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copertina numero 61 la bassa

la bassa 61, anno XXXII, n. 61, dicembre 2010

Estratti di articoli e saggi nella nostra rivista “la bassa/61”

In copertina
Particolare della “CARTA / FORI IVLII ACCURATA DESCRIPTIO
dal “Theatrum Orbis Terrarum” di Abram Oertel, Anversa 1573.

La ferita, fra Gradisca e Cormôns. Olio su tela, cm 100x120, 2007/2008. Quadro dell’artista Isabella Deganis, raffigurante il ferimento di Luigi Da Porto (vedi articolo di Anita Salvador).

Sommario


Lucina (Giulietta) abitava qui?
Il personaggio della celebre tragedia di Shakespeare
ANITA SALVADOR

Nel 1511 si innamorò della quindicenne Lucina Savorgnan Luigi Da Porto, suo cugino di quarto grado, ma lei, pur ricambiando il suo amore, per arginare certe vicissitudini familiari e per sanare certi dissapori, dovette sacrificare i suoi sentimenti e fu costretta a sposare il cugino di Luigi, Francesco Savorgnan. Luigi Da Porto, qualche anno dopo scrisse la novella “Giulietta e Romeo”, per rendere immortale il loro impossibile amore.

Lucina fa parte della grande famiglia dei Savorgnan che furono per lungo tempo gli unici membri feudali del Parlamento Friulano, ma per testimoniare la presenza di Lucina ad Ariis, dobbiamo risalire al 1412, quando Tristano Savorgnan, bisnonno di Lucina, giurò fedeltà al dominio veneto, impegnando se stesso, i suoi eredi, (Urbano n. 1397-1465, Pagano n. 1409-1476, Ettore n. 1428-1463, Giacomo Giusto Ghibellino n. 1428-1464) i successori, le terre, i castelli di sua proprietà e la stessa giurisdizione con i sudditi.

Durante l’avanzata dell’esercito ungherese, che nel corso del 1413 “fece cadere” famiglie nobili e castelli friulani, l’opposizione agli imperiali si concentrò proprio ad Ariis e la resistenza di Tristano Savorgnan, durata quaranta giorni, fu ampiamente ricordata come la circostanza decisiva che spinse l’imperatore Sigismondo a concordare una tregua con Venezia. Il 17 aprile 1413 venne firmata la trattativa di pace che durò cinque anni.

Le vicende militari determinanti per la caduta dello Stato patriarchino sono legate ad Ariis, che rimane il territorio più importante in questa fase storica per le postazioni militari dei Savorgnan; in quanto essendo circondato dalle paludi è inattaccabile e in posizione ottimale per far arrivare i soccorsi e i rinforzi da Venezia.

Venezia difendeva la presenza dei Savorgnan, infatti, si erano perpetrate violenze nei confronti di alcuni uomini di Tristano, quali il cappellano, il massaro e alcuni coloni della villa di Ariis, che presi in ostaggio furono portati a Udine. L’attacco venne perpetrato da alcuni facinorosi della confinante comunità di Rivignano.

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Sconosciuti abitanti della Bassa agli inizi del XIV secolo
ROBERTO TIRELLI

Nel 1319 la Bassa friulana è una realtà vivace quanto lo è ai nostri giorni, nonostante le difficoltà che si hanno oggi per trovare documenti di quel periodo atti a farci capire, parecchie generazioni dopo, come si viveva e quali erano costumi e mentalità della gente d’allora.

Nel 1319, sotto Pagano della Torre, Patriarca di Aquileia, il 24 aprile si ritrova in Marano, già sede di podesteria, un gruppo di persone di vari paesi della Bassa con l’intento di contestare a quelli di Mortegliano lo spingersi molto al di là dei confini del loro Paludo, in aperto conflitto con gli uomini di Porpetto e Muzzana.

Non ci soffermiamo sul fatto in sé, che, del resto, ha avuto sufficiente letteratura, ma su un aspetto che appare interessante per conoscere alcuni personaggi non noti della Bassa di quegli anni, chiamati a testimoniare come “neutrali” fra i contendenti sui diritti di fienagione e di taglio degli alberi.

Infatti costoro presentano un ritratto quanto mai suggestivo di coloro che vivevano in Carlino, Marano, Pocenia e Palazzolo dello Stella. I maranesi, essendo il processo in corso nella cittadina portuale sono i più numerosi. Odorlicus dictus rubeus, sarebbe Odorlico detto “il rosso” per il colore dei suoi capelli. Il Friuli di ieri, infatti, aveva una alta percentuale di tipi caratterizzati da pelle molto chiara, occhi chiari e capigliatura rossiccia, probabilmente derivante dalle origini etniche nordiche o celtiche. Oggi tale percentuale è drasticamente ridotta e predomina decisamente il tipo bruno-mediterraneo.

A parte questo particolare Odorlicus è uno che conosce a menadito la realtà di terraferma alle spalle di Marano i corsi d’acqua e le confinazioni, il che fa pensare che non sia un pescatore di laguna, ma piuttosto un viaggiatore o un mercante che si muova sul territorio, forse a vendere proprio il prodotto della pesca. La ragione per cui ha una approfondita conoscenza delle pertinenze di ciascun paese è data dal fatto che egli è costretto a pagare i dazi di passaggio per strade, ponti, guadi, punti consolidati dalla tradizione sui quali raramente ci si può sbagliare.

Sempre di Marano è Malmartinus, nome curioso composto da mal e Martinus che potrebbe essere benissimo un soprannome per distinguere il “malus” Martinus dal “bonus” Martinus e da tutti gli altri Martini che si trovano nella cittadella lagunare, essendo uno dei nomi più diffusi nel Medioevo tanto più che proprio la chiesa locale ha come titolare il santo e caritatevole soldato poi vescovo di Tours.

Malus Martinus, “trist” per friulano, s’è conquistato questo soprannome per non essere certo un tipo pacifico e ciò in tempi in cui era normale farsi la guerra fra persone, clan e paesi soprattutto per difendere i diritti di pesca in laguna e i diritti di far legna e strame nella zona umida costiera. Questi anni non sono un tempo propizio per coloro che vogliono essere buoni e convivere in pace. Ogni cosa richiede una dose di violenza per mantenerla o conquistarla.

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San Zors, San Roc’ e la pinsa (poesie)
LUIGI CICUTTIN

Par rivâ a Tisanòta
Da la Mèrica, quànt chi dal trèno
Si viôt la tor di chei da la pìnsa
I di i a la me cristiàna in portoghès:
“I’ sin Rivas”
I, a’ di di no capî Il Furlàn
(Quant ch’ai comùda.)
Pecjât, Il Fùrlan é una lènga tànt biela.
Ma se impuàrtia,
Il miò pinsièr al và
A San Roc e a la sàgra la pìnsa.
Una fèta di angùria par nuàtris fru
E una par me màri.
Par Guàrino me pari
Una birùta rifresciàda
Tal glás di un vagàn.
Po’ il patasciùn da la banda
La famòsa bànda di San Zors
Ch’a scaturìva li’ gialìnis
e sveèva i pursìs tai cjôs
E fèva danâ i ciâns
Quant ch’a scuminsèva a pivetâ;
Jù pa la ràmpa da la ròsta di Tisanòta,
Il dî da la prusi ion dal Càrmini.
E di nòt i fòucs
Se maravèa i fòucs
Fusètis, tònfis e Il “ooh” dal pòpu
Cul nâs insù.
Po si torneva a’ passâ Il Tilimènt
cula bàrcia di Cassan.
Dèis fràncs al costèva Il traghèt.
Deis fràncs di chei cul re mostacìna.
Discòls cu li’ scarpis, intôr dal cuel
Pa’ no sporciàlis.
Ciô!!! No si podèva zi cui sòcui
Ala fièsta da la Pìnsa.

