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copertina numero 60 la bassa

la bassa 60, anno XXXII, n. 60, Giugno 2010

Estratti di articoli e saggi nella nostra rivista “la bassa/60”

In copertina
Particolare della “CARTA / FORI IVLII ACCURATA DESCRIPTIO
dal “Theatrum Orbis Terrarum” di Abram Oertel, Anversa 1573.

Latisana, 2 settembre 1990
Il presidente della Regione Friuli Venezia Giulia Adriano Biasutti
alla presentazione del libro:
“Le alluvioni del Tagliamento a Latisana”.

Sommario


Editoriale
ENRICO FANTIN

Cari Soci, è doveroso ricordare l’uscita di un numero della nostra rivista che cita la decina: in questo caso la sesta, il numero 60. Sessanta numeri della rivista, circa 9600 pagi- ne, quasi una piccola enciclopedia. Sono stati superati i trent’anni di attività editoriale, dove abbiamo lavorato tan- to, per preparare ogni sei mesi la rivista, per organizzare incontri culturali e tantis- sime altre manifestazioni per riscoprire non solo la lingua, ma anche la cultura e le nostre tradizioni. Sono stati anni d’impegno, di fatica, di dono gratuito di molti che ci hanno messo il cuore e l’anima con il solo unico vantaggio dell’amore alla propria terra: la Patria del Friuli. In questi tempi di vorticoso cambiamento, d’incertezze e di grande precarietà, abbiamo cercato di non scoraggiarci di fronte a tante difficoltà, cercando di tenere duro e di affrontare con vitalità il proseguimento delle nostre attività culturali. La crisi economica e le difficoltà nelle quali si dibattono gli enti pubblici, potranno portarci alla riduzione di progetti e programmi. La crisi che ha colpito tutti, soprattutto nel settore culturale, non sembra ancora finita e perciò ci dovre- mo adeguare ai tempi e alle situazioni che si apriranno. Ultimamente, con il decreto interministeriale del 30 marzo 2010, sono state soppresse le tariffe agevolate postali per tutta l’editoria libraria, quotidiana e perio- dica, colpendo così in maniera molto dura anche la nostra associazione. Nonostante tutto questo non ci è però mancata la vostra solidarietà e l’amicizia, anzi è cresciuta assieme all’incoraggiamento e il sostegno con il rinnovo della quo- ta sociale: fattori questi importantissimi per il prosieguo del nostro cammino. L’occasione di questo editoriale mi induce a ringraziare e ricordare il lavoro dei precedenti presidenti che hanno concorso a formare il grande nome che oggi gode l’associazione:

Assieme ai presidenti va un sentito ringraziamento a tutti i consiglieri che si sono succeduti nel tempo unitamente ai segretari e collaboratori. Fiducioso e con la inflessibile volontà di continuare l’opera intrapresa dai nostri padri fondatori, auspico ancora una volta che forze giovani, motivate a conservare e trasmettere le tradizioni e la storia, vengano a rafforzare le nostre file, affinché la nostra associazione continui la propria benemerita opera ancora per tantissimi anni. Con stima un cordiale mandi.

Enrico Fantin
Presidente “la bassa”

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La patria del Friuli dal 1077 al 1797
GIANFRANCO ELLERO

Nel corso del 2007, per incarico della Provincia di Udine, fui chiamato a rispondere alle seguenti domande: Che cos’è, o meglio che cos’era, la Patria del Friuli? Quando e perché la nostra regione fu chiamata Patria? Il lungo lavoro dell’indagine multidisciplinare, condotto assieme a Giuseppe Bergamini, si materializzò alla fine in una mostra (Udine, chiesa di Sant’Antonio Abate, 2 maggio - 15 giugno 2008), e in un corposo catalogo intitolato: “Il Friuli. Una Patria”, al quale rinviamo i lettori de “la bassa” desiderosi di approfondire singoli argomenti. Il profilo storico qui proposto sinteticamente illustra la gestazione della regione, la definizione dei suoi confini, le sue denominazioni, la sua disgregazione. La documentazione storica a supporto, contiene una sezione dedicata all’eredità della Patria del Friuli, un complesso di valori morali e culturali ancora (parzialmente) attivo nel nostro modo di vivere.

