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copertina numero 69 la bassa

la bassa/69

anno XXXVI, n. 69, dicembre 2014

Estratti di
articoli e saggi
della nostra rivista

In copertina:

Particolare della
“CARTA / FORI IVLII ACCURATA DESCRIPTIO”
dal “Theatrum Orbis Terrarum
di Abram Oertel, Anversa 1573.

Monsignor Pietro Nonis, Vescovo di Vicenza,
socio Onorario “la bassa”,
accanto al Papa Giovanni Paolo II,
in visita a Vicenza nel 1991.

Sommario


Bassa friulana: riflessioni sul futuro
ROBERTO TIRELLI

Il territorio della Bassa friulana, estendendo il concetto anche sulla destra del Tagliamento, non è solo un’area di attenzione e di importanza storica. Sta diventando un “laboratorio” di trasformazioni capaci di modificare profondamente l’eredità del passato e di creare un qualcosa di nuovo sul quale, ovviamente, “ai posteri l’ardua sentenza”.

E’ un territorio che ha conosciuto nell’ultimo mezzo secolo un grande sviluppo, evidente in economia, un po’ meno sotto altri aspetti. Non è mai stato valutato, ad esempio, l’impatto creato dalla scomparsa delle zone umide e delle componenti originali del paesaggio, delle coltivazioni favorite dalla remunerazione rispetto a quelle tradizionali, dalla diffusione dei servizi sia pubblici che privati a scapito della produzione, dal proliferare delle zone industriali in recessione, dalla presenza estiva sempre meno miracolistica di un turismo balneare costiero che va da Grado a Caorle… Tutto è stato spontaneo, quasi improvvisato, ma ora molti nodi vengono al pettine poiché la crescita non aveva una alternativa e neppure dubbi. Ora la crisi economica porta con sé anche i dubbi sul modello di sviluppo che si è perseguito, sulle scelte sbagliate delle quali ora si pagano le conseguenze, sulle scelte giuste che non riescono ad essere più ricetta per un rilancio.

E non è più il caso di parlare di regioni separate, il Friuli Venezia Giulia più fortunato per la sua specialità e il Veneto meno: ormai i temi da trattare sono gli stessi perché la Bassa si riscopre omogenea. Ad esempio non c’è più differenza di crisi dei centri più grossi, siano Cervignano, Latisana o Portogruaro che hanno perduto la loro forza di polarizzazione. Non decolla, altro esempio, il turismo culturale di Aquileia, come quello di Concordia o di Sesto al Reghena. L’invecchiamento della popolazione riguarda tutti i paesi in egual misura, così altri fenomeni demografici sintomatici di una incertezza generale.

Ci vorrebbero idee, investimenti, forse anche un po’ di coraggio per obiettivi immediati di ripresa. Però sono scomparse le banche che operavano sul territorio e le già casse rurali pur volonterose non riescono a supplire. Sono in affanno l’associazionismo e tutte e forme di aggregazione, non ultime quelle politiche che non hanno più personaggi carismatici di riferimento o ideologie forti.

Se le cose non vanno lo si vede da alcuni casi emblematici. Prendiamo la ferrovia che attraversa tutto il territorio, un mezzo utile che potrebbe collegare all’Europa, invece si parla di tagli del non andare oltre Trieste, addirittura di una regionalizzazione esasperata del servizio per cui i treni friulani si fermerebbero a Latisana e quelli veneti a Portogruaro. Il centro di Cervignano doveva portare lavori e traffici invece è un malinconico intrecciarsi di vuoti binari su quella che era terra fertile. Le zone industriali vocate a tale funzione arrancano e non creano reddito bastevole. Però si parla di una ulteriore occupazione di spazi con la terza corsia autostradale e con l’alta velocità. Sono opere senz’altro utili, ma la Bassa verrà percorsa di fretta e nulla resterà da questi passaggi. Se cominciassimo ad esempio a consumare meno suolo?

Un altro esempio è la sanità. L’Ospedale di Latisana è in perpetua minaccia di un ulteriore drastico ridimensionamento se non chiusura. E poi la scuola. Il decentramento a livello locale di alcuni istituti superiori non raggiunge ancora la voluta parità con quelli di affluenza tradizionale.

A fronte di tutto ciò e di molto altro è necessario riflettere su quale potrà essere il futuro della Bassa friulana in tutte le sue componenti e situazioni. Per questo prima di ogni altra cosa è necessaria una svolta culturale, cioè ripartire da un’idea di territorio, dal sentire una appartenenza ed una identità. Prima di essere economica, infatti, c’è una crisi culturale di distacco dal modello antico, ma senza adesione ad uno nuovo. E ciò per evitare la decadenza materiale e morale, per evitare di perdere una identità, un modo di essere, l’involuzione verso l’anonimato, la passività, l’indifferenza.

Si aggiunge ai problemi comuni alle due sponde del Tagliamento la prevista nascita della città metropolitana di Venezia. Sia che si limiti alla laguna ed all’immediato entroterra sia venga allargata, in un’altra ipotesi, a Padova e Treviso, questa nuova istituzione amministrativa non farà altro che concentrare l’attenzione all’area urbana e lascerà le periferie più distanti scoperte di rappresentanza. Come riordinare a questo punto le autonomie locali del Friuli occidentale o Veneto orientale che dir si voglia in modo che entrino in un sistema più funzionale con la sinistra Tagliamento e la Bassa pordenonese?

L’abolizione delle Province, l’accorpamento dei comuni piccoli e la ventilata fine della specialità regionali, a parte le marginali proposte di “indipendentismo” finiranno per cambiare il quadro di riferimento per coloro che abitano in questa zona.

Non può essere solo una scelta di tipo amministrativo, ma una scelta culturale cui l’associazione “la bassa” si rende disponibile, con la sua esperienza sul campo, a dar corpo, il tutto scevro da qualsiasi altro fine se non di rafforzare una comune identità.

Le trasformazioni che l’uomo opera sul territorio non sono fini a se stesse: hanno il potere di fare e modificare la storia. Sono, infatti, un fattore importante di cambiamento dei modi di vivere, di lavorare, perfino di pensare. Non abbiamo, ad esempio, mai pensato all’impatto che ha avuto la mobilità delle persone, favorita dalle automobili e dalla rete stradale. Negli anni Cinquanta del secolo scorso la media delle distanze giornaliere compiute da un individuo era di cinque chilometri. Oggi è di cinquanta. Ciò significa che viene a ridursi il tempo di permanenza nel proprio paese e in tal modo si spiega anche il conseguente allentamento dei legami sociali, poiché alcuni interessi, in primis il lavoro, gli acquisti (presso centri commerciali piccoli e grandi), il divertimento, si collocano altrove. La permanenza è uno dei fattori sui quali si costruisce una storia perché si consolidano rapporti interpersonali ed interfamiliari, perché si condividono tradizioni, perché si riconosce una comune appartenenza.

La Bassa friulana sta cambiando sotto i nostri occhi la sua storia e siamo già stati testimoni di precedenti passaggi che nell’arco di pochi decenni hanno aumentato la loro intensità e frequenza.

Fare storia è, ai nostri tempi, registrare la contemporaneità e non più solo quanto si è sedimentato.

E’ necessario coinvolgere le nuove generazioni nella presa di coscienza della propria identità. La lingua è uno strumento di comunicazione non può essere il fine né l’oggetto della comunicazione stessa. Quel che conta è la sostanza di una storia e di una cultura da trasmettere a contrastare la dispersione della memoria dei valori identitari.

Per questo motivo è necessaria anche una ripartenza economica con il rilancio delle attività tradizionali dall’agricoltura all’artigianato e accanto ad un decadente turismo di massa balneare guardare alla rivalutazione del patrimonio storico ed artistico.

Il futuro della Bassa friulana va riprogettato nell’ambito di quello che sarà il riassetto del Nord Est italiano dal punto di vista non solo amministrativo, ma anche economico. E’ necessario riprendersi con una nuova ripartenza.

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Mare
MONICA MINGOIA

Distesa interminabile di azzurrità celeste,
risplende sotto il sole la sua dorata veste.

Testimone di mille stagioni,
custode di tesori, amori e delusioni.

Splende il luccicoso mare
e la sua strada dorata
ci porta fino al cielo in un’aurea incantata.

Risplende il litorale mentre il gabbiano esulta e si tuffa in mezzo al mare.

Il suo splendore cambia,
il mare si è oscurato,
il sole è sparito e il fulmine il cielo ha squarciato.

Ora il mare s’infrange sulla battigia,
schiumoso ed arrabbiato, nero e agitato.

Urla e si infuria, le coste son schiaffeggiate,
la bruma lo avvolge, e il verdeggiante colore,
c’è un salmastro odore.

Dov’è quell’azzurro celeste,
e quel suono carezzevole,
quel frusciare leggero,
suono di dolci promesse…

Ma ecco all’orizzonte il primo raggio di sole
inonda quel cielo nero riportando lo splendore
e uno splendore antico dei secoli passati,
momenti interminabili dei begli anni andati.

Il mare s’è quietato, calmo è ridiventato.
Sul mare splende il sole e diffonde il suo calore,
la massa azzurra e acquosa ora si riposa
e canta dolcemente,
accarezza la riva e splende l’infinito orizzonte,
mentre una luce viva intorno si diffonde.

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1848: Concordia e dintorni. Tumulti e proteste contadine in difesa dei beni comunali
VITTORIA PIZZOLITTO

Il paesaggio agrario

Dopo essere stato sul posto e aver visitato il territorio compreso fra il Sile e il Tagliamento, il delegato Antonio Da Mosto, nel 1807, così descrive Concordia Sagittaria al Prefetto di Venezia "Da Torre di Mosto a Concordia per un tratto di 14 miglia, da ponente a levante, manca del tutto il continente all'Adriatico ed il paese non offre che l'ingrato aspetto di paludi bensì non inutili per il privato ma di nessun rimarco per il governo. [. .. } La comune di Concordia ha un circondario di qualche momento ch'è coltivato, ma cosa è questo punto in confronto dell'immenso spazio inutile sino ad ora percorso? Essa stessa verso il mare ha delle paludi considerabili. La sua antichità e le sue sancite prerogative non tolgono ch'essa non sia un cattivo soggiorno dove manca tutto e per cui conviene ricorrere a Porto Gruaro che non è distante più di mezzo miglio e che rappresenta l'aspetto di una vera città. [. .. } al di là del fiume Lemene [. . .} oltrepassato il confine di Concordia s'incontrano [sulla riva destra del Tagliamento} comuni [che} occupano un piccolo spazio in terra ferma e si estendono come tutti gli altri verso il mare con sterminate paludi, eccettuato San Michiel ".

