarsa:

«L’autunno del 1944 gli alleati avevano bombardato il ponte ferroviario sulla Meduna. I ragazzi di Casarsa, San Vito e Valvasone non ebbero più la possibilità di recarsi a scuola a Pordenone in treno anche per i continui mitragliamenti che colpivano l’intera tratta Casarsa-Pordenone. Pasolini ebbe allora l’idea di fondare una scuola. Individuò la sede in una costruzione situata di fronte all’attuale ristorante “Al Capriolo” a San Giovanni di Casarsa. L’edifico dall’aspetto decoroso e grigio in quel periodo non era abitato. Non ricorda se Pasolini lo avesse affittato od ottenuto gratuitamente. Chiamò come insegnanti Bortotto, il maestro Castellani, un certo Papa che dopo la guerra divenne preside della scuola di Valvasone. In questa scuoletta-istituto ognuno trovava quello che voleva. Pasolini insegnava italiano, latino e storia, Castellani matematica e Bemporad lingua inglese. Egli frequentò le lezioni di latino con Pier Paolo; Barufol Oscar le lezioni di matematica con Castellani perché frequentava ragioneria.

In quella scuola di fronte all’attuale “Al Capriolo”, però, Pier Paolo Pasolini gli aveva fatto amare il latino; era una materia logica e quindi per lui piacevole. Aveva sempre avuto problemi con la memoria; anche da ragazzino alle elementari i suoi compagni sapevano le poesie e lui aveva difficoltà nonostante il suo impegno. In prima media il professor Mella li aveva abituati ad un metodo tradizionale nello studio del latino. Costui prendeva il testo ad esempio del “De Bello Gallico” e diceva loro di studiare e tradurre da pagina tot a pagina tot perché dopo li avrebbe interrogati nella traduzione fatta dal latino in italiano. A questo si aggiungeva lo studio della metrica della quale egli non ne capiva la motivazione. C’era una cosa importantissima, inoltre, da tener presente; per quella classe seconda come programma si doveva studiare un libro dell’Eneide. Tutti gli altri docenti di lettere sceglievano il libro dodicesimo, il duello tra Turno ed Enea. Si trattava di uno scontro bellico ed in tal modo i docenti pensavano di conquistare i ragazzi nella lettura del libro. Pasolini, invece, scelse il libro quarto riguardante l’amore tra Didone ed Enea. Di ciò egli non ne sapeva nulla. Scegliere tale libro significava affrontare con ragazzi di dodici-tredici anni un argomento per loro sconosciuto, l’amore. Quella classe seconda era composta da un gruppo di otto-nove ragazzi.

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Fratello nemico
MAURIZIO CONTI

E’ l’alba. Il sole sta sorgendo in questa mattina di primavera.
Ho freddo.
La notte è passata a vegliare pietre, sterpi, corpi senza vita
il campo di battaglia.
Davanti a me il nulla
solo la paura di un nemico che stanotte non è arrivato.
Sento il rombo dei cannoni.
I nostri?
I loro?
Chissà,
ma che importa.
E’ la mia prima primavera di guerra
ma è già troppo.
La neve si sta sciogliendo e vicino a me compare un volto
ha gli occhi sbarrati
la bocca aperta nello stupore della morte.
E’ un ragazzo
come me.
Chissà da quale parte d’Italia arriva.
Il sole adesso scalda e scioglie la neve più in fretta
diventa acqua luccicante pulita.
Adesso si scopre una mano
senza dita.
Una bomba lo ha ucciso ha dilaniato il suo giovane corpo
come il mio.
Ha i capelli biondi viene dal nord.
E’ mezzogiorno.
Ora il sole brucia e la neve scompare.
Ecco
ora vedo la sua divisa
ma non è come la mia.
Ha un colore diverso.
E’ un austriaco
un nemico.
Come ho potuto confonderlo.
E’ un nemico.
No.
E’ solo un ragazzo come me
che voleva vivere
e che è morto qui
vicino a me che pensavo fosse un nemico
mentre invece
era un fratello.

Maurizio Conti - Portogruaro (VE)
*Vincitore 1° Premio Poesia Centenario Grande Guerra>

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Dieta di Worms: la divisione del territorio e il rancore popolare. Il caso di Muzzana
RENZO CASASOLA

Il Friuli all’inizio del Cinquecento, fu teatro di una lunga e sanguinosa guerriglia tra l’impero d’Austria e la Serenissima Repubblica di Venezia, per l’eredità della contea di Gorizia dopo la morte di Leonardo di Lumgau, l’ultimo conte che non ebbe discendenza; solo dopo otto anni di lotte cruente, si giunse ad una prima tregua con il trattato di Noyon, sottoscritto nel 1516. Con esso si tentò di tracciare la strada per una pace che fosse definitiva e si iniziarono pertanto, nella cittadina francese, a definire i confini territoriali della contea di Gorizia, del Cadore e delle ville rustiche nella Bassa friulana.

Venezia, sottoscrivendo le clausole del trattato, fu costretta a cedere parte dei suoi possedimenti in Terraferma; lo storico francese Jean Baptiste Dubos, nella sua Storia della Lega fatta in Cambrai…, al riguardo scrisse che: “…Trattato di Noyon, firmato nel 1516 tra Carlo V, il re di Spagna e quello di Francia promosso da Leone X. La Repubblica di Venezia perse l’alta valle dell’Isonzo a favore della Contea di Gorizia e Gradisca già sottoposta alla sovranità della corona asburgica, e l’Ampezzano”1.

Le difficili trattative in corso andarono per le lunghe, ed alla fine, esse definirono in maniera alquanto vaga i confini tra i territori della Bassa friulana, soggetti al controllo della Signoria veneta, da quelli della Casa d’Austria. Non si riuscì infatti, a trovare un accordo che soddisfacesse ambo le parti, ma si giunse infine ad un compromesso. Ancora il Dubos, annotò che: “Adi quindici di Gennaio dell’anno 1517, giorno, che può ritenersi, come quello, in cui ebbero fine le guerre cagionate dalla Lega di Cambrai (…) I veneziani risorsero finalmente, ma lasciando delle ricche spoglie nelle mani dè nemici, che gli avevano gettato a terra”2.

Al trattato di Noyon – per certi aspetti molto lacunoso - seguì quello di Bruxelles, sottoscritto dai due contendenti il 31 luglio 1518; in esso, furono definite le pesanti clausole a cui Venezia dovette sottostare per mantenere la tregua di non belligeranza con l’impero asburgico. Lo storico veneziano Riccardo Pedrelli scrisse che: “(…) Tregua fra: due contendenti per cinque anni, ma Venezia dovrà pagare 100.000 ducati all’imperatore di Augusta e 20.000 ogni primo settembre successivo. Le parti lasceranno liberi i propri prigionieri. Il conte Frangipani, già donato dai veneziani al re di Francia, resterà prigioniero sulla parola al re di Francia”3. Le pesanti clausole imposte a Venezia, furono infine rispettate dalla Signoria veneta; anche il conte Cristoforo Frangipane – che dalla guerra contro la Lega di Cambrai fu considerato dai Veneziani il loro principale nemico - venne trasferito dalle carceri del palazzo ducale a quelle del castello Sforzesco a Milano, sotto sorveglianza del re di Francia, come da accordi.

Le ville friulane, viceversa, sebbene già divise amministrativamente fra l’impero d’Austria e quello della Serenissima, non rispettarono affatto i nuovi confini imposti, ritenendoli troppo vincolanti negli interessi delle varie comunità. Nemmeno con il trattato di Angers del 1519 si giunse ad una soluzione definitiva e, pertanto, tale questione rimase irrisolta. Lo storico goriziano Carlo Morelli di Schönfeld scrisse al riguardo che: “Malgrado i trattati di Noyon, di Bruxelles, e di Angers, non erano mai stati determinati colla necessaria precisione i confini, e perciò ne sorgevano continue differenze”4.

Da ambo le parti, vi furono interferenze, soprusi, invasioni territoriali, furti di beni e saccheggi ai prodotti delle campagne. Lo stesso Morelli seppe cogliere bene la ragione sociale del contenzioso, affermando che: “La morte di Massimiliano, come se la tregua finisse colla vita del principe, che l’aveva conclusa, risvegliò la discordia, i presidi di Marano, penetrati nel veneto territorio, molestavano quelle campagne e saccheggiarono diversi villaggi; i confini restavano tuttora indecisi, ed il suddito dell’una, e dall’altra parte, col pretesto di sostenere i pubblici diritti, cercavano con piacere nella pubblica confusione, le occasioni di promuovere i suoi particolari vantaggi”.