Lo “stampo” carnico

Non essendo il Friuli un’isola o una penisola, cioè una terra chiaramente delimitata da confini fisici, dobbiamo cercare la sua origine e la sua dimensione territoriale nel grande libro della storia. Tito Livio scrisse (Annali 39,22) che una tribù di Galli transalpini si spinse in “territorio veneto”, cioè nell’attuale Friuli, nel 186 avanti Cristo, ma altre fonti ci autorizzano a ritenere che la celtizzazione della regione doveva essere più antica. Del resto lo stesso Livio si corregge scrivendo che la colonia latina di Aquileia fu fondata, cinque anni dopo, nel “territorio dei Galli”(Annali 40,34). Per sapere tuttavia quale fosse la tribù gallica stanziatasi sulla nostra pianura (forse nei pressi di Medea, secondo la suggestiva ipotesi di Luciano Bosio) risulta preziosa la testimonianza di Plinio il Vecchio. E’ lui che definisce “Carnorum regio”, ovvero “Carnia”, la nostra regione, confermando così quanto già aveva scritto Strabone nella sua “Geografia”. Carnia è dunque il primo nome del Friuli, ma il macrotoponimo indicava un’area gallica molto più vasta. I glottologi affermano, infatti, che la radice celtica car (pietra, sasso), presente in macrotoponimi disposti in continuità territoriale (Carso, Carniola, Carinzia ...), in alcuni idronimi con vocale mutata in ‘o’ (Cormôr, Corno ...), sta a dimostrare l’esistenza di una più vasta “Carnia”, collocata da Strabone al di sopra o al di là dei Veneti. La presenza gallica in epoca preromana è testimoniata da molti reperti di grande interesse (bronzetti, monete, ceramiche, tombe realizzate secondo canoni diversi da quelli latini, e i mascheroni del cosiddetto ‘ipogeo celtico’ di Cividale). Ma ancora più espliciti, e più importanti come documenti di lunga durata, sono le numerose iscrizioni d’Aquileia dedicate al culto di Beleno, il dio solare dei Celti, vivo anche nel toponimo Beligna e nel nome del colle Bellino a Dernazzacco nei pressi di Cividale. E, come è stato più volte scritto, la celticità si nota in molti nomi di luogo con desinenza in –acus o –icus: (Chiarisacco, Bicinicco…), in –ago e in –igo a destra del Tagliamento (Maniago, Istrago, Orcenigo…) e in alcuni idronimi, fra i quali spicca il Tagliamento, il “fiume dei tigli”.

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La Bassa guardata dal mare
ROBERTO TIRELLI

Noi siamo abituati a considerare la Bassa friulana soprattutto nella sua consistenza come terra, dimenticando sovente che comprende pure un bel tratto di costa adriatica, il che costituisce non soltanto un fatto turistico, concentrato perlopiù a Lignano, od economico, la pesca dei maranesi, o commerciale-industriale, l’Aussa Corno, ma un qualcosa di più, una prospettiva culturale di prima importanza.
Dobbiamo, infatti, imparare anche a guardare alla Bassa dal mare, da sud anziché da nord, dal basso piuttosto che dall’alto. Si dirà che il risultato, poi, è lo stesso, ma non è vero. Vista da una parte o vista dall’altra, la stessa realtà cambia negli approcci e nei significati. Dal mare o dalla laguna la terra che viene incontro si presenta come un paesaggio di forti contrasti fra la natura e l’opera dell’uomo. Dalla terra, infatti, non si scorge altro se non una continuità di campi coltivati, di edifici, di strade, di strutture industriali ed artigianali, a tal punto che la Bassa appare un unico laboratorio, ove si coltiva, si costruisce, si vende, a stimolare le più serie analisi economiche sul suo sviluppo passato e futuro. Forse perché non è di facile approdo, la costa fa sentire il piacere della conquista di un mondo ove l’acqua, come un tempo, ha qui la sua prevalenza, stabilisce, i suoi ritmi, le maree, per regolare anche l’esistenza di chi vive ai suoi bordi, uomini, animali, piante. I maranesi, nella loro originalità linguistica e di tradizioni, hanno preso più dalla laguna che dalla terraferma ed hanno modi e tempi di vivere completamente diversi da chi sta nei paesi di pianura proprio perchè nel mare si spingono ogni giorno e ne traggono sostentamento. E’ la loro vita e dovrebbe essere la vita di tutto questo tratto di costa della Bassa friulana, evitando di farne un continuo scarico del residuo del quotidiano domestico ed industriale.
Nell’eterno conflitto fra terra e acque sono sempre state queste ultime ad averla vinta nella Bassa, sgorgando rigogliose dalle risorgive, oppure seguendo lunghi percorsi, come il Tagliamento, inzuppando i terreni e con il creare l’habitat ideale per tante specie vegetali e faunistiche. Acqua dolce ed acqua salata non sono solo il refrain di una felice campagna promozionale di nuovi percorsi lungo le coste, i fiumi ed i canali, ma due componenti essenziali di un’unica civiltà, da mettere assieme, da armonizzare, da studiare.
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Il miedi Gjildo
PAOLO MONTE