"La comune di Concordia" scrive nell'800 Antonio Da Mosto, è circondata da un paesaggio coltivato per "qualche momento", ma tutto intorno lo spazio immenso è ricoperto da "paludi considerabili" che vanno verso il mare, "non inutili per il privato - vedremo il loro uso come beni comuni - ma di nessun rimarco per il governo':

Nelle mappe del Cinquecento viene acquerellato un immenso territorio "anfibio" dove, tra le vaste estensioni palustri (canedi e barene), si intravedono i "pascboli" specie sui dossi fluviali, mentre i resti di bosco vengono indicati, con gli alberelli, nelle parti più alte ed asciutte del Lemene. Gli alberi segnavano anche i confini, mentre le siepi trattenevano il "borin e lo scirocco". Sulle mote, cioè sugli isolotti vallivi, i pescatori tiravano su con canne e frassini i "casoni",

A tutt'oggi permangono i toponimi a indicare quali erano i caratteri fisici naturali del paesaggio, come Levada, Nicessolo, Marango, Alberoni, ecc. nella trama fitta dei ghebi, cioè dei vari rami fluviali che inzuppavano la terra prima di arrivare al mare.'

Detta così, è l'immagine arnbientale di un' area umida unica e da preservare. Ma le condizioni di vita dei contadini ancora negli anni della prima metà dell'Ottocento, erano spaventose.

Al tempo del primo governo austriaco, un quinto di tutte le terre censite era indicato come bene comune ed era distinto fra beni posseduri direttamente dai Comuni e "beni regi", vale a dire beni demaniali dati loro in concessione. Si trattava di mezzo milione di ettari aridi, incolti, salmastri, boschivi che ricoprivano le valli fluviali e lagunari, le prime fasce collinari e per intero il Friuli, come dire che "Nelle zone povere prevale la proprietà promiscua, mentre in quelle fertili si afferma il possesso privato'

Questi beni, con la legge austriaca del 1839, verranno messi all' asta e privatizzati, resi liberi da condizionamenti ed usi arcaici e saranno all' origine di una poderosa opera di risanamento e bonifica per aumentarne la produzione e la redditività

"La privatizzazione dei beni comunali da un lato e le bonifiche dall'altro non avverranno senza costi sociali: i contadini, ostinati e testardi, difesero a lungo i loro diritti e {..} la storia delle campagne venete e friulane nei decenni che precedono la grande emigrazione degli anni '80 è anche la storia di queste lotte per preservare i beni comunali e i loro diritti legati agli usi consuetudinari '

Le campagne saranno interessate da notevoli trasformazioni economiche, sociali e paesaggistiche che avranno origine dall' alienazione e messa all' asta dei beni comunali.

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Distrutti gli affreschi del Pordenone esistiti nella parrocchiale di Palazzolo
GIULIANO BINI

Come scrisse nel 1979 Aldo Rizzi: «Il Pordenone è uno dei grandi protagonisti del Cinquecento veneto: oltre a svolgere il ruolo di indispensabile tramite di cultura, come primo pittore manierista dell’Alta Italia, egli reca all’arte lagunare, dominata dalla visione tonale unitaria di Tiziano, il contributo di una sensibilità plastico-lineare e di un espressionismo realista che impone «una nuova interpretazione della storia» (Argan, 1975)»1. Le sue opere pertanto sono considerate fra i tesori dell’arte universale.

Sembra che il geniale pennello di Giovanni Antonio de Sacchis detto il Pordenone2 abbia affrescato il coro della chiesa di Santo Stefano di Palazzolo.

Il conte Fabio di Maniago pubblicò in Venezia nell’anno 1819 la “Storia delle belle arti friulane”, nella quale descrisse gli affreschi che ornavano il coro della parrocchiale di Palazzolo:

«PALAZZOLO. /4. Il coro della parrocchiale dipinto a fresco. Nella soffitta divisa al solito in quattro comparti gli Evangelisti coi loro simboli; nelle fascie dei due archi, uno dei quali divide la chiesa dal coro, e l’altro che è al primo parallelo, e in fondo del coro stesso, mezze figure di vergini e martiri. Nelle pareti laterali del coro a sinistra inferiormente la crocifissione di Gesù Cristo, e nella parte superiore l’Ascensione, dall’altro lato in alto il martirio di santo Stefano, e sotto un concistoro, dove si vede il pontefice assiso fra molti cardinali, e genuflesso a’ suoi piedi sta il parroco di Palazzolo, onde ottenere alcune indulgenze, come vedesi da iscrizione ivi affissa. Il quadro del martirio di santo Stefano è eccellente. Il santo è pieno d’espressione, le sue mani sono bellissime. E’ singolare, cosa che accade di rado ai pittori friulani, che l’azione è doppia, avendo rappresentato il santo cacciato dalla città, e il medesimo che vien lapidato. Nel concistoro sono belle le teste dei cardinali. La tradizione attribuisce quest’opera al Pordenone, e infatti nel vôlto i caratteri mostrano la sua maniera, e nel martirio di santo Stefano il colorito, la gloria, l’abbigliamento delle figure pajono sue, ma d’altronde nella crocifissione i nudi de’ due ladroni sono scorretti, i cavalli cattivi, singolarmente nelle gambe, di cui alcune sembrano storpie, e le altre posano in falso. Le teste sono affatto triviali»3. Lo storico collocò i dipinti di Palazzolo fra le «Opere eseguite nel decimosesto secolo da autori friulani incerti».

Malgrado la tradizione attribuisse l’opera al Pordenone, l’incertezza dello storico era giustificata dalla mancanza di specifica documentazione e dai contrastanti aspetti stilistici rilevati nelle figure e in vari loro particolari, talora “bellissime” e talora “affatto triviali”.

Come si possono spiegare questi stridenti contrasti senza cadere nell’abusata quanto discutibile consuetudine di attribuire parte dell’opera al maestro e parte ai garzoni di bottega?

Nel nostro caso è da ritenere che l’alterazione delle pitture possa essere la conseguenza del grave “infortunio” che colpì la nostra chiesa: «L’anno della Natività di Cristo N.S. et nostra Redenzione 1655, indizione ottava, giorno veramente di domenica, l’ottava di S. Giovanni Appostolo et Ev. tre del mese di gennajo a ore 4 et meza in circa Notte la Veneranda Matrice Chiesa Parrocchiale di S. Steffano protomartire di Palazzolo cominciò ad arder, et circa le 6 ore della medesma notte fu vista tutta essa Chiesa a fuoco, e fiamme, così che non restò altro per così dire che solo le muraglie …». Sulle muraglie certamente gli affreschi rimasero attaccati, ma sicuramente alterati dal calore e dal fumo.

Le fiamme dell’incendio bruciarono anche le risorse economiche della comunità, dato che dell’immenso patrimonio d’arte e di storia dell’antichissima pieve «non si poté salvar altro che le Croci, et quelle mezze abbruciate»4, conseguentemente le ingenti spese per il ripristino degli altari, degli arredi, dei paramenti, dei messali richiesero grandi sacrifici e fecero sicuramente procrastinare ogni altro restauro.

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La leggenda del Mercure e i cannonieri guardacoste di Lignano
ENRICO FANTIN

L’interessante scoperta del relitto e della leggenda del brigantino Mercure, affondato nel 1812, a sette miglia dalla foce del Tagliamento, si è già occupata ampiamente la stampa durante le varie campagne di scavi effettuate dall’equipe di archeologia marina dell’Università di Ca’ Foscari di Venezia, guidata dal prof. Carlo Beltrame.1

In breve la sua storia.

Al largo di Punta Tagliamento, nell’aprile 2001, il peschereccio Albatros di Marano della famiglia Scala pescò un cannone di ferro ricoperto da concrezioni. Immediate indagini strumentali e subacquee, effettuate nella zona del recupero, portarono al rinvenimento dei resti di un relitto di età moderna assieme ad altri cannoni simili. Il restauro del pezzo di artiglieria permise di riconoscere nel manufatto una carronata, ossia un cannone a canna corta con cui erano armate molte navi agli inizi del XIX secolo. Grazie a questo e ad altri indizi fu possibile identificare il relitto come i resti del Mercure affondato durante la Battaglia di Grado combattuta nel 1812 tra una squadra navale italo-napoleonica, proveniente da Venezia, ed una della marina inglese, battaglia che fece naufragare il tentativo di Napoleone di scacciare la flotta britannica dalle acque dell’Adriatico.

Si trattava di un brigantino da guerra con compiti di scorta, sorveglianza, collegamento o portadispacci, più veloce e munito di una velatura ampia. Era dotato di un unico ponte ed era ornato di sculture a poppa e a prua. Lungo circa 32 m e largo circa 9 m, aveva un dislocamento di 400/450 tonnellate e poteva raggiungere la velocità di 9 nodi. Nel 1809 il Mercure fu ceduto al Regno Italico ed entrò nella divisione Venezia prendendo il nome di Mercurio. Al momento del naufragio, esso faceva parte di una piccola flotta italo-francese, composta per lo più da marinai romani, chioggiotti, triestini e dalmati. L’equipaggio era composto da 92 uomini, tra cui 5 ufficiali, capitanati dal tenente di vascello Palinicucchia o Palinucchia.

Diversi studiosi, fra i quali lo storico Paolo Foramitti2, appassionato cultore di materie napoleoniche, hanno poi spiegato cosa accadde in quella notte fra il 21 e 22 febbraio 1812.

Alcuni documenti riguardanti la difesa costiera con le compagnie cannonieri guardiacoste dell’Adriatico, del Regno Italico, sotto la direzione di Venezia, sono venuti alla luce e ci illustrano la situazione e le forze delle Compagnie di Grado e di Caorle, proprio l’anno 1812 della battaglia di Grado.

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Invasione nemica a San Vito 1917-1918
CARMELA DE CARO

Ai primi di novembre ’17, dopo il disastro di Caporetto, il ponte della “ Delizia” sul Tagliamento era stato fatto saltare con la dinamite per ritardare l’avanzata del nemico, quando ancora vi transitavano i fuggiaschi. Una pioggia continua ingigantiva la mestizia della popolazione terrorizzata dagli avvenimenti militari.

Le acque del possente fiume, arrossate per il sangue, trascinavano alla foce cadaveri e membra umane come tronchi divelti dai boschi. Le strade erano ingombre di automobili, di autocarri, di carogne di animali dal ventre gonfio, la lingua penzolante piena di liquido giallastro, di soldati sbandati, di gente di ogni ceto con abiti fradici di acqua e fango e il volto segnato dal terrore.

E, sempre ai primi di novembre, il cinque, gli austro-germanici passarono il Tagliamento, entrarono a San Vito. Gli abitanti che non avevano potuto fuggire erano rinchiusi nelle case, il paese sembrava una tomba. E il nemico vi entrò ebbro di vino e di vittoria cantando e inveendo attraverso la Torre Scaramuccia.

Molti gli episodi tristi: due uomini lasciati a guardia del palazzo “Zuccheri” furono arrestati e trascinati con i piedi e mani legati sulla piazza e giustiziati tramite impiccagione. Appesi ai bracci dei lampioni del negozio Morassutti, vi rimasero per tre giorni, allo scadere dei quali i cittadini furono obbligati ad uscire dalle case per assistere alla loro deposizione.

Strade e cortili erano ricoperti di vino poiché alcuni proprietari, prima ancora che giungesse l’invasione, avevano sfondato le botti e tolte le cannelle lasciando aperte le spine da cui usciva il vino.