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Appunti di storia della chiesetta di Crosere (1961-2011)
ENRICO FANTIN

Prima di entrare nel merito della costruzione della chiesetta di Crosere, che si appresta a festeggiare il suo primo cinquantesimo, è opportuno ricordare anche un po’ di storia della Chiesa madre di Santa Maria Maddalena di Latisanotta. Sembra sempre più difficile scrivere di storia in quanto o per la carenza di documenti o per altre varie situazioni vengono a mancare le basi su cui fare affidamento per narrare le vicende dei tempi passati.

Quindi, anche per non disperdere le poche tracce rimaste, è utile riportare ogni piccolo documento, ogni minima registrazione, ogni tassello di testimonianza. La Villa di Latisanotta, adagiata lungo il corso del Tagliamento, attraverso i suoi villici aveva edificato un oratorio accanto alle sponde del fiume.

Il periodo di costruzione non è dato sapere, possiamo solo ipotizzare che alla metà del Cinquecento esisteva già, come si evince da alcune note ricavate da un “Libro conti della chiesa di S. Maria Maddalena di Latisanotta”.

Anche il sito preciso del tempietto non è stato localizzato, possiamo presumere che si trovasse nei paraggi di un ramo del Tagliamento, (a destra del fiume) come d’altro canto si trovavano altre chiese di altre ville: Madrisio di Varmo, San Paolo, San Maurutto, tutte poi distrutte da imponenti esondazioni del fiume nei vari anni.

A onor del vero e come riportato in seguito nei due particolari di mappa del XVI sec. e Napoleonica, la chiesa si trova ubicata alla sinistra del Tagliamento. Ma, come ben noto, il fiume ha cambiato diverse volte il suo percorso spostan dosi sempre più a sinistra, distruggendo e ingoiando tutto quanto si trova davanti alla furia delle sue torbide acque.

Un esempio ben chiaro: la distruzione dell’intera borgata del passo a Latisana, nel 1800, dove il fiume guadagnò oltre un centinaio di metri a sinistra. Un’altra ipotesi si può evincere consultando la Carta geomorfologia, redatta dal latisanese, prof. Alessandro Fontana, dove viene indicato che l’antico alveo del Tagliamento scorresse a destra dell’attuale di ben cinquecento metri. Quindi non è azzardata l’ipotesi che l’antico oratorio di Latisanotta si trovasse allora alla destra del fiume.

Si può dedurre l’anno di abbattimento della chiesa-oratorio a causa dell’alluvione, ma non con assoluta certezza, attraverso la lettura della visita pastorale del vescovo di Caorle Vincenzo Milani, deputato dal patriarca Federico Cornaro, nel luglio 1642, dove attesta che “… il cemeterio è rotto…”. A supporto possiamo accostare l’alluvione del 1640 che distrusse il villaggio di Rosa, posto alla sinistra del fiume.

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Frofeàn miò biel - Nuovi paesaggi della Bassa
GIANFRANCO ELLERO

Noi vediamo il paesaggio e l’occhio ci abitua a un’immagine, che non rivela, se non con molto ritardo, i cambiamenti invisibili.

“A sono ancjemò cjaradôrs?” domanda il protagonista di “Prime di sere” dopo trent’anni di prigione: “la plere dal Quarnan” era pur sempre là dove si aspettava di trovarla, sopra le dolci colline di Tricesimo, ma non vedeva più “cjaradôrs”!

È avvenuta la stessa cosa anche a Fraforeano. Il paese, se si escludono le nuove case costruite a nord (sul Lastri) e a sud (dopo i Settecamini, lungo la Boschete, abbattuta dai tedeschi nel 1944), è ancora quello, sostanzialmente, delle mappe catastali napoleoniche, ma nelle grandi stalle (i Stalôns) non ci sono più vacche; l’essiccatoio (il Secatòi) è diventato l’Albergo “Alle Mondine”; non ci sono più donne a lavare i panni sulla roggia (trasformata in marciapiede dal Bando al cimitero); nella farie non si sentono i colpi del maglio sull’incudine; vuota è la canonica…

Qualche rara ma sostanziale modifica c’era stata anche in precedenza, per la verità. Il Risarùt, fra il Belvedere e la Grinta, era andato distrutto nei giorni di Caporetto. Dopo la prima guerra mondiale era stato scavato il canale della bonifica (la Bunifiche) e poco prima della seconda un grande incendio aveva incenerito la tettoia sul Lastri, là dal Mulìn. Passata la guerra, fu smantellata la grande tettoia che occupava metà della piazza. Modifiche rare, accettate con calma dall’occhio e dalla mente, che non alteravano l’assetto urbanistico, architettonico e, in particolare, sociale, perché rientravano in un quadro che pareva nel complesso immutabile.

Il centro del paese, dunque, nel suo aspetto estetico è ancora come io lo ricordo, ma non rivela all’occhio il cambiamento più importante e decisivo: il frazionamento e il trasferimento del diritto di proprietà della terra, che determinava la struttura economica e sociale del paese, avvenuto a partire dal 1975.

Sì, Frofeàn miò biel, oggi sei più bello e sano di un tempo: l’asfalto, posato nel 1961, ha eliminato il polverone sollevato dai camion e dalle corriere sulla provinciale; non ci sono più gli enormi letamai accanto alle stalle vuote… ma chêi di Frofeàn, quelli che io conoscevo mi guardano dagli ovali di porcellana.

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Ebrei e banchi di pegno nelle giurisdizioni di Ariis e Belgrado e nella Bassa Friulana
BENVENUTO CASTELLARIN

Cenno su Belgrado castello e giurisdizione

Belgrado, un tempo importante castello, è ora una piccola frazione del Comune di Varmo. Dopo essere stato feudo dei conti di Gorizia, investiti dai patriarchi di Aquileia, nel 1468 passò in proprietà della contessa Caterina di Cilly e nel 1488 fu da questa donato al conte Matteo Spandonino.

Fu poi del duca Federico di Sassonia, al quale nel 1499, l’imperatore Massimiliano I d’Asburgo, confermò i privilegi del contado di Belgrado. Dal duca di Sassonia fu tenuto fino al 1506, indi passò a Costantino Cominato principe di Macedonia. Durante la guerra intercorsa tra Massimiliano e Venezia, fu nell’aprile del 1508 assediato dai veneziani e il 13 aprile dello stesso anno, i belgradesi furono costretti ad arrendersi. Belgrado fu a lungo oggetto di contese tra l’Impero e Venezia rimanendo infine in mano di quest’ultima.

Con ducale 25 agosto 1515, la contea con il castello di Belgrado fu concessa definitivamente dalla Repubblica di Venezia, al nobile friulano Gerolamo Savorgnan Del Monte, per i servigi resi nella difesa di Osoppo contro le truppe austriache.

> Alla Contea di Belgrado erano soggette le ville di S. Paolo, Mussons, S. Pietro, Rivis, Villacaccia, Nespoledo, S. Maria di Sclaunicco, Bertiolo, Flambro, Lestizza, Bicinicco, Sclaunicco, Talmassons, Torsa, e due parti di Teor (la terza, sempre dei Savorgnan era sottoposta alla contea di Ariis).

>Gerolamo Savorgnan ottenne l’investitura della giurisdizione di Belgrado, assieme a quella di Osoppo e Castelnuovo, con il titolo di conte, la possibilità di giudicare in processi di prima e seconda istanza civile e criminale maggiore e minore, “salvo l’alto dominio al Prencipe Serenissimo, e la superiorità dell’eccelso Consiglio di Dieci: Havendo mero et misto imperio, cum gladii potestate et sine appellatione nel castello et contado nostro di Belgrado”, e di imporre dazi e altri privilegi (a). I Savorgnan furono titolati della giurisdizione di Belgrado dal 1515 al 1806, salvo una bre- ve interruzione durante la prima occupazione francese, tra il 1797 e il 1798.

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Un amuleto a testa di cinghiale, un insolito anello con iscrizione e altri reperti romani dalla Bassa Friulana
LORENZO CIGAINA

Il territorio della Bassa Friulana è capillarmente antropizzato: i centri urbani sono in continua crescita con la costruzione di nuove case alle periferie; l’agricoltura meccanizzata ha regolarizzato le campagne su ampie estensioni per ottimizzare lo sfruttamento agricolo; la viabilità principale e di raccordo ha tracciato una rete di comunicazioni che innerva il territorio. Se si eccettuano i pochi boschi planiziali e le limitate aree golenali dei fiumi, i segni dell’uomo moderno appaiono evidenti nel paesaggio ovunque si ci si volga con lo sguardo.