Cinc di buinore di sabide disesiet di Novembar 1951.
De Gasperi a Rome al duarmaçave remenantsi sot la coltre par vie che il Po, trê dîs prime, spacâts i arzins, al jere saltât fûr fasint fruce e minuce di dut ce che al cjatave denant di se.
Pio XII, tal Vatican lì dongje, al nanave ancje lui sot la filzade e al molave ogni tant un rip cuant che si sumiave i comuniscj fâi ghiti sot dai pîts.
Stalin a Moscje, cu la scufe di lane rosse sul cjâf, plen di vodka come un gût, al ronceave tant che un vecjo Landini. Churchill, a Londre, al ronfave di gust cul zigar impiât dopo fevelât cun Truman che al stave lant te sô cove cul lambic dai Coreans.
Mao a Pechino, su la place Tienamen, dopo svuacarât, nostant la criùre, tal flum Zâl, al pisulave sul libret ros.
Gjovane la comari, a Torse, tal scûr e rivave di buride in place su la biciclete jentrant svelte pe puarte dal bar Sport spalancade, pe ocasion, di Bruno Mont che dopo plui o mancul miezore al sarès deventât gno pari.
In cjase, Minte, che impen e sarès deventade mê none, e veve metût sul fûc une pignate di aghe e tirâts fûr peçots e peçotuts.
Tor lis sîs, al vignive ae lûs de lune un frutut sgrisignît.
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Gran Perdon di Pravisdomini
GIANNI STRASIOTTO

L’avvenimento che ha dato origine a quella che diverrà poi la festa del Gran Perdon di Pravisdomini risale alla prima metà del Seicento, quando gli abitanti sciolsero il voto alla Vergine Maria per lo scampato pericolo della peste, che si era propagata in Veneto e Lombardia. Nel 1629-30 il nostro territorio fu colpito da “terribile carestia”, cui fece subito seguito la peste.“… L’ano 1630 si atachò la peste in Venetia scomenzò il mese di settembre et seguitò sino al mese di febraro ogni giorno ne moriva sie sete cento tal giorno più tal giorno mene. Fato il mese di genaro andavano ogni giorno morendo mancho et durò sino al mese di ottobre 1631.
Si apestò Portogruaro che pochi ne restarono…Cavorle giera apestato…
”. Ma non Pravisdomini. Il voto prevedeva l’erezione di un piccolo edificio da dedicare alla Madonna della Salute, prontamente realizzato (si può ipotizzare finito nel 1634).
E’ di qualche anno dopo il pregevole altare ligneo, già attribuito a Girolamo Comuzzo (documentato nel periodo 1635-1670), ma un recente restauro ha fatto riaffiorare la scritta molto lacunosa “17-1 GianPietro de Imponzo de Cargna fece questa opera”. Questo pittore-intagliatore non figura in alcun modo documentato, ma potrebbe essere stato allievo del gemonese Comuzzo, i cui figli trasferirono la bottega a Piano d’Arta.
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Raccolta dei toponimi del Friuli storico
dalle tavolette igmi serie 25vs
Considerazioni di sintesi e proposte
BARBARA CINAUSERO - ERMANNO DENTESANO

Nel 2005 la nostra associazione ha dato alle stampe una raccolta di toponimi della regione rilevati sulle tavolette in scala 1:25.000, edite dall’Istituto Geografico Militare Italiano.

A distanza di qualche tempo presentiamo questo breve lavoro, che vuole essere un elemento di sintesi illustrativa sulle caratteristiche e sulle modalità della raccolta. Con esso vogliamo anche presentare qualche elemento esemplificativo sulle possibili estrapolazioni che su tale base di dati possono essere effettuati.