Altre cantine, rimaste intatte, erano servite ad abbeverare i nemici che ubriachi correvano per il paese urlando e minacciando, saccheggiando e sgozzando maiali, razziando bovini.

Ancora vittime si aggiunsero alle prime: un povero contadino intento a chissà quale lavoro, fucilato; un pover’uomo freddato da due colpi di rivoltella nel tentativo, vano, di sottrarre una donna alla violenza di un soldato ubriaco, una ragazza appena ventunenne che, forse, aveva risposto in tono canzonatorio a un ufficiale che le chiedeva la via per Latisana o forse Codroipo, ferita a morte. “ Ma di là non si va a Roma” pare dicesse la giovane. “Nach Rom”, era, infatti, la scritta che gli Austriaci avevano messo ovunque nell’ottobre ’17. L’ufficiale scaricò la sua rivoltella contro Luigia Defend, questo il suo nome, che cadde riversa, colpita al fianco. Morì il sei novembre ’17, senza essere operata “o perché troppo tardi o perché il medico non aveva tempo, mentre si era nello sfacelo della fuga” scrisse il parroco.

Questo lo sfondo della ricostruzione che ci accingiamo a fare. Si tratta della storia di tre famiglie sanvitesi imparentate tra loro che, in tempi diversi, fuggirono da San Vito prima e dopo i fatti di Caporetto.

Sono storie straordinarie, come sempre quando si parla di vicende umane sofferte e ricostruite nel loro svolgersi e completarsi.

Adesso due dei protagonisti vivono o prestano la loro opera nella Casa di Riposo di San Vito che è uno scrigno prezioso di conoscenze, di “storia passata” e grande umanità. C’è molto da imparare a venire qua per conoscere la storia scritta e quella mai scritta perché, forse, non interessava a nessuno.

Un ringraziamento speciale va ad Ariberta Garlatti, la dolce signorina, volontaria, classe ’23, che, quotidianamente, a piedi, con qualsiasi tempo atmosferico e tipo di festività, si reca in Casa di Riposo per assistere i residenti.

Sua la ricca documentazione in parole e scritti acclusa alla testimonianza, lascito alla storia sanvitese. Dolce e forte la sua ricostruzione, che si fa ascoltare e plaudire come un concerto malinconico composto col suo pianoforte Bachmann (1840) donato al Comune di San Vito circa vent’anni fa che, ora, restaurato, è patrimonio del teatro “Arrigoni”.

Nota:

Ricordiamo con riverenza, accanto a quello di Luigia Defend, i nomi di altre donne friulane che hanno testimoniato un forte sentimento di Patria di fronte al nemico in guerra: Maria Plotzner Mentil, colpita pure lei al fianco, Rosa Calligaris, Ina Battistella, Bianca di Prampero, Teresa Petri.

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La battaglia di Marano del 1513
ROBERTO TIRELLI

La perdita della fortezza di Marano avvenuta nel dicembre del 1513, per opera di Cristoforo Frangipani, grazie all’inganno del prete Bortolo da Mortegliano, ha rappresentato per la Serenissima Repubblica di Venezia il più grosso smacco dopo la battaglia di Agnadello della Ghiara d’Adda che la vide umiliata, sconfitta e sull’orlo di una crisi irreversibile.

Per questo motivo il venir meno della fortezza maranese, presidio territoriale del Friuli durante la lunga guerra contro gli imperiali di Massimiliano d’Asburgo, suscita ira ed emozione fra i nobili come fra il popolo e richiede una reazione immediata. I veneziani accusano i propri governanti di inettitudine e per evitare una rivolta subito le autorità si danno da fare per recuperare quanto perduto.

Per tale motivo, prelevando grosse somme dal tesoro, viene subito allestito un esercito di mercenari formato da diverse compagnie di ventura che esce da Udine al comando del condottiero Bartolomeo di Scipione da Siena. Parallelamente vengono mobilitate anche le forze navali dell’Adriatico al comando di Bartolomeo da Mosto, savio di Terraferma e già governatore di Bergamo.

Prima di avviarsi contro Marano lo Scipione corre a Venezia per segnalare che il forte ritardo dei pagamenti delle prestazioni pregresse potrebbe provocare un ammutinamento fra gli uomini ai suoi ordini. Riceve, però, dal Senato solo una generica assicurazione.

Senza calcolare le opportunità strategiche l’ordine è di attaccare comunque. Gli imperiali però non stanno con le mani in mano. Il Frangipani nel frattempo ha fatto entrare nella fortezza 200 cavalieri boemi ed altri 500 uomini fra cavalieri e fanti ed ha avuto tutto il tempo per costituirsi buone scorte per sostenere l’assedio.

Le truppe veneziane in uscita da Udine si organizzano in quattro colonne. La prima di 500 uomini vede al comando Ladislao Cosazza che ha al suo servizio dei mercenari croati ed i cosiddetti stradiotti albanesi o greci (stratiotes) e con lui vi è anche il celebre Nicolò da Pesaro con dei cavalli detti leggeri perchè non appesantiti da armature ed adatti ad inseguire velocemente il nemico specie su terreni difficili.

La seconda colonna è molto meno consistente essendo composta da 60 uomini appartenenti alle compagnie del Scipione e dell’ancor più celebre Farfarello. La terza della quale non viene fornito il numero mette assieme diverse compagnie con a capo Silvestro Aleardo, lo Scanderberg, Giacomo da Spilimbergo per la cavalleria ed i fanti di Bernardino da Parma e Vincenzo da Matalone. Questa compagnia di fanti vede 180 di mestiere e 200 volontari friulani che si presume fossero stati selezionati per sufficiente capacità bellica.

La quarta colonna è costituita da tre mila contadini armati delle cosiddette Cernide che vengono convogliati a piedi come riserva e retroguardia, ma sono poco efficienti, al cui comando è Girolamo Savorgnan, il quale fatica non poco a convincere i contadini ad affrontare giornate fredde all’aria aperta. Infine il contestabile Luca d’Ancona porta sotto Marano gratuitamente dieci pezzi d’artiglieria da campo.

La strategia di Baldassarre di Scipione è quella di impressionare con la massa dello schieramento gli austriaci che se ne stanno dentro Marano e di convincerli ad arrendersi senza combattere. Giunto sotto le mura manda un messaggio invitando i difensori a cedere, ma come tutta risposta gli viene detto che si sarebbero certamente comportati meglio dei veneziani.

A quel punto i contadini incominciano a disertare a causa del freddo e temendo una sortita dei cavalieri boemi lo Scipione decide di salvare i propri cavalli che nella ristrettezza degli spazi della palude sarebbero stati facile preda dei nemici. Li fa spostare a Muzzana e a Gonars con il compito di sorvegliare il territorio alle sue spalle nel caso arrivassero da Gradisca dei rinforzi ai tedeschi.

Per non incorrere nelle ire del Senato ed in attesa della flotta decide di attaccare con gli uomini a sua disposizione e si accampa presso la chiesa di S. Maria.

La flotta che arriva con qualche giorno di ritardo è composta da 11 piccole barche armate di Murano, al comando del podestà dell’isola Alessandro Michiel, 13 barche da Torcello con Alvise Domato, 22 da Caorle con Vincenzo Premarino,13 da Chioggia, 8 da Portogruaro, 7 da Capodistria, 15 da Pirano. Qualche barca porta con sé anche Giovanni Bolizza da Muggia, mentre la città di Venezia fornisce due barche lunghe. Completa la provvista con due sue barche Nicolò Verso. Anche da terra arrivano aiuti in particolare da Nicolò Vendramin, signore della Tisana “con molta gente del suo castello e di quelle ville vicine dov’egli era grandemente amato per dare aiuto a quell’impresa”.

La situazione consiglia a Bartolomeo di Scipione di chiedere ed attendere ulteriori rinforzi: quattro galee dall’Istria e la necessaria artiglieria da Venezia. Il Da Mosto però propone di saggiare la resistenza della fortezza con un leggero tentativo dal mare, ma i cannoni di Marano affondano alcune barche e commenta il cronista “quei barcajuoli, senza pur vedere l’inimico, inviliti e spaventati, alla fuga prestamente si diedero”.

E finalmente arrivano le galee richieste, vere macchine da guerra galleggianti e con esse anche le artiglierie. Al comando delle galee vi sono Angelo Tron, Francesco Zen ed i due fratelli Barocci di Candia.

E’ il momento dell’attacco. A San Vio vengono portate le artiglierie e per un giorno intero Marano subisce un pesante bombardamento, ma non si arrende. Il piano d’attacco prevede allora l’impiego degli uomini. Ai contadini rimessi insieme con fatica dal Savorgnan il compito di compiere una manovra diversiva sui tre lati di terra, mentre i professionisti avrebbero assalito il lato più debole verso il mare.

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Castellieri, motte, tombe, cente e cortine rilevabili dalla toponomastica in alcuni comuni della Media e Bassa pianura friulana centrale
BENVENUTO CASTELLARIN

Il territorio

Il presente studio riguarda l’identificazione di castellieri, motte, tombe, cente e cortine attraverso la toponomastica.

L’area presa in esame è delimitata ad ovest dal corso del fiume Tagliamento; a nord dai confini dei Comuni di Codroipo, Bertiolo e Talmassons; ad est dai confini dei Comuni di Talmassons, Pocenia, Muzzana del Turgnano e di Carlino; e infine a sud dalla costa adriatica (con esclusione della penisola di Lignano Sabbiadoro). All’interno di questa zona, di parte della Media e Bassa Friulana centrale, abbiamo i Comuni di Camino al Tagliamento, Varmo, Rivignano, Teor, Ronchis, Palazzolo dello Stella, Latisana e Precenicco.

Il territorio inquisito rispecchia grosso modo, quello che nel 1995 analizzammo per lo studio sugli idronimi del bacino del fiume Stella (cfr. MARCATO-BINI-CASTELLARIN 1995). Allora, oltre agli idronimi, raccogliemmo anche i toponimi (con le relative collocazioni archivistiche e le date di attestazione, le quali sono da considerarsi parte integrante del toponimo stesso).

Le fonti sono soprattutto gli atti notarili rogati dai notai delle varie località e depositati presso il fondo notarile antico dell’Archivio di Stato di Udine, e, sempre presso lo stesso archivio, il fondo Perusini che raccoglie, fra le innumerevoli altre materie, anche atti riguardanti varie località, nel nostro caso S. Martino di Codroipo e Rivignano; lo Schedario toponomastico Corgnali, presso la Biblioteca civica di Udine; i sommarioni del catasto napoleonico; da varie mappe; da fonti edite, e da altre fonti che abbiamo citato nella bibliografia.

CASTELIER, CASTELER; CASTEGLION, CASTEON
Etimologia:
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Secondo FRAU 1978, p. 42, spiegando il nome di luogo Castellerio, di cui le forme Castelier, Casteler e simili fanno parte, afferma che è toponimo comune nella regione ad indicare (ma non sempre) luoghi in cui sorgevano luoghi fortificati o specole di vedetta in epoca antichissima (Prati, n. 55): dal latino castellum con suffisso -ariu. Dallo stesso sostantivo latino castellum deriva Castions ‘castello’, ‘luogo fortificato in genere’ + il suffisso -ione.

