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copertina numero 75 la bassa

la bassa/75

anno XXXIX, n. 75, dicembre 2017

Estratti di
articoli e saggi
della nostra rivista

In copertina:

Particolare della CARTA / FORI IVLII
ACCURATA DESCRIPTIO
dal “Theatrum Orbis Terarum” di Abram Oertel.
Anversa 1573.

Muzzana del Turgnano, 8 ottobre 1922.
Apoteosi degli Ignoti Fanti del Mare.

Sommario


Editoriale

Roberto Tirelli

Un anno dopo l’altro, fra momenti buoni ed altri meno buoni (come l’attuale), “la bassa” è giunta al compimento delle sue quaranta primavere. Molti degli illustri padri fondatori ci hanno nel frattempo lasciato e sono pochi coloro che, ancora, ricordano quello straordinario periodo di entusiasmo che seguì alla collaborazione data al numero unico della Filologica per il Congresso di Latisana del 1978.

L’eredità, però, è rimasta ed ha dato frutti perché l’associazione ha compiuto l’autentico miracolo di risvegliare in una vasta zona una identità storica e culturale che era rimasta negletta ed ha valorizzato i talenti di una terra che sembrava non averne.

Legittimamente ne siamo davvero orgogliosi perché dare continuità ad un’idea, da volontari, da appassionati, con il dono del tempo e qualcosa di più, ci ha permesso di crescere e di dare, di qua e di là del Tagliamento, un patrimonio di conoscenze e pubblicazioni che non ha pari nelle associazioni esistenti in Friuli e in Italia.

Con il nostro motto “l’aga no ni divit” abbiamo creato un sodalizio che non guarda né ai confini geografici né, tantomeno, a quelli politici, ma ha trovato il collante nella friulanità intesa non soltanto come lingua e cultura, ma, soprattutto, come complesso di valori.

Direi che ci dobbiamo rallegrare anche per un altro motivo: essere vivi ed attivi nel pieno della grave crisi che tocca oggi l’associazionismo, nonostante le casse vuote prive di quei contributi pubblici che non sono serviti in passato ad altro se non ad arricchire la bibliografia del territorio senza un centesimo sprecato.

Il filo che ci unisce è quello dell’amicizia nata coltivando le comuni passioni, condividendo la gioia delle scoperte, collaborando nelle ricerche. E la rivista, regolarmente uscita ogni sei mesi, giudicata una fra le più prestigiose in Friuli è il segno evidente di una continuità, preziosa testimonianza di un interesse mai venuto meno, di una incessante ricerca.

Il contributo che “la bassa” ha dato al territorio al di sotto della linea delle sorgive è stato enorme e se dovesse venire a mancare per l’insipienza di chi lo governa e delle forze sociali ed economiche, tornerebbe una grave e totale decadenza. Noi chiediamo alle istituzioni di non essere assenti proprio quando le nuove generazioni hanno bisogno di sviluppare un senso di appartenenza, un legame affettivo ed intellettuale con la loro terra, con l’eredità di un passato che è stato tutt’altro che oscuro. Se “la bassa” non fosse più in grado di operare attivamente gravi sarebbero le conseguenze.

Ci auguriamo allora un buon quarantesimo compleanno, ma soprattutto auguriamo a persone ed istituzioni di non dimenticare che siamo a disposizione sempre nel garantire una missione culturale nell’ambito di un territorio che ne ha bisogno più di altri per la sua vastità e varietà.

IL PRESIDENTE
Roberto Tirelli

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Muzzana e Paradiso: due battaglie epiche nella Bassa friulana cui si chiuse la Grande Guerra

Enrico Fantin

Nelle ricorrenze del centenario della Grande Guerra meritano essere ricordati due episodi bellici che si sono svolti nella Bassa friulana nelle ultime ore dopo la firma dell’armistizio che avvenne a Villa Giusti il 3 novembre 1918, alle ore 15,20, con le cessazioni delle ostilità che sarebbero entrate in vigore 24 ore dopo.1

I due combattimenti epici furono gli ultimi che misero fine alla guerra.

Il primo episodio che raccontiamo è venuto alla luce grazie alla ricerca fortuita e ricostruita nella breve storia della concessione della medaglia d’oro al sottotenente Baldassare Mazzucchelli per la battaglia di Muzzana, del 3 novembre 1918, con i soldati del Reggimento Marina.2

La bassa, nel 2003, ha editato il volume monografico sulla storia di Muzzana e dalle ricerche di allora dei vari autori negli archivi del Comune e della Parrocchia non emersero note e documenti relativi alla vicenda bellica che ora stiamo per raccontare.

Le ricerche sono poi continuate attraverso contatti epistolari e telefonici con il Ministero della Difesa, Commissariato generale per le onoranze ai Caduti, Roma e del Sacrario di Redipuglia, nonché con l’Ufficio storico della Marina militare di Roma, per conoscere i nomi dei fanti Caduti e feriti in quel combattimento. Le ricerche non hanno dato i risultati sperati e le risposte, purtroppo, sono state: “non sono emersi elementi utili per poter rispondere al quesito da lei posto”.

Di quell’azione, però, ne fa gloria con una lettera, datata 13 gennaio 1919, il generale comandante della IIIª Armata Emanuele Filiberto di Savoia.3

Altre notizie utili si possono ricavare dal rapporto del comandante il Battaglione Bafile, capitano di corvetta Rodolfo Borghese4 e dal capitolo XXIII del libro “Il Reggimento San Marco” di monsignor Antonio Giordani, 1920 cappellano capo del Reggimento Marina.5

Per non disperdere la documentazione ritrovata, questa verrà riproposta in nota, anche se i rapporti raccontano dello stesso avvenimento, ma sono stati stilati da protagonisti diversi.

La battaglia di Muzzana viene poi descritta nei dettagli dal comandante del Reggimento Marina, capitano di vascello Giuseppe Sirianni, dal suo rapporto6 e nell’eloquente discorso pronunciato nel Teatro Carlo Felice a Genova, il 28 giugno 1919.7

Riportiamo fedelmente la descrizione della battaglia:

“…Il Reggimento deve sostare per attendere che portino a compimento la loro azione i reparti combattenti più a tramontana.

All’alba del mattino seguente la marcia è ripresa. Nel cammino s’incontrano lievi resistenze.

Si giunge a notte sul Livenza, ove si passa il giorno successivo. Al mattino del 3, si è sul Lemene; ma un reparto di arditi del Reggimento è già da due giorni per i canali al Tagliamento, ed una Compagnia di mitraglieri sbarca a Trieste.

L’Armata ordina l’invio per mare a Marano Lagunare di un reparto di almeno 500 uomini. Per raggiungere il ponte di Palazzolo della Stella a 25 km. dal mare.

La spedizione parte a mezzodì. Leggo il rapporto di S. A. Reale, al Comando Supremo, che ricorda l’episodio.

«Fra gli aggiramenti più notevoli fu quello del reparto del Reggimento Marina che l’Armata aveva inviato a Marano Lagunare.

«Il reparto, forte di 500 uomini, ed al Comando del Capitano di Corvetta Borghese, alle ore 17 del giorno 3 giunge a Marano scortato dalle cannoniere lagunari «Ape» e «Vespa»: sbarcato, forza a Carlino un debole presidio austriaco e, con un distaccamento di avanguardia di 100 arditi al Comando del Tenente di Vascello Insom, dopo breve lotta occupa la stazione ferroviaria di Muzzana sul Turgnano e il ponte ferroviario sulla Muzzanella.

«Il distaccamento di avanguardia però, e poscia lo stesso grosso, sono a loro volta contrattaccati da elementi di una grossa unità nemica in ritirata e valutata forte di circa 10 mila uomini: il grosso è costretto ad arretrare lentamente fino a Marano Lagunare; il distaccamento di avanguardia, tagliato dal grosso, continua a portare scompiglio nella colonna nemica, occupa la sede di un Comando austriaco, e cattura un Colonnello, alcuni Ufficiali di Stato Maggiore e una quarantina di uomini di truppa: ma chiuso a sua volta da tutti i lati, è costretto ad asserragliarsi in una casa; quivi il distaccamento resiste tutta la notte dal 3 al 4 Novembre: attaccato all’alba da un Reggimento di Fanteria, con aliquote di artiglieria, ultimate ormai le munizioni, nella mattina del 4 è costretto a deporre le armi: nello stesso giorno però i temerari aiutati dalle truppe sopraggiungenti, riescono a sfuggire alla cattura e raggiungono di nuovo il loro reparto, traendo seco prigionieri buona parte dei nemici che li avevano catturati».

In questo episodio emergeva, esempio di estrema gagliardia di animo e di eccezionale chiarezza, un volontario di guerra del Reggimento Marina, cinquantenne, il Sottotenente del Genio Mazzucchelli.

Egli ha chiesto con insistenza di unirsi al Reparto di Arditi.

Penetrato temerariamente nel mezzo della Divisione nemica tenta con un gesto supremo di risolvere la situazione disperata.

Ferma un Capitano: gli ordina con la pistola in pugno di condurlo dal Generale, al quale vuole intimare la resa. Ha con sè due marinai. E già in cammino. Ma un colpo di bomba a mano lo ferisce poco dopo gravemente alla schiena.

È trasportato nella casa, ove il resto del reparto si è asserragliato.

Un medico catturato chiede gli mostri la ferita. Ma lui: «Io non mostrerò mai la schiena al nemico, sia esso dottore, sia io moribondo». E muore a Venezia.

In quel combattimento morirono quattro arditi del Reggimento Marina e furono sepolti nel cimitero di Muzzana, altri feriti, andarono a morire negli ospedaletti da campo. L’8 ottobre 1922, con una solenne cerimonia, vennero traslati presso il cimitero militare di Redipuglia.

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Alcune notizie e ipotesi sull’abbazia di Summaga nel XIV secolo

Pier Carlo Begotti

Molti studi sono stati eseguiti sull’abbazia benedettina di Santa Maria di Summaga e, negli ultimi tempi, soprattutto sui suoi affascinanti cicli pittorici medievali e anche sulle strutture architettoniche1. Restano tuttavia ancora in ombra molti elementi della sua storia, sia dal punto di vista dell’istituzione monastica sia per quanto riguarda la vita interna. Per esempio, non si è ancora ben compreso il periodo della sua fondazione, che in ogni caso deve essere avvenuta tra i secoli X e XI. L’iniziativa fu dei vescovi di Concordia, che sappiamo essere all’origine di altri luoghi monastici o, almeno, di aver avuto parte nella loro vicenda: per esempio il monastero benedettino di San Martino di Fanna, passato poi a Pomposa, e il cenobio ed eremo di San Martino Rotto (Rivarotta di Pasiano), donato alla congregazione camaldolese nel 1232.

L’abbazia di Summaga sorse lungo l’antico tratto della Via Annia tra Livenza e Tagliamento poco prima di Concordia, nei pressi del corso finale del Reghena e a valle rispetto a Santa Maria di Sesto, che invece era un ente religioso legato ai patriarchi di Aquileia; a poca distanza, nell’incontro del Reghena con il Lemene, nascerà poi la città di Portogruaro, parimenti come fondazione vescovile, nel 1140 o forse anche in precedenza. Il primo abate sumaquense, Gaudenzio, è nominato nel 1090.