Parte prima (Ermanno Dentesano)

LA RACCOLTA: MOTIVAZIONI, METODOLOGIA, STRUMENTI, RISULTATI
1. Introduzione

Negli anni Venti e Trenta del secolo scorso Ludovico Quarina, allora presidente della Commissione per la Toponomastica, costituita in seno alla Società Filologica Friulana, intraprese un’opera di censimento dei nomi locali riportati sulle carte in scala 1:25.000 prodotte dall’Istituto Geografico Militare Italiano. La raccolta era suddivisa per comuni e copriva un’area comprendente 86 comuni della regione. Essa era corredata da altrettante cartine indicanti la posizione di ciascuno dei toponimi rilevati. Il materiale, depositato per alcuni decenni presso la SFF, è stato successivamente ceduto alla Biblioteca Civica di Udine, dove ora sono consultabili solo le cartine, essendo purtroppo introvabili gli elenchi (forse schede) dei nomi.

Nel corso delle mie ricerche mi sono trovato spesso nella necessità di poter disporre di una larga base di dati strutturati, relativi ai nomi locali della regione. L’immensa raccolta dello Schedario Toponomastico di Giovanni Battista Corgnali è, come si sa, di difficile consultazione, vuoi per le difficoltà di disporne, vuoi per la mole, vuoi per la difficoltà di organizzarla in modo elastico (in ordine alfabetico, in ordine di comune) o di effettuare appositi filtraggi (per lemmi, per tipologie, ecc.).

Ben conoscendo, per motivi professionali, le tavolette dell’IGMI, ho pensato di poter sfruttare la base di dati di quell’istituto, che cede le informazioni, nel formato desiderato, a modico prezzo. Tali dati sono tuttavia strutturati in modo poco sfruttabile per le esigenze che mi interessano e pertanto mi sono deciso a effettuare il censimento dei toponimi riportati sulle tavolette, limitandomi, in un primo momento, all’area della Bassa Friulana Orientale - cioè quella fra l’Isonzo e il Tagliamento -, sulla quale si concentravano maggiormente i miei interessi.

È con questo spirito che nell’ormai lontano 1996, ho iniziato tale raccolta. La produzione cartografica dell’IGMI è, quanto a tipologia, piuttosto ampia, ma il punto di forza, per la grandezza della scala e la precisione della rappresentazione, è costituito proprio dalle varie serie in scala 1:25.000 che si sono succedute nel corso degli anni.

Queste tavolette erano quanto di meglio si potesse disporre, dal punto di vista cartografico, fino a quando, trent’anni or sono all’incirca, non si è dato avvio alla produzione della Carta Tecnica Regionale Numerica. La produzione della prima di queste serie dell’IGMI è stata avviata con l’Unità d’Italia e, per quanto riguarda il territorio regionale, la prima edizione di essa risale agli anni OttantaNovanta del secolo XIX, con tavolette prodotte in bianco e nero. Le riedizioni si sono avvicendate con una cadenza media di dieci-dodici anni. L’ultima edizione aggiornata nella consueta tipologia risale agli anni Ottanta del Novecento e copre buona parte del territorio regionale; è stampata a cinque colori e segue di una ventina di anni una precedente stampa aggiornata a cinque colori. Proprio questa serie di cartine - ovvero quella degli anni Sessanta - è stata oggetto del mio rilevamento.

Non mi addentro, ovviamente, nella descrizione della caratteristiche cartografiche e topografiche della rappresentazione, in quanto queste informazioni sono irrilevanti per la raccolta dei nomi locali di cui le tavolette sono state oggetto.

Parte seconda (Barbara Cinausero)

ALCUNE CONSIDERAZIONI DI SINTESI SULLA RACCOLTA

Trattandosi di raccolta che copre in maniera sistematica tutto il territorio, si possono ipotizzare indagini di vario tipo utilizzando tale strumento, tra cui ad esempio indagini di tipo statistico-numerico sulla densità di toponimi, sulla distribuzione di particolari tipi toponimici sul territorio o su una parte di esso; sulla distribuzione di certe varianti lessicali, con conseguente individuazione, anche storica, di virtuali confini tra le varie parlate locali ecc.