È pertanto grande la sorpresa che si ha quando, sostando dai ritmi accelerati della vita contemporanea e osservando più attentamente il terreno, ci si accorge che conviviamo con le tracce materiali del nostro passato. Si scopre allora che la Bassa Friulana si trovava tra le città romane di Iulia Concordia (l’odierna Concordia Sagittaria) e Aquileia, che era attraversata dalla via consolare Annia fin dal II sec. a.C. e che sul suo territorio sorgevano decine e decine di villae dove i coloni romani si dedicavano all’agricoltura e all’allevamento.

Tanto più aumenta il nostro stupore allorché camminando per i campi ci si imbatte in qualche oggetto antico che ci racconta la vita degli antichi coloni romani e, in qualche caso fortunato come quelli che qui si presenta, ci mette in contatto diretto col mondo delle loro credenze, paure e superstizioni o ci riporta attraverso le iscrizioni latine la loro stessa voce che ci riferisce nomi di persone vissute all’epoca e indicazioni sulle loro attività economiche.

Il primo oggetto è un piccolo bronzo figurato, con un’estremità conformata a testa di cinghiale.

Esso presenta un certo interesse non solo – come si vedrà – per il significato simbolico-religioso, ma anche per la tipologia non comune. La mancanza di un catalogo degli oggetti in bronzo di Aquileia rende assai utile il presente contributo, come avvio e incentivo a futuri ampliamenti e approfondimenti in questo ambito.

Il pezzo è stato rinvenuto nel corso di una ricognizione dello scrivente nella primavera del 2006, in un campo subito a nord dell’autostrada A4, nel Comune di Pocenia, presso il bosco Stroppagallo.

L’area era in precedenza occupata da un pioppeto, che l’anno precedente era stato tagliato. Le arature profonde, effettuate in seguito allo scopo di svellere le radici rimaste nel terreno, hanno fatto affiorare diverso materiale archeologico di età romana, tra cui anche l’oggetto in esame. La concentrazione di materiale edile (frammenti di laterizi e di tegole) è indice della presenza di una villa rustica.

Il sito è abbastanza vicino alla via Annia, che corre solo 2,3 km più a sud, con un tracciato pressappoco corrispondente all’attuale SS 14. La via Postumia, proveniente da Codroipo (Ad Quadruvium) e diretta anch’essa ad Aquileia, correva circa 8 km più a nord.

L’agevole collegamento con la viabilità maggiore e con i circuiti commerciali della regione deve aver garantito un certo benessere al sito in questione.

La villa è situata solo 600 m a sud del sito Pocenia. Tale vicinanza eccessiva contravviene ai principi di una regolare distribuzione spaziale degli insediamenti e sembra controproducente ai fini di un equilibrato sfruttamento agricolo-pastorale del territorio. Fra i due siti deve pertanto ipotizzarsi una relazione di interdipendenza: erano verosimilmente proprietà di un’unica famiglia.

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Le bonifiche in Veneto e Friuli Venezia Giulia fra ’800 e ’900
(sesta e ultima parte)
ANDREA PEDRON

CIRCONDARIO IDRAULICO DI UDINE

Bonifica delle Biancure 2° Recinto

Di 860 ettari in Comune di Latisana; il risanamento si esegue a scolo naturale con esclusione delle acque d’alta marea mediante canalizzazione interna e chiaviche regolabili. Il comprensorio19 è stato diviso in 3 zone:

1ª Zona - E’ limitata dalla laguna di Marano, dalla bocca di Porto Lignano, dalla strada di Mezza Sacca. I lavori di questa zona iniziarono nel 1914, furono sospesi per la guerra e poi ripresero nel luglio 1919. I lavori eseguiti riguardano:

  1. il rialzo e il rafforzamento degli argini;
  2. la costruzione di un canale collettore principale di 3.750 metri;
  3. la costruzione di due canali collettori secondari della lunghezza complessiva di 600 metri;
  4. la costruzione di una chiavica avente la soglia alla quota di 8 metri;
  5. la costruzione di due ponti in cemento armato della lunghezza di 5 m. ciascuno e di un ponticello di 2 m.

2ª Zona - E’ limitata dalla laguna di Marano, dalla strada che dalla Casa del Castaldo porta alla Casa Bovaria, dalla strada Comunale detta della Pineda e dalla Valle detta Ara della Chiesa. In questa zona sono state ultimate le arginature verso la laguna di Marano e i canali interni: per completare la sistemazione occorre solamente costruire la chiavica per lo smaltimento delle acque. Trattandosi di terreni posti ad una quota pressochè uguale al medio mare, si è ritenuto necessario aggregarli al 3° recinto delle Biancure (Valle Lovato) per il quale sono in corso di esecuzione i lavori per la bonifica a scolo meccanico a cura dell’apposito Consorzio che ne ha ottenuto la concessione.

3ª Zona - E’ limitata dalla strada detta della Pineda, dalla strada di Mezza Sacca e dal fiume Tagliamento. In questa zona i lavori furono iniziati nel 1923 e ultimati nell’aprile del 1924 e riguardarono:

  1. la costruzione dell’argine di fronte al Tagliamento per una capacità di 1.380 ml;
  2. lo scavo, parallelamente a tale argine, di un collettore secondario trasversale avente larghezza variabile da 1 a 2 metri e quota di fondo di 9 metri;
  3. lo scavo del collettore principale attraversante la bonifica e scolante le acque nel Tagliamento;
  4. la costruzione di una chiavica con soglia a quota 8.25, munite di paratoie a funzionamento automatico per il deflusso delle acque di bonifica nel Tagliamento;
  5. la costruzione di una strada che attraversa il comprensorio della bonifica nella sua maggiore lunghezza e che, deviando dalla strada comunale presso Casa Meotto, con un percorso di 7 km conduce alla stazione balneare di Porto Lignano.

Per il completamento20 della bonifica della 3ª Zona sono in corso di esecuzione i seguenti lavori:

  1. prosecuzione del collettore principale fino all’incontro con quello della prima zona. Tale collettore è diviso in tre tronchi dei quali il primo, verso la prima zona, ha quote di fondo da 9.74 a 9.97, il secondo, intermedio, corre orizzontalmente con fondo a quota 9.97, il terzo, verso il collettore che defluisce nel Tagliamento, con fondo da quota 9.97 a 9.75;
  2. scavo di un collettore secondario trasversale.

La spesa prevista per tali opere di completamento è di 282.000 lire. Complessi- vamente l’ammontare della spesa dei lavori eseguiti al 1° luglio 1925 è di 2.515.328 lire. Prima dell’esecuzione dei lavori di bonifica, solo un decimo circa di tutto il ter- ritorio della Pineda Milanese veniva utilizzato dal punto di vista agricolo, mentre oggi le colture si estendono sempre più, con manifesto risveglio dei proprietari inte- ressati che hanno visto aumentare le loro misere rendite.

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Vita e opere di Trino Bottani (1785-1823)
PAOLO FRANCESCO GUSSO

Quando ero bambino, ascoltavo rapito i racconti di gioventù delle vecchie zie Luigia (classe 1886) e Vittoria (classe 1888), che spesso ricordavano i loro giochi nella soffitta della nostra casa e quel grande baule di legno, contenente libri, documenti, lettere di Trino Bottani e oggetto della loro curiosità. Durante la prima guerra mondiale, dopo la disfatta di Caporetto e l’occupazione di Caorle da parte degli austriaci, anche i miei erano andati profughi a Potenza fino ai primi mesi del 1919.

Al loro ritorno avevano trovato la casa vuota: naturalmente, anche il baule era sparito con tutto il suo prezioso contenuto cartaceo, probabilmente utilizzato da qualche soldato austriaco per riscaldarsi nell’inverno!