Sappiamo che il periodo di massimo splendore va collocato nel Duecento, epoca alla quale appartiene buona parte dell’apparato pittorico; un atto vescovile del 1211 ci informa che vennero affidati ulteriori poteri e risorse agli abati per permettere restauri e ricostruzioni della chiesa e degli edifici annessi, che minacciavano rovina a causa della vetustà. Dopo questa data venne eseguita buona parte dei cicli pittorici, la cui lettura iconografica è assai interessante e presenta motivi di approfondimento teologico, come nel caso del tema non proprio diffusissimo delle Vergini sagge messo in luce da una tesi di dottorato. Dal punto di vista patrimoniale, politico e civile, l’abate aveva voce nel Parlamento della Patria del Friuli; era il primo e più importante vassallo del vescovo di Concordia, partecipava ai sinodi e seguiva il prelato nelle occasioni importanti, come quando l’abate Desiderio presenziò il 4 ottobre 1284, assieme al suo signore e a molte autorità religiose diocesane, agli atti di donazione del terreno e delle risorse per l’erigenda chiesa plebanale di Santa Maria di Spilimbergo.

L’abate gestiva beni sia in Friuli sia in Istria e per questi ultimi dovette faticare non poco per mantenerne il possesso. Aveva giurisdizione su alcuni villaggi dei dintorni (Volpare, Nojare, Summaga villa e abbazia) e, nell’alta pianura, su San Leonardo e San Martino di Campagna. Conferiva l’investitura ai sacerdoti in cura d’anime di Summaga, Pradipozzo, Lison, Cinto e San Nicolò alle porte di Portogruaro, oltre che di San Leonardo e San Martino, come riconoscevano gli stessi abitanti dei due luoghi: nel 1493 gli uomini di San Leonardo ribadivano di avere il diritto di eleggere e nominare il loro pastore, salvo «confirmandi causa praesentare postmodum Gubernatori Abbatiae Summaquensis» e nel 1601 quelli di San Martino dichiaravano lo stesso, compresa «la presentazione e conferma dell’eletto all’Abbate di Sumaga».

Ancora alla fine del Trecento continuarono a susseguirsi a Portogruaro ordinazioni sacre di monaci sumaquensi: nel 1394 il chierico Antonio divenne suddiacono e nel 1397 Florito ebbe la prima tonsura e i 4 ordini minori5. Il vigore religioso si affievolì antecedentemente alla metà del Quattrocento, quando la comunità monastica non risultava più attiva e l’abbazia visse ancora qualche secolo come fonte di reddito per titolari commendatari, che non risultarono quasi mai residenti in loco e spesso non sapevano nemmeno dove fosse Summaga. La cura d’anime era affidata al clero diocesano. Permanevano le proprietà, dislocate in varie parti del Friuli Occidentale, sia a Summaga e dintorni, sia nell’alta pianura. Gradualmente, venne smantellato anche il complesso architettonico, tanto che di tutto sono rimasti la chiesa con il campanile e l’attuale canonica, già palazzo dell’abate.

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Gli abusi perversi durante la Grande Guerra
Le violenze sessuali impartite alle donne durante la prima guerra mondiale

Giulia Sattolo

Considerata una vera e propria “arma di guerra”, la violenza sessuale impartita alle donne, è una delle più pesanti tra le vessazioni sui civili che ogni occupazione militare porta con sé. Ma in una guerra totale, dove l’immagine ignobile del nemico e dunque la legittimità del suo annientamento sono esasperate all’ennesima potenza, il tema del corpo violato delle donne acquista un’importanza nuova, suscitando inchieste e dibattiti etico-scientifici, ma soprattutto alimentando le retoriche propagandistiche. La Grande Guerra rappresenta un punto di svolta anche per quanto riguarda uno degli aspetti più odiosi dell’aggressione bellica. Nella diplomazia, che dalla metà del XIX secolo comincia a regolamentare il comportamento delle forze belligeranti per contenerne la brutalità, specie nei confronti delle popolazioni civili, quello degli stupri di massa rimane un tabù mai esplicitamente preso in considerazione. Ma il primo conflitto mondiale è nuovo e diverso anche sotto questo aspetto: fin da subito, i paesi belligeranti costruiscono le proprie motivazioni a impegnarsi nel conflitto sulla polarizzazione civiltà/barbarie, dove il secondo termine attiene integralmente al nemico, considerato capace di ogni atrocità. Nell’Europa divisa e lacerata dal conflitto, la demonizzazione del nemico avviene senza esclusione di colpi e quella della sopraffazione sessuale delle donne, vittime innocenti e indifese, rappresenta un argomento tanto odioso quanto efficace. L’aggressione degli eserciti invasori contro le donne delle zone occupate è esplicitamente denunciata: decine, centinaia di casi di stupro sono riportati con penosa insistenza dalle commissioni d’inchiesta incaricate di raccogliere informazioni sul comportamento degli occupanti1.

Il clima di “guerra totale” del primo conflitto mondiale portò come conseguenza, nelle zone coinvolte dalle operazioni militari, anche l’annullamento delle differenze fra militari e civili. Alla fine di ottobre del 1917, a seguito della rotta di Caporetto (24-25 ottobre), le zone di confino tra il Regno d’Italia e l’allora Impero austro-ungarico come il Friuli e parte del Veneto, vennero invase dall’esercito asburgico. Ben 250.000 civili furono costretti a fuggire mentre 900.000 rimasero confinati in un regime di occupazione militare che durò un anno intero e fu caratterizzato da saccheggi e stupri in quasi tutti i territori.

La vera triste realtà delle violenze sessuali denunciate alla Reale Commissione d’Inchiesta.

Una fonte di documentazione di testimonianza popolare, riguardo agli avvenimenti accaduti in Friuli durante l’anno dell’occupazione straniera, sono le relazioni inviate alla Reale Commissione d’Inchiesta sulle violazioni del diritto delle genti commesse dal nemico. Istituita a Roma con Decreto legge del 15 novembre 1918 n.1711 e presieduta da un giurista dell’autorità di Ludovico Mortara,2 tale Commissione ebbe il compito di istituire un prospetto di riferimento relativo alle violazioni ed ai soprusi subiti dalla popolazione civile durante l’ultimo anno della guerra. La presidenza fu affidata al Primo Presidente della Corte di Cassazione, il senatore Ludovico Mortara e la segreteria generale al capitano di fanteria il friulano prof. Alberto Asquini che durante il fascismo sarebbe diventato sottosegretario di Stato alle Corporazioni.

Sarà noto alla S.V. che con D.L. del 15 novembre 1918 n.1711 è stata istituita una Commissione, allo scopo di constatare le violazioni al diritto delle genti e alle norme circa la condotta della guerra al trattamento dei prigionieri di guerra, che sieno state commesse dal nemico, di accertare la consistenza e l’entità dei danni alle persone e alle cose, che da tali violazioni sieno derivate, e di stabilire, in quanto sia possibile, le responsabilità individuali, che vi sieno inerenti. L’azione della Commissione deve svolgersi con la massima celerità ed esattezza, perché possa sottoporre al Governo le sue conclusioni, che devono essere presenti nelle trattative di pace; e ciò non sarebbe possibile senza il concorso alacre ed intelligente di tutti gli organi della pubblica amministrazione e delle altre autorità locali, che per ragioni del loro ufficio o del loro ministero sono in grado di fornire notizie o agevolare le indagini. A tal scopo mi rivolgo alla S.V. pregandola di rendersi collaboratore della Commissione nel grave e delicato compito assegnatole di restaurare l’efficacia del diritto sugli atti di violenza a cose o a persone, compiuti dal nemico. Fo appello, quindi, allo spirito di solidarietà che anima tutti i cittadini nella rivendicazione e nella tutela degli importanti interessi morali e materiali della Patria. Vorrà, pertanto, la S.V. iniziare, con ogni sollecitudine, qualora già non l’abbia fatto, l’accertamento dei fatti, che sono di pubblica conoscenza o dei quali abbia potuto, comunque, procurarsi la notizia, raccogliendo subito quegli elementi di prova, che potrebbero andare dispersi, trasmettendo i risultati delle sue investigazioni, coi relativi documenti (processi verbali, fotografie, atti di notorietà, denuncie, certificati medici, perizie, ecc.), alla Commissione nella sua sede centrale di Venezia […]. Si compiaccia la S.V. di far pervenire alla Commissione con la massima sollecitudine, insieme con l’assicurazione del ricevimento della presente, quel materiale documentario che si trovasse già a sua disposizione, indicando il termine in cui potrà trasmettere i nuovi risultati della sua opera.

IL PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE
Primo Presidente della Corte di Cassazione
Senatore L. MORTARA

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L’Immacolata Concezione di Maria nell’arte di Guillaume de Marcillat,
di Giovanni Antonio Pordenone e di Battista Luteri detto “Dossi”

Giacomo Tasca

Il dogma cattolico della Immacolata Concezione afferma che la Vergine Maria è stata resa immune dal peccato originale e fu proclamato l’8 Dicembre 1854 da Papa Pio IX con la Bolla le cui prime due parole sono Ineffabile Deus. Questo dogma chiudeva in modo definitivo la controversia durata molti secoli a partire dal Medioevo quando un gruppo di teologi francescani come San Bernardo e Anselmo d’Aosta fautori della immacolata concezione di Maria si scontrarono con l’opinione contraria dei teologi dell’ordine domenicano. Il periodo dello scontro più duro si verificò nel 13° secolo e si trascinò con fasi alterne fino alla seconda metà del 15° secolo quando papa Sisto IV° , francescano, amico delle arti e magnifico mecenate, fissò nel giorno 8 Dicembre la festa liturgica della Immacolata Concezione e dedicò due testi liturgici che la celebravano apertamente. Nel secolo 17° la discordia si inasprì di nuovo con i Giansenisti finché papa Alessandro VII° nel 1661 riconobbe alla Immacolata Concezione il carattere di “antica credenza” che fu il preludio del dogma ottocentesco. In senso favorevole ad un futuro riconoscimento pontificio definitivo sorsero ordini cavallereschi che portavano come titolo “Ordine dell’Immacolata Concezione” e la stessa denominazione fu presa da un ordine monastico femminile nato nel 1480 ma confermato da papa Innocenzo VIII nel 1489. Questo ordine di suore della Immacolata Concezione ebbe ampia diffusione in Spagna, Italia e Francia. In questo paese le suore erano familiarmente dette “filles de la conception”.

Le opere d’arte, soprattutto in pittura, non mancarono di celebrare la credenza popolare dell’Immacolata Concezione e ho scelto per illustrare questo aspetto storico tre pittori che lavorarono in Italia, uno di origini francesi che era diventato sacerdote ed era emigrato in Toscana dove, nella città di Arezzo, dipinse su tavola una discussione teologica sull’argomento, Guillaume de Marcillat (1467-1529), il più importante pittore friulano, Giovanni Antonio Pordenone (1483/84-1539) con il capolavoro dedicato allo stesso tema e conservato a Napoli e Battista Luteri detto Dossi (1490-1548) con la sua Disputa di quattro Padri della Chiesa conservato nella Galleria dei Dipinti di Berlino.

Nella tavola del Marcillat eseguita per essere esposta in una chiesa di Arezzo, la scena affollata dalle immagini di teologi e Padri della Chiesa, che sono ritratti per lo più nell’atto di parlare, il centro è occupato dalla figura semidistesa e nuda di Eva che sta ricevendo dal diavolo la mela del peccato originale. Il contrasto che si avverte tra la serietà del consesso di tanti dotti e seri personaggi decorosamente vestiti e la nudità di Eva è molto forte e probabilmente ha giocato contro il progetto di collocare il dipinto in una chiesa, motivo per cui, dopo essere stato presente in dimore di nobili fiorentini e non più proposto per un ambiente sacro, il quadro finì presso un celebre collezionista di Londra e lì venne acquistato per il Museo Reale di Berlino. Questo grande e impegnativo quadro di Marcillat conobbe una seconda primavera quando venne esposto dopo una serie di studi e di opere di restauro nell’anno 2013 con il titolo di “AVE EVA – un capolavoro riscoperto del Rinascimento” (mostra tenuta a Berlino da Dicembre 1913 a Maggio 1914). Questo quadro segnò l’avvio generoso di una richiesta di tele e affreschi sulla Immacolata Concezione da parte del mondo ecclesiastico: aderirono al gruppo dei cosiddetti “immacolisti” gli ordini degli Agostiniani, Serviti, Carmelitani e Gesuiti. La studiosa Alessandra Galizzi Kroegel che studiò a fondo la storia degli immacolisti e macolisti lasciò scritto che “quel contrasto teologico rifletteva una divergenza tanto profonda da dividere ancora oggi il mondo cristiano: una divergenza che ha per oggetto il ruolo da assegnare alle Scritture, e, di conseguenza, alla tradizione e alla sua interpretazione”.