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Prosdocimo Giorgio
MAURO FASAN

PROSDOCIMO, Giorgio Domenico. – Nacque a Meduna di Livenza (TV) il 22 gennaio 1862 dai medunesi Francesco Domenico del ramo dea piaza e Regina Maria di Domenico Piva.

Primo di nove figli, ebbe come fratelli Marianna Antonia (1863), Rosmunda Livinia Giuseppina (1864), Santa Anna (1867), Amalia Libera Italia (1868), Alessandro Abramo (1869), Antonia Anna (1871), Gemma Anna (1873) e Romeo (1877).

Di un certo rilievo pubblico il padre Francesco, possidente terriero e bottegaio, da sempre inserito nella politica locale. Francesco ricoprì per molti anni la carica di sindaco del paese e fu decorato al merito con il titolo di Cavaliere della Corona d’Italia. A lui sono dedicate una lapide commemorativa, conservata nella sede comunale, e una strada del centro paese.

Il 12 ottobre 1881, a soli 19 anni, organizzò una dimostrazione di protesta contro il Consiglio Comunale, composto prevalentemente da persone esterne al paese, riuscendo a far annullare la deliberazione presa per la soppressione del comune e l’annessione a quello di Motta di Livenza. Fieri dell’autonomia preservata, i medunesi per anni ricordarono l’evento con una festa paesana che oggigiorno non esiste più.

L’anno seguente, in occasione delle inondazioni, istituì una “cucina economica” per i poveri e bisognosi, per far fronte alle condizioni di miseria in cui versavano il paese e i territori vicini. La tradizione vuole che a mezzogiorno, pronta una minestra calda o qualche pietanza, venisse suonata una campana e così tutti sapevano che era l’ora della distribuzione.

A uno di questi due fatti viene attribuito il detto Meduna a boie, espressione che da decenni caratterizza il blasone popolare con cui gli abitanti dei dintorni hanno designato, deriso, canzonato (o invidiato) i Medunesi.

L’ipotesi della protesta è maggiormente accreditata, infatti ben si accosta al coevo movimento di rivolta contadina, la boje appunto, scoppiato nel Polesine e nel Mantovano.

Il 14 maggio 1884 assieme a Roberto Perocco, Francesco Carli e Antonio Saccomani diede luogo a un imponente comizio popolare per promuovere la diminuzione del prezzo del sale. L’iniziativa ebbe la presidenza onoraria di Agostino Bertani e quella effettiva dell’ex deputato prof. Giovanni Callegari di Padova. La partecipazione fu numerosa, superando le cinquemila persone, compresi alcuni deputati, fra cui l’on. Luigi Luzzatti. Nello stesso anno promosse una pubblica sottoscrizione per far murare, nell’allora municipio in piazza Umberto I, due lapidi commemorative a Vittorio Emanuele II e Giuseppe Garibaldi.

Sempre nel 1884 (18 maggio) fondò la società operaia con 120 soci attivi, della quale fu nominato segretario e cassiere, per poi divenirne presidente.

All’età di ventidue anni, dunque, il Prosdocimo era ben inserito nel tessuto istituzionale e sociale del paese e l’anno seguente sposò Emilia Rizzo, tre anni più giovane, che gli diede sei figli: Zoe Agar Lidia (1887), Zoe Agar Lidia Seconda (1889), Iunio (1890), Olinto Francesco Abramo (1892), Rina Regina Carlotta (1893) e Franceschino Alessandro (1899).

Conclusi gli studi a Udine, divenne corrispondente per “Il Gazzettino”, fin dalla fondazione (1887), gestendo un proprio fuorisacco. Il quotidiano fu un saldo appoggio per le sue azioni, che continuarono ininterrottamente.

Pare che già da alcuni anni redigesse articoli, infatti è del 1882 una cronaca che illustrava i danni creati dall’alluvione. Fu scritta per chiedere aiuti e sostentamenti, ottenendo ottimi risultati, tra cui 100.000 Lire inviate direttamente da Re Umberto I.

Nel 1888 fece istituire l’ufficio postale, prendendone in seguito (1891) la gestione e tenendola per ben cinquantun anni. L’ufficio, trentadue anni dopo, si doterà anche del telegrafo.

Nel 1903 ripristinò un’antica fiera del bestiame, abbandonata da oltre un secolo. Cinque anni dopo cedette un suo fondo, a prezzo di favore, per la costruzione di una casa operaia, titolata a S. E. Luigi Luzzatti.

Durante il periodo dell’invasione austro-ungarica, a seguito della disfatta di Caporetto (24 ottobre 1917) emigrò come profugo, vedendo distrutta l’abitazione dove dimorava la famiglia. Un imponente edificio di quattro piani che sorgeva nei pressi della chiesa, costruito su un vasto lotto già proprietà della parrocchia.

Durante l’assedio perse la vita, all’età di ottantaquattro anni, anche l’amato padre, per una ferita alla gamba destra procurata da una scheggia di granata.

Pare trovò rifugio a Frascati, dove furono ospitati parecchi cittadini dell’opitergino. Durante il periodo di soggiorno organizzò una “cooperativa di consumo” fra profughi, alla quale aderì anche l’Alto Commissariato dei Profughi di Guerra conla somma di 5.000 Lire.

Nota:

Ricordiamo con riverenza, accanto a quello di Luigia Defend, i nomi di altre donne friulane che hanno testimoniato un forte sentimento di Patria di fronte al nemico in guerra: Maria Plotzner Mentil, colpita pure lei al fianco, Rosa Calligaris, Ina Battistella, Bianca di Prampero, Teresa Petri.

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Della duplice sovranità di Virco
ROBERTO TIRELLI

Sino al 1815, al formarsi del regno Lombardo Veneto cui venne aggregato, il villaggio di Virco, oggi e dal 1806 in Comune di Bertiolo, era suddiviso in due parti nonostante le modeste dimensioni dell’abitato e la non numerosa popolazione. Non si potevano certo vedere fisicamente delle separazioni essendovi la possibilità di liberamente circolare fra Virco austriaco e Virco veneto in una continuità di abitato e di terreni. Si parlava la stessa lingua, ci si imparentava senza problemi, si frequentava la stessa chiesa, ma s’era sudditi o dell’una o dell’altra potenza e ciò da secoli, nel lontano Medioevo quando ancora c’erano i Patriarchi di Aquileia da una parte ed i Conti di Gorizia dall’altra. Poi sono rimaste a lungo le denominazioni di Virco veneto e Virco austriaco o imperiale.

Pieve di Flambro e legata ai possessori del Castellutto (posto fra Flambro inferiore e Ariis) Virco per gran parte del Medioevo ha seguito le vicende delle due realtà limitrofe ritenuta evidentemente importante per la sua posizione lungo la Stradalta e per le acque di sorgiva “motore” dei mulini.

Nella realtà friulana, percorsa da così tante vicende non è unica la suddivisione di un villaggio fra due sovranità. Probabilmente ciò ebbe a nascere quando alla proprietà terriera vennero accordati anche i poteri di amministrarvi la giustizia ad esclusione di altri, in modo da fruire di un possesso pieno dei beni. Questa è solo una ipotesi poiché certamente altre sono le ragioni, ma nel tempo si sono disperse nella memoria collettiva.

La prima testimonianza ufficiale di tale divisione è del 12 gennaio 1381 in un atto di arbitrato redatto alla presenza di numerosi testimoni e con la garanzia neutrale del sacerdote di Flambro superiore Lizoio con cinque suoi compaesani e del sacerdote di Castellutto Leonardo con tre suoi compaesani.

Per Virco compaiono Odorico detto Signoretto, Baldassutto Zano, Pola, Pietro Molendinario (mugnaio).

La metà non comitale, prima patriarcale e poi veneta, del paese era nella giurisdizione degli Attems-Attimis, castello inferiore, e non ebbe conflitti di attribuzione soprattutto dopo il XV secolo,né storia particolare.

Giovanni Enrico figlio di Nicolussio Attimis e Febo figlio di Giovanni Furlano della Torre ( Turris prope Goritiam) vassallo del Conte goriziano su un tema molto concreto: la riscossione delle pene pecuniarie o multe che ciascuno voleva per sé.

A giudicare vengono chiamati due arbitri Volvino figlio di Rizzardo di Valvasone e Asquino figlio di Detalmo di Varmo. Il giudizio avviene “super plateam de Vuirgo sedendum in dicta platea ad faciendam rationem de Vuadis” (da Wadia). Prima di tutto i saggi stabiliscono che quanto non riscosso non possa essere rivendicato e poi procedono alla divisione delle reciproche competenze territoriali.