Tale strumento, quindi, può diventare una base dati valida per estrapolare considerazioni di sintesi sulle varianti locali del friulano, ma anche sulle influenze linguistiche, fossilizzatesi nei toponimi, delle varie occupazioni che si sono susseguite in Friuli nel corso dei secoli, nonché sull’importanza che queste hanno avuto per la popolazione, l’economia, la storia e il territorio. È sottinteso che per ogni sintesi sarà necessario operare gli opportuni confronti con altre fonti di toponimi, in quanto solo in questo modo si potrà essere in grado di conferire la necessaria obiettività alle osservazioni che di volta in volta si potranno trarre dall’analisi.

Ci limiteremo, in questa sede, a fare alcuni esempi e riportare alcune considerazioni di carattere generale, augurandoci che possano stimolare la curiosità e portare, in un prossimo futuro, alla realizzazione di studi più approfonditi. Procedendo da est a ovest si riscontra la progressiva perdita dell’elemento friulano, ma solo nei toponimi di recente introduzione.

Nella bassa pianura, oltre il Tagliamento aumenta notevolmente la densità dei toponimi composti, con il primo elemento sulla base casa (C., C.le, C.na ecc.); ciò sembrerebbe dovuto a una più ampia, capillare e profonda opera di moderne bonifiche, rispetto alla pianura orientale.
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Il legname come materia prima per Venezia
(seconda e ultima parte)
LUIGINA AGOSTINIS

REPERIMENTO ED USO

Con l’avvento della Serenissima e le sue prioritarie esigenze di disponibilità di legname che soddisfacessero le richieste della Casa dell’Arsenale, divenne centrale l’impostazione di una regolamentazione del patrimonio boschivo che garantiva i rifornimenti necessari, nel rispetto dei privilegi pattuiti all’atto della dedizione. Relativamente ai beni pubblici va operata una distinzione tra beni dello Stato, delle Province e dei Comuni; in particolare la denominazione di questi ultimi, come precisa Mor “non significa che i beni fossero di natura demaniale di uso civico ed appartenessero al Comune nel cui territorio si trovavano. Essi erano invece di pertinenza della Signoria di Venezia e venivano lasciati solo in uso alle popolazioni”.

A conferma di ciò, quando la Serenissima ebbe necessità di denaro, non esitò di provvedere alla loro vendita. L’interesse della Signoria si orientò in particolare su alcune specie arboree, larice e rovere, il cui monopolio era riservato per le esigenze dell’Arsenale e della navigazione e riguardava i distretti dall’Istria al Veronese. Si poneva inoltre il principio, rimasto inderogato fino alla caduta della Repubblica, che i tagli di rovere potessero avvenire solo previa esplicita licenza dei Provveditori all’Arsenale.

Tali provvedimenti non furono sempre accolti favorevolmente dalle comunità, le quali, data la povertà e sterilità del suolo, si vedevano spesso private di un’entrata economica basilare.

Per questo si segnalarono spesso richieste di licenze per il taglio da parte di tali comunità al fine di soddisfare bisogni primari degli abitanti quali costruzioni di argini, ponti, carri, case, mulini…, che furono soddisfatte dalla Signoria purché fossero specificati i luoghi ed i quantitativi del taglio. Per le terre più sterili inoltre decadde l’obbligo di ridurre a bosco l’uno per cento dei campi mentre per stimolare l’iniziativa privata al rimboschimento si stabilirono alcuni principi relativi ai roveri precisando che una parte degli stessi fosse riservata a San Marco e la rimanente fosse concessa alla libera disponibilità di coloro che provvedessero alla semina di nuove piantagioni.

Per rendere attuative le disposizioni fu creata un’apposita magistratura veneziana, i “Provveditori sopra i Beni Comunali”, incaricata di tutelare i diritti della Signoria in quell’ambito e si rese urgente una legislazione specifica formulata in risposta alla concreta esigenza di regolamentare l’uso del bosco a proprio vantaggio evitando dissesti sul territorio.
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Il primo libro su Palazzolo
Un piccolo contributo per una bibliografia palazzolese
GIULIANO BINI

Col gentile permesso del Rev.mo D. A. Sbaiz Prevosto di Rivignano iniziamo in questo numero la pubblicazione della Storia della Pieve di Palazzolo. (…) Avvertiamo che la dotta monografia la quale fu apprezzatissima anche da parte degli studiosi della Curia, sarà pure stampata in fascicolo a parte”.

Questo sarebbe stato l’annuncio, fatto nell’agosto del 1938 dalla redazione de “Lo Stella”, della prossima stampa del primo libro su Palazzolo. Però, come tanti buoni propositi di monsignor Pilutti, pievano di Palazzolo, quali l’asilo infantile, il tempio antoniano ed altro, anche questo rimase nei suoi sogni.