Negli anni, mi sono spesso chiesto come mai l’“archivio” di Trino Bottani si trovasse proprio nella casa dei miei avi e solo recentemente ho avuto la risposta grazie ai registri parrocchiali, dai quali è risultato che la sorella di Trino, Bernardina Bottani in Negroni, era la bisnonna materna di mio nonno e delle zie Luigia e Vittoria. Dopo la morte prematura del fratello, Bernardina aveva amorevolmente riposto tutti i ricordi e le carte di Trino in quel baule, conservandoli nella soffitta della sua abitazione dove erano rimasti per quasi cent’anni.

Questa breve biografia di Trino Bottani vuole essere un omaggio-ricordo per un mio lontano avo che, con la sua opera ha contribuito a farci meglio conoscere la storia della nostra Città.


Trino Giovanni Bottani nacque a Caorle il 22 maggio 1785, da Francesco Bottani e Bernardina Tonegazzo, terzogenito di nove figli; il suo atto di nascita, oltre al nome riporta il titolo di “Vitalizio”, cioè appartenente a vita al Maggior Consiglio di Caorle.

Il padre Francesco, vedovo nel 1798, sposò in seconde nozze Antonia Brun di Cordovado, dalla quale ebbe due figlie: Bernardina Giusta e Aloisia Teresa.

Nei registri della Cattedrale di Santo Stefano il cognome Bottani compare dal 1725 (con l’atto di nascita di Francesca Bottani, zia di Francesco) al 1807, con la nascita dell’ultima figlia di Francesco, Aloisia Teresa. Si tratta quindi di una breve presenza a Caorle rispetto ad altre famiglie secolarmente radicate e tutt’ora presenti (Gusso, Marin, Marchesan, Gallo, Rossi, Biancon, ecc.), anche se i Bottani sono stati molto importanti nella Caorle di fine ’700 - inizio ’800. Infatti, Francesco Bottani, padre di Trino, ricoprì importanti cariche pubbliche sia con la Repubblica di Venezia che con i governi austriaco e francese, e fu sindaco di Caorle nel 1809. Era molto benestante essendo proprietario di 21 edifici (2 case di abitazione di cui una con bottega, 13 case in affitto, 6 magazzini e 1 stalla), e terreni da lui bonificati e trasformati in orti, frutteti e vigneti. Francesco Bottani acquistò anche l’oratorio di San Marco, un piccolo edificio sacro affacciato al fondo dell’ospedale (attuale Campo S. Marco) e demolito nel corso del 1800.

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Una procura notarile nel 1746 a Teôr
MAURO BULIGATTO

Sempre nell’ambito della consultazione del minutario del notaio Angelo Francesco Moratto1 abbiamo scelto di porre in evidenza una “carta” stilata verso la metà del XVIII secolo: un conferimento scritto di procura, per lo svolgimento di un determinato incarico in territorio veneto2. Esulando dalle funzioni del notaio e da quelle dei testimoni presenti per rito, i soggetti coinvolti in questa vicenda sono alcuni componenti di un clan Buligatto, appartenenti alla villa imperiale di Driolassa. Per la sopraggiunta morte di un loro membro si pone la necessità di vendere una proprietà censita nella sede dei Nobili Signori Provveditori di Comun della Magnifica città di Udene. Un immobile gravato da livelli contrattuali nonché assoggettato a diversi passaggi di proprietà: in un arco temporale che si snoda dal 1714 al 18343. Dalle righe sottostanti traspaiono pure informazioni su di un ceppo famigliare che, fino a questo momento, sembrava storicamente ed unicamente circoscritto alla Bassa Friulana.

L’apertura del documento si presenta con una forma invocativa frequentissima, secondo canoni diplomatici ben codificati {In Cristi N[omine Domini] Amen. L’anno della Sua Santissima Natività 1746 ind(izione) 9a Giorno di Sabato 7 Mag(gio) fatto in Teor in Ufficio di me Prot(onotaro)...}. A causa della morte di un certo Pietro Buligato, la vedova Valentina e la figlia Anna, entrambe provenienti da Driolassa, si recarono nella vicina Teôr {Dona Valentina moglie ved[ova] in p[raeteriti] notti del q(uondam) Pietro Buligato, nec non don’Anna figlia di detti singoli tutte e due della Villa di Driolassa qui presenti e da me Nodaro...}. Tutto ciò per incaricare il pubblico ufficiale ivi esercitante, di redigere una procura atta alla vendita di un immobile con pertinenze in Udine {...la casa detta la casa alta posta nel borgo di Villalta della Città di Udene con corti a, e muro contiguo ove presentemen(te) è una staletta d’Animal suino, la qua[le] è attaccata ad’altra di rag(ione) del Pio Ospidale di d(etta) Città. Il quantum patrimoniale, sul quale ci fu un conferimento di procura a vendere, era l’esito di una precedente transazione, avvenuta fra i fratelli Pietro, il defunto citato nel nostro atto, e il fratello Giovanni {...e contenuta nelle divisioni 4 sett(embre) 1717 seguite frà il sudetto q(uondam) Pietro e Zuane fra(telli)...}. La scelta di recarsi a Teôr, per le due donne, non si confinava a un mero fatto di breve distanza fra l’innanzi citato luogo e Driolassa ma, verosimilmente, la decisio ne fu intrapresa per dare il necessario valore e peso giuridico-legale all’atto. Le convenute invero, residenti in giurisdizione imperiale, giunsero a Teôr abbisognando di un pubblico funzionario veneto: questo perché l’oggetto da porsi in vendita, parimenti ricadeva in ambito territoriale della Repubblica Serenissima. Il procuratore ivi nominato fu Pietro Buligatto, figlio ultimogenito di Valentina nonché fratello di Anna {...ordinato, et solennem(ente) constituito come fanno, creano et solennem(ente) constituiscono in loro nome, certo, legittimo et indubitato Procuratore Nuncio, e Comisso m(agister) Pietro q(uondam) altro Pietro Buligatto sudetto, di detti figlia figlio, e [frutto vespertino] di detta don(na) Valentina, e Anna, qui presente, at [suo carico] ...}. Da queste ultime righe si evidenzia anche la schietta volontà delle due donne, espressa ovviamente secondo la struttura sintattica in uso ai notai in quel tempo; in secondo luogo si comincia a scorgere la portata del provvedimento, così come si può constatare nelle due seguenti serie di locuzioni. La prima si snoda infatti così: {...accettante a poter in nome, e per nome d’esse madre sorella per qualunque raggione, et azione quonisimodo alle stesse spettante e pertinente...}. La seconda serie corrisponde quindi a: {...stipula(re) instrom(ento) con chi meglio parerà, e piacerà a detto suo Procuratore, et per il prezzo, che dal med(esimo) venirà convenuto, stabilito, et accordato, dat[...] il [...] dinaro et in somma far agio, et oprar tutto quello, e quanto far potrebeno le sudette don(n)e se al tutto personalmen(te) intervenissero...}.

L’escatocollo, o sezione conclusiva del documento, si compie tramite la promessa delle incaricanti di accettare qualsiasi risultato conseguito dal fratello Pietro. {...Promettendo le donne [stesse] d’aver per sempre ferma ratta, et gratta la [vendita sudetta] ...}. Si presti attenzione, tuttavia, alle ultime righe vergate, in quanto esse riportano contenuti maggiormente propri di una procura sine die, piuttosto di una rappresentanza legata esclusivamente alla vendita dei beni di Borgo Villalta in Udine {...fermo, rato e grato tutto ciò [...] venduto, convenuto, stabilito, fatto agito, et operato sotto general obbliga(tione) di tutti, e cadauni suoi beni ovunque posti, e situati, mob[ili], stabili, presenti, et veng[ituri]in ogni più ampla e solenne forma ...}. La scrittura notarile si completa con una serie di nominativi, parzialmente leggibili, da riferirsi ai testimoni {...Presenti il sig. Giuseppe figlio del sig. [...], et sig. Antonio [...] [...] et Zanello di questa Villa testimonij...}.