All’Attimis vengono assegnate: “platea comunis antiqua sita in dicta villa juxta duos arbores et puteum (il pozzo)” dove il feudatario potrà esercitare il suo diritto di proclamare le feste e le sentenze, nonché metà strada detta della Palude incominciando dalla parte inferiore del villaggio,proseguendo a metà strada sino in capo al villaggio alla strada che è chiamata Zucola verso occidente, senza ostacoli.Al “della Torre” invece “platea nova in strata ante Baldassutti” ove potrà proclamare le sue feste e sentenze e poi l’altra metà strada incominciando dalla parte inferiore del villaggio sino al capo del villaggio lungo la via di Palude sino alle parte orientale di quella di Zucola.

L’assegnazione di Virco comitale ai Della Torre avverrà da parte del conte Enrico di Gorizia dopo la caduta del potere temporale dei Patriarchi, nel 1424, e la sua giurisdizione viene ad essere unita a quella di due paesi abbastanza distanti e senza continuità territoriale Goricizza e Gradiscutta.

Ai signori feudali vengono dati anche dei mansi lasciati dai Porcia nel momento in cui si pongono al servizio della Serenissima. Nell’atto emesso da Lienz con la Giurisdizione di Castellut il Conte Palatino Leonardo cede ai Della Torre “Flambro inferiore, Sivigliano, Rivalta, Chirmazi, Gradiscuta, Virch, Gurizziz et Poz.”

A Virco per i processi i Della Torre prendono quale prebenda annua 7 pesenali di formento, 1 di sigalla, 2 di piva, 2 di meglio, 2 caponi e in contadi 24 lire e 6 soldi. Restano da dar loro 1 pesenale di formento e un cappone.

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Il giardino d’infanzia”A.Gabelli” di Portogruar (1880/1942)
VITTORIA PIZZOLITTO

Premessa

Il giardino d’infanzia “Aristide Gabelli” 1, fu fondato dal Comune di Portogruaro, con deliberazione del Consiglio Comunale nella seduta dell’8 novembre 1880 e fu soppresso il 7 settembre 1942 dal commissario prefettizio A.Veronese.2

Una storia lunga poco più di sessant’anni, della quale resta ancora visibile il frontone in marmo con la scritta “Giardino d’Infanzia Aristide Gabelli” posta sul cancelletto d’ingresso, a lato di uno dei due edifici scolastici destinati alle Scuole Maschili e alle Scuole Femminili Urbane di fine Ottocento, poi scuole elementari intitolate ad “Ippolito Nievo”, oggi sede del Liceo “XXV Aprile”.3

Negli ultimi anni, il giardino d’infanzia aveva perduto il suo carattere originario di istituzione civica sorta per concorrere con la famiglia all’educazione della prole.

La guerra aveva fatto il resto! Aveva messo in luce altre priorità e altri bisogni e l’educazione infantile non era più una necessità, ma quasi un di più, un lusso che pochissimi potevano permettersi e come tale, scarsamente seguito dalla cittadinanza. Inoltre costava molto.

Il Comune, a fronte di un introito per tasse scolastiche di £ 1.020, si doveva sobbarcare una spesa annua di 23.000 lire per pagare lo stipendio dell’unica maestra giardiniera che fungeva pure da direttrice del giardino e dell’unica inserviente, e per sostenere i costi della manutenzione e del riscaldamento. Bisognava chiudere! Le entrate erano magre ed anche la frequenza si era andata via via contraendo, per ridursi nell’ultimo triennio ad una quarantina di bambini, oltre la metà dei quali non paganti.

Al contrario, l’asilo “San Giuseppe Calasanzio”,4 fondato per iniziativa privata nel 1920,5 provvisto di numerosi locali idonei e di adeguato personale insegnante, aveva segnato una rapida crescita nelle iscrizioni e nella frequenza, tanto che nel triennio 1939-1942 registrava una media di 162 iscrizioni contro le 45 iscrizioni del “Gabelli” “…senza con ciò esaurire la sua capacità di un ulteriore assorbimento di alunni”.

Il “Giardino per l’Infanzia” fin dalle sue origini, aveva sempre svolto un ruolo educativo e sociale importante nei confronti di quella prima fascia della popolazione comunale, compresa tra i tre e i sei anni che precedeva l’ingresso alla scuola elementare.

Nulla a che vedere con le vecchie sale di custodia, dove le mamme lasciavano i figli per poter lavorare nelle prime fabbriche o servire nelle case delle famiglie benestanti.

E nemmeno con gli asili infantili di Ferrante Aporti6 inizialmente considerati un’importante occasione di prevenzione sociale e di prima educazione per coloro che non potevano contare sulla futura frequenza scolastica, successivamente risultati un fallimento per l’educazione malamente impartita da maestre semianalfabete ai fanciulli, costretti a ripetere lunghi e snervanti elenchi di nomi, in uno sforzo spesso inconcludente.

Il ceto medio e borghese aveva colto la straordinaria novità educativa dei giardini frobeliani, la cesura che questi segnavano con i vecchi asili assistenziali e li ritennero un’istituzione adeguata e consona alle loro prerogative sociali ed economiche, cui affidare i figli per essere bene educati e convenientemente istruiti.

Ma siamo nel 1942! Molte cose sono cambiate e molte stanno per cambiare e non solo per il destino del “Gabelli” di Portogruaro.

Il commissario Veronese, dopo aver elencato le ragioni scolastiche e quelle finanziarie, introduce le ragioni vere che a suo dire sostengono la necessità della chiusura e sono motivazioni squisitamente politiche. Il giardino ha perso la vitalità giustificante il proprio funzionamento, e per di più costituisce un motivo di inopportuni raffronti sociali, in aperto contrasto col carattere popolare dell’educazione infantile, voluto dal Regime.

“Se poi si aggiunge – scrive infatti Veronese nella deliberazione – il non simpatico rilievo dell’opinione tradizionalistica locale secondo cui l’“Aristide Gabelli” sarebbe una scuola riservata ai bambini delle famiglie abbienti…” le ragioni per la sua soppressione bastano e avanzano.

Per il personale poi, problemi non ve ne sono. La signorina Alda Colli, dal 1920 maestra-giardiniera e direttrice del “Gabelli”, ha chiesto di essere collocata in riposo per sopravvenuta inabilità debitamente accertata, mentre la bidella del giardino d’infanzia troverà posto nelle scuole elementari, dove la titolare sta per andare pure lei in pensione.

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L’antica chiesetta di Santa Fosca di Pravisdomini
GIANNI STRASIOTTO

Il diffondersi del Cristianesimo trova riscontri notevoli nella toponomastica locale. Luoghi, chiese, cappelle e oratori sono stati via via dedicati, anche in tempi a noi abbastanza vicini, da tutte le popolazioni.

Santa Fosca è una località e di un breve tratto di strada provinciale situate nella frazione di Frattina di Pravisdomini; prendono il nome dalla chiesetta – dedicata all’omonima santa - che qui esisteva fin da tempi molto antichi, tanto che, per secoli gli abitanti del luogo la indicavano come la prima chiesa di Annone Veneto. Nella nuova parrocchiale di San Vitale di Annone, si può ammirare un bel quadro, che raffigura la Madonna in gloria con il bambino Gesù tra gli angeli e, in basso, S. Fosca e S. Apollonia (quest’ultima invocata contro il mal di denti), sullo sfondo un ameno paesaggio agreste. Il dipinto, commissionato nel 1767 dai “Confratelli della Scuola di Santa Fosca” al pittore sanvitese Agostino Pantaleoni (1740-1817) proviene dalla chiesetta scomparsa, le cui fondamenta sono state rimosse soltanto qualche decina d’anni fa.

Abbiamo la certezza dell’esistenza della chiesetta nel 1331, quando apparteneva all’abbazia di Sesto in Sylvis ed era officiata da un frate residente, ma la sua costruzione potrebbe risalire anche a secoli addietro (come si vedrà più avanti). Attorno aveva un piccolo cimitero, dove per un lungo periodo, furono sepolti alcuni nobili della famiglia dei conti della Frattina e qualche loro fedele servitore. La chiesetta distava circa un chilometro dal castello di questa potente famiglia, feudataria fra l’altro dell’abbazia sestense.

Nel registro dei morti della parrocchia di Annone leggiamo “…sepultum in ecclesia S.te Fusche…” (1668 e 1695); “…nella tomba di S. Fosca…” (1737); “…oggi sepolto nella chiesa campestre di Santa Fosca…” (1742 e 1808). (*)

Una mappa veneziana del 1788 definisce la costruzione: “Oratorio campestre con un portico aperto davanti, Coro e Sacrestia. Viene officiato dalla Schola dei Confratelli di Santa Fosca di Annone”.