Dunque, nel fatto che non sempre il toponimo, indichi con certezza un castelliere inteso come ‘luogo preistorico abitato’, va ricercata la grande diffusione del toponimo rispetto a quelli archeologicamente accertati o supposti. A tale proposito, va anche aggiunto che nella elencazione dei castellieri accertati o presunti non si trovi traccia nella toponomastica del castelliere di Ariis.

In campo archeologico i castellieri sono definiti quei tipi di abitato preistorico e protostorico, posti su alture di terra e difesi da cinte murarie, all’interno vi abitavano sia uomini sia animali. Si ritiene che la cultura dei castellieri in Friuli si sia affermata tra l’età del bronzo e l’età ferro, in pratica circa 2000/1000 a.C.

Sempre in campo archeologico i castellieri, accertati e probabili, scoperti nella pianura friulana sono 17, suddivisi in tre gruppi; castellieri di pianura, Sedegliano, Savalons (Mereto di Tomba), Galleriano; su rialzi naturali, Variano, Udine, Ciastiei e Culine (Pozzuolo del Friuli), Cordovado; presso corsi d’acqua, Gradisca sul Cosa, Rive d’Arcano, Castellerio, Ponte S. Quirino, Firmano, Orsaria, San Giovanni di Casarsa, Castions di Strada, Ariis.

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Anaxum, un toponimo (o)scuro? Non troppo
BARBARA CINAUSERO HOFER - ERMANNO DENTESANO

Premessa

La lettura di un saggio pubblicato lo scorso anno, nel quale l’autore riportava una spiegazione del nome Anaxum come ‘il torbido, il fangoso’1, ci ha indotto a ritornare sull’argomento per sfatare ancora una volta2 ipotesi poco sostenibili, se non talvolta bizzarre, emerse negli ultimi decenni.

Spiace dover constatare con quanta leggerezza alcuni studiosi, per altri versi puntigliosi e capaci e approfonditi3, assumano per vere affermazioni tutt’altro che sicure, trasformandole in tal modo in leggende “metropolitane”.

In questo intervento riprendiamo dunque l’argomento e approfondiamo l’etimologia del toponimo, rivedendo in parte quanto già in passato abbiamo affermato.

Introduzione

Il toponimo in questione, l’Anaxum di pliniana memoria, è molto conosciuto in regione, anche se, per la verità, è documentato una sola volta nella storia.4

Esso tuttavia, proprio perché citato anticamente nella descrizione della Decima Regio, assume particolare importanza e ovviamente ha stuzzicato l’interesse degli studiosi, di quelli storici in particolare, ma non solo di essi, dalla fine del secolo XV in avanti.

Da un secolo a questa parte, con il fiorire degli studi linguistici e più specificamente di quelli di toponomastica, si è tentato di fornirne una etimologia, con poco successo fino ad ora.

Cerchiamo di farlo noi, non prima però di aver dato alcuni cenni sulla individuazione del fiume/porto Anaxum, problema che si lega in qualche modo a quello dell’etimologia.

Individuazione

Diamo solo alcune sintetiche notizie sulla storia dell’individuazione di questo fiume, giacché molti storici del passato e del presente si sono intrattenuti su questo problema. Lo facciamo soprattutto perché la certezza dell’individuazione ci permette di escludere almeno una delle ipotesi etimologiche che erano state avanzate alcuni decenni or sono.

Possiamo ora affermare con convinzione che il fiume è stato correttamente indicato come lo Stella, che nasce dalle risorgive poste fra Bertiolo e Flambro e, percorrendo la pianura in direzione sud, si getta nella laguna di Marano, di fronte al porto di Lignano. Il passo pliniano era già stato in tal senso interpretato dal CANDIDO (G 1544: 15), ipotesi poi ripresa seppur dubitativamente da NISSEN (H 1883: I,196).5 Il sigillo su tale interpretazione è stato posto da ROSADA (G 1979: 232-236), che la dimostra con una analisi critica stringente. Sull’argomento è tornato anche BINI (G 1984), che, confermando l’esegesi della locuzione “flumina et portus” come composta da due plurali, ricerca il “portus Anaxum” e lo colloca a Palazzolo, nel punto “quo Varamus defluit”.

L’identificazione del fiume, che riteniamo quindi ormai una certezza, era stata preceduta dall’ipotesi, fatta dal Sabellico a cavallo fra Quattrocento e Cinquecento6, che Plinio con il nome Anaxum avesse indicato il fiume Piave. È una ipotesi che non regge a una rigorosa analisi, eppure è stata ripetuta per secoli da vari autori7, talvolta anche con spiegazioni pittoresche, ma soprattutto riportando pedissequamente - alla “ipse dixit” - le affermazioni di precedenti studiosi, come fa ad esempio CARNIELUTTI (P 1842: 26-29). Stupisce che anche recentemente tale tesi sia stata accolta pedestremente (ZAGONEL G 1998: 133), tesi peraltro già dottamente respinta da MENEGUZZI (G 1850: 24-31), che tuttavia non si schiera apertamente con una sua proposta di identificazione.

Omettiamo per pudore altre bizzarre ipotesi, salvo qualche citazione per soddisfare eventuali curiosità. Ecco dunque che il GIRARDI (G 1841: III, 61) identifica l’Anaxum con il Cormor, il BERINI (G 1826: 38) lo pensa essere il Corno di San Giorgio di Nogaro, mentre non manca chi lo fa coincidere con la Roggia Revonchio (ATLAS GEOGR 1912: 9, tav. 7).

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Un “asse” romano sulla via Annia a Muzzana
RENZO CASASOLA

Premessa

Nei primi anni ’70 del Novecento, in località Cornariola,1 Cagnaruèle nella dizione locale, a N-NW dal centro abitato di Muzzana del Turgnano, rinvenni occasionalmente sul piano di campagna una moneta romana di età imperiale.

La notai parzialmente interrata tra alcuni ciottoli, in seguito a dei lavori agricoli effettuati su un terreno di proprietà del genitore. Allora, da ragazzino, non possedendo le conoscenze necessarie per approfondirne lo studio, mi limitai a riporre la moneta in un cassetto, nell’attesa di tempi migliori per uno studio specifico e una sua corretta catalogazione. Ora, a distanza di parecchi anni e con un po’ di esperienza in più, ho finalmente a disposizione le informazioni utili per dare risposta a quell’annoso e irrisolto quesito.

Da recenti studi sulla viabilità romana nella Bassa friulana al di sotto della linea delle risorgive, è stato accertato che l’appezzamento in questione è attraversato lungo l’asse N-NW e S-SE dall’antico tracciato viario che, proveniente da Aquileia, collegava quello che fu l’abitato protostorico del fundum Mucianum, con il guado sul fiume Stella a Chiarmacis, oltre Pocenia e da qui verso il Tagliamento (PRENC, 2003).

L’antico tracciato viario è ancora visibile da un’osservazione visiva diretta, in cui i numerosi ciottoli emersi da quello che fu il piano basale della strada, contrastano nettamente con il terreno limo-argilloso contermine.

Questo antico tracciato viario, sicuramente protostorico, si ritiene fosse già attivo dal IV-III secolo a.C., dunque dall’Età del Bronzo se non in epoca antecedente. Nelle immediate vicinanze infatti, in località Stroppagallo2 (CASASOLA, 2013) e Favorita3, sono stati individuati diversi siti risalenti al mesolitico generico e al neolitico (DELLA BIANCA, 2008), con la restituzione da raccolte di superficie di numerosi reperti litici selcinei rinvenuti sul piano di campagna.

Questa antica e trafficata via - che potremmo benissimo chiamare via della selce4 - collegava la pianura padano-veneta con le prime propaggini montuose del Carso con un percorso posto a sud della linea delle risorgive e al limite delle zone paludoso-lagunari. In sostanza, questo tracciato stradale assecondava il limite della navigabilità dei numerosi fiumi di risorgiva verso l’interno, sul quale vi erano i guadi naturali.

I romani poi, ancor prima di procedere alla deduzione della città di Aquileia, nella prima metà del II secolo a.C., provvidero a migliorarne le caratteristiche secondo i propri canoni viari e successivamente a rettificarne il tracciato con la stesura della via Annia ad opera di T. Annius Luscus nel 156 o 153 a.C.. Un tracciato protostorico di antica origine dunque che, occasionalmente, restituisce ancora sul piano di superficie oggetti appartenenti ad un lontano passato, memore del lungo cammino umano su questa direttrice viaria tra est ed ovest, che favorì i traffici commerciali tra popoli e culture diverse nel corso dei secoli e dei millenni.

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Pesci volanti / Pes che a svuèlin
ADELMO DELLA BIANCA

Parecchi anni orsono, credo sia stata una mattina di una calda estate degli anni ’60 del Novecento, libero da impegni di lavoro camminavo pigramente e in silenzio costeggiando l’alveo del fiume Muzzanella: “...A stâvi cjaminànt biel biel dilunc su le sièste dale Muçanèle, dongje al punt dale Code, viars el Cormôr”, poco a valle delle ultime case del paese. Volevo fare quattro passi di buonora e sentire la fresca brezza del mattino, immerso nel verde di un ambiente naturale e, quello, lo era davvero. Allora, la Muzzanella era ancora un gran bel fiume, integro e selvaggio, non ancora canalizzato e le sue fresche acque di risorgiva scorrevano silenti e rapide sotto l’intrico della vegetazione riparia. Da appassionato pescatore, attento e curioso, di tanto in tanto ne sbirciavo l’acqua scura, in silenzio, appoggiato con il corpo ai tronchi degli ontani e dei salici. Così facendo si potevano osservare, non visti, i grossi cavedani i squâi che pinneggiavano sotto la superficie dell’acqua in attesa di qualche incauto insetto da abboccare, oppure i grossi barbi i barps, sul fondo sabbioso del fiume che, fermi con il muso contro corrente, di tanto in tanto scartavano lateralmente per ghermire qualche insetto acquatico, per riprendere subito dopo, l’originaria posizione in attesa di una nuova preda che passasse loro vicino.

A volte, solo l’acuto stridio della gallinella d’acqua (el re di gjarìule) che fuggiva infastidita sbattendo le ali e le zampe a pelo d’acqua, o il monotono cinguettio della cannaiola (le pàssare canelârie) interrompeva per un attimo quel silenzio irreale. Me ne stavo così assorto e, meravigliato, in quel lento procedere in mezzo ad una natura ancora viva, rigogliosa e primordiale, quando ebbi modo di assistere ad una curiosa ed insolita scena di pesca.