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Un cacciatore di parole in Friuli nel 1922: Paul Scheuermeier

Gianfranco Ellero

Salendo a piedi sotto una nevicata da Longarone a Erto, il 4 febbraio 1922 era arrivato in Friuli Paul Scheuermeier, inviato a raccogliere parole dialettali da due linguisti svizzeri, Karl Jaberg e Jakob Jud, che volevano realizzare l’Atlante dell’Italia e della Svizzera merdionale (in sigla AIS).

Si trattava, lo scriviamo per chi non conosce la materia, di porgere a qualche informatore (scelto fra i residenti da più generazioni in un luogo piuttosto isolato, di solito per indicazione del parroco o del sindaco) dalle due alle quattromila domande, e di trascrivere su apposite schede le risposte, adoperando un codice grafico molto più complesso e raffinato di quelli delle lingue nazionali (le ventun lettere dell’italiano, le ventisei dell’inglese …). Riportando, infine, le risposte su carte geografiche, si ottengono gli atlanti linguistici (nel caso dell’AIS, otto volumi pubblicati fra le due guerre).

Superfluo ricordare che il raccoglitore, dotato di un orecchio sensibilissimo, doveva essere anche portatore di una straordinaria cultura linguistica, e disposto a impegnarsi per anni in un lavoro senza orari, da svolgere talvolta in luoghi inospitali. Ma doveva possedere anche altri talenti, come quelli necessari per farsi accettare da informatori di solito diffidenti verso i “foresti”: simpatia, umiltà, pazienza …

Il suo lavoro appariva talvolta incredibile, come lui stesso ricorda nel Tagebuch (Diario): non gli fu facile spiegare, a Tricesimo, perché uno svizzero fosse venuto a caccia di parole in Friuli!

A ricordo di quella memorabile impresa culturale, nella scorsa estate il Craf di Spilimbergo, in collaborazione con la Fondazione Friuli e la Società Filologica Friulana, ha allestito a Barcis in Valcellina una mostra con i materiali concessi dall’Università di Berna, custode dell’Archivio AIS: schede linguistiche e fotografie, presentate dalla dottoressa Aline Kunz.

A questo punto i lettori potranno domandarsi: perché quel cacciatore di suoni, cioè di parole, adoperava la macchina fotografica per creare anche immagini?

Essenzialmente per due ragioni: per rendere certo il collegamento fra un oggetto (l’aratro, la falce, l’arconcello …) e la parola che lo esprime nel punto scelto per l’inchiesta, e per ambientare l’oggetto nel mondo dei parlanti, che erano di solito i contadini.

È per questo che poté scrivere, alla fine della sua immane fatica, iniziata nell’autunno del 1919 e terminata nel 1925, “prima non fui né folklorista né etnografo, ma io partii linguista e tornai folklorista. La necessità di studiare la lingua del popolo mi mise dentro la vita di questo e in mezzo alle sue cose”.

Chi guarda le fotografie ignorando le motivazioni del linguista corre il rischio di assimilare le foto di Scheuermeier, che possono essere definite “scientifiche”, a quelle create a uso e consumo dei borghesi e degli aristocratici fra le due guerre con finalità estetiche e retoriche (in Friuli e in Carnia per mano di Brisighelli, Antonelli ed epigoni).

L’attento osservatore capisce, tuttavia, che il linguista svizzero ci ha lasciato un ritratto davvero realistico e aideologico, teso il più possibile a documentare la realtà.

Una realtà che riguarda molto da vicino i lettori e gli abitanti della Bassa: a Ronchis, infatti, uno dei punti d’inchiesta dell’AIS, Scheuermeier scattò ben diciotto delle ottantacinque fotografie realizzate in Friuli novantacinque anni fa.

Le maglie della rete dell’AIS erano piuttosto larghe, e se teniamo conto del fatto che Ronchis fu l’unico punto d’inchiesta della nostra Bassa, è certo che i materiali raccolti non bastano per rappresentare la Bassa pianura sotto il profilo linguistico e fonetico (bastava scendere di qualche chilometro o attraversare il fiume per sentire che, ad esempio, il femminile passava dalla -e alla -a), ma dal punto di vista etnografico è più che sufficiente: il massanc di Ronchis è sicuramente quello adoperato in pianura a destra e a sinistra del Tagliamento, dalle colline alle lagune, e altrettanto può dirsi del biùns, del jôf, del seòn, del fogolâr e di altri arnesi e strumenti frontalmente rappresentati nelle immagini, di solito meramente documentali, talvolta di straordinaria bellezza, come quella che ritrae il lavadôr.

Dalle fotografie di Scheuermeier Ronchis emerge, quindi, come il museo etnografico del medio e basso Friuli, e sotto il profilo storico e culturale si tratta di una straordinaria scoperta, che dovrebbe essere tramandata anche con una pubblicazione ad hoc.

Ronchis non fu tuttavia ospitale con Scheuermeier: “in questo buco – scrisse su una cartolina inviata a Jaberg il 19 febbraio 1922 - nessuna casa si apre al vagabondo, così che deve percorrere a piedi ogni giorno i 3 km da Latisana, oggi sotto la pioggia e nel fango. Ma l’informatore e il dialetto sono buoni. Il resto, che importanza ha?”.

Il linguista preferiva, per intuitive ragioni, alloggiare nel punto d’inchiesta, ma a Ronchis non c’erano alberghi e nessuno gli offrì un letto per tre notti. Rientrava, quindi, ogni sera, all’Hotel Bella Venezia di Latisana.

Nel Tagebuch ricorda, tuttavia che il parroco gli fece dono del Diario della grande guerra: si trattò del libro “Alla mercè dei barbari”, scritto dallo stesso parroco, don Giovanni Battista Trombetta.

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“Curare gli infermi nel porto e nel contado della Tisana”: la salute della Terra

Roberto Tirelli

La malattia e la morte è un tema familiare nella storia della Tisana come in tutte le storie umane. Salvaguardare l’“Università della Terra e del porto”, cioè delle comunità che vi vivono, dalle malattie, curarle qualora si manifestino, prevenirle con opportune misure, è uno dei compiti che si assumono, sia pur con la necessaria continuità, nell’interesse generale, anche le istituzioni della Terra nell’arco temporale che va dal XIII al XVIII secolo.

Dopo aver considerato lo stato degli studi e delle ricerche finora messe assieme, nella seconda riflessione storica sul tema della antica Terra della Tisana, ci focalizziamo quest’oggi su un aspetto che non solo richiama il passato, secoli lontani, ma, non a caso, è tuttora uno dei problemi attuali del medesimo territorio.

Se oggi la salute pubblica è fondata su un diritto della persona,tra l’altro sancito dalla Costituzione e dalle carte fondanti la civiltà contemporanea, per chi governava la Tisana vi era un interesse concreto ad evitare che i sudditi fossero preda delle malattie, specialmente di quelle epidemiche, poiché ciò avrebbe provocato un disordine economico in conseguenza della non coltivazione della campagna o delle mancate lavorazioni del porto.

Il territorio che prendiamo in considerazione presentava nell’ormai lontano passato una morfologia naturale che, già di per sé, poteva costituire un ambiente non molto salubre: il fiume che esonda con il suo impetuoso corso, specie nelle montane, le terre umide o paludose, la foresta costiera. Il paesaggio stesso induceva delle malattie endemiche fra gli abitanti,ma delle quali ci si preoccupava di meno perché colpivano gli strati inferiori della realtà locale: servi, braccianti, boscaioli, facchini, pescatori... A ciò si aggiungeva anche una sorta di rassegnazione per tutta una serie di fenomeni morbosi che riguardavano, ad esempio, a mortalità infantile o giovanile, le febbri, il morire di parto…

Diversa è, invece, l’attenzione dei pubblici poteri della Terra nel caso di malattie epidemiche, poiché queste non colpiscono solo alcune categorie, ma tutti indistintamente, e una delle fonti di contagio risale alla attività portuale, ove c’è un continuo andirivieni di persone che vi giungono sia con la navigazione lungo le acque tilaventine sia per le vie terrestri che vi conducono. Un primo filtro è costituito, nel Medio Evo, da alcuni ospedali esterni che affidati agli ordini dei monaci guerrieri sorvegliano soprattutto i pellegrini che vengono per imbarcarsi in Terrasanta e verso Roma o ne ritornano. In età moderna si porranno invece dei cordoni sanitari per isolare la Terra dalle influenze pestilenziali in modo da esercitare controlli più stretti.

Ovviamente la quasi totalità della documentazione storica in nostro possesso si riferisce alla lotta contro le epidemie,o meglio alla loro prevenzione. Più difficile è trovare testimonianze circa le malattie più comuni.

Possiamo distinguere in tal modo le mortalità,quella normale dovuta ad una realtà ove gli abitanti s’ammalano a causa di denutrizione o malnutrizione, ovvero di una scarsa igiene personale ed ambientale, e una mortalità straordinaria dovuta a ricorrenti passaggi di grande contagio.

La Terra con il porto ed il suo vasto contado si sono caratterizzati a lungo per la presenza di malattie endemiche, dovute soprattutto alla natura dei luoghi: le terre umide sono, infatti, l’ambiente naturale ove ad esempio la malaria o le febbri reumatiche si possono sviluppare ove l’acqua non potabile produce tifo e colera.