Non conosciamo l’epoca di demolizione della chiesetta, sempre indicata nelle visite pastorali e ancora riportata in quella del 1805, ma non più nella successiva del 1876. Il vescovo mons. Giuseppe Maria Bressa (1779-1817), nella visita pastorale del 1791, prescrive dei piccoli lavori da apportare per migliorare l’aspetto dei tre altari, mentre nella successiva verifica avvenuta nel 1798 trova tutto in buono stato di conservazione.

Nell’Archivio di Stato di Udine si può consultare una cartella di raccolta contenente un registro e una quindicina di fogli sparsi: sono gli unici documenti pervenutici dagli amministratori della Confraternita. Nella pagina 41 del registro, in calce, troviamo scritto in caratteri piccolissimi: “Non si può rendere conto degli Anni 1799-800 per attrovarsi il Cameraro nelle Carcere di Udine”. Il seguente modulo prestampato è completato dalle parole virgolettate qui sotto riportate, scritte in inchiostro color seppia:

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Un ponte in guerra
MAURIZIO CONTI

Faceva freddo quella notte di novembre. L’inverno oramai era alle porte e sul ponte soffiava un vento gelido, vento del nord, come a casa, a Sankt Pölten, in Austria. Il vento portava i rumori delle cannonate, delle raffiche di mitragliatrice e dei colpi di fucile.

Gli italiani si stavano avvicinando.

Quei maledetti italiani.

Che popolo strano.

Un giorno aveva visto un gruppo di prigionieri ed era rimasto stupito nel vedere che nemmeno fra di loro si capivano, parlavano dialetti diversi e avevano aspetti diversi: alcuni erano alti, con la pelle chiara e sembravano quasi degli austriaci mentre altri erano bassi di statura e di carnagione scura, olivastra e somigliavano più a dei nord africani che a degli europei.

Era notte fonda e sul ponte non c’era nessuno, era solo, si sentiva solo.

Erano oramai passati quattro anni da quando si era arruolato volontario ed era partito per la guerra.

Lo aveva sentito come un dovere verso la sua Patria, il suo Imperatore, non avrebbe potuto continuare a fare lo studente mentre il suo Paese aveva bisogno anche di lui.

Ricordava il giorno in cui aveva salutato i suoi compagni del corso di ingegneria e i suoi professori, in particolar e il professor Langestein, il suo maestro di vita.

Lo avevano colpito le parole che il vecchio insegnante gli aveva detto quel giorno accommiatandosi da lui: “Caro Julius, questa guerra sarà lunga e dolorosa per tutti e alla fine non ci saranno né vinti né vincitori ma soltanto morti”.

Aveva ragione. Dopo tre mesi d’addestramento lo avevano mandato a comandare una compagnia di genieri e per due anni la guerra l’aveva vissuta marginalmente.

Non aveva dovuto combattere ma solo costruire ponti di barche, ospedali da campo o trincee ma non aveva mai dovuto vedere il nemico negli occhi e fortunatamente nemmeno uccidere.

Poi le esigenze militari avevano costretto gli alti comandi ad impiegare in attività operative e di combattimento anche i reparti del genio e così un giorno con la sua compagnia si era ritrovato in prima linea sul Carso.

La vita nelle trincee era terribile, costruirle era una cosa, ma viverci dentro era un inferno.

Il fango, la pioggia, i topi, l’odore della sporcizia: non avrebbe mai potuto dimenticare ciò che aveva visto e gli odori che aveva annusato.

Spesso capitava di sentire il tanfo dei corpi in putrefazione sul campo di battaglia.

Ricordava quel mattino quando gli italiani avevano attaccato ed erano arrivati alle trincee, ci fu un combattimento corpo a corpo e improvvisamente si era ritrovato di fronte un nemico.

Era un ragazzo con gli occhi scuri e un accenno di baffi, gli ricordava un suo compagno di scuola.

L’italiano aveva un fucile e aveva cercato di sparare ma l’arma si era inceppata e lui l’aveva brandita come un clava scagliandosi contro il nemico per colpirlo.

Era riuscito a schivare il colpo e aveva estratto la baionetta colpendo il giovane nemico al petto.

La lama era affondata nel corpo del soldato che lo aveva fissato con i suoi grandi occhi neri sbarrati, quasi stupito che la morte quel giorno avesse cercato proprio lui.

Poi un rivolo di sangue gli era uscito dalla bocca e si era accasciato senza vita.

Quasi ogni notte ricordava quella scena.

“Signor Tenente, Signor Tenente” era Hans uno dei suoi soldati, uno degli ultimi arrivati nella compagnia.

Un ragazzetto giovane che non aveva ancora vent’anni.

Era trafelato per la corsa che aveva appena fatto.

“Un portaordini ci ha avvisato che le nostre ultime retroguardie stanno per arrivare, gli italiani sono molto vicini Signor Tenente”.

Si vedeva che aveva paura.

“Lo so – rispose cercando di mantenere un tono di voce calmo – sento i colpi dei fucili. Torna al tuo posto e avverti il maresciallo Schwarz di venire subito da me”.

Quel ponte.

Gli italiani lo avevano chiamato Ponte di Sant’Andrea in omaggio forse al patrono della loro città ma qualcuno parlava di ponte dei molini per via dei due molini che erano lì a fianco.

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Il pittore Antonio Baietto (1386- 1453), anticipatore della bandiera friulana
MARIA TERESA CORSO

La famiglia di Antonio proveniva da Siena: si sa che il nonno Minuccio arrivò a Udine nel 1377 per fare il coltellinaio (curtissarius) e che il padre Tomasino, anch’egli coltellinaio si sposò con la nobile di Remanzacco Maddalena Andreotti nel 1379, mettendo al mondo tre figli: Caterina, Antonio ed Elena. Tomasino diventò in seguito fabbricatore di armi e scudi, destreggiandosi tra polvere pirica e bombarde e nel 1385 contribuì con le sue armi all’assalto del castello di Villalta. Nel 1388 Tomasino Bayetti venne eletto in qualità di rappresentante dei lavoratori di selle nell’Arengo di Udine come uno dei dodici rappresentanti delle Arti, “una rappresentanza di uomini probi, maturi e di buona coscienza che, davanti al patriarca Giovanni di Moravia doveva spiegare cosa essi intendevano fare per il bene di questa Terra di Udine ed esporre i problemi dei poveri molestati dai ricchi” (Tentori, Città di Udine, p.142).

Antonio, secondogenito di Tomasino di professione fece il pittore. Nacque a Udine nel 1386. Abitò a lungo in borgo Gemona presso la parrocchia di San Cristoforo, costituendo per diversi anni un’associazione di pittori con un altro pittore udinese: Domenico Lu Domine della Calza e per alcuni anni (1445) con Giorgio intagliatore di Salisburgo (Austria).

Antonio ebbe a sua volta due figli Nicolò e Cristoforo, quest’ultimo divenne orefice a Udine nel 1440, mentre il primo, Nicolò seguì le orme paterne come pittore e venne soprannominato ‘decano’. Il 7 marzo 1428 vi fu una sentenza di arbitri per la quale Antonio venne obbligato a dipingere la cappella di Antonio Panciera con l’aiuto del figlio Nicolò. Dipinse infatti con il padre un affresco per la cappella del cardinale Panciera. Si sa che Nicolò premorì al padre nel 1446, lasciando una figlioletta Angeluccia di appena un anno.

Della sorella di Antonio, Elena sappiamo che si sposò con Giovanni Pietro, barbiere di Udine e che ebbe due figli Giacomo e Gnesussa, gli unici nipoti che nel 1453 diventarono ambedue eredi delle sostanze patrimoniali dello zio Antonio, per sua stessa volontà. (Battistella, Genealogia Joppi, Bibl. Civ., Udine).

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“Sotto Ronchis alla gesiola della Trinità” Storia e cronaca dell’antica chiesetta della SS.ma Trinità a Ronchis
BENVENUTO CASTELLARIN

Premessa

Verso la metà degli anni ’80, all’epoca in cui andavo pellegrinando nelle famiglie di Ronchis, alla ricerca di fotografie per il volume “La storia del comune di Ronchis”, ricordo che l’amico, ora scomparso, Giuseppe Galasso (della famiglia di Federico), mi aveva espresso un suo desiderio: quello di mettere un segno cristiano in quel lembo di terra su cui un tempo sorgeva la chiesetta della Santissima Trinità. Io, conoscendo già l’antica storia della chiesa e, comprendendo che ne valeva la pena, gli promisi che appena terminata l’opera in corso, avrei fatto il possibile perché ciò si realizzasse.