Il fatto accadde nei pressi del bosco Coda di Manin, lungo il suo confine occidentale, in cui il fiume ne lambiva il margine, insinuandosi con le sue strette anse nel profondo della selva in tal vencjarêt per poi uscirne e piegarsi a meandro sulla riva opposta, prima di riprendere il proprio corso verso la vicina laguna. In località Braide, dunque nella sua sponda destra orografica, sentii voci sommesse provenire dalla riva del fiume, poco più avanti. Questo, allora, anche sul lato che volge alla campagna era ancora completamente avvolto da alberi ripari, (pôi, onârs e vencjârs), con fitti cespugli e canneti che ne sovrastavano le anse, ombreggiando ed occultando i profondi rigiri d’acqua (i sgòrcs). Qui, le limpide veloci e silenziose acque, nel loro fluire scalzavano e mettevano a nudo l’apparato radicale degli ontani, creando in questo modo degli insoliti e intricati grovigli. Per i numerosi e grossi pesci della Muzzanella, questi erano degli ideali rifugi naturali, ma anche per i gamberi di fiume e, un tempo, pure per le lontre.

Tesi l’orecchio nel tentativo di carpirne la provenienza e di chi fossero; con gli occhi fissi e rivolti verso quella selva lussureggiante, la osservai attentamente per udirne i rumori e carpirne ogni piccolo movimento che mi rivelasse la presenza degli sconosciuti, quand’ecco che, incrociando i loro sguardi, finalmente li vidi.

Questi, erano due concittadini che ben conoscevo, esperti pescatori, i quali avendo per primi notato il mio sopraggiungere, mi intimarono il silenzio portandosi con un cenno, il dito sulle labbra. Da pescatore capii d’istinto che qualcosa di strano ed insolito legato all’attività piscatoria era in atto, per cui, con molta circospezione e sospinto dalla curiosità, nel silenzio più assoluto cercai di avvicinarmi loro. Intento com’ero in questa delicata fase di accostamento, sentii con sorpresa, un rumore secco di ramaglie e lo sciabordio dell’acqua; uno dei due infatti, sollevò veloce le braccia e, con esse, un ramo di salice che evidentemente fungeva da rudimentale canna da pesca. Nella sua parabola, notai fissato all’apice un cordino sottile ma robusto, seguito subito dopo da una massa bianca e scintillante che roteando volò in aria per atterrare con un tonfo sordo ad una decina di metri più in là, nel campo di erba medica retrostante.

Rimasi letteralmente allibito da quanto vidi e mi ci vollero alcuni secondi per afferrarne il contesto - alla fine capii - i due stavano pescando cavedani, e che cavedani…!

A questo punto del racconto, credo sia doverosa una breve considerazione su ciò che noi intendiamo per pesca oggi e ciò che la pesca rappresentava allora, negli anni ’60. Al giorno d’oggi, la pesca dilettantistica in acque dolci utilizza attrezzature all’avanguardia, con robuste e leggere canne al carbonio super sofisticate, lenze sottili, invisibili e resistenti in cui vi è poco spazio per l’improvvisazione e, spesso, l’esito per il pesce è scontato. Negli anni ’60 del Novecento la pesca era tutt’altra cosa; non la si poteva ancora definire sportiva e l’attrezzatura era di fatto spesso improvvisata, ed assemblata con ciò che l’ambiente stesso offriva.

Pescare i cavedani con un sistema così rudimentale, arcaico e grossolano, oggi sarebbe improponibile e farebbe storcere il naso ai cultori di questa nobile pratica. Allora, per catturare questo astuto pesce estremamente sospettoso e diffidente, era richiesta da parte del pescatore abilità, sensibilità e pazienza, ma anche una profonda conoscenza delle sue abitudini alimentari, delle sue tecniche di caccia e dei suoi punti deboli, altrimenti, per coloro che improvvisavano non vi era alcuna possibilità di successo nella cattura.

Ebbene, questi due pescatori, con un robusto e flessibile ramo di salice di tre metri o poco più recuperato in loco e, con uno spezzone di robusta lenza legato in punta, pescavano uno dei pesci più furbi e smaliziati delle acque dolci di casa nostra, seguitando nelle catture di grossi esemplari. Su un grossolano amo legato all’altra estremità libera della lenza, avevano innescato l’esca giusta, sorprendendo così lo smaliziato e diffidente ciprinide. Attuando la tattica dell’appostamento e celati dall’ombra dei salici e dei canneti, questi, al sopraggiungere del pesce, facevano calare in acqua silenziosamente ed in modo naturale l’amo agganciato delicatamente sul dorso di una grossa cavalletta, insetto presente sulla ripa dei fiumi, naturale ed ambita preda dei cavedani perennemente in caccia a pelo d’acqua.

L’insetto, dimenandosi freneticamente sulla superficie dell’acqua nel tentativo di recuperare la terraferma, ne attirava irresistibilmente l’attenzione, ed il pesce ignaro della trappola mortale in esso celata, da vero predatore non sapeva resistere alla tentazione e l’abboccava voracemente risalendo dal fondo del fiume verso la superficie dopo aver eseguito un paio di frenetici giri sotto l’insetto.

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Ipotesi su alcuni toponimi della Bassa friulana
GINO VATRI

Manuzza era una borgata di Cesarolo o forse una villa a sé stante, ora è una via di Cesarolo nel comune di San Mi¬chele al Tagliamento (VE). Troviamo questo toponimo nella carta di Anton von Zach, le cui operazioni di rilevamento vennero completate nel 1805.

Manuzza non figura nel documento: “Gli Statuti di Cesarolo e Mergariis” del 1353, il toponimo però è stato coniato, probabilmen¬te da scrivani normanni, attorno al 1087 assieme a Cesarolo (Ce-resarolo) e Mergariis (Mergirutis, Mar-girutis, Magirutis, Margariis).

Le varie grafie sono tutte accettabili, hanno tutte dei meriti e sono spiegabilissime, a Margirutis sembra mancare una “erre”, in realtà il termine antico inglese mage significa, propinquo, vicino, confi¬nante.

Le case di legno della vecchia Pordenone bruciarono in un gran¬de incendio del 1318, ma gli abitanti non si persero d’animo e le ricostruirono in muratura. Com’erano costruite le case di Manuzza, di Cesarolo e di Mergariis nel 1353, anno in cui vennero promulgati gli Statuti? E com’erano le case attorno al 1087 quando questi topo¬nimi furono coniati? Cesarolo-Manuzza e Mergariis erano già dei feudi della diocesi di Concordia nel 1087 e possibilmente prima, la seconda parte di Mergariis sembra indicare delle proprietà!

Le case erano sicuramente costruite di legno e di canne palustri più o meno come i casoni che troviamo ancora a Bibione, al Terzo Bacino e al Canal dei Lovi.

Dall’archivio di Massimiliano Galasso consultabile anche su Google sotto il titolo: Testimonianze: Luigi Pizzolitto classe 1910: una famiglia di Cesarolo “sfollata” al sud durante l’occupazione au¬stroungarica del 1917.

‘Io sono nato a Cesarolo, nella via della Manuzza, che quella vol¬ta era una delle zone più popolate del paese perchè c’era un grosso gruppo di case di contadini che lavoravano i campi e coltivavano le canne vicino alle rive del Tagliamento”. Queste poche righe sono molto interessanti perchè descrivono il luogo 930 anni dopo la co¬niatura dei toponimi Cesarolo e Manuzza, si parla della cultura delle canne (carex in latino e in inglese) e del loro taglio (caesura in latino ed in inglese).

Carex e Caesura, sono due termini che fanno nuova luce su Cesa¬rolo, ma che potrebbero ingarbugliare le cose ancor di più.

L’aggettivo inglese many deriva dal middle english mani o meni a sua volta dall’antico inglese man o monig, molti, numerosi, parec¬chi, diversi in italiano. Il sostantivo inglese house deriva dall’antico inglese hus, vocabolo affine in tutte le lingue germaniche, house al plurale fa houses, hus fa huses.

Many houses significa molte case, mani huses significa lo stesso, se si dovesse italianizzare in una sola parola many houses e mani huses ci ritroveremo con Manuzza dove anche il femminile di casa è rispettato! Lo stesso caso si verifica con Butassa un toponimo molto antico della zona di Cesarolo sul quale probabilmente tor¬neremo. Non è facile esaminare una stessa parola quando si passa da una lingua all’altra, o nella stessa lingua in due epoche diverse. È ancora più difficile nel caso di lingue diverse appartenenti ad epoche diverse. Ogni lingua ha parole proprie che possono venire tradotte solo con una definizione più o meno lunga.

Ci piace pensare al 1087 quale data della coniatura dei nostri to¬ponimi perchè è evidente che gli scrivani incaricati di compilare la documentazione avevano vissuto in Inghilterra l’esperienza del Domesday Book (1086) o almeno la sua preparazione iniziata qual¬che tempo prima.

L’antico inglese o anglosassone va dal 450 al 1066 circa, il mid¬dle english dal 1066 al 1450 circa, l’inglese moderno ha inizio dai tempi di Shakespeare circa.

Quando i nostri toponimi furono coniati in italiano volgare na¬turalmente, il middle english era iniziato da una ventina di anni, questo cambiamento si può già notare.

Nella nostra penisola si scriveva in italiano volgare da oltre un secolo. I primi quattro passi in italiano volgare sono: Capua, marzo 960; Sessa, marzo 963: Teano, ottobre 963 e ancora Teano, ottobre 963.

Quando i toponimi delle nostre zone sono stati coniati da termini antico inglese e middle english è stato fatto un ottimo lavoro da gente del mestiere, di grande cultura e conoscenza delle lingue, il “casino” è venuto subito dopo quando questi toponimi sono stati latinizzati più che tradotti senza conoscere il significato originale ormai irrimediabilmente perduto!

Per il compianto amico alpino Nelso Tracanelli, Cesarolo era il cesso di Latisana... per l’amico Giuliano Bini il termine cesso indi¬cava un punto di approdo, un accesso al fiume.

Cesso non è precisamente sinonimo di porto, che dovrebbe esse¬re una struttura attrezzata, ma è un luogo servito da una strada, dove un’imbarcazione, anche un tre alberi, può attraccare per svolgere operazioni di carico e scarico.

Lungo lo Stella troviamo altri cessi...

Da “I porti nella storia: dal Livenza all’Isonzo” a cura di Enrico Fantin, pagina 215.

Se pensiamo che Manuzza sia stata un grosso gruppo di case co¬struite con le canne anche nel 1087 o prima, il nostro lavoro sarebbe finito, ma non è così...

Man è un termine antico inglese, significa: malvagio, cattivo, tri¬ste, maligno, peccaminoso, immorale, depravato e infestato. Hus, abbiamo già visto, è una parola antico inglese che significa casa. Manhus è un termine inglese antico che in italiano, senza tanti giri di parole si può tradurre con bordello e «casino».

Il toponimo Manuzza sta ad indicare un grosso gruppo di case o semplicemente un bordello.

Manuzza continua ad esistere a Cesarolo come via Manuzza, sia¬mo sicuri che gli abitanti di quelle parti sapranno trovare per la loro via un significato più nobile.

Ancora due parole sulla seconda parte di Manuzza. Uzzicar è un toponimo inglese della contea di Cumberland, la prima parte del quale deriva da hus, house (casa in italiano).

Margaret Gelling, 2000, pag. 265.