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I treni sanitari
GIANNI STRASIOTTO

Le Ferrovie dello Stato - com’è a tutti ben noto - nascono nel 1905, quando le convenzioni ventennali stipulate con le società private, non sono più rinnovate. La rete ferroviaria del Nordest si sviluppa col nuovo secolo. Si costruisce in vista di quella che sarà poi indicata come la Grande Guerra, potenziando le linee che vanno al confine: ci si prepara usando il treno per i grandi trasporti strategici e logistici e quando si arriva alle ostilità i vagoni sono presto trasformati in “tradotte” per lo spostamento di truppe. Le “tradotte” militari sono di solito formate da vagoni militari chiusi, atti al trasporto di persone e animali (“cavalli 8, uomini 40” dicevano le scritte). Ci sono treni attrezzati in modo speciale, con i vagoni blindati o armati, per la difesa contro i sabotaggi.

La Marina italiana allestisce dei treni munendoli di artiglierie, che operano a difesa dei litorali (Ravenna, Canale d’Otranto,…), mentre l’Esercito utilizza i treni armati per bombardare le postazioni nemiche nel Carso triestino.

Fin dai primi giorni del conflitto i treni-ospedale contribuirono al rapido sgombro di migliaia di feriti o ammalati. Furono circa 60 i convogli di questo tipo allestiti dalla Croce Rossa, dal Sovrano Ordine Militare di Malta (SMOM) e dalla Sanità Militare, 44 quelli che facevano la spola tra il fronte dell’Isonzo e gli ospedali territoriali (nella seconda guerra mondiale persero il loro ruolo, eccezionale però l’utilizzo durante la tragica ritirata dell’ARMIR dalla sfortunata campagna di Russia).

La protezione dei treni sanitari, e quindi dei feriti e del personale che vi opera, è garantita dalle Convenzioni di Ginevra, che consentono di tenerli vicini alle zone di combattimento, con rapidi trasferimenti di grandi quantità di feriti agli ospedali delle retrovie o anche lontani dal fronte.

L’impiego dei due primi treni-ospedale risale ancora al dopo terremoto di Messina del 1908: erano però semplicemente attrezzati, solo, per la cura di ferite leggere. Il treno ospedale partito allora da Roma era composto da 16 vetture contenenti ciascuna 16 barelle, una vettura adibita a farmacia e a sala medicazione, un vagone cucina, due vetture per il personale e due bagagliai, quello partito da Palermo aveva una composizione di poco inferiore.

Dell’uso di convogli ferroviari per lo sgombero di feriti dalla zona di combattimento si ha già notizia all’indomani delle tragiche battaglie di Solferino e San Martino del 1859.

Le carrozze allestite allo scoppio della Grande Guerra si ottennero dalle classiche carrozze di III classe (dette “mille porte”), prive di scompartimenti, era quindi sufficiente sbullonare i sedili e le portavaligie, prelevare dai depositi e montare le attrezzature già da tempo predisposte, oppure i tavoli mensa.

Il treno ospedale tipo è composto – a partire dalla locomotiva – di un bagagliaio adibito a magazzino, una carrozza per l’alloggio degli ufficiali e delle crocerossine, carrozza cucina, carrozza viveri e mensa (con piccolo ambulatorio), sette-otto carrozze da 24 barelle, una carrozza adibita a sala operatoria-infermeria e farmacia, una carrozza per gli ausiliari di sanità ed una carrozza riservata ai trasportati considerati portatori di malattia infettiva. Vi prestavano servizio sei ufficiali medici, uno-due farmacisti, un ufficiale superiore responsabile del treno, con un paio d’ufficiali subalterni, e con incarichi ben definiti, oltre a 48 fra sottufficiali, infermieri (specializzati e generici) e portantini. I feriti trasportabili erano circa 210.

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La nascita e lo sviluppo di Lignano Sabbiadoro
VALENTINO MAGNANI

La Forum, Editrice Universitaria Udinese, nel 2008, ha dato alle stampe un corposo volume “Progetti e opere. Testimonianze di 50 anni (1953-2002)” a cura di Gaetano Cola e Giorgio Dri.
Si tratta di un libro di settecentocinquanta pagine, che coinvolge una selezione di pensiero di quasi cinquecento autori, dove la cronaca diventa storia nel compendio di duemilacinquecento articoli pubblicati dalla prestigiosa rivista “Rassegna tecnica del Friuli Venezia Giulia”, dal 1953 al 2002.
Sfogliando le pagine dei 260 numeri della “Rassegna tecnica” si possono oggi trovare notizie dei fatti che hanno contribuito allo sviluppo civile della regione, ma ci si può anche rendere conto del perché di molte iniziative di grande importanza sono fallite o sono state vanificate da inerzie amministrative, ripensamenti giustificati e non, veti incrociati, carenza di finanziamenti.
In collaborazione con il dott. ing. Gaetano Cola, Direttore responsabile della Rivista “Rassegna Tecnica”, iniziando da questo numero de “la bassa”, riportiamo alcuni argomenti che sono di interesse per il nostro territorio
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La Redazione

Approfondita è stata, nei primi anni Cinquanta, la trattazione degli aspetti urbanistici che riguardavano Lignano Sabbiadoro, insediamento che doveva diventare uno dei più importanti centri balneari dell’Alto Adriatico.

Lignano era, al tempo, sotto la giurisdizione amministrativa del Comune di Latisana ma già si delineava l’esigenza di rivolgere al suo sviluppo una particolare attenzione per evitare che una incontrollata speculazione edilizia compromettesse irrimediabilmente le condizioni ambientali e, con esse, il suo avvenire turistico. L’approvazione di un Piano particolareggiato elaborato dall’architetto Marcello D’Olivo (1) doveva rivelarsi il propulsore della nuova destinazione urbanistica del territorio, originariamente destinato a insediamenti agricoli di proprietà di alcune famiglie del Friuli alle quali va riconosciuta la lungimirante iniziativa imprenditoriale nell’impiego delle loro risorse finanziarie in un progetto edilizio finalizzato a creare un centro residenziale estivo. Inevitabilmente un progetto di tale importanza per l’incidenza che esso aveva nell’assetto del territorio non poteva non essere oggetto di contrastanti pareri che creavano motivi di una accesa dialettica che coinvolgeva urbanisti, politici ed amministratori.

La Rassegna diede ospitalità al parere di un tecnico che aveva, nel decennio del dopoguerra, grande autorevolezza nel campo dei lavori pubblici e dell’urbanistica.

Nel n. 10-11 del 1954 veniva pubblicato un articolo dell’ingegnere Valentino Magnani – al tempo Direttore del Consorzio di Bonifica Ledra Tagliamento – nel quale venivano messi a fuoco alcuni aspetti de Il Piano regolatore per la sistemazione di Lignano. Dell’articolo pubblichiamo uno stralcio anche per l’interesse che rivestono i dati forniti sui primi sette anni di operatività della locale Azienda di Soggiorno, vale a dire all’alba di quello che sarebbe stato il grande avvenire del Centro balneare che aveva avuto in Valentino Magnani un convinto promotore.

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Paesi del Friuli: Maran novo o Maranut
ROBERTO TIRELLI

Non è più che un pugno di case ed è rimasta solo un toponimo storico, scomparso dalle carte geografiche di oggi, ma ben presente in quelle di ieri, perché ha rappresentato un luogo memorabile per gli avvenimenti dell’età moderna nella Bassa Friulana. Si tratta di Maran Novo, per dirla alla maranese o di Maranut alla friulana, già fortezza imperiale risalente alla metà del Cinquecento. Sembrerebbe impossibile che questo luogo oggi tanto tranquillo ai margini della laguna abbia potuto essere lo spazio per un edificio a scopo bellico con una dotazione di parecchie bocche di fuoco dirette ovviamente verso quello che è oggi un pacifico paese di pescatori, ma che, a sua volta, era una imprendibile fortezza.