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Pier Paolo Pasolini

Bruno Doria Rossetto

Introdussiòn

Saluto e augurio xe una de le puisie più controverse e inportanti de Pierpaolo Pasolini. Praticamente, xe el so testamento moral. Scrita in lengua furlana, qualchi mese prima che lo copissi (novenbre 1975), someja come che ’l se spetissi la so fine. Defati, in un verso el aferma che “Saluto e augurio” sarà la so ultima puisia scrita in furlan.
El ghe ne ga scrite tante de puisie e dute bele, ma questa la me ga particolarmente culpio, eco parché go pensò de tradusela in maranese. Del resto, no se pol miga desmentegà un poeta come Pasolini, ma lassemo el posto a la puisia;
Saluto e augurio
Xe squasi sicuro che questa xe la me ultima puisia in furlan: e voi parlaghe a un fassista, prima che mi, o lu, semo tropo luntàn.
Xe un fassista zovene, el varà vintiun, vintido ani:
el xe nato in un paese e, el xe ndò a scola in cità.
El xe alto, con i ociai, el vistito griso e i cavì curti:
co ’l scuminsia a parlame, penso che nol sapia gnente de pulitica e che ’l serca sol de difende el latin e el greco contro de mi; no savendo quanto che mi amo el latin, el greco - e i cavì curti.
Lo vardo, el xe alto e griso come un alpin.
“Vien qua, vien qua, Fedro. Scolta.
Voi fate un discorso che ’l someja come un testamento.
Ma ricordete, mi no me fasso ilusion su de ti: mi so, mi so ben che ti no te ga e no te vol vè un cuor libero, e no te pol gesse sincer:
ma anca se te xe un morto, mi te parlarò.
Difindi i paliti de gelso, de ontan, in nome de i dei, greci o cinisi. Muri de amor par le vigne. Par i fighi nti i urti, i suchi, i stechi.
Par la testa tosada de i to conpagni.
Difindi i canpi tra el paese e la canpagna, con le panole bandonae.
Difindi el prò tra la ultima casa del paese e la rogia.
I casai i someja a Cese: godi de sta idea, tienla ntel cuor.
La cunfidensa col sol e con la piova, te lo sà, xe sapiensa sacra.
Difindi, conserva, prega!
La Republica la xe drento, ntel corpo de la mare.
I pari i ga sercò e tornò a sercà de qua e de là, nassendo, murindo, ganbiando: ma xe dute robe de na volta.
Ancuo: difende, conservà, pregà.
Tasi! Che la to camisa no la sia negra, e gnanca bruna.
Tasi! Che sia na camisa griza.
La camisa del sono.
Odia quii che i vol svejasse, e desmentegasse de le Pasque…
Alora, zovene da i calsini de morto,
te go dito quel che vol i Dei de i canpi.
Là ndove te xe nato.
Là ndove che de fiol te ga inparò i so comandaminti.
Ma in cità?
Là Cristo nol basta. Ucuri la Cesa: ma che la sia moderna.
E ucuri i puvri
Ti difindi, conserva, prega: ma ama i puvri: ama la so diversitae.
Ama la so voja de vive sui ntel so mondo, tra prò e palassi ndove no riva la parola del nostro mondo; ama el cunfìn che i ga segnò tra nantre e luri; ama el so dialeto inventò ogni matina, par no fasse capì; par no condivide con nissùn la so alegria. Ama el sol de cità e la miseria de i ladri; ama la carne de la mama ntel fio
Drento el nostro mondo, disi de no gesse borghese, ma un santo o un soldato: un santo sensa ignoransa, o un soldato sensa violensa.
Porta con man de santo o soldato l’intimitae col Re,
Destra divina che xe drento de nantre, ntel sono.
Cridi ntel borghese orbo de onestà, anca se xe un’ilusion: parché anca i paruni i ga i so paruni, e i xe fii de pari che i sta da qualche banda ntel mondo.
Xe suficente che sol el sintimento de la vita el sia par duti conpagno:
el resto no inporta, zovene con in man el Libro sensa la Parola.
Hic desinit cantus. Ciapete ti, su le spale, sto fardel.
Mi no posso: nessun capissarissi el scandalo.
Un vecio el ga rispeto del giudissio del mondo: anca se no ghe ne inporta gnente.
E el ga rispeto de quel che elo el xe ntel mondo.
El ga de difende i so nervi, indebulì, e sta al ziogo che no ’l ghe xe mai stò.
Ciapete ti sto peso, zovene che te me odii, e portelo ti.
Risplindi ntel cuor. E mi caminarò lisier, ndano vanti, insielzendo par senpre la vita, la zoventù”.
Pier Paolo Pasolini
Difindi, conserva e prega!
Traverso le so parole, me sinto anca mi coinvolto, visto che son par la difesa linguistica la conservassion anbiental, oltra che par el rispeto de la propria cossiensa laica. Provè a lese a vose alta in maranese la puisia e capissarè l’atualitae proprio dal modo de come che la xe scrita. La me tradussion dal furlan in maranese la rispeta la richiesta de Pasolini; difende i nostri valuri linguistici.
Credo che bisogna daghe rasòn a Monravia co nte l’orassion funere, el ga dito de Pasolini: “quando sarà finito questo secolo, Pasolini sarà tra i pochissimi che conteranno come poeta. Il poeta dovrebbe esse sacro”. Romai el secolo el xe finio da squasi vinti ani e sicuramente desso lesemo in modo diverso e più conpleto el senso de la puisia. Scrivela in maranese par mi ga significò portala nte la diression che voleva Pasolini.

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Vincenti e perdenti

Roberto Tirelli

La cultura non è una lotteria in cui si vince o si perde in balia del caso, non è nemmeno una gara fra gladiatori ove “mors tua “ è “vita mea”. Eppure stando alle parole di un solerte funzionario regionale, pronunciate in una pubblica assise sarebbe proprio così la corsa ai contributi banditi dal Friuli Venezia Giulia. Non è il merito che conta, non è la validità di un progetto presentato da una associazione, ma è sola fortuna ottenere un aiuto pubblico per le attività culturali.

Basta andare sul sito FVG e scorrere le graduatorie per comprendere come pochi abbiano molto ed i rimanenti, pur ammessi alla corsa vengano giudicati “non finanziabili” perché le somme a disposizione sono troppo esigue. La logica vorrebbe che tutti coloro i quali abbiano assolto alle caratteristiche del bando abbiano qualcosa: di più al primo e di meno all’ultimo. Nelle gare serie si inventano più occasioni di premiazioni e persino la maglia nera una piccola soddisfazione la trova.

Insomma noi che operiamo nel mondo della cultura non siamo più o meno bravi, ma più o meno fortunati, vincenti, appunto, e perdenti. Sotto elezioni i consiglieri regionali si meravigliano di questa stortura come se non avessero votato proprio loro un obbrobrio del genere, credo l’unica legge di questa legislatura passata all’unanimità. Gli ipocriti non lo dicono, ma questo li esime dal ricevere richieste di questuanti: c’è la legge e noi non possiamo far rulla - è l’unanime ritornello di maggioranza e opposizione. E poi fingono di dimenticarsi che per avere un finanziamento triennale bisogna avere almeno un dipendente obbligando ad assumerlo ancor prima del presentare domanda.

Diamo qualche punto in più a chi ha dipendenti poiché è giusto salvaguardare i posti di lavoro, ma non precludiamo ai volontari di accedere.

Nei bandi annuali la fetta più grossa va a teatro, cinema e spettacolo, le briciole rimangono per tutto il resto se pur si ritrova il bando giusto, perché ad esempio le attività de “la bassa” per il 2017 non vengono contemplate.

Abbiamo dato occasione all’attuale amministrazione regionale di dar prova di equanimità assegnandoci qualche briciola del gran banchetto che serve ai suoi privilegiati. Ci ha continuamente messi fra i perdenti.

Registriamo tutto ciò nella nostra memoria di cittadini, perché vì è un altro campo ove si può essere vincenti o perdenti e in quello siamo, modestamente, noi gli arbitri.

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Miti e realtà nella Grande Guerra in Friuli

Mauro Buligatto

Ho ancora in mente la scena nella quale mia nonna, vestita di scuro, con grembiule e fazzoletto nero in testa sta seduta all’ombra del fienile. Lì è intenta a spiumare un pollo sacrificato per il nostro pasto e, mentre ripete questo antico e utile gesto, mi si rivolge dicendo: «Mauro, va là a cjoli il sîr pa’il purzit!». Allora prendevo il secchio vicino alla porcilaia e mi dirigevo in latteria, a breve distanza, per riempirlo. Mentre ero in fila di solito mi distraevo guardando in giro o ascoltando le varie donne del paese nei loro discorsi. In una di queste attese ricordo un manifesto particolare, incollato al muro, posizionato sopra la vasca del siero vaccino. Un nastro tricolore lo attraversava in obliquo, al centro di questo spiccava un elmetto italiano M16. Sullo sfondo in controluce si stagliava un campo di battaglia con reticolati. Era il 1968 e si celebrava il cinquantesimo anniversario dalla fine della Grande Guerra. Anzi! Come si usava in quei tempi “i cinquant’anni della Vittoria”.

Nell’ultimo ventennio dell’Ottocento le politiche imperialistiche indirette, condotte dalle potenze europee sugli stati minoritari, furono diverse. Predisposte al fine di poter raggiungere il soddisfacimento di esigenze ed interessi, che ogni singolo Stato ricercava, erano indispensabili al sistema politico-sociale. Tali conseguimenti andavano perseguiti in forma pressoché continua, perché solo così potevano sostentare il modello collettivo europeo. Un lavorio della politica e della diplomazia che non mancava di generare purtroppo, con poche possibilità di scarto, ovvie tensioni fra entità dominanti.

Soprattutto per timori palesati dal cancellierato di Bismark, il quale paventava aggressioni da parte russa, fu sancita un’alleanza austro-tedesca nel 1879. Venne perciò stilato un protocollo, diplomatico-militare di carattere difensivo, ratificato a Vienna1. Negli anni a seguire, forse per la concorrenza di alcuni fattori sotto accennati, il patto si ingrandì a una terna di alleati. Nel rispetto sostanziale dei predeterminati contenuti nacque la Triplice Alleanza, nel 1882, con l’allargamento a compartecipazione italiana. Il neocostituito regno peninsulare mirava a uscire, in quel periodo, da una crisi che aveva subìto in politica estera; in particolare dopo la perdita di un ambìto traguardo coloniale, guadagnato bensì dalla Francia, in Nord Africa2. La Germania astutamente capì la delicata posizione italiana, e avendo in serbo la volontà d’interdire politicamente la Francia a livello internazionale, fu promulgatrice dell’ingresso italiano nella duplice alleanza. La lega europea, stretta fra Vienna, Berlino e Roma, stava in rapporto di dualità con un analogo sistema di coalizione: era il patto anglo-franco-russo, meglio conosciuto con il nome di Triplice Intesa. Anche questo fu un organismo politico-militare, incardinato su accordi posti in essere, dalle rispettive potenze costituenti, fra il 1891 e il 19093. Come delineato l’esistenza dei due blocchi creò diversi attriti, in uno scenario ove gli opposti schieramenti stavano protratti, comunque, in politica imperialistica. Citando a titolo d’esempio Austria-Ungheria e Russia possiamo asserire che la ripresa delle loro tensioni fu la dimostrazione di una comune volontà d’asservimento sull’areale balcanico, prodromica all’aprirsi del primo conflitto mondiale. Invero esisteva, a monte del doppio assassinio di Sarajevo, la cosiddetta “Questione Balcanica” conosciuta e peraltro sfruttata dalle potenze centrali europee. Queste, avendo reciproci interessi di carattere espansionistico ed economico, ordivano tracciando canali politico-diplomatici mirati. Azioni valide a conservare il destino politico e sociale dei neo-governi di quei luoghi. Ma come si spingevano gli stati forti europei in un simile atteggiamento? Curandosi principalmente di mantenere e possibilmente estendere, in modo artificiale, la situazione di decadenza plurisecolare già in atto: questo soprattutto era rivolto nei confronti dello stato turco4. Nell’areale più in là dell’Adriatico alcune popolazioni nazionali erano riuscite ad emanciparsi nel tempo, dalla supremazia ottomana, sia pure non in forma piena. Fra queste indipendenze si collocavano, all’inizio del novecento, la Grecia, la Bulgaria, la Romania, il Montenegro e la Serbia. Quest’ultima si era affacciata a ovest esibendo un’economia di tipo capitalistico e, dovendo ricercare mercati esteri di sviluppo, aveva visto nell’Austria-Ungheria una via di sbocco5. Per contro Vienna cercava in ogni modo di mantenere la Serbia in uno stato di sudditanza, specialmente a livello economico6. Altri modelli di supremazia esterna, calata su questi nuovi stati, si possono rinvenire nei contenuti della conferenza di Berlino del 1878. Qui per frenare la Russia, fu decretato di far ritornare alla Turchia una parte considerevole della Macedonia, al tempo sotto la sovranità bulgara7. Fra l’altro a ridosso del fatidico inizio bellico mondiale, siamo nel marzo del 1912 e nel giugno dell’anno seguente, si tengono due guerre balcaniche, che complicando e peggiorando i rapporti della politica sovranazionale, verosimilmente concorsero anche all’apertura delle belligeranze.