Infatti, nel 1988, iniziai a mettere a punto un programma operativo in collaborazione con il locale Gruppo Alpini. Eravamo all’epoca in cui la Diocesi di Udine aveva incamerato alcuni beni dei Benefici Parrocchiali per la creazione dell’Istituto per il Sostentamento del Clero. Tra questi beni figurava anche il terreno su cui un tempo sorgeva la chiesetta della SS. Trinità. Data l’esiguità del bene (circa 150 metri quadrati), la Curia chiese una simbolica offerta per il ritorno in proprietà della parrocchia di Ronchis. L’offerta fu elargita dal Gruppo Alpini di Ronchis, la voltura catastale però avvenne molto tempo dopo.

Nel 1991, durante un’esercitazione della protezione civile dei Gruppi Alpini, furono portate alla luce le fondamenta della chiesetta e, successivamente, sempre a cura del Gruppo Alpini di Ronchis e Latisanotta, furono approntati dei progetti che prevedevano alcuni lavori di sistemazione e recinzione dell’area.

Diversi fattori contribuirono a far sì che la natura, e non gli uomini, si riappropriassero del sacro luogo, il quale era già servito come osservatorio, prigione per soldati austriaci, italiani (1915-18), luogo di sosta per zingari, deposito di materiali alluvionali (1965-66). Quando, oramai ogni speranza pareva svanire, si risvegliò nel Gruppo Alpini, il desiderio di portare a compimento l’iniziativa.

All’inizio del Terzo millennio (2011), a 85 anni dalla sua demolizione, un segno cristiano finalmente è riapparso sul luogo che per quattro secoli fu meta di devoti e pellegrini.

Notizie storiche

Nell’atto di divisione rogato nel 1546, tra i fratelli Giovanni, Tomaso e Antonio dei fu Giacomo Campini de Mauro di Latisanotta si legge: Item, ha tocado al ditto Antonio un campo apresso, over pocho di qua della statua della Trinità andando a Ronchis (1).

Due anni più tardi, nell’atto particolareggiato della divisione dei beni posti nella giurisdizione di Latisana, di cui faceva parte anche Ronchis, tra i fratelli Andrea, Nicolò e Zaccaria figli di Zaccaria Vendramin (2), la citazione e più specifica: Un campo […] sotto Ronchis alla gesiola della Trinità (3).

Queste le citazioni più antiche finora reperite, che non escludono, in linea di massima, una datazione anteriore.

Della chiesa della SS. Trinità si parlerà il 19 settembre 1591 durante la visita pastorale alla pieve di Latisana, del patriarca di Venezia Lorenzo Priuli. A Ronchis visitò prima la chiesa parrocchiale che aveva anch’essa un altare dedicato alla SS. Trinità: L’altar della Santissima Trinità della parte sinistra si doverà accomodarsi nella palla come nella mensa, la chiesa di S. Giovanni di Rodi, e poi il sopradetto reverendo auditor ha visitato un capitello in detta villa, nel qual vi è un altar sotto l’incolation della Trinità con un altar dove si celebra qualche volta con portatile (4).

Nella visita pastorale effettuata il 3 agosto 1603, il patriarca Matteo Zane, ordinò che: nella capelletta campestre poco discosta da Ronchis sotto il titolo della Santissima Trinità si facciano più spesse le gelose dal mezo in giù, acciò non entrino animali. La mensa dell’altare si allunghi una quarta intorno con tavula, nè mai vi si celebri senza pallio davanti, sotto pena di sospensione a divinis, et si procuri quanto prima di fare uno rosso et anco un poco di bardella sotto i piedi (5).

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Un canal de tanto sognò
BRUNO ROSSETTO DORIA

Serte volte me torna inamente le fadighe che fevomo nantre fioi co ndevomo a pescà in paluo vogando, massima co gera la seca. Valtre zuvini de anquo vedè el palùo squasi senpre soto de aqua, ma nti ani Sinquanta, con la seca elo el vigniva squasi duto parsora e co ndevomo a pescà in paluo de “Buso” disevomo senpre: <<Almanco che qualchidùn el pensissi de fà un canal che ’l rivissi fin in meso la lama*>>. Par nantre pescaùri sarissi stò oro; un canal che ’l fussi rivò fin là… gereva el sogno de duti i maranisi. Go inamente che quii ani, dopo vogò fin arente l’isola de San Piero, se ponteva la prova in seco e po’ saltevomo svelti sul fango discalsi par cassà* la batela, e la bruntevomo fin in meso la lama, là che gera aqua par podè montà nantra volta a bordo. Eco parché quel canal el gereva el sogno de nantre maranisi. Drito fin a Porto Buso, voleva dì sparagnà de cassà la batela. Ma in quii ani, el canal el pareva sol un sogno… E invissi!! E duto gera capitò nti primi ani Sessanta, co gero ndò a lavorà in tera, parché ntel mistier de pescà gereva rivada na grande crisi. Ricordo che in quela volta nantre pescaùri ne ga tochesto ndà in serca de un lavor in tera, e tanti i xe scanpai a l’estero. Anca mi vevo fato sete misi el manoval in Francia, a Parigi, e po’ gero tornò a casa. Na volta rivò a Maran, sintìo che la dita dragagi de l’onorevole Archimede Taverna de Sanzorsi ghe serviva un operaio con la patente de capo barca al trafico; i me veva ciolto subito e cussì, cronpada la moto dute le matine gero in cantier de Vilanova a ciapà urdini: i me spediva de qua e de là. Con la barca de fero “Cherso” portevo i operai e ’l material a Sant’Andrea, nte l’isola de Taverna. Do ani dopo vevo tacò lavora a bordo le draghe, un mistier che me piaseva un saco, cussì tanto che dopo sie misi gero deventò capo draga. La Provincia de Udine in quela volta, almoto, la veva tanta più passiòn de tignì conto la Litoranea Veneta, de fondà i canai, dal momento che le draghe de l’onorevole Taverna le steva senpre in moto. Cognossevo ben Franco Franchi e Italo Pin, i do geometri del Genio Civil de Udine. Co gera de fondà i canai in palùo, forsi parché gero de Maran e lo cognossevo ben, i vigniva senpre a domandame ndove che gera bisogno de dragà el fango. Romai vevo na serta amicissia con luri: prima e dopo sgavò i canài, li menevo ogni volta a controlà i lavuri. Ntel ’62, con la San Giorgio vevo dragò la canaleta, canal che de in boca i tre canai el riva ntel porto de Sant’Andrea. Con la draga butevomo el fango in banda el canal: serchevomo senpre de issà le barene. Xe passai sinquanta ani e ncora desso ela, la canaleta, no la ga bisogno de gesse dragada…. Dopo cinque ani che lavorevo con Taverna, anca parché le robe le gera gànbiae a Maran, gero tornò a fa el pescaòr. L’amicissia con Pin e Franchi, però la gera restada senpre bona. Tanto xe vero che ntel 1966, luri, i me veva fato vè la licensa de verze un chiosco a Sant’Andrea. El zorno che lo vevo verto vevomo fato na bela grielada de sardele e orae, e proprio in quela matina che gerevomo insieme: i veva dito che gera rivài schei in Provincia e che bisogneva spindili. Figuremosse! La Litoranea e i canai i gera a posto, me gereva saltò subito in testa el canal de tanto sognò! Sul doman matina montò nte la Sinquessento, a le diese gero za in uficio là de luri a parlà del progeto. Slargada la carta sul banco, vemo tacò a vardà el paluo pa’ la banda che ne interesseva, studià come fondà el canal de San Piero par portàlo fin a Porto Buso. No gera nessun segno de canai veci, gnente che i passeva par quele bande. Dopo un bel toco che vardevomo la pianta, Franchi el tàca a dì: <<Rossetto, sulla carta non vedo nessun canale vecchio su cui possiamo contare. Lo sai che il nostro compito e quello di mantenere solo i canali esistenti e di non di crearne dei nuovi e quindi, il canale che tu vorresti sembra voglia rimanere solo il frutto dei tuoi sogni>>. Le so parole le me veva copò. Avilio, vevo tacò a vardà la pianta del palùo rassegnò, co i oci, pena cascai sora un canaleto che ’l vigniva fora del fiume Zelina i se gera inpissài. De colpo me gereva tornae le speranse. Vignindo fora dal Zelina e scapolada la ponta de San Piero, dopo un zigo-zago el canaleto el riveva arente quel de la “Sita”, par dopo finì nte la Litoranea Veneta. Contento, ghe vevo domandò subito ai amici se podevomo ciapà par bon quel canaleto. Pitosto de fa duto el ziro vogando pa ’l canal de Maran posta rivà fin a Porto Buso, a nantre maranisi ne sarissi ndò ben istesso, parché sparagnevomo un saco de strada. Sol che, vardada mejo la carta, gera nato un problema; el rieto che vigniva fora del Zelina no ’l cascheva proprio sul canal de la Sita, mancheva un puchi de metri e bisogneva che luri, i me amici vissi serò un ocio. Credeme, vemo conbatuo… ma quel canal el gereva massa inportante par i maranisi!! Gera mesozorno passò de un bel toco, co gerevo vignuo fara de l’uficio del Genio Civil, duto contento! Parché vevomo trovò la solussion. Scumissiai i lavuri con la San Giorgio, po’ xe stai smissi colpa del teren duro che ’l feva saltà le pignate dal quadrante e cussì i gereva prosseguì con l’idro draga. Finiò de fa el canal, gereva finì anca i schei e par mete le bricole, ne ga tochesto spetà naltra butàda e cussì i lavuri i xe ndai vanti fin nti primi ani Otanta.