Per Dolinza, un paese fantasma tra Latisana e Gorgo, abbiamo almeno cinque grafie ma una sola spiegazione. Per Latisana ci sono di¬verse grafie e tre possibili significati, è così anche per il toponimo Precenicco. Cesarolo di possibili significati ne ha almeno sei e tutti plausibili...

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Le prediche di don Osvaldo Miani
parroco di Meduna di Livenza
MAURO FASAN

Qui giace/la cara salma/di/d. Osvaldo Miani/sacerdote esemplare/questa parrocchia/con solerte zelo/per 36 anni/resse e guidò/la sorella ed i nipoti/questo ricordo/p./1845-1922.

Questa è l’inscrizione sulla marmorea lapide, conservata nella facciata sud della chiesa di Meduna di Livenza, di uno tra i più “vivaci” sacerdoti che la ressero.

Don Giovanni Osvaldo Miani, meglio conosciuto come Osvaldo Miani, nacque a Dignano l’11 luglio 18451 e fu parroco di Meduna dal 1886 al 1922, anno della morte.

La pietra sepolcrale che lo ricorda non è nella posizione originale, provenendo dal cimitero comunale. Tuttavia, e non si sa per qual ragione, si trova in quello che fino al 18852 era il cimitero della parrocchia S. Giovanni Battista di Meduna: un grazioso giardino a ridosso della parrocchiale.

Questo ricordo cela alcuni tratti del vero rapporto che il sacerdote ebbe coi parrocchiani, che non si può definire idilliaco.

Don Miani dimostrò il suo “caratterino” fin dall’inizio. Entrò in parrocchia i primi di febbraio del 1886 e non prese alloggio nella canonica, ma nell’edificio del cappellano, in quanto a suo dire essa versava in condizioni deplorevoli e quindi non adatta a ospitarlo. Il 27 maggio 1886 il Comune di Meduna di Livenza stanziò 400 lire per la ristrutturazione della casa canonica.

Il parroco, a lavori ultimati, sostenne immediatamente che la Curia non avrebbe coperto alcuna spesa, poiché le opere eseguite non rispettavano i dovuti canoni.

Il sindaco Alessandro Alberghetti allora fece notare all’arcivescovo di Udine (diocesi cui era soggetta Meduna) che l’amministrazione comunale si era sforzata notevolmente per racimolare i soldi, essendo i redditi comunali molto ridotti e le iniziative private insufficienti. Egli invitò inoltre Vostra Eminenza a mandare una persona di fiducia a Meduna per constatare la correttezza dei lavori.

Non è chiaro dove fosse ubicata la canonica, infatti lo stabile che oggi ospita la casa del parroco, allora era di proprietà della famiglia Prosdocimo e la parrocchia possedeva terreni e case nell’attuale piazza Umberto I, a ridosso della chiesa, indicativamente dove attualmente sorge il monumento ai caduti3.

Nel 1886, pochi mesi dopo i lavori di rispristino della canonica, il sindaco Alberghetti scrisse al vescovo per informarlo di aver acquistato una casa per ricavarne una nuova, senza specificare dove. Le ridotte dimensioni della parrocchia medunese, che neppure comprendeva la piazza del paese fermandosi al sagrato della chiesa, spingono a pensare che il Comune comprò l’edificio dei Prosdocimo i quali, curiosamente, agli inizi del Novecento risultano proprietari dei terreni parrocchiali in piazza4. Peraltro il parroco Miani, nel compilare le anagrafi del 1911, indicò la sua abitazione a Meduna, al civico 4. Questo fuga ogni dubbio, confermando che almeno nell’ultimo periodo il parroco abitò negli edifici che oggi affacciano in via Vittorio Emanuele e ospitano il centro parrocchiale.

L’edificio era di grandi dimensioni tanto che, nel 1925, il parroco don Carlo Della Mea, successore di Miani, vi ricavò in via provvisoria l’asilo infantile, tenendo per sé un angolo dello stesso stabile5.

Ma tornando al Miani, che nel frattempo si era sistemato in parrocchia, si nota come fin dall’inizio non si fece amare dai parrocchiani.

Per prima cosa soppresse la processione del venerdì Santo, senza alcun motivo apparente e contro la volontà degli stessi fedeli. Ma ciò che fece esasperare la pazienza dei medunesi fu la predica durante una messa domenicale del 1899. Sindaco di Meduna era Antonio Saccomani il quale, il 20 febbraio di quell’anno, scrisse all’alto prelato udinese per spiegare che quello che più importa è che nella spiegazione del vangelo, ed applicazione della relativa moralità, [il parroco] eccede i limiti del suo compito, dando agli uditori la qualifica di ignoranti, insensati imbecilli, vigliacchi, barabbe, abissini, e pieni di debiti, provocando così nel pubblico raccolto nel sacro tempio, qualche rumore…Parlando sul costume femminile, si permise perfino di dire al sesso femminile “andate da quella bestia destinata per la monta taurina”6.

Il sindaco decise di intervenire perché, quale Capo dell’Amministrazione Comunale ed Ufficiale del Governo, devo compiere tutti gli atti che mi sono affidati dalle leggi, tra i quali d’invigilare a tuttociò che possa interessare l’ordine pubblico.

Peraltro il primo cittadino disse che inizialmente aveva soprasseduto, sperando che la questione si risolvesse da sola, ma poi, sentito anche il prefetto di Treviso, decise di intervenire scrivendo alla Curia.

La diocesi decise di mandare don Marco Belli7 a sanare la vertenza. Il 14 marzo 1899 don Belli inviò una lettera a Udine, per informare di essere stato di persona a Meduna e aver constatato che i malumori fra parroco e sindaco erano definitivamente finiti. Tra l’altro il Saccomani era suo amico e, a suo dire, fu un piacere riappacificare le parti.

Nell’unica lettera che il parroco scrisse ai superiori (14 marzo 1899) si legge che questi non aveva alcun problema con la comunità di Meduna e, tanto meno, col primo cittadino, che specificò essere suo parrocchiano. Proseguì affermando che non c’era alcun malo animo nelle sue parole e forse il tutto fu mal interpretato ed enfatizzato.

A detta del Miani: unico mio credo fu e sarà dalla mia voce ed atti il combattere il vizio, l’errore, il libertinaggio e promuovere la credenza religiosa, il buon costume, l’osservanza della legge ecclesiastica e civile ed il decoro de privati e de pubblico. Come in passato ho professato così in futuro professerò sempre la debita venerazione dell’Autorità locale.

Intervenne allora l’arcivescovo Pietro Zamburlini che, con una lettera del 17 marzo 1899 diretta al sindaco, ratificò la questione definitivamente chiusa, ringraziando don Belli per il puntuale intervento.

Passarono pochi mesi e nella scrivania dell’arcivescovo arrivò un’altra lettera del sindaco di Meduna. Era il giorno di ferragosto del 1899 e Saccomani scrisse che per le strade di Meduna circolavano cani randagi ed era persino abbandonato del bestiame, soprattutto suini, che vagava per le vie pubbliche. Gli animali entravano persino in quello che rimaneva del cimitero in centro paese e questo non solo lede la memoria dei defunti, ma è anche contro il Regolamento di Polizia Urbana.

Non si capisce quanto questo c’entri con le dispute fra parroco e amministrazione comunale, tuttavia il sindaco approfittò per esporre quello che era il vero problema, ossia l’ennesima predica colorita del Miani. Questa volta il curato se la prese solo con le donne, affermando che le ragazze di questo paese vengono vendute come merce da quattro braccia un franco. Il sindaco difese prontamente i suoi paesani dicendo che nulla posso deplorare sul costume di questi abitanti fatto il confronto con le generalità. Non è dato sapere come finì la questione, ma il vivace prete diede filo da torcere anche al successore di Antonio Saccomani: Luigi Piva8.

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Gerardo, fondatore dell’Ordine di Malta
GIANNI STRASIOTTO

Amalfitani, francesi e astigiani, si contendono la paternità del fondatore di quello che sarebbe diventato il più popolare degli Ordini Cavallereschi, quello di Malta: Gerardo.

Gerardo, nato per i francesi da famiglia provenzale, per gli italiani da una potente famiglia patrizia di Amalfi, per gli astigiani da una nobile casata di Monferrato, si recò a Gerusalemme per dare assistenza ai pellegrini e, sotto il califfato d’Egitto, la sua opera di misericordia non trovò difficoltà, ma nel 1071 Gerusalemme venne sottratta all’Egitto per passare sotto i Turchi selgiuchidi. I pellegrini cristiani erano attaccati in continuazione. Sotto il regno del califfo Hakim ben 30 mila chiese furono distrutte, compresa quella del Santo Sepolcro di Gerusalemme.

Gerardo, uomo di straordinarie capacità organizzative, costruì una chiesa e una casa per i pellegrini, curando i malati e dando sostegno agli indigenti. Intensificò l’assistenza creando strutture di appoggio in Italia e nel sud della Francia. Tra il 1048 e il 1070, Mauro, ricco mercante amalfitano dimorante a Costantinopoli, aveva fatto costruire a proprie spese un ospedale nelle vicinanze del Santo Sepolcro, in seguito ampliato, affidandolo a monaci amalfitani e Gerardo poteva essere uno di loro. L’ostilità dei Turchi verso i cristiani provocò la prima crociata del 1099. I crociati ricevettero informazioni e viveri dal nostro Gerardo e dai suoi monaci, tutti già addestrati all’uso della spada. Questa è l’idea del “monaco guerriero”, che fece altrove fortuna, ufficializzata da Goffredo di Buglione (1), comandante della prima crociata, e dal patriarca gerosolimitano Dagoberto da Pisa (2), con l’istituzione del primo ordine monaco-cavalleresco della storia, intitolato a “San Giovanni di Gerusalemme”.

Il 15 febbraio 1113 il papa Pasquale II (3) pose l’Ospedale di Gerusalemme sotto la protezione della Santa Sede. La bolla di approvazione e conferma dell’Ordine di San Giovanni definisce Gerardo istitutore dello Xenodochio (struttura di appoggio, adibita a ospizio gratuito per i pellegrini) annesso all’ospedale amalfitano e operante nell’ambito dello stesso. Gerardo ottenne aiuti dai regnanti di vari Paesi europei, da principi e vescovi, e i Cavalieri di San Giovanni proliferarono, ampliando beni e possedimenti, anche grazie all’aiuto di papa Callisto II (4).

Mettiamo ora a confronto le tre tesi sulla patria del beato Gerardo.

Per i francesi: il loro beato Gerardo Tengue o beato Gerardo di Gerusalemme (1040 ca.-1120), e un cavaliere di nobile origine, nato a Martigues in Provenza. Coraggioso e colto, benemerito per i molti servigi nella prima crociata, a Gerusalemme si dedicò all’assistenza di pellegrini e curò gli ammalati. L’onomastico Gerardus era molto diffuso in Francia nel Medioevo, per cui il fondatore dell’Ordine doveva provenire necessariamente da quella nazione e, inoltre i primi quattro gran maestri dell’Ordine, dopo Gerardo, furono sicuramente francesi. Molte donazioni attribuite all’Ordine, quando Gerardo era ancora vivente, furono elargite da nobili ed ecclesiastici francesi, per manifestare il loro incondizionato appoggio a un loro connazionale.