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Marano dopo Caporetto nel racconto di Miro Scala
(detto Barba Miro)

Bepi Milocco

Durante la guerra del 1915-1918 avevo quindici sedici anni e mi ricordo benissimo di quei giorni dopo la rotta di Caporetto. Cosi comincia il racconto di Miro Scala per tutti a Marano Lagunare conosciuto come Barba Miro. Quasi tutti gli abitanti di Marano anno abbandonato il paese con quante barche disponibili, direzione Venezia attraverso i canali lagunari. Però diversi sono rimasti in paese perché non cera più posto in barca ho per motivi vari, esempio non volevano abbandonare le case o le persone anziane o malate. Io con la mia famiglia siamo rimasti a Marano e quindi in attesa dell’arrivo degli Austriaci. Dalle voci che correvano era eminente la loro invasione in paese, chiusi in casa con non poca ansia e di sera li sentiamo arrivare. Era una propria invasione di soldati tantissimi, dove vedevano luce bussavano alla porta col calcio del fucile per farsi aprire, la dove le case erano abbandonate buttavano giù la porta per prendere possesso. Racconta Barba Miro: In un lampo la cucina si è riempita di giovani soldati e indicando la fumante polenta al centro della tavola chiesero se potevano approfittare, di fatto era ora di cena e noi in famiglia ci si apprestava proprio a cenare. Considerata la situazione ovviamente mia madre ha immediatamente acconsentito certo in quel momento era l’atto consigliato. I soldati erano affamati però si sono comportati dignitosamente e qualcuno ringraziando dicendo rivolto a mia madre “Mamma ancora polenta” difatti quella sera fino a tardi sono state fatte otto-nove polente non mi ricordo esattamente quante. Io e i miei fratelli eravamo ragazzi e seguivamo quella scena con curiosità vista la voracità degli ospiti e come la polenta spariva e allora ci veniva in mente quando nostra madre ci riprendeva quando eravamo a tavola, a pranzo o cena dicendo “Sburdicai: termine maranese di ingordo, mangiate piano o la polenta vi va per traverso” sic. Dopo qualche giorno abbiamo capito il motivo di quella irruzione esagerata di soldati, purtroppo un errore di calcolo fatto dai comandanti austroungarici. Dalle loro mappe di sicuro non aggiornate, risultava per loro che Marano fosse ancora una fortezza inespugnabile come nel passato e ben munita di difese, in realtà è dalla caduta del dogato veneto che in questo paese tutto viene trascurato e abbandonato, mura cadute e povertà era di fatto il biglietto da visita in quel periodo. Barba Miro ricorda che quella sera dell’entrata a Marano dei soldati austroungarici, tra gli ospiti era presente anche qualche ufficiale e insistentemente chiedeva incredulo a suo padre se quel paese fosse veramente era Marano con la sua potente fortezza. Gli occupanti si resero subito conto della gaffe fata e allora nell’arco di un paio di giorni trasferirono il grosso delle forze al Piave, rimase una modesta guarnigione la quale si ingrossava quando arrivava qualche contingente a riposo dal fronte. I giorni passavano e intanto si era provveduto a nominare un Sindaco a rappresentare la comunità maranese rimasta, comunque sempre al comando dei militari. Ovvio le difficoltà cerano causa la occupazione onnipresente, ma tutto sommato forse si stava un pochino meglio delle condizioni dei profughi in giro per l’Italia,anche la pesca riprese sotto il comando militare austriaco con il compito di rifornire di derrate alimentari in questo caso pesci per contribuire a sfamare gli uomini che si trovavano al fronte del Piave. Vennero radunati tutti gli uomini validi presenti in paese e censiti, per valutare le forze lavoro valide e quindi attivarle nell’arte della pesca, il risultato fu che erano rimasti solo ragazzi molto giovani o uomini vecchi, allora il comando ha pensato di mettere a supporto elementi della guarnigione non proprio validi alla guerra, trasformati in mozzi li imbarcavano sulle barche da pesca dei maranesi.

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La cale da lis razzis

Pia Pilutti

Cjasis vecjs imbrazadis
come fantatis a primevere.
Cjasis cul savôr di fumul,
di polente rustide,
di lavôr e di sudôr onest,
di umiltât e dignitât.
Tal vuestri grin a sfluris la vite
speranze a parte
il prin uicâ dal pitinin.
   E tal curtîl i zoucs dai fruz.
    I cjants di fantatis inamoradis,
    il sglinghinâ dal cjardêr su la pompe,
   l’odôr dal basili sul balcon.
    il bati dal podenâr
   al segne il timp,
   compagnie si fasin
    il gue e il stagnin.
    La lisiarte a gjolt il soreli
    sui claps dal codolâr
    e il vieli a si sinte
    sul lùs di cjase
    cu la solenitât
    di un antic patriarcje.

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Pellegrini e Cavalieri

Gianni Strasiotto

Dai primi anni ’70 dello scorso secolo, sono ripresi i pellegrinaggi verso Santiago di Compostela, vicino alla costa atlantica della Spagna, percorrendo “Il Cammino di Santiago”. Il 23 ottobre 1987 il Consiglio d’Europa ha riconosciuto l’importanza dei percorsi religiosi e culturali che attraverso l’Europa raggiungono Santiago, finanziando le iniziative atte a segnalare convenientemente gli antichi sentieri.

Dall’inizio degli anni ’90, fra i numerosi pellegrini, troviamo anche molti friulani. Alcuni ripetono poi il pellegrinaggio percorrendo tracciati diversi. Persone amiche hanno già percorso tre tracciati del Cammino e un amico, entusiasta dopo aver fatto il percorso da solo, lo ha ripetuto in compagnia della moglie.

Il pellegrinaggio rituale è presente in quasi tutte le religioni. Il termine pellegrino ha più significati: “straniero”, “forestiero”, “l’errante”, che - per i più diversi motivi - si sposta da un luogo all’altro, o colui che - per devozione - si reca in luoghi sacri per sentire la presenza del divino.

Nel clima di grandissima spiritualità verificatosi in Europa agli inizi del Mille, il pellegrinaggio aveva tre mete ancora attuali: Terrasanta, Roma e Santiago di Compostela.

La Terrasanta, fin dall’epoca di Costantino, ebbe un’immediata fortuna per il richiamo dei luoghi dei miracoli e della Passione di Cristo; dal 638, con la presa di Gerusalemme da parte del Califfo Omar, i pellegrinaggi cessarono, riprendendo solo con le Crociate.

Roma diviene allora l’altra Gerusalemme: si visitano le chiese dove sono sepolti gli apostoli: San Pietro, San Paolo e San Giovanni in Laterano. Si avrà un rallentamento degli afflussi tra l’XI e il XII sec. (incursioni saracene e lotte tra papato e impero), con un rilancio a partire dal primo Giubileo del 1300, indetto da papa Bonifacio VIII.

Santiago, dove si trova la tomba di San Giacomo il maggiore, vedrà i primi pellegrini dall’893, fino al 997 - quando è distrutta dall’esercito musulmano, - con la ripresa dei pellegrinaggi dopo meno di un secolo.

Le schiere di pellegrini non hanno distinzione di età, censo e luogo di provenienza. Ci sono poi i “pellegrini per mestiere”, che viaggiano per conto di fedeli impossibilitati a sostenere le fatiche del viaggio, e quelli che viaggiano in perpetuo, confidando nell’ospitalità obbligatoria loro concessa. Anche se, fin dall’inizio, molti vedono i pellegrini con sospetto, in genere l’ospitalità è assicurata in vari modi dagli ecclesiastici: nei xenodochi, dove trovano ricovero anche gli ammalati; nei monasteri situati nei luoghi strategici, ubicati a un giorno di cammino l’uno dall’altro, e negli ospedali. A questi si aggiunge l’ospitalità laica (a pagamento), nelle taverne (solo cibo) o nelle locande (cibo e pernottamento).

Pellegrini diventerà un cognome (documentato ancora nel 750), mentre Pellegrino è un nome ancora presente e, nel Veneto, si definiva scherzosamente una persona “peegrìn” col significato di poveretto o anche poco generoso.

I maggiori rischi per i “viaggiatori di Dio”: la malattia, la fame, gli animali selvatici e i briganti.

I santi protettori da loro invocati: San Sebastiano (contro la peste e l’ergotismo, ossia l’intossicazione causata dalla segale cornuta), San Giacomo (protettore dei pellegrini e dei bambini), San Cristoforo (per la morte improvvisa), San Giuliano (patrono degli albergatori).

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L'opera del consorzio e dei dispensari antitubercolari: Codroipo Carmela De Caro

Carmela De Caro

Da quando fu provato (nel 1880) che la malattia era contagiosa, la tubercolosi divenne una patologia conosciuta e le persone infette costrette a entrare nei sanatori. Nonostante i benefici però, anche nelle migliori condizioni, la metà di quelli che entrava in sanatorio moriva in un periodo di cinque anni (nel 1916). Visto il diffondersi della patologia, anche in Italia si studiarono nuove cure per il suo contenimento. Fu promulgata una legge (testo unico 1265/1934, art. 268 e 283) che prevedeva in ogni provincia l’istituzione di un Consorzio Provinciale Antitubercolare, Ente Morale retto da un appropriato statuto. Facevano parte del Consorzio obbligatoriamente la Provincia, i Comuni e gli Enti Pubblici che in tutto o in parte svolgevano azione antitubercolare.

I Consorzi sorsero allo scopo di permettere l’impianto di tutte le opere necessarie alla lotta antitubercolare, per coordinare le opere sanitarie e sociali esistenti nella Provincia e per assistere i malati, per integrare con i propri mezzi l’azione delle istituzioni antitubercolari. Organi esecutivi del Consorzi erano i Dispensari finalizzati a individuare i casi di tubercolosi, la profilassi, e l’assistenza morale e materiale ai malati, con particolare riguardo ai bambini avviati alle colonie estive e montane. In Italia, inoltre, nel 1922 fu istituita la Federazione Italiana contro le Malattie Polmonari Sociali e la Tubercolosi, come organo di collegamento dei ventotto Consorzi Provinciali Antitubercolari esistenti su tutto il territorio. La Federazione svolse la sua attività per la prevenzione della tubercolosi, a carattere scientifico, culturale e divulgativo in stretto collegamento con le omologhe istituzioni straniere.

Nei Sanatori, i malati erano trattati con alcune pratiche chirurgiche come la “tecnica del piombaggio” o “pneumotorace terapeutico” che consisteva nel fare collassare il polmone infetto (il metodo di Forlanini consentiva, per mezzo di un ago attraversante uno spazio intercostale, l’introduzione di gas quali azoto e aria nel cavo pleurico libero, con ripetuti rifornimenti, in quantità tale (cc 300-500) da permettere che le lesioni presenti guarissero).

Fin dai primi anni del 1900 fu, poi, utilizzato sull’uomo il “vaccino Maragliano” costituito da microbatteri, uccisi al calore mentre i primi esperimenti per ottenere un vaccino di microbatteri vivi di tubercolosi bovina furono sviluppati nell’Istituto Pasteur in Francia tra il 1908 e il 1921 (BCG, Bacillo di Calmette-Guerin).

Breve Storia del Tubercolosario di Codroipo

A Codroipo, la popolazione avvertiva la necessità di edificare una Casa di Ricovero ma motivi economici, di fatto, lo impedirono sino al 1902 quando fu costituito un Comitato Cittadino per la soluzione del problema. Fu proprio questo a bandire una sottoscrizione che fruttò 14.536. lire, poca cosa in rapporto alla cifra necessaria.

A causa della guerra del 1915, la sottoscrizione ebbe un blocco e nel 1917 l’Amministrazione Comunale investì il denaro in cartelle di rendita depositate presso l’Esattoria comunale.