El canal del tajo, par ani el xe stò na benedission par naltre pescaùri: passevomo anca con le barche grande. Ma scorendo el tenpo, anca parché no se ga più sgavò, el canal el xe munio; lo matignimo un giosso fondo con le eliche, passando con i scafi e le batele. Ma istesso xe mejo cussì, pitosto de cassà le batele… le fadighe che fevomo de fioi. Serte volte me domando che fine i ga fato i me amici Franco Franchi e Italo Pin, parché dopo ndai in pensiòn, persi de vista, no gera vignuo più nessun a domandame ndove che gera de sgavà. Par di el vero, dopo quela volta no go più sintuo parlà gnanca de l’uficio del Genio Civil! Ma, e ndove el xe ndò a finiì? Me domando… dato che de quela volta no i xe più vignui a sgavà la Litoranea Veneta. E po’: chissà se in quel’uficio se trova ncora la pianta ndove che mi Pin e Franchi vevomo studiò e segnò el canal… tanto sognò dai maranisi.

*Lama: nome usato dai pescatori per identificare uno specchio d’acqua di laguna mai emergente.

*Cassà, sbruntà: spingere la barca a piedi sul fango.

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L’ostetrica nella storia di Palazzolo
GIULIANO BINI

Fin dalla più remota antichità e nel territorio dello Stella sicuramente almeno da quando, o poco dopo, fu fondato l’abitato che poi prenderà il nome di Palazzolo (e son passati quasi duemila e duecento anni!), ci fu una donna esperta che assisteva le partorienti ed aiutava i figli a nascere, era l’obstetrice, colei che “sta davanti”, o, come viene anche definita nella nostra scarna e tarda letteratura, raccoglitrice, levatrice, mammana, comare.

Per l’antichità e fino ai primi secoli dell’età moderna non abbiamo alcuna specifica documentazione. La nostra prima e principale fonte sono i libri canonici, dei battesimi e dei morti, che ogni tanto registrano il sacramento impartito “in periculo mortis” dall’ostetrica. Ecco il primo caso documentato: «Die 18 7mbris 1626 / Aloysius filius legitimus et naturalis Ioannis de Sancto, et Mariae eius uxoris domi ab Obstetrice baptizatus»1.

Come nel primo anche nella maggior parte dei casi l’indicazione dell’ostetrica è anonima, ma qualche rara volta tale persona viene identificata: «Die 22 Aprilis 1628 / Dominicus filius legitimus et naturalis Antonii a Lorenzario, et Catharinae ejus uxoris ob imminens mortis periculum baptizatus fuit a Lodovica uxor magistri Aloysii Gordini obstetrice jam probata»2. Lodovica, la moglie di mastro Luigi Gordino, calzolaio, è la prima ostetrica ad apparire nella nostra storia. “Ludovica Gordina” la rivediamo all’opera nell’agosto dell’anno successivo, appena in tempo, viene da dire, in quanto morì il 2 novembre 1629, probabilmente a causa della famosa peste “manzoniana” che in quell’anno decimò anche la gente di Palazzolo.

E’ probabile che a Lodovica sia succeduta Caterina, che troviamo documentata il 7 novembre 1634: «Catharina uxore Hierusalem fabri lignari obstetrice alias probata»3, della quale in seguito perdiamo ogni traccia.

Vittima di un “incidente di lavoro” fu l’ostetrica Pasqua vedova di Vincenzo Guarin. Il suo operato non ortodosso, riguardo al battesimo, ebbe l’attenzione del Tribunale dell’Inquisizione:

«Die lune decima tertia februarii 1651 / Coram reverendissimo patre fratre Iulio Minino urbenetano ordinis minoris conventualium Sancti Francisci, artium et sacrae Theologie doctore contra hereticam praevitatem in civitatibus et Dioecesibus Aquileiae et Concordiae inquisitore generali à Sancta Sede Apostolica specialiter delegato in meique in Ecclesia Sancti Francisci interioris civitatis Utinensis in altare Sancte Anne.

Sponte et personaliter comparuit quędam mulier nominem Pasqua relicta quondam Vincentii Guarini de villa Pallazzolo etatis sue prout dixit, et ex aspectu apparebat annorum sessaginta et exposuit ut infra: “Padre il mese di luglio prossimo passato io come raccoglitrice fui chiamata da Domenico Dus da Palazolo in casa sua à raccogliere una creatura, et aiutar nel parto Maria sua moglie: la quale partorì una creatura femina e dubitando che morisse subito io la battezzai, e gli posi nome Maria, poi la creatura si riebbe, e la portai in Chiesa per ordine del padre e della madre, e quelli mi dissero gli facessi metter nome Lucia. E quando fui in Chiesa il signor Vicario di Palazzolo mi domandò se quella creatura era battezzata in casa io semplicemente gli dissi di no, così lui la battezzò un’altra volta, poi il fatto si è saputo, ed io sono stata rimproverata dal signor Vicario, il quale me hà mandato da vostra paternità, acciò che io mi accusi dell’error commesso come faccio e domando perdono à Dio, et a vostra paternità la penitenza et assolutione”.

Interrogata per qual cagione dicesse una tal bogia al suo Paroco, respose: “L’hò detto per ignoranza non mi credevo che fosse tanto peccato il battezzar una creatura due volte perché hò veduto più volte che i Preti, dettoli che la creatura era battezzata in casa, ad ogni modo gl’hanno buttata l’acqua in capo un’altra volta in Chiesa e battezzata”.

Interrogata sull’intenzione, disse haver errato per ignoranza non per malitia e non haver pensato di commetter peccato.

Ammonita dell’error commesso, et esortata caritativamente con insegnarli il modo che deve tenere in simil cose per non errare, respose: “Padre io hò inteso molto bene quello che mi havete detto però io prometto à Dio et a vostra paternità di non commettere mai più simile errore, anzi per non errare prometto di non voler mai più far la commare ne raccogliere le creature»4.

Forse la povera Pasqua non ebbe neanche il tempo per “non commettere mai più simile errore”, passati poco più di due mesi, il 2 maggio dello stesso anno, morì.

Deve passare più di mezzo secolo per conoscere un’altra ostetrica. Il 18 novembre 1717 «Maria f. l. e n. di Battista Ceparo […] fu validamente battezzata da Sabata relitta del qm Zuanne Pellizzon Ostetrice»5. Sabata viene documentata ancora nel 1719 e 1720 per poi sparire dalla nostra impropria documentazione.

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A Danilo Sandron (Portogruaro-Vita vissuta) 1992
RENATA VISINTINI