La fortezza di Marano, dopo la caduta del Patriarcato di Aquileia si trova circondata da terre appartenenti all’Arciducato d’Austria e, dunque, non ha contatti diretti con il retroterra veneziano ed in caso di guerra viene chiusa ed assediata. I veneti e i maranesi, però, non si danno per vinti. Rifiutano di pagare le imposte ed i dazi agli arciducali, di notte escono a prelevare i prodotti delle campagne, occupano isole e litorali, deviano corsi d’acqua, impediscono ai dirimpettai austriaci di esercitare la loro giurisdizione.

Non si accontentano di questi dispettucci, ma anche fanno pagare agli avversari i dazi per l’accesso al porto di Lignano e a Monfalcone. E’ una guerra combattuta con le armi, ma anche con l’economia senza esclusione di colpi e senza tregue di sorta.

I soldati tedeschi che presidiano Maranutto a loro volta non se ne stanno tranquilli entro le sue mura. Anzi le loro sortite diventano un incubo per i maranesi che se li trovano sempre in agguato talora anche quando vanno a pescare, persino di notte. E’ una guerriglia continua che non cessa neppure durante i periodi di pace ufficiale fra Venezia e l’Impero.

Marano, infatti, si può prendere e perdere solo con l’astuzia, con l’inganno ordito da qualcuno che se ne stia dentro, perché, da fuori, le sue mura sono un baluardo efficace contro chi voglia assediarla, essendo, tra l’altro, protetta dalle paludi e dalla laguna ed accessibile soltanto a coloro che conoscono i passaggi fra i canali e gli acquitrini.

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Segnalazioni


Il socio Giovanni Urban, artista e scrittore, è stato recentemente insignito del premio “Merit Furlan”

Giovanni Urban è nato ad Avasinis di Trasaghis nel 1936; ha percorso il classico pellegrinaggio di molti friulani: emigrante muratore in Francia e Svizzera già all’età di 17 anni, rientra in Italia a 22 anni per il servizio militare, prima ad Aosta (S.M.Alp.) e poi a Pieve di Cadore (BL), entra con contratto privato nelle Ferrovie dello Stato. Poi, vincitore di un concorso, entra in ruolo come Assistente di Stazione. La sua carriera lo vedrà salire sino a diventare Capo Gestione Superiore, qualifica che manterrà sino alla pensione.

Il matrimonio con Paola Zearo lo porta a scoprire doti nascoste di poetica e di pittura; Paola lo incoraggia e lo sostiene su questa strada.

Nel 1996 partecipa ad un corso per imparare a disegnare icone russo-bizantine. L’insegnante Paolo Orlando di Doberdò del Lago lo incoraggia e volentieri lo segue come allievo, condividendo assieme con lui due mesi di lavoro nella realizzazione di affreschi in stile iconografico nella chiesa del Redentore di Monfalcone. L’opera comprendeva la copertura con malta e colore del frontale, delle pareti e della volta dell’intera abside della chiesa. Successivamente, Giovanni lo segue anche nella chiesa di San Giovanni in Monte di Muris di Ragogna, dedicata agli alpini naufraghi della nave Galilea. Gli antichi affreschi delle pareti laterali, completamente scomparsi, sono stati sostituiti con una serie di pannelli, servendosi di una tecnica che prevede l’utilizzo della calce del Brenta.

Nel 1999, nella chiesetta della Madonna della Neve di Avasinis, ristrutturata dal locale Gruppo ANA, Giovanni dipinge, con la tecnica dell’icona, l’intera chiesetta.

Tante altre chiesette, distrutte dal sisma del 1976, hanno visto l’ingegno di Urban. Accanto alla pittura Giovanni Urban si è distinto anche nel campo letterario.

Le sue opere trovano un primo riconoscimento a Milano quando, nell’Epifania del 1986, ottiene il secondo premio al concorso nazionale di poesia dialettale italiana “La Culla”, organizzato dal “Centro Culturale San Martino” di Veduggio e presieduto da padre David Maria Turoldo.

Da allora le sue opere sono apparse in tantissimi concorsi letterari ricevendo riconoscimenti e premi, tra questi: nel 1996, 1997, 1998, per tre anni consecutivi, il primo premio per la narrativa in lingua friulana nel concorso letterario “Le pigne” di Chiusaforte; nel 1997, il secondo premio al concorso letterario “Glemone îr vuei e doman”, di Gemona; nel 2000, il primo premio al concorso di poesia “Aspettando San Valentino”, di Udine e tanti altri.

Le sue poesie e disegni si trovano negli annuari “Strolic Furlan” della Società Filologica Friulana.

Il suo primo libro, nel 2008 “L’ingjustri e il colôr”, con ristampa 2009, edito dalla Società Filologica Friulana. Per la nostra associazione ha disegnato la copertina del libro “Le chiese lungo il Tagliamento” edito nel 2006.

Ha tenuto diverse mostre di icone da lui dipinte, ultimamente nel marzo 2010 a Gemona. Resta, però, indimenticabile la frase “Bisanzio è viva” scritta da Vittorio Sgarbi nel libro dei visitatori, durante la mostra di icone esposte nella cappella Feriale del Duomo di Gemona, dal 20 dicembre 2002 al 12 gennaio 2003.

Sabato 7 agosto 2010, nel Castello di Rive d’Arcano, gli è stato consegnato il Premio “Merit furlan”.

Al socio Giovanni Urban la bassa augura ancora tantissimi successi.

Enrico Fantin


Il socio Roberto Scloza premiato a Milano per i 50 anni nell’A.N.A.

Il nostro socio e collaboratore Roberto Scloza è stato premiato con medaglia d’argento per 50 anni di fedeltà all’A.N.A. L’onorificenza gli è stata consegnata dal presidente uscente dell’ANA di Milano, dott. Giorgio Urbinati, in occasione dell’assemblea ordinaria degli Alpini soci della Sezione di Milano che ha avuto luogo nell’aula magna dell’Istituto Nazionale dei Tumori di via Venezian, domenica 7 marzo 2010.

Roberto Scloza, nato a Latisana nel 1937, fu arruolato nel novembre 1958 alla Scuola militare alpina di Aosta; destinato sei mesi dopo al 7° Reggimento Battaglione Pieve di Cadore, di stanza a Tai, fu congedato nell’aprile 1960.

Quell’anno si iscrisse all’Associazione Nazionale Alpini in congedo, rinnovando puntualmente la “tessera” negli anni successivi, sino ad oggi. Roberto Scloza (laureatosi in Economia e Commercio alla “Cattolica”, ufficiale del corpo della polizia municipale in quiescenza) è stato confermato dall’assemblea consigliere della Sezione meneghina dell’A.N.A., per il prossimo biennio.

La bassa, nel complimentarsi con Roberto per il riconoscimento ricevuto, coglie anche l’occasione per ringraziarlo per la sua collaborazione nel rivedere, con metodo certosino, le bozze delle nostre pubblicazioni.

Enrico Fantin

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Recensioni


Il bene che resta, Pietro Spirito.
Latisana, domenica 12 settembre 2010

E’ il noto cronista Pietro Spirito il vincitore del XVII Premio Letterario “Latisana per il Nord-Est”. La cerimonia di consegna del Premio si è svolta domenica 12 settembre 2010, nella sala consiliare, alla presenza del sindaco Micaela Sette e della Giuria al completo. Riportiamo di seguito l’intervento di Gianpaolo Carbonetto: “Nelle giurie dei premi letterari dedicati alla narrativa si discute molto di trama, di stile e di qualità della scrittura. Poi, alla fine, tra quelli che superano questo primo setaccio, a far pendere la bilancia da una parte anziché dall’altra è quasi sempre il fatto che ogni buon libro è tale se e quando sa far pensare, far nascere nuove idee, spingere a imboccare strade di ragionamento ancora sconosciute, o perlomeno trascurate. Questo requisito certamente non manca alle pagine de “Il bene che resta”, scritto da Pietro Spirito e poi uscito per i tipi di Santi Quaranta, il cui editore, Ferruccio Mazzariol, aveva da poco ha deciso di concludere la sua attività lasciando in me, che da anni mi confronto per professione con la sterminata - e non sempre giustificata - produzione letteraria del nostro Paese, un acuto rimpianto. Di poco fa è la notizia che fortunatamente ha cambiato idea. E se questo Premio Latisana ha contribuito a farlo restare, la soddisfazione è doppia.