Il 2 febbraio 1971, uno fra i maggiori storici friulani del Novecento, monsignor Guglielmo Biasutti, confessò, nella mesta circostanza dei funerali di don Tarcisio Forte, successore del Pilutti quale Pievano di Palazzolo: “Gli volevo bene; e lui ne voleva a me, di una buona spanna più vecchio. Me ne voleva, quantunque non abbia soddisfatto il suo vivo desiderio di fargli la storia di Palazzolo.

Ci teneva tanto!”.

Anche questo avrebbe potuto essere il primo libro su Palazzolo. Ma così non fu.

Nell’anno 1980, ricorrendo a Palazzolo la festa quinquennale della Beata Vergine del Suffragio, la “benemerita” associazione “la Vicinia” ritenne di onorare l’evento con la pubblicazione di un libro sui santi venerati nella parrocchia. Il compito della stesura dei testi fu assunto da Giuliano Bini e Aldo Pizzali, mentre Dario Bini e Gilberto Vida curarono il corredo iconografico. Nell’organizzazione dell’iniziativa fu coinvolto il parroco, don Luigi Milocco, che si impegnò a gestire l’aspetto economico e divulgativo dell’opera.

All’inizio tutto andò liscio, il parroco consegnò gli elaborati alla tipografia di fiducia, le Arti Grafiche Friulane, per la composizione e la stampa, poi …
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Le bonifiche in Veneto e Friuli Venezia Giulia fra ’800 e ’900
(quinta parte)*
ANDREA PEDRON

CAPITOLO VI
LE BONIFICHE FRA LE DUE GUERRE: ALCUNI CASI SPECIFICI
Notizie generali

Le terre venete, classificate fra le bonifiche di prima categoria, misurano al 1° luglio 1925 circa 582.000 ettari di superficie.

Non vi sono bonifiche di prima categoria in provincia di Vicenza.

Rimangono ancora circa 40.000 ettari di terreni non classificati, ma che presentano i caratteri specifici per conseguire la classifica, poichè si tratta per lo più di antiche valli da pesca, trasformatesi in paludi per le peggiorate condizioni delle lagune alle quali in origine appartenevano, o di territori, già scolanti naturalmente ed ora impaludati a causa delle difficoltà di scarico nei fiumi per il sopraelevamento del letto di questi. Di tutto questo immenso territorio solo una modesta parte, circa 80.000 ettari, è completamente sottratta alla malsania ed al paludismo e si trova sottoposta a coltura intensiva, mentre circa 225.000 ettari sono in corso di redenzione e fervono gli studi per il risanamento delle restanti zone. Tutto il territorio bonificato e la maggior parte di quello in corso di bonifica è già sottoposto a coltura agraria largamente remunerativa. Anche la parte di territorio nella quale ancora non sono iniziati i lavori di bonifica idraulica appare, salvo le valli ed i terreni paludosi propriamente detti, in buone condizioni di coltura agraria.

In generale le terre venete, prima dell’esecuzione della bonifica idraulica, si possono considerare suddivise nelle seguenti categorie:
1) zone vallive, invase da acque salmastre;
2) territori paludosi non suscettibili di alcuna coltura, salvo quella delle canne palustri;
3) terreni destinati al pascolo o prativi, di cui i prodotti sono molto spesso dan- neggiati dagli allagamenti;
4) terreni inadatti a colture intensive o per mancanza del necessario grado di concimazione o per insufficienza di scolo o per rilevanti motivi igienici.