Ho elaborato il tuo lutto
dimenticandoti
“domani tornerai”
ma quanti domani
sono già passati,
la mia mente
non vuole fermarsi a pensare
che non tornerai più.
Il mio pensiero vaga
ricordandoti mentre
giocavamo a carte
al sabato sera
io e Giorgina
tu e Vittorio,
perdevamo sempre noi,
giocavamo con una serietà
come fosse l’unica
cosa al mondo
da farsi.
All’estate entravi
senza bussare alla porta
era casa tua
eri il fratello
che mancava a Vittorio,
aprivi il frigorifero
per prendere da bere
qualcosa di fresco
perché la calura
aveva creato l’arsura.
Tu eri colui che con due parole
facevi tornare il sorriso
a noi, che affaccendati
ci arrabbiavamo
per delle sciocchezze,
per te era tutto semplice,
quanti giorni passati assieme
la tua famiglia con la mia;
il S. Natale ci vedeva
tutti uniti
i miei figli:
Enrico, Giorgio, Massimo
e i tuoi:
Alessandro e Alberto
ad aspettare il Bambino Gesù,
che buono quel brodo con i tortellini
fatti dalla nonna Angiolina,
poi c’erano sempre
Anna, Domenico e Roberta
che completavano la compagnia
in quel Santo giorno
e si rideva perché il menù
era sempre lo stesso,
era la tradizione della mia famiglia
da tanto tempo
e per rispetto a tutti
non si poteva cambiare.
Trovavi sempre il tempo
per aiutare gli altri,
ogni tanto la Giorgina si arrabbiava
perché a casa c’eri poco
e tu per farti perdonare
le facevi le coccole
e poi la portavi
a giocare da noi,
a lei piaceva molto
perché era una distrazione
dal solito dran, dran giornaliero,
oppure l’accompagnavi
a trovare gli amici, o i parenti
per una sana chiacchierata.
Andammo a Tualis
con le nostre famiglie
nella colonia del prete di Portogruaro,
per un mese, tu e Vittorio
ci raggiungevate
nei fine settimana,
mentre io e Giorgina
badavamo ai ragazzi
quante camminate
per i boschi
in cerca di mirtilli:
quanti ne abbiamo raccolti!
Ci facevamo delle insalatiere piene
con l’aggiunta di limone e zucchero,
che scorpacciate!
I ragazzi giocavano al pallone
dietro al caseggiato della colonia
nel campetto,
faceva parte della squadra
anche la Shira
il mio pastore tedesco,
che splendida bestia!
Ricordo quella sera…
l’avevamo legata
ai piedi della scalinata
per farci la guardia,
ma nella notte, non so come
si era slegata ed era venuta su
al primo piano a cercarci
(tu e Vittorio
eravate a Porto per lavoro)
tutto ad un tratto
Giorgina che dormiva
sente una presenza
che le alita addosso, seguita
da una bella leccata al viso,
nella notte sentiamo un grido
e noi tutti fuori a vedere
cosa era successo,
quanto abbiamo riso
a vedere la sua faccia!
Il giorno dopo ci hai raggiunto
libero dagli impegni di lavoro
con Don Russolo Giuseppe
e io e te e Don Russolo
mentre la Giorgina
preparava da mangiare
siamo andati per boschi.v Don Russolo era, ed èv il direttore del coro “Città di Portogruaro”
tu gli eri molto affezionato
andavi sempre nelle feste
a controllare i microfoni, le luci
e poi cantavi
facevi parte del coro;
come eri elegante
nelle manifestazioni!
Tu che nei giorni di lavoro
vestivi con tuta d’inverno
e pantaloni corti d’estate.
E quando tutti assieme
andammo in Sardegna
a trovare Gianni e Rina,
con quanto amore ci ospitarono
e tutti i loro parenti
furono gentili,
ci portarono in mezzo agli uliveti
e sedemmo ad una tavola
imbandita di ogni ben di Dio
e in mezzo troneggiava
la porchetta, un profumo forte
si spandeva tutt’intorno.
Cambiasti
la vecchia macchina
con una bella e grandev che guidasti tanto poco,
ti ho ancora in mente:v io venivo dal Viale Isonzo
e tu guidavi
con accanto la Giorgina,
mi salutasti con la mano
guardando nello specchietto,
non passò molto tempo
prima della fine,
quel giorno 11 agosto
avevi appena salutato Vittorio
“ci vediamo più tardi”
io ero andata al mare,
mentre tu morivi
io ero in piazza a Lignano,
al mio rientro
Vittorio non sa come dirmelo
piano, piano trova
le parole per dirmi:
“Danilo è morto”
la mia testa entra
in una voragine
un dolore sordo
sento il fragore del tuono
che mi sta portando
fuori di senno,
mi tengo la testa con le mani
e mi trovo a gridare…
dal racconto che mi fa Vittorio
per molto tempo dopo
ti vedo che saluti con la mano
mentre stai attraversando i binari
per entrare in cabina elettrica
per un controllo di routine,
ti vedo aprire la porta
ti vedo toccare i fili del panello
che ti portano la morte,
stai dicendo “aiutatemi”
i tuoi colleghiv ti aiutano credono di riprenderti,
ma è l’ultimo respiro…
i giorni che seguono
sono con la Giorgina
la seguo passo passo
il suo dolore è infinitov la sua vita è spezzata,
non ha più vicino l’uomo che ama.
Nei giorni che aspettiamo
il permesso alla sepoltura,
più volte vestita da infermiera
datosi che è il mio lavoro
(se no non me lo facevano vedere)
lo raggiungo per vederlo
e mi trovo a dire “alzati
non puoi lasciare
noi tutti da soli,
abbiamo ancora bisogno di te”.
Al cimitero ho smesso di andare
rientravo sempre con un dolore in cuore
e continuamente vedevo
una cinepresa, che invece di fare andare
avanti l’immagine
“non attraversare i binari
non entrare in cabina”.
Da quando te ne sei andato
abbiamo tutti passato v tanti momenti difficili
e io sono sicura
che se ci fossi stato tu con noi
ci avresti aiutato a superarli
con facilità.
Tua amica per sempre.

\...

Su come scrivere in friulano
ERMANNO DENTESANO

Premessa
(Sine ira et studio)

In Friuli è aperto da almeno due secoli il dibattito sull’utilizzo della lingua friulana e sull’adozione della opportuna grafia.1

Da quando, quasi venti anni addietro, è stata adottata con una apposita legge regionale2 la cosiddetta “grafia normalizzata”, il dibattito si è acuito fra i detrattori e gli elogiatori della soluzione abbracciata.

Per la verità, in questo ampio lasso di tempo ho avuto modo di osservare che si fa una gran confusione nel merito e nell’approccio alla problematica. In concreto esistono ovviamente diversi modi di avvicinarsi al problema. Da un lato vi è chi rifiuta categoricamente, aprioristicamente e acriticamente l’utilizzo della grafia unificata, adducendo motivi che nulla c’entrano con questo aspetto del problema e che più avanti esamineremo. All’estremo opposto troviamo quelli che si uniformerebbero drasticamente non solo alla grafia, ma anche a una koinè che, in quanto tale, rappresenta l’adozione di una variante linguistica inesistente.

Sento a questo punto la necessità di chiarire ai nostri lettori, per quanto mi riesca possibile, i vari aspetti del problema o, meglio dei problemi, giacché si tratta di almeno due distinte questioni: quella del registro linguistico e quello della grafia. Sento la necessità di fare questo passo perché mi sembra che l’arroccamento preconcetto su posizioni contrapposte abbia determinato la chiusura di ogni dibattito e impedisca di fatto di imboccare le facili e percorribili strade dell’evoluzione in questo campo.

Varietà standard (koinè)
(Rident stolidi verba latina)

Fatte queste premesse, iniziamo, cercando di liberare il campo dalla confusione che regna nel lettore/utilizzatore medio circa i concetti di koinè e grafia normalizzata.

Il termine koinè, di origine greca, indica la varietà utilizzata da tutti i parlanti di una comunità definita. È ovvio che la koinè come registro linguistico unico, puro è una condizione ideale ma non concreta, perché nella realtà ci troviamo sempre di fronte a casistiche intermedie, in continua ridefinizione. Una lingua, infatti, non è qualcosa di statico, fisso e unico, ma è dinamica e varia continuamente non solo nel tempo e nello spazio, ma anche in rapporto alla situazione sociale.

Entra così in campo il concetto di variazione linguistica, che si manifesta sul piano spaziale come differenze locali, su quello diacronico come mutamento nel tempo, su quello della diglossia quando subentrano fattori di ordine sociale. Evitiamo di parlare della variazione diacronica perché è abbastanza evidente che la lingua odierna è diversa da quella utilizzata duecento anni addietro e ciò è chiaro a tutti. Sorvoliamo anche sulla diglossia, il più comune concetto della quale è quello in cui il parlante usa una varietà colloquiale in famiglia o con gli amici, mentre usa una varietà alta nella corrispondenza o trattando di affari o in un discorso pubblico (rispettivamente denominate varietà colloquiale/aulica o substandard/standard o informale/formale ecc.).3

Parlando delle differenze locali, evidenziamo subito che su un territorio dove si parli la stessa lingua non esistono contrapposizioni o differenze nette fra aree contigue, ma passaggi graduali fra varietà vicine. Risulta così evidente che non hanno senso domande del tipo: “Dove si parla il vero friulano o italiano o tedesco ecc.?” Le lingue non sono legate a specifiche località e sono accessibili a tutti quelli che condividono la stessa lingua. Ci si deve piuttosto chiedere quale sia la variante locale più vicina a una determinata lingua.