Durante la guerra poi, il Comando Militare costruì sulla strada nazionale tra Codroipo e Zompicchia un edificio adibito a Lazzaretto a scopo sanitario per militari e dopo la guerra, lo stesso fu ceduto al Comune che lo destinò all’isolamento per malattie infettive. Solo nel 1924 e grazie all’Associazione Mandamentale nata nel 1921 il comune restaurò il padiglione attribuendone una parte a Dispensario Antitubercolare l’altra a infermeria.

“Il Giornale del Friuli” “ Gazzettino” riportava notizia e volantino delle adunanze dell’associazione in comune. Queste le parole con cui la redazione del quotidiano ne fu informata: “L’Associazione Antitubercolare va svolgendo un’attività veramente encomiabile”, “ i preposti nulla trascurano per una sempre più efficace lotta contro il dilagare del mal sottile”, “Presto con il valido appoggio dell’Amministrazione Provinciale avremo qui un perfetto dispensario antitubercolare mandamentale”.

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150° della tromba d’aria che colpì il “Villaggio” di San Mauro e la Bassa friulana il 28 luglio 1867

Fabrizio Blaseotto

“Era di un ora e pochi minuti scorso il meriggio del giorno 28 luglio del 1867. Dopo soffocante sereno, dal lato di Nord Ovest, innalzandosi, quasi a scaglionate dei densamente nuvolosi, a cui, coll’ansiosa aspettativa di una sospirata pioggia, erano rivolti gli occhi di più. Un vento impetuoso quasi foriero di una burrasca soffiava con forte sibilo. Quando, in mezzo ai nuvoloni si vide e fu veduta (…) la tromba incominciò a far sentire i suoi funesti effetti sui villaggi di S Mauro e Ronchis posti all’Ovest di Palazzolo e alla distanza in retta linea di circa otto chilometri, sulle rive del Tagliamento. Vien riferito di essere state atterrate due case in S Mauro e fattevi due vittime. Lungo il suo cammino per una zona in larghezza di circa 80 metri schiantò alberi, disperse piantagioni, distrusse casolari, devastando quanto incontrava segnando la sua via di rovina e deserto. Ma fu a Palazzolo, che ha una popolazione di 1500 abitanti circa, e che è a Sud Sud Ovest di Udine e distante in linea retta trent’uno chilometro circa, dove ha lasciato l’orma più terribile della sua potenza di distruzione. In meno quasi che non si dica 25 case sono stati atterrate dal fondo e stritolato il materiale in pezzi minuti; altri 30 sono stati ridotti al solo piano terreno; 15 circa rimasero senza coperto e le restanti furono più o meno danneggiate i tetti trasportati a molta distanza, grandinando, qual paglia mobilia e travi…” 1

Quanto sopra riportato è tratto da una relazione del prof. Francesco Zantedeschi (1797-1883), presbitero e fisico, prese spunto dal Giornale di Udine dell’epoca, che diede ampio spazio all’accaduto, il Prefetto di Udine, in data 2 agosto, inviò una delegazione per valutare i danni. Venne stesa una relazione ampia e senza esclusione di particolari interessanti, riguardanti esclusivamente gli effetti della tromba d’aria a Palazzolo dello Stella e dintorni, il “villaggio di San Mauro” venne solo nominato, nella Gazzetta Ufficiale del 22 agosto 1867 si legge, …” la tromba, che stando a ben sicure attestazioni, aveva cominciato a far sentire i suoi effetti sui villaggi di San Mauro e Ronchis posti all’ovest di Palazzolo (...), dopo avere devastato il paese di Palazzolo ed il bosco Volpares, uscì dal bosco piegando verso oriente nella direzione del villaggio di Muzzana, poi si diresse verso il bosco di Carlino che toccò e danneggiò, e quindi si perdette non si sa ben dove nelle paludi che stanno tra Carlino e Marano…” 2.

Visti gli ingenti danni che ricevette il territorio friulano, tutta l’attenzione venne convogliata in quell’area, e l’area di San Mauro da dove partì la tromba d’aria non destò molto interesse, anche se ci furono 2 morti e 15 feriti. Le uniche note che sono giunte fino a noi le abbiamo grazie al Parroco di San Giorgio al Tagliamento, arciprete Carlo Biasoni, che nel libro dei morti scrive:

29 luglio 1867. Lucia detti furono Giovanni Galasso e Caterina Piton, vedova del fu Angelo Martin detto Bugin, era domiciliata ultimamente a San Mauro, premunita dei Santi Sacramenti di Penitenza e l’ Olio Santo, ed conta anche la Benedizione Papale, in età di anni 81, ieri moriva alle ore 3 pomeridiane, fracassata sotto le rovine della capa, che dal terribile uragano precipitata le veniva addosso, non avendo sopravissuta al colpo per circa due ore. In quella sera fu data ecclesiastica sepoltura al suo cadavere in questo cimitero alla presenza di me. Carlo Biasoni Arciprete. 3

Della seconda vittima non si hanno notizie, molto probabilmente si trattava di qualche persona di passaggio e residente in altro comune, né tanto meno nelle giornate successive ci furono altri funerali in parrocchia.

Gli abitanti del posto, negli anni successivi, cercarono di tramandare oralmente questa vicenda, ancora oggi qualche “nipote” ricorda i loro racconti… I Blaseos e la Sbisa “Quel che si dimentica è come non fosse mai esistito, solo ricordando e raccontando si può tenere viva la memoria dei fatti importanti di un paese …” Cit. Isabel Allende “I Blaseos” arrivarono a San Mauro nei primi anni dell’800, alle dipendenze della famiglia nobile veneta dei Conti Mocenigo.

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Il “Rogan” a Palazzolo dello Stella 1867-2017

Silvio Bini

Per iniziativa dell’Associazione culturale Art&Stella, e la collaborazione del Comune di Palazzolo e altre associazioni locali, la storia del Rogàn di Palazzolo, scritta da Aldo Pizzali (1943 – 1987) nel 1967, nel centenario del tragico avvenimento, integrata con le nuove ricerche di Luigi Bertoli, Dario Bini, Giuliano Bini, e Silvio Bini è stata presentata a Palazzolo il 28 luglio scorso, lo stesso giorno in cui centocinquanta anni fa una tromba d’aria di grande intensità si abbatteva sul piccolo paese dello Stella, devastandolo. L’appassionata ricerca del giovane Pizzali, allora direttore del mensile “La Sveglia” del Circolo giovanile palazzolese, che editò il libro, riportava alla luce le testimonianze dei protagonisti di quella triste vicenda: il parroco don Michele De Michieli; i professori dell’Istituto Tecnico di Udine, Alfonso Cossa e Giovanni Clodig, inviati a Palazzolo dal prefetto Giovanni Lauzi per una relazione al Regio Governo sui fatti accaduti; lo stesso prefetto Lauzi (che da pochi mesi aveva sostituito il primo prefetto di Udine italiana, Quintino Sella) il quale si precipitò il giorno stesso a Palazzolo per organizzare i primi soccorsi per poi rivolgersi ai generosi abitanti del Friuli con un proclama di invito ai Municipi della Provincia ad aprire una colletta per sovvenire ai disastri di Palazzolo, nella quale il soldo del povero si unisca all’aurea moneta del ricco in caritatevole comunanza. Pizzali infine pubblicò la relazione contenuta in un opuscolo del Municipio di Palazzolo. I documenti concordano sostanzialmente nella narrazione degli avvenimenti. I fatti: 13 vittime, una trentina di feriti, trenta case atterrate, oltre settanta danneggiate, più di quattrocento persone rimaste senza tetto (sui 1500 abitanti che contava allora Palazzolo ). Il primo di agosto, il Giornale di Udine ricevette una delle ormai tante corrispondenze. Da Latisana scrisse C. Morossi, consigliere comunale: Quasi la mano non regge a descrivere il fatto, tremendo che ha gettato nella desolazione il vicino paesello di Palazzolo (..) Oltre un terzo del paese non è più che rovine. Chi ora si portasse su quelle rovine che tolsero ogni indizio di vie, di corti, di confini, non oserebbe chiedere a sé stesso il numero delle vittime, ma volle la sorte che la maggior parte degli abitanti, attratti appunto dalla singolare meteora, si fossero radunati per osservarla in punti diversi del paese e indi, a sfuggirla, si ricoverassero in massa, parte in Chiesa, parte nell’osteria del luogo, rimaste quasi illese dal turbine che irruppe fra esse (..). Questa testimonianza fu poi in sostanza confermata da Angelo Tonizzo, allora tredicenne, figlio del segretario comunale, nel libro autobiografico che poi scrisse nel 1921, dopo una pregevole carriera di musicista e concertista di vaglia: (..) Spinto dalla curiosità, in un istante di terrore, per cui nessuno si accorgeva di me, uscii nella vicina piazzetta ad osservare insieme ad altri il minaccioso fenomeno atmosferico; ma questo ci raggiunse con tale rapidità fulminea da non lasciarci il tempo di riguadagnare l’uscio di casa e scappammo tutti a rifugiarci nella chiesa, fortunatamente aperta. Il 2 agosto il Giornale di Udine ospita una lettera di Gio.Batt. Fabris, deputato provinciale, indirizzata al condirettore prof. Giussani: Caro Camillo, ritorno da Palazzolo, per le sue rovine, friulana Pompei, e sono ancora sotto la triste impressione di quella visita. I racconti che si fanno, le cose che ho letto nel tuo Giornale non offrono per sicuro un quadro se non completo, almeno vicino al vero, di ciò che colà è avvenuto la decorsa domenica. Racconta ancora Fabris: gran parte del paese è rovinato (..) nella traversata del fiume Stella la tromba assorbì l’acqua nelle sue spire e per un istante fu riprodotta la scena che avvenne agli Ebrei nel passaggio del mar Rosso. Uscita dal villaggio si diresse a levante e provò la sua forza in un bosco di querce (forse il bosco Volpares o il Selva Arvonchi di Muzzana che a quel tempo erano praticamente uniti). Io lo visitai. Per una estensione di 150 metri lo attraversò tutto nella sua larghezza e gli alberi di un diametro di 25 centimetri circa li attorcigliò a guisa di vincastri e li ruppe. Al sito della torcitura il legno è ridotto in sottili filamenti. Te ne spedirò un saggio ch’io raccolsi. Questa è una testimonianza che riporta al ricordo (al solo ricordo) di un gran ciocco di quercia attorcigliato, prelevato in un bosco colpito dalla tromba d’aria, in mostra al Museo Friulano di Storia Naturale di Udine. Nell’opuscolo di Aldo Pizzali ne parla il poeta Zuan Marie (Giovanni Maria Mattiuzzi): Don Michel, plevàn che volte, sta spiegânt a Maur, Mistruz (Monsignor Pilùt al scòlte) dal rogàn chei momêns brus. - ‘Sta contànle tâl e quâl, dut contuàrt, un toc di rôl, che, al Museo Naturâl, Udin ten di Palazzôl; - si po viòdilu e tocjàlu, d’in che dì l’è storie vive: il grânt Agnul po mostrâlu, lânt lassù in cumitive. Il museo nel 1967 era su in Castello, a Udine. Zuan Marie sapeva del toc di rôl e forse lo sapeva anche Aldo Pizzali. La certezza l’abbiamo con la testimonianza di Dario Bini che durante una visita scolastica al Museo, che nel frattempo era stato trasferito in via Grazzano, nei primissimi anni ’70 lo vide esposto, con tanto di targa.

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Il diritto longobardo nelle doti maranesi

Maria Teresa Corso

Dopo la fase romana, i villaggi della bassa pianura confinante con la laguna, esistenti nel VI° secolo d.C. come ‘castra’ (accampamenti) e più o meno circondati da difese, facevano gola ai vari conquistatori. Anche se la storia insegna che i longobardi in qualche modo avevano paura dell’acqua, le presenze longobarde s’insinuarono nelle strutture sociali trasferendo la loro forte impronta guerriera che portava con sé elementi militareschi.