Anche la trama scelta da Pietro Spirito è, in realtà doppia e le due storie, anche se rimangono formalmente separate, finiscono per intrecciarsi. E non soltanto per la contiguità e l’alternanza dei capitoli che le riguardano, ma anche e soprattutto perché, l’osmosi di sensazioni e riflessioni che passa dal vecchio diario all’epistolario contempo raneo è continua e inevitabile.

Tutto parte da un fatto reale: la scoperta casuale da parte di Spirito, nella bottega di un rigattiere triestino, del manoscritto con il racconto di prigionie e fuga di un fascista condannato per crimini commessi con la divisa nera della Repubblica Sociale. Il diario – e questo, invece, attiene al mondo dell’invenzione letteraria – viene inviato a capitoletti da un anziano e malato professore triestino, sul cui passato grava un’ombra oscura che ha posto fine non solo alla sua carriera, a un amico letterato assieme a degli scritti che forse inizialmente vorrebbero essere soltanto di accompagnamento, ma che poi – quasi subito a dire il vero, e con accelerazione costante – cominciano a vivere di vita propria, a fungere da confessione e da impossibile espiazione insieme.

Ma se il diario di Emilio Z. Dantes è davvero esistente, altrettanto non si può dire con certezza delle vicende che vi sono narrate. In quelle pagine il triestino brigatista di Salò proclama con forza la sua innocenza dinanzi a quello che lui crede essere il tribunale di una storia che, come sempre, viene vista da diversi punti di vista, anche se in realtà alcuni dati di fatto sono incontrovertibili e sfuggono alla trita giustificazione che la storia è scritta dai vincitori.

Tra l’altro, su quel Dantes merita soffermarsi per un momento perché l’eventuale repubblichino Emilio Z. sceglie per sé un cognome che è platealmente uno pseudonimo, o per rendersi irriconoscibile, o per dare un senso anche letterario al suo racconto. La sua scelta, infatti, non può non ricordare l’Edmond Dantes, il Conte di Montecristo, di Alexandre Dumas, che dopo la fuga dal castello di If, riesce a vendicarsi di coloro che l’avevano fatto condannare. Le coincidenze tra Edmond ed Emilio Z. sono infatti molte: entrambi sono intimamente convinti di essere stati condannati ingiustamente; entrambi sono divorati dalla sete di vendetta; entrambi riescono a evadere ed entrambi hanno la possibilità di rientrare liberamente in un mondo senza sbarre perché sono scambiati per altri cadaveri e la loro vita precedente non esiste più. Ma le somiglianze finiscono qui.

Il Dantes di Dumas riesce a reinserirsi nel mondo e a consumare con pazienza e determinazione la propria vendetta; il Dantes di Spirito non sa aggirarsi in un mondo di cui non riesce più a riconoscere alcun punto di riferimento e non soltanto non ce la fa a mettere in atto la propria vendetta, ma alla fine addirittura sembra dimenticarsene, ancor più che rinunciarvi.

Le lettere del professore, invece, svelano gradualmente e con ricchezza di chiaroscuri, il tormento di una persona che, sia pure in maniera dubitante, si sente responsabile della morte della giovane amante. A differenza del brigatista, un uomo isolato al centro di un mondo che non lo vuole, il professore non è mai «solo sul cuor della terra» perché accanto a lui sono sempre presenti, in corpo, in parole o in ispirito, l’amico Virgilio, la giovane amante morta Anna, la conturbante badante rumena Angelina, il giovane nipote Albertino e l’ex moglie Teresa che riesce a separare il concetto di perdono da quello di affetto continuando a occuparsi con pietà del marito che così dolorosamente e clamorosamente l’ha tradita.

Detto per sommi capi della trama, un discorso a parte va fatto per lo stile di scrittura che, come dicevo prima, è importante, ma in maniera relativa. Pietro Spirito, che è giornalista, dimostra di essere uno che con le parole ci sa fare davvero e, infatti, in questo libro è difficile parlare di un suo stile, mentre è obbligatorio citare la capacità di abbandonare le proprie abitudini di scrittura per indossare panni e forma mentis di chi nel romanzo scrive il diario, o le missive. Ed è un’acrobazia letteraria non da poco perché entrambi gli stili, sia quello del fascista, sia quello del professore, sono innaturali, se non forzati.

Nel primo caso è quello di chi non sa; nel secondo è quello di chi, forse anche inconsciamente, vuol far sapere di sapere tanto.

Ed è proprio nel continuo paragone tra i due, nell’abissale contrasto tra i loro modi di affrontare la vita, che il romanzo trae la sua linfa e la forza di affrontare una difficile riflessione sulla natura del male e della colpa, per ridare senso a due esistenze che a un certo punto, sia pur non fisicamente, si sono fermate in maniera traumatica. Per il professore nel momento in cui l’automobile su cui viaggiano, molti anni prima, lui e la ragazza che amava, durante una violenta discussione, sbanda e finisce in un canale. Lui si salva, lei, non aiutata, affoga. Per l’altro, invece, la cesura arriva con la sconfitta del suo tetro ideale.

Ma probabilmente questa vita interrotta è l’unica cosa che davvero li unisce, mentre molte sono le differenze che li dividono e la più marcata consiste proprio nel fatto che mentre, guardando ai propri errori, l’uno vuole la vendetta che per definizione non può coincidere con la giustizia, l’altro cerca l’espiazione che della giustizia, invece, è la vera essenza.

Il primo non si sente responsabile di aver ucciso; il secondo si sente responsabile di non aver salvato. La differenza della cifra etica dei due sta soprattutto qui, anche perché se l’uno per molto tempo può illudersi di riuscire a realizzare la propria rappresaglia, l’altro sa benissimo da sempre che ben più difficile, se non addirittura impossibile, è il riscatto e il riuscire a convivere con se stessi e con gli altri portandosi addosso un senso di colpa che annichilisce perché a essere cancellata è stata una vita umana; e non una vita qualunque. È un senso di colpa che, sia pure fortunatamente in sedicesimo, tutti noi ci portiamo dentro, magari per infime sciocchezze, anche soltanto per aver fatto restare male qualcuno, in tempi anche lontani.

La differenza esistente tra i due è apparentemente quella che corre tra il peccato di opere e il peccato di omissione, o almeno quello che il professore si ostina a sperare - anche se ne dubita fortemente - sia stato tale, illudendosi che sia meno grave, ma sapendo intimamente che in realtà così non è. Ed è questa consapevolezza che lo tormenta e lo divora. Infatti quando nel Confiteor si dice «... perché ho molto peccato in pensieri, parole, opere e omissioni» sono personalmente convinto che l’ordine delle parole non sia stato messo lì a casaccio, ma che chi lo ha scritto abbia realizzato - scientemente, come in tutte le cose della Chiesa - un ordine crescente di gravità. Perché l’omissione, il restare inerti, il far finta di non vedere, è probabilmente la colpa più grave, in quanto è sicuramente un atteggiamento non istintivo, ma deliberato, perché è il trionfo dell’egoismo sul bene, della pigrizia sul dovere. Perché si possono permettere danni incommensurabili per ingannevoli desideri di tranquillità.