Vediamo ora come si passa da un dialetto a una lingua, ovvero quali siano le tre fasi attraverso le quali una variante deve passare per potersi definire “lingua”. Il primo passo riguarda la dimensione linguistica e si realizza attraverso una discontinuità geografica, politica, amministrativa con il territorio della lingua di origine, fattore che porta a differenziazioni fonetiche e morfosintattiche. Il secondo passo riguarda l’aspetto storico-culturale ed è quello della elaborazione di una letteratura di rilievo, cioè di una tradizione scritta, che porta necessariamente alla fissazione di una koinè. L’ultimo passo è relativo alla sfera socio-politica e consiste in un sentimento di appartenenza che si traduce, presto o tardi, nel riconoscimento ufficiale.

Facciamo un esempio per l’italiano, che è la lingua nazionale e che tutti conosciamo. Nella sua fase iniziale essa era il dialetto di Firenze, dialetto che dal Duecento in poi, attraverso una letteratura di prestigio e una tradizione scritta, divenne una koinè e nel Cinquecento venne adottato da tutti i letterati italiani. Con il Risorgimento esso fu sentito come simbolo di unità nazionale e con l’unità politica d’Italia divenne lingua ufficiale dello Stato.

Risulta ora evidente che, sebbene con passaggi talvolta meno pregnanti, ma solo perché territorialmente meno esteso, talvolta forzosi4, anche il friulano è diventato una lingua.

Ci si chiede a questo punto perché, se adottiamo normalmente la koinè quando scriviamo in italiano, non dobbiamo usarla quando scriviamo in friulano. Questo concetto sarà approfondito più avanti.

Grafia normalizzata
(Quae nocent, saepe docent)

Esaminiamo ora l’aspetto della grafia normalizzata.5

La grafia adottata con la legge citata è frutto di una mediazione che tiene in considerazione principalmente la precedente grafia utilizzata dalla Società Filologica Friulana, con l’adozione di alcuni accorgimenti migliorativi.

Si tratta di uno strumento che mette a disposizione i segni necessari alla trasposizione scritta dei fonemi friulani, in modo accettabilmente razionale e coerente, sebbene non esaustivo.6 Il problema non riguarda quindi la possibilità di rendere graficamente un fonema, quanto piuttosto quello di leggere correttamente un grafema, secondo le regole stabilite.

Faccio un esempio abbastanza banale: la scrittura friulana del toponimo Verzegnis viene contestata dai locali perché, secondo loro, si dovrebbe scrivere Vergegnis, perché quella, sempre secondo loro, rappresenta l’esatta pronuncia. In realtà la “z” utilizzata nella grafia friulana può essere letta, a seconda delle abitudini dei parlanti, come nella parole italiane zoo, zonzo (affricata dentale sonora; così per esempio a San Giorgio di Nogaro, a Palazzolo dello Stella, a Fauglis ecc.) o come nelle parole italiane giro, ragione (affricata palatale sonora: a Verzegnis, appunto, a Zuglio, a Ziracco ecc.). In certe aree può essere letta addirittura come nelle parole italiane rosa, isolare (fricativa sibilante alveolare sonora; a Cintello, a Ontagnano, a Bagnaria Arsa ecc.).7

Il problema è che il lettore poco acculturato tende a leggere il friulano con le regole dell’italiano. È come se lo stesso lettore tentasse di leggere il francese, sempre con le regole dell’italiano. Provate a immaginare come diventerebbero, alla sua pronuncia, parole come oiseaux ‘uccello’ o dictionnaire o française. Provate ancora a leggere, sempre con le regole di pronuncia dell’italiano, l’antroponimo tedesco Tschurtschenthaler.8

Sempre tornando al segno “z”, oltre alle due pronunce sopra indicate vi è quella affricata dentale sorda, come nella parola razion. Tutto ciò è sicuramente incongruente, ma, come già ho detto, queste incongruenze sono presenti in tutte le lingue: per lo stesso segno si pensi ad esempio alle parole italiane zoo e razione, nelle quale i suoni dolci e aspri sono resi con lo stesso segno; si pensi anche che i segni “c” e “g” possono essere “dolci” o “duri” a seconda della lettera che li segue (es.: ciliegia, canguro); che in francese nella parola lexique la “x” si legge “cs” ma in aux étudiants si legge come “s” sonora; che in tedesco nella parola Aktion la “t” si legge come “z” dura (affricata dentale sorda) mentre in Tal si legge proprio come “t” (occlusiva dentale sorda).9

Si tratta quindi non di “scrivere come si pronuncia” che è un’affermazione senza senso, ma di imparare a leggere come prevedono le norme di pronuncia della lingua che si intende praticare, con riferimento specifico nel nostro caso, ovviamente, a quella friulana.10

Quale registro usare: koinè o locale?
(Dubium sapientiae initium)

A questo punto sorgono spontanee due domande. Quale variante linguistica usare? E inoltre: quale grafia utilizzare?

Iniziamo dalla prima, che richiede una risposta articolata.

Abbiamo visto che una delle fasi necessarie perché si possa parlare di lingua è quello della fissazione di una koinè, processo lungo, quasi mai lineare, sempre sostenuto da una solida tradizione letteraria. Il friulano è passato attraverso questa fase e negli ultimi anni il processo si è rafforzato. I risultati non mancano e fanno ben sperare anche se la vera incognita è l’uso quotidiano, familiare e spontaneo della lingua che, in tal senso, sembra destinata all’estinzione.11

Quando si parla di koinè si intende ovviamente un registro formale, aulico, che quindi si presta bene alla trattazione di qualsiasi argomento e ad essere usato in qualsiasi contesto sociale. Questa considerazione è fondamentale per la scelta che si intenda effettuare circa la varietà da usare.

È anche vero però che un registro meno formale, più colloquiale e familiare risulta di utilizzo più semplice per l’esternazione di sentimenti, per la descrizione di situazioni e vicende familiari e di paese per uno scrivente che non abbia una sicura padronanza della koinè.

Per contro, il registro informale è sempre carente dal punto di vista lessicale e ciò si traduce in rigidità espressive, difficoltà ad esprimere concetti, ripetitività del vocabolario utilizzato.

Nella scelta va inoltre tenuto presente che l’utilizzo di una variante substandard, necessariamente locale, impedisce la diffusione del testo presso lettori che non la conoscano o la conoscano poco. Generalmente, come si può intuire da quanto abbiamo detto più sopra, questo problema è legato alla distanza spaziale del lettore dal luogo della variante utilizzata.

Per riassumere, e cercando di semplificare al massimo la questione, direi quindi che per un testo scientifico, dove tale termine va inteso nella sua accezione più ampia, è d’obbligo usare la koinè. Per un testo di tipo letterario e quando si valuti la limitazione della sua diffusione, è accettabile che esso venga scritto in una variante locale.

Tornando però al già citato concetto di “Jo o scrîf come che o feveli”, è ovvio che esso è inaccettabile, per lo meno per quanto riguarda il lessico e la sintassi, proprio per quanto già è stato detto relativamente alle differenze fra un registro aulico e uno colloquiale. A ciò vanno aggiunte, ovviamente, le considerazioni che riguardano la grafia.

In definitiva il problema non è quello di utilizzare la koinè o una variante locale, ma di padroneggiare con sicurezza la lingua friulana.

Quale grafia utilizzare?
(Ubi dubium ibi libertas)

Ho riportato il motto latino per sottolineare che la scelta di una grafia diversa da quella normalizzata non è una scelta di libertà, come molti affermano. Piuttosto, porsi il dubbio di quali potenzialità abbia la grafia unificata rende consapevole la sua scelta.

Specificando meglio, tale strumento è stato concepito per rendere in modo sufficientemente coerente, pur con le limitazioni e le incongruenze già esposte negli esempi, tutti i suoni della parlata friulana. Per di più, al fine di agevolare l’utilizzo della lingua, la Regione ha emanato un decreto12 con il quale viene approvato l’utilizzo di alcune varianti grafiche, che rendano con più sicurezza alcuni suoni particolari.13

Per riassumere, affermo con certezza che si può sempre e senza timori utilizzare la grafia unificata. La scelta può eventualmente essere attuata fra l’utilizzo esclusivo dei segni previsti dalla legge del 1996 e l’adozione anche degli ulteriori segni previsti dal decreto del 2013, al fine di ottenere uno strumento più duttile. Nel secondo caso è tuttavia opportuno specificare di volta in volta di quale variante si tratti, mentre per l’utilizzo della koinè resta ovvio ed inteso che sarà utilizzato solo il primo insieme di segni.

Conclusioni
(Acta est fabula. Plaudite!)

Non so se sono riuscito a essere sufficientemente chiaro nella mia esposizione. Meno ancora so, se sono riuscito a convincere i lettori, ma ho voluto provarci.

Spero, in ogni caso, di aver aperto un dibattito e che il problema possa essere eventualmente approfondito in un futuro non troppo lontano.

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