La loro scarsa empatia con l’acqua, porterebbe ad escludere una loro presenza nell’accampamento lagunare, nel praedium Mariani, impostato a lisca di pesce sui due assi cartesiani quali il decumano in direzione Nord-Ovest (Strada Longa o Via Sinodo odierna) e il cardine (cardo) in quella di Sud-Est (strada Levada per Muzzana).

Ma la loro presenza è indubbia. All’interno del praedium Mariani si saranno acquartierati in fare (farae in latino) cioè in raggruppamenti familiari con funzioni militari. La fare era l’unità fondamentale dell’organizzazione sociale e militare dei Longobardi durante le loro migrazioni. Era formata dall’aggregazione di un gruppo omogeneo e compatto di famiglie (originate dallo stesso clan gentilizio) ed era in grado di organizzarsi in contingente con funzioni militari di occupazione del territorio.

Similmente alle altre comunità da loro conquistate, la proprietà delle terre occupate divenne poi individuale, trasmessa in via ereditaria e tutelata dalle leggi.

Per avere una data storica di riferimento sappiamo che i Longobardi in Friuli come nel resto della penisola regnarono dal 568-771, anno in cui vennero sconfitti dai Franchi.

Nell’editto di Rotari, promulgato con il consenso dei primati iudi-ces (maggiorenti) e dell’esercito vittorioso, vi erano diversi paragrafi che regolavano il diritto dei rapporti familiari, prova di una grande attenzione a tale argomento. In particolare, venivano regolati i rapporti patrimoniali ed ereditari, soprattutto riguardo ai figli legittimi. Da un punto di vista patrimoniale, durante la fase longobarda la donna aveva alcuni diritti.

Ad esempio nel campo del diritto matrimoniale vigeva il faderfio (dal termine fader = padre e fio = bene) ossia la cosiddetta dote paterna, che rappresentava il dono nuziale che il padre dava alla figlia in occasione delle nozze, a titolo di anticipata successione, e che poteva raggiungere fino al 25% del suo patrimonio, perché la donna, infatti, era esclusa dall’eredità.

Solo in un secondo momento il diritto longobardo ha legittimato la donna non sposata a poter entrare nel patrimonio ereditario. Se era sposata non ne aveva diritto perché aveva goduto del faderfio.

Secondo il diritto longobardo, in caso di morte del marito, se la donna ritornava nella famiglia originaria, poteva portare con sé il faderfio, ovvero la dote veniva restituita e tornava ad essere patrimonio della famiglia, patrimonio da condividere, ad esempio, con le sorelle in caso di morte del padre oppure con il fratello maggiore.

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Onorificenze e patacche - I falsi ordini cavallereschi

Gianni Strasiotto

Il mensile Focus, nel numero di febbraio 2015, riporta un articolo pregevole su tutte le onorificenze cavalleresche più ambite del pianeta, dal titolo “Ordino e decoro – Medaglie, collari, stelle…e patacche”.

Il pezzo passa brevemente in rassegna i principali ordini dei relativi stati, case regnanti o ex regnanti, dalla Santa Sede al Giappone, dall’Ordine del Cardo (GB) a quello del Toson d’Oro (Austria-Ungheria), dall’Ordine di San Gennaro alle onorificenze della nostra Repubblica (OMRI). Interessante l’apertura: “Nel dedalo del Tribunale civile di Roma è un giorno come tanti: tra aule e uffici la consueta passerella di avvocati, cancellieri, giudici, cittadini. Un noto principe del foro fende la folla ostentando, sul bavero della giacca, una rosetta cremisi sormontata da una piccola croce a 8 punte. Insegne da cavaliere di Malta? Giammai: quelle “doc” sono di colore rigorosamente nero. La vanitas sociale ha giocato un brutto tiro al nostro professionista di grido che è incappato, manco a dirlo, nella classica “patacca”.”

Le richieste di riconoscimento a ogni tipo di ordini, veri o fasulli, un tempo come oggi, si contano a migliaia.

Recentemente un conoscente, impegnato nel volontariato a sostegno dei missionari operanti nei Paesi dell’Est europeo, mi ha chiesto il valore della sua nomina a cavaliere dell’Ordine di San Gerardo d’Ungheria (Gerardo – che però è un beato – è il nome del fondatore dell’Ordine Ospedaliero di San Giovanni, detto poi di Malta). Le mie puntigliose ricerche non sono approdate ad alcun risultato. Gli ordini riferiti ai santi, un tempo molto numerosi, sono oggi notevolmente ridotti e tutti ben identificati. Questa bravissima e attiva persona, insiste: “Credo che sia riconosciuto dalla Santa Sede”. Assolutamente no! Il Vaticano riconosce soltanto il Sovrano Ordine Militare di Malta (SMOM) e l’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme.

Sui moderni ordini dei cavalieri templari, risorti in molti Paesi, si potrebbero scrivere centinaia di pagine. Diciamo solo che i “Templari Cattolici Italiani” sono una benemerita congregazione, riconosciuta dalla Chiesa come tale e non un ordine cavalleresco. I Templari, com’è noto, erano un Ordine religioso-militare, nato in Terra Santa nel 1118-1119, assumendo una regola monastica. Al termine delle Crociate si stabilirono in Francia. L’ordine si dedicò nel tempo anche ad attività agricole e finanziarie, creando un vasto sistema produttivo e gestendo i beni dei pellegrini europei, arrivando a costituire il più avanzato e capillare sistema bancario dell’epoca. Il loro potere e le loro ricchezze suscitarono gelosie anche nel mondo cattolico. Furono accusati di eresia dal re Filippo il Bello, indebitato anche con loro che s’impossessò delle loro enormi ricchezze e li condannò al rogo. Papa Clemente V sospese l’ordine nel 1314 e i beni sfuggiti alla razzia passarono ai Cavalieri di San Giovanni, poi di Malta. Le varie rifondazioni dell’ordine sono abusi: spesso nascondono vere e proprie truffe, mascherate da elargizioni benefiche.

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De Lorenzi, una famiglia nella prima guerra mondiale

Gianfranco Nosella

Questa è una breve sintesi della storia-testimonianza di una famiglia che ha vissuto le vicende della prima guerra mondiale in quel di Casarsa della Delizia. I fatti sono stati narrati da un pronipote del bisnonno Francesco De Lorenzi, nato a Vivaro nel 1823, che ha raccolto le vicende. La storia della famiglia De Lorenzi è stata pubblicata nel libro “Una storia, una famiglia di Casarsa”, da Campanotto editore.

Un ometto, classe 1823 nato a Vivaro, alto un metro e sessanta-settanta centimetri molto magro, ossuto e forte fino alla vecchiaia, aveva avuto diciotto figli. Di questi a Francesco gli sopravvissero in 6, Angelo, Antonio, Paolo, Giovanni, Osvaldo, Luigia Teresa . Quest’ ultima aveva sposato l’Ing. Rubini del Comune di Venezia (veniva regolarmente con i figli a trovare i fratelli a Casarsa e Vivaro e si era fatta fare lo stemma di famiglia sulla tomba (un leone portante le tre rose rosse); gli altri fratelli, eccetto Antonio, si erano trasferiti a Casarsa e qui era morto Osvaldo nel 1887 a 16 anni, aiutava i fratelli più vecchi. Antonio, invece, aveva preso residenza a Palmanova.

Il grande vecchio aveva vissuto il passaggio della figura del sensale tra il commerciante di bestiame che forniva carne alle macellerie e quello di sensale di bestiame vivo per la rimonta nelle stalle. Una stalla, in rapporto al numero delle bestie, aveva bisogno di rimonta a seconda delle varie età degli animali, vitelli, vitelle e praticamente per mantenere la omogeneità dell’allevamento, nello specifico della pezzata rossa. C’era chi aveva un maggior numero di animali maschi, chi di femmine. Ecco allora che il bisnonno, facendo da mediatore e commerciante di bestiame vivo, si interessava a che ogni stalla avesse un numero omogeneo di animali maschi e femmine sia in rapporto all’età attraverso la compravendita tra i vari contadini, ad esempio di montagna e di pianura, sia favorendo l’incrocio dei vari animali rafforzandone in tal modo la qualità. In questo tipo di attività ovviamente ne ricavava il suo guadagno.

Prima del 1885 la mucca prevalente nelle stalle friulane era denominata Pezzata Rossa Friulana, razza di origine meticcia. Dopo un incrocio di sostituzione avvenuto nel 1870 tra una vecchia razza locale detta Friulana, adibita più al lavoro che alla produzione di latte e di carne, e la razza Simmenthal pezzata rossa di origine Svizzera, venne chiamata Pezzata Rossa Italiana. Successivamente era stata ulteriormente migliorata per il latte utilizzando tori francesi di razza Montbeliarde e per la carne attraverso incroci con tori di razza Bavarese e Austriaca.

La pezzata rossa friulana

Questo animale era ben conosciuto nelle lontane steppe russe al tempo degli zar. Infatti era noto che i macellai friulani non consegnavano il pellame della pezzata rossa sia di adulto che da latte se non privata dell’umido. Tale processo lo realizzavano attraverso una accurata salatura delle pelli. Essi, come fatto storico, già circa dalla fine del 1800 ai primi del 1900, sapevano che gli emissari della cavalleria cosacca russa, nucleo centrale dell’armata zarista e successivamente della armata rossa di Trotzky, riformatore di tutto l’esercito russo e comandante della medesima armata che aveva riportato grandi vittorie sulle truppe bianche inglesi ed altri, erano alla ricerca di tali pelli; i macellai erano a conoscenza che gli inviati russi si sarebbero rivolti ad Udine ad alcuni grossisti con una lettera di impegno da parte dello zar per l’acquisto di una grande quantità di pelli. Una simile richiesta non si sarebbe potuta soddisfare se non nel corso di qualche anno, mentre la domanda aveva una scadenza temporale brevissima, quindici giorni circa. Costoro si rifornivano delle pelli della pezzata rossa friulana perché grassa e quindi aveva una buona resistenza ai freddi di quell’area geografica. Le pelli di animali adulti servivano per i finimenti dei cavalli e gli stivali della truppa mentre il pellame di animali da latte (settanta, ottanta, cento chilogrammi) veniva utilizzato per i finimenti dei cavalli e gli stivali degli ufficiali. Per testimoniare tale fatto si presenta una foto di finimenti e selle realizzati con pelle di pezzata rossa friulana della cavalleria cosacca.

Questa domanda ed offerta era conosciuta in Friuli da poche famiglie, tra queste quella dei Cogolo che mantennero rapporti commerciali con la Russia anche dopo la fine della seconda guerra mondiale per merito di questa tradizione. Certamente su questo argomento i discendenti della famiglia Cogolo potrebbero meglio illustrare tale rapporto commerciale.