Circa i risultati delle opere di bonifica eseguite è da notare che il primo diretto beneficio sotto il profilo economico è stato quello di mettere i terreni in condizione di dare il massimo rendimento consentito dalla loro costituzione e composizione. In altri termini, per effetto della bonifica, i terreni hanno acquisito quelle frazioni di rendita netta di cui erano potenzialmente dotati. E l’acquisto è stato tanto meno costoso quanto meno i terreni stessi avevano bisogno di trasformazione agraria. Più lento e costoso è il risultato benefico per le valli o paludi salmastre, dove è necessario distruggere prima tutta la vegetazione spontanea, provvedere al dissodamento dei terreni, alla costruzione dei canali secondari e terziari e attendere che le acque piovane sciolgano i sali di cui sono impregnati. Sotto questo aspetto si può ritenere pertanto che la bonifica equivalga a vero acquisto di territorio nazionale; ma non dobbiamo dimenticare che sarebbe scarso e irrilevante tale risultato se al completamento delle opere idrauliche non seguissero tutte quelle altre opere necessarie per ottenere la bonifica integrale del territorio. Giustamente quindi il legislatore ha, con le nuove leggi (T.U. 1930 e 1933), dettato norme dirette a promuovere e stimolare, oltre la rapida messa a coltura, quelle opere di piccola bonifica, di studio, oppure perchè l’inserimento delle zone in prima categoria è appena intervenuto. I terreni la cui redenzione avverrà prossimamente raggiungono la cifra cospicua di quasi 200.000 ettari 1 e sono compresi per la maggior parte in territo- rio di Verona -Valli Grandi Veronesi-, ed in misura minore nel circondario di Udine -Bassa Friulana-, di Rovigo -territorio alla sinistra del Canalbianco e l’Isola della Donzella-, di Gorizia e di Venezia. Per l’esecuzione delle opere di bonifica delle zone appena menzionate, malgrado esistano antichi studi e progetti di famosi idraulici, quali il Paleocapa e lo Zanella, niente è stato ancora deciso. Sarà merito particolare del Governo Nazionale promuovere, dai Consorzi esistenti nella zona, la costituzione di un Consorzio speciale di bonifica al quale potrà essere affidata l’iniziativa della concessione delle opere, e, nel caso la formazione del nuovo Ente trovasse ostacoli fra gli stessi interessati, provvedere direttamente al risanamento di una così vasta, fertile e importante zona di territorio.

Sotto la denominazione di Bassa Friulana è inteso il vasto territorio che ha per confini: a nord la Stradalta che partendo da Codroipo conduce a Bagnaria Arsa, ad ovest il Tagliamento, a sud il retroterra delle bonifiche lagunari e ad est l’antico confine politico con l’Austria. Detto territorio ha una superficie di circa 45.430 ettari, e, avendo distinte caratteristiche, può suddividersi in tre zone:
zona a) delle risorgive, che ha una superficie di 26.000 ettari;
zona b) intermedia, della superficie di 13.000 ettari;
zona c) circumlagunare, della superficie di 6.430 ettari.

I 21 Comuni che si trovano in questa zona furono tutti dichiarati malarici con il R. D. 22 febbraio 1903, mentre l’intero comprensorio è stato classificato in 1ª categoria solo nel 1925. Tutto il comprensorio è idraulicamente distinto nei due grandi bacini dei fiumi Stella e Corno, i quali hanno origine e sono alimentati dalle risorgive, la cui presenza è dovuta alla formazione geologica del sottosuolo costituito da stratificazioni alluvionali di varia natura in epoche diverse. Queste acque affioranti, in una zona larga da 4 a 7 km, producono vere e proprie paludi che rendono incoltivabili i terreni e disabitata la regione. La superficie di questi terreni può calcolarsi dai 12 ai 13.000 ettari, sui 26.000 della zona a). A sud di essa la natura del terreno cambia completamente e le acque si immettono nei fiumi Taglio, Stella, Torsa, Turgnano, Corno e Zumello; tutti questi corsi d’acqua sono costituiti dalle risorgive affluenti ad essi da una fitta rete di fossi privati escavati senza alcun sistema organico e razionale per cui, durante le forti precipitazioni, lo smaltimento delle acque avviene in modo irregolare con grave danno della campagna che resta spesso allagata. Nella zona circumlagunare a sud delle precedenti, si trova infine la parte della Bassa Friulana nella quale, non per il fenomeno delle risorgive, ma per la insufficiente altimetria sul mare è impedito un completo scolo alle acque. Per risolvere il problema della sistemazione idraulica dell’intera regione è necessario provvedere al prosciugamento della zona allagata, alla regolazione degli scoli nella zona intermedia e alla bonifica della zona circumlagunare, previa l’esecuzione di accurati rilievi e studi che permettano di poter determinare l’altimetria dei terreni, la loro natura e l’andamento della falda. Una razionale sistemazione dei corsi d’acqua e soprattutto l’accurata e ininterrotta manutenzione di essi risanerà, sia dal lato igienico che dal lato agricolo, quasi completamente l’intera regione. Il problema di questa bonifica è molto urgente e del massimo interesse perchè con l’esecuzione delle opere sarà bonificata idraulicamente e igienicamente una regione assai vasta e oggi desolata che potrà, dopo la messa a coltura, diventare un grande centro di produzione agricola ed assorbire nel lavoro i numerosi braccianti della zona che oggi sono costretti invece ad emigrare.
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A fulgure et tempestate, libera nos, Domine
Alcune note su memorabili grandinate e caduta di fulmini nella Bassa Friulana
BENVENUTO CASTELLARIN