Per gli amalfitani: si tratta del beato Gerardo Sasso (ca. 1040-1120), nato nel piccolo borgo di Scala, nel territorio della Repubblica marinara di Amalfi. L’ospedale di Gerusalemme, di cui Gerardo era priore, fu fondato dall’amalfitano Mauro, per cui il successore poteva necessariamente essere unicamente un suo connazionale. La fondazione degli ospedali, retti al tempo da monaci benedettini, era una prerogativa degli amalfitani e i loro monaci, presenti anche in altri monasteri, praticavano l’esercizio delle armi. La croce ottagona, simbolo dell’Ordine gerosolimitano, era già presente sui tarì, le monete della gloriosa repubblica marinara di Amalfi, intorno al 1080, quindi prima della nascita dell’Ordine. Le otto punte rappresenterebbero le Otto Beatitudini Teologali secondo San Matteo, ma anche la Rosa dei sedici venti ideata, secondo i più, dagli amalfitani. La Rosa dei Venti era nota fin dall’antichità, prima a quattro e poi a otto punte, ma comparve nella forma che conosciamo all’inizio del Medioevo, dopo l’introduzione della bussola, e secondo i più furono i navigatori amalfitani a coniugare la bussola con la rosa dei venti, i nomi poi sono amalfitani.

Il beato Gerardo era priore dell’ospedale nel periodo antecedente alla prima crociata, quando i milites francesi non erano ancora in azione in Terrasanta e il nome Gerardus era in uso presso i Normanni, in quel tempo dominatori dell’Italia meridionale, in rapporti continui con la Repubblica di Amalfi. Gerardo si sarebbe distinto fornendo ai Crociati cibo e informazioni, gettando anche dalle mura della città pane ai Cristiani che la assediavano. Gerardo possedeva grandi capacità organizzative, gestì l’organizzazione della casa per i pellegrini annessa all’ospedale, occupandosi della cura dei malati, degli indigenti e della loro assistenza spirituale: fu definito “Il Signore degli infermi”. I regnanti di Gerusalemme, del Portogallo, Principi e Vescovi aiutarono Gerardo a istituire le prime sedi dei Cavalieri di Malta in Italia e nella Francia del Sud.

La base della prima regola scritta dell’Ordine di San Giovanni di Malta, emanata tra il 1145 e il 1153, sarebbe stata scritta sull’esempio e le indicazioni del popolare beato.

Per gli astigiani: vale la teoria propugnata dallo storico e letterato Gian Francesco Galeani Napione (Torino 1748-1830), conte di Cocconato, che identifica il primo Gran Maestro dell’Ordine degli Ospitalieri con Gerardo da Tonco (o Gerard de Tunc), feudatario di Monferrato, partito con la prima crociata e fondatore in Terrasanta di un ospizio per i pellegrini. Gerardo, figlio cadetto della famiglia dei signori di Tonco che prese il nome dal toponimo del paese, seguendo gli ideali cavallereschi partì verso il 1074 per la Terrasanta a combattere per il S. Sepolcro. Successivamente gli fu affidata la foresteria del monastero benedettino di Santa Maria Latina di Gerusalemme, in pratica l’hospitale, in cui venivano accolti i tanti pellegrini in visita ai luoghi santi. Fondò la Confraternita di S. Giovanni, trasformata, due decenni dopo la sua morte, nell’Ordine monastico cavalleresco.

Secondo un’altra versione, entrò nella comunità dei pellegrini di Gerusalemme, retta dagli amalfitani di cui in seguito divenne reggente. Nell’anno 1115 con bolla papale fu nominato maestro del Sacro Ordine di Cavalieri di San Giovanni Battista Gerosolimitano. La partenza di Gerardo rientrerebbe poi nel quadro della partecipazione di tante famiglie feudali monferrine alle Crociate.

Sempre lo storico Galeani Napione sostiene con alcune argomentazioni che Gerardo doveva essere italiano e che il secondo e il terzo Gran Maestro dell’Ordine, Raimondo de Puy o di Podio e Augurio di Balten (Balbo) erano piemontesi.

Dopo la lettura di tutto quanto è stato possibile trovare sulle tre tesi contrapposte, e senza la pretesa di mettere la parola fine alle dispute, a mio modo di vedere le tesi degli amalfitani sembrano più documentate e convincenti.

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1915 - 1918 tristi, ma gloriosi, ricordi di un fante
FRANCESCA PILLON

Non ho avuto la fortuna di conoscere il nonno Bepi e forse per questo ho custodito gelosamente negli anni l’unica sua testimonianza scritta, lasciata negli ultimi anni di vita, che racconta un episodio delle tremende battaglie combattute sul Carso dall’esercito italiano durante la Prima Guerra Mondiale.

Il nonno Ros Giuseppe Fortunato nacque a Brugnera il 5 ottobre 1895, fu arruolato nel 26° reggimento fanteria e ignaro di ciò a cui andava incontro, mandato al fronte. Questa dolorosa esperienza segnerà indelebilmente la sua esistenza e minerà la sua salute fisica.

Egli lavorò tutta la vita come falegname e negli anni ’60, con i figli Pietro e Luigino avviò una torneria del legno, piccola tessera di un ampio mosaico di sviluppo economico dell’area liventina.

Il nonno morì a Brugnera, Cavaliere di Vittorio Veneto il 20 settembre 1971, senza però aver ricevuto il tanto desiderato ‘onore al merito’ che gli era stato promesso dal suo comandante per l’atto eroico che lo vide protagonista.

La testimonianza che segue è stata trascritta fedelmente, senza correzioni.

Il 25 febbraio 1916, in località Santa Maria di Tolmino, fui sortegiato assieme ai due soldati Rossi Nello, toscano e De Batisti, che non ricordo il nome, ma era di Brescia per far saltare i retticolati nemici mediante i tubi di gelatina.

Avevo appena vent’anni e ci mandarono verso la morte. Sono passati 52 anni da quel terribile giorno ma sempre mi ricordo e più di miei ricordi è questo quando il Tenente Capellano al comando del battaglione prima di partire verso la morte ci fece inginochiare, recitando l’atto di dolore, ci a benedetto e con le lacrime agli ochi ci a salutati, come avrei piacere di avere una risposta da lui.

Il tenente di Gennaro, un volontario Genovese, che al comando del Battaglione, doveva marciare in testa alla squadra piccolo posto della nostra vedetta. Con la pistola in mano gridava “ Avanti o vi sparro”.

Ma una bomba a mano, lanciata dal nemico lo feriva gravemente e fu trasportato all’ ospitale da campo di Lombai.

Io rimasi solo e con la bracia di un zigaro toscano a pochi passi dal nemico cominciai accendere la miccia dei tre tubi di gelatina quando vidi le miccie a fumare cercai di scappare ma feci pochissimi passi una forte esplosione e spostamento d’aria fui lanciato in un sottostante burrone sotto la neve, tra la linea nostra e la sua rimanendo per piu ore tra la vita e la morte, finalmente arrivata la notte, i portaferiti sono venuti a prendermi con la barella credendomi morto.

Mi portarono al Comando di Battaglione, interrogato dal tenente Collonnello Pizorni, Cavagliere Signor Ettore sul’esito avuto.

Tutto racontai e lui mi rispose, ti coprirò di Medaglie. Mi mandarono al’Ospedale avendomi preso , stando sepolto sulla neve per più ore, un forte cattaro bronchiale e pochi giorni dopo rientrato in compagnia trovai il tenente Collonnello morto.

E così la mia ricompensa al valor militare e andata perduta.

O Italia, Italia benché vechio e stanco mi sento fiero e orgoglioso di aver fatto il mio dovere, ma in verità mi dispiace perché solo mi e rimasto i margini della strada, per misurarmi i passi tardi e lenti.

Ros Fortunato
Via del Mas (33070) Brugnera - Udine

Francesca Pillon - Brugnera (PN)

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In ricordo di Mario Giovanni Battista Altan
ENRICO FANTIN

Il 4 ottobre 2014 ricorre il decimo anniversario della morte del nostro compianto primo presidente e fondatore de “la bassa” Mario Giovanni Battista Altan.

Egli nacque a Latisana il 31 agosto 1930. Dopo gli studi classici al Liceo Marconi di Portogruaro, a diciannove anni conobbe la via dell’emigrazione. Sbarcato in Brasile vi rimase alcuni anni, fino al 1953, per poi ritornare a Latisana a svolgere l’attività di commerciante nel negozio di pelletteria e calzature di famiglia.

Qui Altan trova il tempo di dedicarsi a molteplici attività culturali, come a fare il corrispondente per “Il Messaggero Veneto” (dal ’64 al ’70), a fondare la Pro Loco latisanese nel 1965.

È stato consigliere della Filologica Friulana per tanti anni, nonché deputato emerito dell’Accademia di Scienze, Lettere e Arti di Udine, membro dell’Accademia dei Lincei, deputato emerito della Deputazione di Storia Patria per il Friuli.

Nel 1968 si sposa con l’avianese Anna Maria Cipolat ed è proprio ad Aviano che si stabilisce dopo il matrimonio. Dalla moglie ha avuto due figli, Carlo e Francesca.

Nominato assessore comunale alla cultura di Aviano e presidente dell’Ospedale, è stato uno dei principali promotori del CRO di Aviano.

Nel 1978, dopo il congresso della Filologica a Latisana, è uno dei fondatori della nostra associazione “la bassa” e diventa primo presidente dal 1981 al 1991.

Direttore responsabile della rivista e socio onorario a vita de “la bassa”, assieme ad altri illustri personaggi come monsignor Pietro Nonis, il maestro Nelso Tracanelli e padre David Maria Turoldo.

È autore di molti saggi e di molti libri sulla storia locale del Friuli con particolare riferimento al territorio di Aviano e di Latisana. Nel numero “la bassa/50”, giugno 2005, è stata pubblicata una bibliografia delle sue opere a cura del giornalista Davide Lorigliola.

Uno studioso che ha saputo valorizzare la storia e le ricchezze locali, continuando a stupire e a incantare le platee con i suoi racconti di nobili giurisdicenti veneziani, di cavalieri e con le storie di umili contadini che sognavano all’ombra di un pioppo, la tanta decantata democrazia e libertà.

Mario Giovanni Battista Altan è spirato il 4 ottobre 2004, presso l’ospedale Santa Maria degli Angeli di Pordenone.

Con Altan, uomo di garbo eccezionale, per cordialità e disponibilità, antesignano della cultura locale, se ne è andato un altro dei più grandi studiosi latisanesi: un uomo di cultura che ha saputo lasciare dei valori.

In questo numero della rivista ci viene data l’occasione di pubblicare un suo saggio inedito, scritto nel 1983, “Appunti su Lignano - epoca contemporanea”, (Regno d’Italia e periodo fascista).