Il macellaio, quindi, a conoscenza di questo mercato, trattava le pelli con cura, le salava, le tratteneva presso di sé ben consapevole che in un determinato momento il loro prezzo sarebbe salito in concomitanza della richiesta russa. Era il momento di fare buoni affari. Gli emissari russi giungevano con una lettera di presentazione dei Lloyd di Londra dichiarando che avrebbero pagato in sterline oro. Nell’arco di due settimane veniva raccolto tutto il prodotto di qualità imballabile. La riscossione del pagamento era il frutto di una attività che era stata gestita nel tempo e serviva per consolidare la contabilità del macellaio. Sappiamo che tale commercio non era terminato con lo scoppio della rivoluzione russa, poiché il maresciallo zarista Budjonny passato armi e bagagli con le sue truppe tra i sostenitori della rivoluzione, aveva continuato a far pervenire le richieste del pellame della pezzata rossa fino a circa il 1935-1936 ( trattato di non aggressione Russia-Germania - Brest-Litowsk). Budionny era stato uno degli ufficiali della cavalleria cosacca zarista che aveva combattuto prima sotto le insegne dello zar ottenendo anche decorazioni e successivamente, rivedendo le proprie idee nel 1917, era passato sotto le fila dell’armata rossa divenendo comandante della cavalleria ed aveva gestito tale reparto fino all’ultima guerra mondiale. Il nucleo della cavalleria, allora, era costituito dalle grandi famiglie cosacche, grandi conoscitori ed esperti di cavalli in quanto abituati alla transumanza.

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Apicilia

Gino Vatri

Nel Medio Evo i toponomi italiani hanno subito un rimaneggiamento in grande scala, non si riesce a capire come mai un lavoro fatto così bene e di questa magnitudine sia passato inosservato: si sa però che gli esperti di toponomastica e non solo, sono riluttanti a dimostrare interesse per teorie diverse dalla loro. Nel 1086 in Inghilterra fu compilato il Domesday Book forse il più importante documento in esistenza. Questo inventario (descriptio) dell’Inghilterra e della sua gente fu fatto per ordine del re normanno Guglielmo (William). Il libro prese il nome dal termine inglese antico dom che significava stima (valutazione) delle proprietà ma fu chiamato Domesday, il giorno del giudizio, perchè le sue decisioni erano inalterabili. Il re morì prima del completamento dell’inventario o catasto per usare un termine più moderno. Continuando sulle sue orme, 930 anni dopo possiamo constatare che il 90% e più dei 13400 toponomi esistono ancora e sono le case, le comunità dell’Inghilterra moderna. La lingua usata per il Domesday Book fu il latino, ma molti termini erano inglese antico (anglosassone) e sulla strada di diventare inglesi e che di latino avevano solo l’apparenza. Ho tradotto in italiano qualche passo del Domesday Book, cosa impossibile se non si conosce anche l’inglese. Molti termini (toponimi) sono sia latini che anglosassoni, sono giunti in Italia e italianizzati in loco dagli stessi Normanni dopo l’esperienza, appena conclusa, del Domesday Book. I tecnici normanni erano di lingua francese, conoscevano l’antico inglese, il latino e altre lingue come il celtico per fare solo un esempio. Nel 1086 o subito dopo per dare una data molto vicina alla coniazione dei nostri toponimi, l’esercito normanno era in Italia da molto tempo. Alcuni miei articoli pubblicati da la bassa e da Alpini in Trasferta, penso siano il modo più semplice per capire come dei toponimi di chiara origine anglosassone per etimologia e grammatica siano stati coniati dalle nostre parti, da esperti con conoscenza di più lingue, che avevano certamente con sè documenti portati dall’Inghilterra e documenti locali. I toponimi della Bassa Friulana, nel loro insieme, hanno uno specifico messaggio storico da offrire, bisogna inoltre considerare il loro significato geografico e linguistico. Toponimi come Latisana, Precenicco, Palazzolo Pertegada e Lignano, se studiati in gruppo suggeriscono delle interessanti conclusioni. Nonostante l’apparenza latino-celtica il toponimo Apicilia o Appicilia a noi sembra un normale toponimo anglosassone o addiritura inglese. Nell’antico inglese la preposizione aet che prendeva il dativo, era ritenuta una parte integrante di un toponimo, abbiamo anche il caso di La Lega, più tardi La Leye e La Legh, la è naturalmente un articolo francese che in tempi passati troviamo anche nel toponimo La Tisana e La Tesana. Altre preposizioni sono usate nella formazione di toponimi inglesi, preposizioni e avverbi che troviamo anche nei toponimi di casa nostra, come per esempio il bi iniziale di Bibione e il be di Bevazzana. Altre preposizioni sono occasionalmente usate in toponomi inglesi e naturalmente anche da noi, fore per esempio è una preposizione che troviamo nel toponimo Fornesatte. Abbiamo anche delle forme avverbiali, suth, sud in italiano che troviamo a Sottopovolo e sub dal latino naturalmente, ma conosciuto anche in inglese antico, che troviamo a Sabbionera (Sabenera). Molti studiosi si sono interessati di Apicilia: Giuliano Bini, Luciano Bosio, Fabio Prenc, Cornelio Cesare Desinan, Piera Rizzolati e Vinicio Galasso. Anche il sottoscritto si è interessato di Apicilia, l’articolo è stato pubblicato a pagina 5 del #54 di Alpini in Trasferta, si può trovare nel sito www.alpininorthamerica.com. Dopo 5 anni l’articolo è sempre valido ma ha bisogno di qualche aggiornamento. Apeak è un avverbio inglese, in italiano si può rendere con a picco, fatto a punta, in posizione verticale, potrebbe fare il caso nostro... L’inglese antico upp, alto, più in alto, è usato in due sensi nella toponomastica inglese, significa più in alto in contrasto con altri posti di abitazione più bassi, oppure semplicemente si riferisce ad una fattoria, villaggio o proprietà situate più in alto. L’antico inglese upp e l’inglese up hanno lo stesso significato, entrambi fanno il caso nostro, up-peac-lea, upp-peac-lia oppure up-pic-lea. Peac, Pec, Pek e più tardi Peke, Piec sono termini molto simili a Pic che ricorre molto più spesso nella toponomastica inglese. Peac è una parola inglese antico equivale all’inglese peak, latinizzata come Pecco significa collina e punta e si riferisce anche a un terreno oppure a un territorio fatto a punta...Per leah The Oxford English Dictionary da anche il dativo singolare lea e leage e i plurali leum, leam e leagum. Abbiamo già visto che la preposizione inglese antico aet regge il caso dativo, la preposizione latina ad regge l’accusativo, in certi casi è facile confondere il dativo plurale inglese antico con un accusativo latino e Appicilia è un classico esempio...

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Guglielmo Beltrame: il friulano che illuminò Buenos Aires

Roberto Tirelli

Fra alcune carte risalenti ai primi anni Ottanta del secolo scorso ho ritrovato una busta con all’interno un dattiloscritto di mio padre che in esso aveva trascritto i ricordi di Guglielmo Beltrame, emigrato da Mortegliano in Argentina ove aveva fatto fortuna nel settore elettrico con il merito, da pochi conosciuto, di aver realizzato l’illuminazione pubblica di Buenos Aires. Questa testimonianza, essendo da tempo scomparso il Beltrame, costituisce una interessante pagina di storia del Friuli di ieri e della sua emigrazione oltreoceano.

“Nacqui a Mortegliano nel secolo scorso (n.d.r. l’Ottocento), prima della grande guerra, in un clima medioevale rispetto ai cambiamenti avvenuti in novanta anni, che mi sembrano un sogno.

Verso il 1903 ero in classe con il maestro Eugenio Vesca e un giorno seppimo che davanti alla filanda Brunich avevano installato un fanale con una lampada elettrica a carbone che durante la sera sarebbe stata accesa senza fiammiferi. Per la grande novità quasi tutti gli alunni andammo verso la filanda per vedere il miracolo. Quando incominciò a farsi rossa ci fu un ooh. Raccontammo la novità e il giorno dopo la sapeva tutto il paese.

All’uscita della scuola ci trovavamo somp la vile, il bivio dove fu costruito il tetto del duomo (n.d.r. oggi piazzale Udine con i semafori) e c’era un posto dove è ora la facciata della casa di Regina Borsetta con circa 25 metri d’acqua calma, che d’inverno si gelava. Ci sfidavamo a pattinare con zoccoli o slitte fatte in casa, con speroni fatti di solito con un chiodo. I miei avevano la punta d’acciaio e me li faceva lo zio materno.

Tra i ragazzi c’era Min dai Sefis, grassottello e un po’ più vecchio, che mi chiese in prestito la slitta. Salì, prese velocità e non potè frenare e finì nell’acqua. Fu un buono spavento per tutti, lo aiutammo ad uscire con dei rami e se ne andò correndo a casa sua. Tutto finì in risate.”

Tra i ricordi uno significativo: “La mamma stava togliendo i fagioli dal guscio e io mi offrii per aiutarla e lasciai cadere per terra 4 o 5 fagioli. Lei mi disse Gjelmin raccogli questi fagioli. Io le risposi: perché…per così poco…Li raccolse lei e mi disse: prova a raccoglierli ora che non ce ne sono. Al momento non le diedi importanza, ma la lezione mi è stata utile in seguito.

Quando avevo tra 11 e 12 anni andai a Lavariano dal mio nonno materno Mattia D’Odorico come apprendista nella sua e di zio Gini officina detta “el fari di Lavarian”. Mio nonno era molto ingegnoso e molto conosciuto perché sapeva leggere e scrivere molto bene avendo imparato dal cappellano del villaggio. Così anche mio nonno paterno, ma le nonne non davano molta importanza alla cosa.

Mio nonno era in stretti rapporti con i meccanici del Friuli ed era molto amico dei Solari fabbricanti di orologi da campanile. Riparava gli ingranaggi, ma anche quelli degli orologi a pendolo, come pure le pistole a pietra focaia. Ai tempi di mio nonno si faceva tutto a mano, anche la trebbiatura, ma lui inventò una specie di macchina con la collaborazione di Tobia Bernardis. Aveva conosciuto i Solari perché aveva da giovane la fidanzata a Lauco che raggiungeva con una specie di triciclo di legno. A Villa Santina ove lo lasciava per salire il sentiero gli fecero un dispetto e lo gettarono nel torrente.

Si era costruito anche un tornio a pedale di legno del quale mi servivo per alcuni pezzi di un fanale alimentato da un motorino a vapore. Costruivo molti motorini ed uno ancora conservato mi venne ridato nel 1961 al mio primo ritorno in Italia.

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Il Viandante della vita

Monica Mingoia

La sera è quasi scesa e il vecchio viandante cammina per la via,
ripensa alla giovinezza che è volata via.
E’ volata via come un battito di ali
di quegli uccelli rari,
si è dissolta in un momento, come il suo tempo.
Il suo sguardo si perde lontano
mentre la mente ripensa a ciò che è stato
a quello che ha perduto a quello che ha amato,
al pranzo di ieri, ma cosa aveva mangiato?
Questo non lo sa
ma nitido è nella sua mente il ricordo di quel giorno
di 30 anni fa, quando alla stazione ha visto la sola,
la sola che è ancora nel suo cuore.
Ripensa il viandante alla sua vita passata,
a quella vita che gli manca ripensa alla sua amata,
alla sua amata Bianca.
La sua risata cristallina
la ricorda chiara dentro la cucina,
le loro litigate e le rappacificazioni
riempivano la sua vita
di tante emozioni.
Il viandante ricorda quell’attimo di tempo
quando anche lui si sentiva contento.
Ha visto tramonti, albe e bufere,
l’aurora boreale e ripide scogliere.
Ha visto tutto il mondo
da Oriente ad Occidente,
oceani sconfinati, monti sempre imbiancati.
Ha visto tutto il mondo
con le sue gioie e dolori,
ha visto dei luoghi che sembravano
sempre luoghi nuovi.
Il viandante della vita ha imparato l’eterna lezione
che va oltre ogni razionale convinzione;
non esiste luogo
ma esiste solo un eterno momento
che il nostro Io interiore sa creare in un attimo di tempo,
ricordi cristallini, in una fluttuante eterna marea...
Il vero luogo magico pieno di giovinezza, felicità,
armonia ed immensa bellezza,
si trova solamente nel nostro Io interiore,
nella nostra fiducia e nel nostro amore...

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