Nel Confiteor non si nomina, invece, la malvagità di cui è accusato Dantes, perché in quella preghiera non ha diritto di cittadinanza, visto che manca il pentimento. Ma anche in questo caso il protagonista, il repubblichino condannato per crimini di guerra, sa che in lui c’è qualcosa di profondamente sbagliato; e non soltanto perché alla fine il sogno di vendetta evapora e scompare, ma soprattutto per il racconto che fa e che troppo spesso assomiglia a un fumetto a tinte fosche, difficilmente credibile. I carcerieri, per esempio, tutti i carcerieri, appaiono simili a lui per disumanità e ferocia. Sono tanto incredibilmente spietati, tanto incredibilmente uguali tra loro in un Paese che sta per approvare l’amnistia Togliatti e che giocoforza già ha dovuto accettare di mantenere in sé molti quadri del trapassato regime, che viene il fondato dubbio che lui tenti di vedere i suoi aguzzini simili a se stesso per giustificarsi, per poter dire che il male c’è da tutte le parti. Ed è anche vero, ma in questo suo forse inconscio tentativo di trovare attenuanti si dimentica che mai la cattiveria altrui può giustificare quella propria. E il suo racconto diventa ancora più difficilmente assimilabile alla realtà anche perché si riferisce a un periodo, quello dell’immediato dopoguerra di cui, su certi aspetti, si è sempre parlato troppo poco. Forse perché i contrasti erano ancora troppo vivi, forse per non turbare il sollievo di ritrovarsi a vivere in pace dopo tanti orrori. E anche il fatto che questo racconto sia stato scritto a Trieste ha la sua importanza perché lì in quel periodo l’atmosfera è stata più ricca che altrove di enormi contrasti e contraddizioni. Perché a Trieste, con l’amministrazione alleata protrattasi fino al 1954, la guerra sembrava essere finita prima rispetto al resto dell’Italia perché prima era finita la fame, ma sembrava anche essere finita dopo, perché l’occupazione militare era ancora visibile, palpabile, talora anche cruenta.

Comunque, a entrambi è mancata la convinta coscienza che l’uomo non è necessariamente in balia del destino, ma che è il destino a essere creato dall’uomo con la sua dignità, il suo libero arbitrio, la capacità di indignarsi e di dire “no”, perché il “no” non è quel monosillabo che istintivamente viene considerato come antipatico simbolo della negazione, mentre è, invece, una parola bellissima perché caposaldo della libertà, base fondante non soltanto di ogni vera democrazia, ma anche dello stesso bene; perché permette il rifiuto di ragione e di coscienza e rende ridicoli quegli alibi che troppe volte nella storia – soprattutto in quella del secolo scorso, appunto – abbiamo sentito provenire dal banco degli accusati dove c’erano persone che si difendevano rispondendo vacuamente: «Non ho fatto altro che eseguire gli ordini».

Perché quella della fuga dalle proprie responsabilità è una vicenda che si ripete molto spesso, sia a livello individuale, sia a livello collettivo. E non vale neppure affermare che si è travolti dalla storia, perché, come dice in modo poetico un cantautore intelligente e sensibile come Francesco De Gregori, «la storia siamo noi. Attenzione. Nessuno si senta escluso». Oppure, se vogliamo andare a cercare una citazione più dotta e anche leggermente più approfondita e complessa, perché, come ha scritto Albert Camus ne “L’uomo in rivolta”, «l’uomo non è del tutto colpevole, poiché non ha cominciato la storia; né del tutto innocente, perché la continua».

Poi uno dei due protagonisti di tutto ciò non si rende mai conto, mentre per l’altro, dolorosamente, questa coscienza diventa parte integrante di una vita che già è angariata da una malattia sempre più invalidante. «Potevo salvare Anna – scrive il professore – e invece non l’ho fatto. Di proposito… La verità ha mille facce, mille sfumature, la verità è ancora lì, negli occhi di Anna, nel suo sguardo, un istante, uno solo... i nostri sguardi si sono incrociati per un istante immenso. È finita, mi diceva una voce, salva la tua vita. Ho lasciato Anna dov’era e ho seguito la mia via di fuga… O forse no, quello che ti sto raccontando è solo frutto dell’immaginazione. Forse mi accollo una responsabilità che non ho. Negli anni ho rivissuto migliaia di volte alla moviola della coscienza quei momenti. Ora chiedo un giudizio finale e la sentenza è senza dubbio: colpevole». E più avanti aggiunge: «Tutto vero. E tutto falso. L’ho uccisa io, eppure non l’ho uccisa io. È questo l’inferno? È questo stare in mezzo alla verità, se una verità esiste?».

E qui torniamo a quello che ritengo il nucleo centrale del romanzo: l’obbligo, e anche la necessità, per ogni uomo, in questa sua ricerca di verità, di non contraddire la propria natura di animale sociale. Una tendenza ineluttabile che qui viene messa in evidenza, oltre che dalla totale non compassione dell’ex ufficiale fascista, anche e soprattutto nella temporanea incapacità del professore di saper vivere con il proprio rimorso e, quindi, con se stesso. E l’unico modo per riuscire a fuggire da questa auto-prigione è quello di recuperare il rapporto con gli altri. Ma in maniera del tutto diversa da quella usata dal repubblichino. Se quello cerca la malvagità negli altri, pur di rendere meno evidente la propria, questo negli altri cerca vicinanza positiva.

«Una volta cercavo la solitudine, oggi invece mi spaventa», dice. E la cosa tanto lo terrorizza da ricorrere a espedienti di vario tipo pur di evitarla.

Lo fa puntando sui sentimenti: «Ti sono ancora grato – scrive al suo collega – per il rispetto di quelle zone franche che ogni vera amicizia conserva, territori liminari dove è meglio non entrare». Ma lo fa anche badando agli interessi quando, al fine di conquistarsi un sia pur superficiale affetto della bandante Angelina, le permette di effettuare piccoli furti; anzi la induce a farli.

Entrambi, poi, mettono il dito nella piaga di quell’incomunicabilità etica che può instaurarsi tra uomini costretti a convivere nel medesimo territorio, fisico ma anche culturale; a stare insieme sulla stessa Terra, intesa nel senso di pianeta: un’incomunicabilità che è stata la disgrazia capace di causare terribili disastri nella storia e con la quale non possiamo sottrarci dal fare i conti anche oggi, visto che continuiamo a creare bizantini arzigogoli e artificiose e infinite divisioni tra gli uomini – vicini o lontani che siano – pur di tentar di mantenere contemporaneamente intatti i nostri privilegi e la nostra coscienza. Ambrose Bierce scrisse causticamente nel suo Il dizionario del diavolo: «Confine. s.m. In geografia politica, linea immaginaria fra due nazioni, che separa i diritti immaginari dell’una dai diritti immaginari dell’altra». E, alla fine, ci si accorge che queste divisioni, queste parcellizzazioni sembrano in grado di concludersi soltanto quando uno resta solo con se stesso. Se poi riesce davvero a sopportarsi. Da tutto questo – e nel romanzo lo vediamo chiaramente – esce il nostro continuo, inesauribile confrontarsi con il male e con la sua ineluttabilità, e, quindi, anche con il bene e con la sua necessità. Entrambi vengono indagati con disperazione soltanto apparente perché, sullo sfondo di un pessimismo cosmico, c’è sempre la convinzione che alla fine il bene rimanga sempre lì ad aspettare noi, o almeno chi ci seguirà e riuscirà a fare avanzare, magari soltanto di pochissimo, il mondo sulla strada di un progresso vero.

Sono tante le frasi apparentemente senza speranze scritte dal professore. Ne ricordo soprattutto due: «E cos’è la nostra vita se non un continuo spostarsi di cella, attraversando terre e mari?». E anche: «Sto facendo l’inventario del passato e del presente, non essendoci futuro». Ma sono frasi rivolte soprattutto a se stesso perché, proprio in quanto si sente responsabile di aver cancellato un’esistenza, egli ha ben presente che il bene che resta sullo sfondo, per tutti, è la vita; ovviamente non come impossibile proprietà personale, ma come realtà e speranza per l’umanità intera.

“Il bene che resta” è un libro pieno di domande alle quali Pietro Spirito non dà risposte, visto che non dice né come si conclude la storia del fascista che torna, da paria, a Salò e comincia a pensare, stupito, alle drammatiche diseguaglianze sociali, né qual è l’esito dell’operazione chirurgica che attende il professore. Però ci regala molti elementi per darci da soli una risposta. Ognuno la propria. E anche per questo dobbiamo ringraziarlo”.

Gianpaolo Carbonetto



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