Questa opportunità viene quasi ad hoc in quanto la Filologica Friulana in circostanza del suo Congresso annuale del 28 settembre 2014 ha pubblicato il numero unico “Lignan”.

Così Titta Altan sarà ancora presente con noi in una importante occasione regalandoci un inedito di storia locale.

Enrico Fantin

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Appunti su Lignano
Epoca contemporanea (regno d’Italia e periodo fascista)
MARIO GIOVANNI BATTISTA ALTAN

Le truppe italiane comandate dal generale e Enrico Cialdini, varcarono il Tagliamento arrivando sin a Cormons, dove fu firmato l’armistizio, che, con l’umiliante tramite dell’impero f’rancese di Napoleone III, rendeva il Veneto e la maggiore parte del Friuli (escluso quello da Cervignano in su e tutto il Goriziano), all’unità italiana.

Nel corso della guerra del 1866, per altro, si era lamentata, oltreché la scarsa fortuna delle armi italiane, anche la mancanza di organizzazione logistica nel territorio.

Il generale dell’esercito Italiano,Viale Bortoli, lamentava di non avere avuto adeguati rifornimenti che potenziassero le truppe con viveri e munizioni, e dato che egli era il responsabile dell’azione nella parte costiera, di supporto militare al Cialdini, imputava la cosa al fatto di non avere potuto trarre partito, con natanti adatti, dall’esistente rete di canali navigabili presso la costa adriatica, da Caorle (da Venezia si può dire), sin a Grado per Bevazzana e Lignano.

Stese il rapporto poi, avanzando la possibilità di pianificazione militare per questi collegamenti per i canali, paralleli alla strada detta allora “regia”; quella, per intenderci, denominata oggi statale 14.

Questo suo suggerimento alle autorità militari italiane era sostenuto da un eguale rapporto, favorevole sia l’utilizzo delle canalizzazioni navigabili, come per la razionale ristrutturazione del porto di Lignano, quest’ultimo scritto dal capitano dell’esercito imperiale francese, capitano Imbert 1.

Ma é tempo che entriamo nel passo più interessante di questa nostra ricerca, più vicino, riteniamo, alla sensibilità del lettore e turista moderno che é curioso di capire come possa essere nato il fenomeno di Lignano.

La Lignano gloriosa dei “cento fatidici giorni dell’estate”, assurta a simbolo di sole e di mare per turisti di mezza Europa e di tutto il mondo.

Chi fu la gente che l’ha fatta, quali gli spericolati imprenditori che credettero, per primi a questo spazio di sabbia tra la foce del fiume e laguna, tra l’orlo della spiaggia d’oro sospesa sull’azzurro Adriatico e la verde, sconfinata pianura alle spalle.

Questo è Friuli, ma i cervelli, le braccia, le intelligenze che fecero di questa “Pineda” infestata da zanzare, volpi ed anatre selvatiche, un angolo di sofisticatissimo Paradiso, vennero da ogni parte del Paese.

Gli inizi, anche quando fan parte di quel periodo che finisce di essere cronaca per diventare storia, son sempre difficili da stabilire per un resocontista corretto. Pur tuttavia, da qualche parte bisogna pur cominciare.

Il territorio di Lignano fece parte, da quando esiste la storia scritta in senso altomedioevale, del contesto ecclesiastico politico-amministrativo della Pieve-Portus Latisanae.

“Terram, portum, castrum Portus-Latisanae usque ad mare…”, così recitano le antiche pergamene degli atti tra l’“Università” del porto di Latisana ed i conti di Gorizia fin dal XIII-XIV sec.

Ma i primi appassionati tentativi di utilizzare Lignano e la sua spiaggia quale sede di uno stabilimento per i bagni di mare, pare provengano da Marano.

Il sindaco di quella cittadina lagunare, dott. Rinaldo Olivotto, farmacista esplicò una serie di iniziative pubbliche, mediante gli organi stampa dell’epoca (1886, 1887, 1888), per lanciare la prospettiva di un azionariato che dotasse di mezzi finanziari una società per promuovere in Lignano un’inziativa turistica2.

Per contro, un’altra fonte assai attendibile ci spiega che i primi ad avere tale idea, furono tre veneziani: Bregant, Poletti, e Vighy (1905).

E’ chiato che questa possibilità di utilizzazione turistica della spiaggia lignanese muoveva dagli esempi della prossima Grado austriaca, dalla spiaggia di Rimini, quella di Livorno, e, assai più celebre allora, da quella del Lido di Venezia3.

L’idea, prima di Olivotto, poi dei veneziani, suscitò accanite polemiche ed accaniti consensi.

Si deve dire, per correttezza, che il primo impatto, per concertare consensi nell’ambiente latisanese in particolare e friulano (si dice Udine) in generale, non fu incoraggiante, ma le idee camminano.

Certo che allora ci voleva una bella fantasia ad immaginare in quel territorio di missione la splendida metropoli di oggi.

Nella sua visita pastorale ordinata dal mons. Berengo, arcivescovo di Udine, ad un delegato della curia, dal resoconto si legge: “Tutto è indecente nella chiesa filiale della Maternità di B. V. di Bevazzana” ove il visitatore annota: “pulizia nessuna…”.

Della chiesa filiale della Purità di Maria Santissima e San Zaccaria di Pineda é ancora più spartano: “Non sembra che una stalla”.

Nella prima si celebrava i giorni festivi, nella seconda, tutte le settimane in uno o l’altro dei giorni feriali.

Questo non secoli fa, ma il 23 settembre 1890.

Comunque l’idea di Lignano, quale stazione balneare, prendeva piede e pare che fosse sempre iniziativa maranese, la costituzione di una società concretatasi nel 1903, per la costruzione di uno stabilimento in legno da erigersi sulla spiaggia.

Parrebbe curioso che tanto interesse suscitasse Lignano a Marano, e non per contro a Latisana.

Bisogna rifarsi anche alla situazione del tempo. Lignano era più comodamente raggiungibile per via mare-laguna che per via di terra. L’antica vetusta strada fangosa e tortuosa che, da foce del Tagliamento, lungo il fiume, si inerpicava verso Latisana non era certo raccomandabile, sia come tracciato, come per il contesto paludoso nel quale passava, pieno di buche, insetti ed acquitrini.

Forse, per giustizia, a scoprire Lignano furono i “touristes” della, allora, imperial regia Grado tanto “liberty” in quel fine secolo, una Lignano, ovviamente, raggiunta per barca attraverso canali e lagune.

Come ogni città che si rispetti quindi, la Lignano Sabbiadoro, moderna ha la sua brava data di nascita, e cioé 1’11 aprile 1903.

In quel giorno fu piantato il primo palo sulla sabbia per la costruzione dello “Stabilimento dei bagni di Lignano”.

Il progetto, nel più puro stile floreale4, se si fa fede al disegno del 1907, era dell’ing. Vendrasco di Venezia, e l’impresa costruttrice, pure della città serenissima, era la ditta di un certo Toffano, detto “Palazzon”.

La cerimonia di questa prima pietra “lignea” si tenne con tutti i crismi dell’ufficialità con la partecipazione di autorità civili e religiose ed ebbe ampia, anche se interessata, eco nella stampa del tempo.

Per la cronaca diremo che anche la localizzazione sulla quale erigere questo edificio anfibio fu fonte di contrasti.

La componente maranese la voleva dove attualmente (pardon, non più), era; quella latisanese la desiderava pressappoco dov’é oggi quella di Lignano Pineta.

Ovviamente gli uni la desideravano più vicina a Marano, gli altri, più verso Latisana5.

Lo stabilimento venne ultimato il 19 giugno 1904,”…unico locale di fronte al deserto …”.

Ma il mare era oramai di moda, moda mascherata da pretesti sanitari di cura, il che era anche qualche volta vero6.

Nel 1905 fu completato l’ albergo Marin, frutto della preveggenza e decisione del maranese Angelo Marin, vero e proprio precursore delle fortune di questa Lignano “ante litteram”.

La costruzione di questo primo albergo, presentò non pochi problemi, dal punto di vista tecnico e logistico.

I materiali di qualunque genere, comprese 1e condotte di pietra d’Istria, per gli elementi decorativi (provenienti dall’isola di Brioni, dov’erano le cave), dovevano essere trasportate con natanti attraverso la Laguna.

All’albergo Marin seguirono gli Zanier con l’albergo Friuli, i Battellon con il Vittoria, Chiarottini con il Pineta.

Ma Lignano doveva essere fonte di polemiche e scontro di interessi per un’altra ragione.

Era chiaro che vi era una necessità di collegamenti per portare i turisti italiani e stranieri a quella spiaggia.

Quindi, abbandonata, in questa prima fase, ogni velleità di potere usare la impossibile antica strada da Latisana lungo il Tagliamento, si organizzò un servizio di vaporetti dalla costa, attraverso la laguna.

Dopo sopralluoghi e calcoli, due erano i punti dai quali agevolmente raggiungere Lignano: Marano e Precenicco.

La spuntò Precenicco, tra il contrasto, ovviamente di Marano che si vedeva defraudato di un’iniziativa che, sotto certi aspetti, almeno moralmente gli apparteneva.

Infatti il 24 luglio 1905, partendo dalla piazza del Molo di Precenicco, un vaporino stracolmo di gitanti entusiasti, intrepidamente solcava le azzurre onde della laguna alla volta di Lignano.

Ma questa prima giornata così significativa per i destini del luogo ameno in riva all’Adriatico, non finì in maniera altrettanto entusiastica. Il vaporino nel suo viaggio di ritorno al porticciolo di Precenicco, vuoi per la novità del tracciato, vuoi per la imperizia dei preposti, la navigazione, fini in secca attorno alle foci dello Stella, ed i gitanti dovettero attendere nel natante fin al mattino, per potere toccare terraferma.

Anche questo naufragio lagunare a metà, diede la stura a polemiche circa presunte, dolose, responsabilità7.

L’iniziativa lignanese suscitò anche l’interesse delle autorità religiose.

Nell’agosto dello stesso anno 1905, il presule udinese mons. Berengo, visitò Lignano, benedicendo lo stabilimento dei bagni e l’albergo Marin8. Ma la “Società dei bagni di Lignano” di matrice maranese, nella quale per altro vi era una robusta componente di capitale latisanese, doveva avere una sorte finanziaria diversa.

Il 7 settembre 1907, fu in Latisana la “Società popolare dei bagni di Lignano”, con un capitale azionario di 100.000 £ diviso in 5.000 azioni da 20 £ l’una.

Codificata definitivamente a Udine, il l° dicembre 1908, coll’emissione ufficiale delle azioni, praticamente avocò a sé l’iniziativa dello stabilimento bagni di Lignano, pur con l’apertura del capitale da sottoscrive a chicchessia9.

Non fu certamente un’operazione indolore se si pensa ai sentimenti dei maranesi a questo proposito, ma “l’argent fait la guerre… ”.

Dichiarata parrocchia nel 1908, Pertegada, il nuovo parroco Antonio Costa da Imola ebbe la pertinenza delle cappelle filiali di Bevazzana e di S. Zaccaria della Pineda10.

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