Un tempo, durante le Rogazioni che si svolgevano il 25 aprile, San Marco, e il lunedì, martedì e mercoledì precedenti la festa dell’Ascensione, in determinati incroci di strade campestri, il sacerdote si fermava e, dopo aver letto un brano del Vangelo, benediceva con un crocefisso le campagne circostanti nelle quattro direzioni. Durante la benedizione il sacerdote declamava delle invocazioni tratte dalle litanie dei santi. La prima recitava “A fulgure et tempestate” i fedeli rispondevano “Libera nos, Domine”: “dalla folgore e dalla grandine, liberaci, o Signore”. Le successive riguardavano il flagello del terremoto, la peste, la fame e la guerra e la morte eterna. Il latino tempestate definisce la tempesta, la burrasca, la violenza. Quindi una perturbazione atmosferica caratterizzata da una notevole violenza di vento di pioggia e spesso da grandine. Il termine tempesta nei documenti in volgare e nello stesso veneziano ha generalmente il significato di grandine, mentre la tempesta assume il nome di temporale: la stessa lingua friulana la grandine e detta tampieste, e la tempesta temporâl, burascje, burlaç.

La grandine, dunque, è una massa di acqua congelata i cui chicchi sono per lo più di forma sferica o sferoidale di dimensioni che vanno dalla grossezza di un pisello a quelle di un’arancia. La grandine cade quasi esclusivamente durante i temporali da nubi del tipo cumulo-nembi, colpendo generalmente più o meno sottili strisce di terreno disposte lungo la direzione in cui si propaga il temporale. Il danno che la grandine provoca alle colture agrarie dipende dalle dimensioni e dall’intensità della grandinata, attenuata se cade mista a pioggia.

A proposito di devastanti grandinate nei territori della Bassa friulana, abbiamo messo assieme alcune notizie presenti in pubblicazioni e in documenti d’archivio che ci sono capitati sotto mano.

Nella Cronaca di Soldoniero di Strassoldo dal 1509 al 1603, pubblicata nel 1895, a cura di Ernesto Degani1, a pagina 62 si legge: “In questo anno 1596 nel mese di zugno, adi 28, di mercordì viense una crudelissima tempesta, dico talle in Chiarmazis et Rivignan et Tior et in Rivarotta et parte in Palazzolo che tolse in gran parte li formenti et biave, che quando fu il tempo di vendemare non si trovava su le vide squasi uva che era tutto consumato da la tempesta et specialmente a Rivarotta et a Chiarmazis et in Pianchada, che non viense che non si fece in tutte queste ville doi conzi3 di bon vino; et in specie noi di Chiarmazis che solevamo fare 40 brenti di vino, non ne facesimo altro che 3 solli con l’aqua et quando fussimo a Natale ne bisognò comprarlo tutto lo vino che mi sol andare in casa per la fameglia che semo qui in e a Chiarmazis et in Belgrado al numero di 22 persone et bocche che sono et stano il mio reggimento. Si che si beve in casa mia et si consuma più di cento orne di vino d’ogni sorte et più di ottanta stara5 di formento et non havendo potuto racogliere le solite nostre messi come si solevano ogni anno fare, fui sforzato a discaracarmi si che mi potrò sempre ricordare del anno 1596 et per ciò che ho fatto”.
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Imprenditoria, patrimonio e vicende giudiziarie in Friuli fra XIV e XVI secolo: i Vanni degli Onesti
MARIA SGUAZZIN

Premessa
Nel presente contributo si vogliono ricordare le vicende della famiglia Vanni degli Onesti, di origine toscana ma trasferitasi in Friuli verso la fine del XIII secolo in seguito a lotte di fazione, così come molte altre famiglie fiorentine e senesi; in particolare prendendo in esame le attività imprenditoriali della casata per l’arco temporale che va dall’arrivo in territorio patriarcale fino al trasferimento della famiglia da Udine a Fagagna, trasferimento che diverrà definitivo già nei primi decenni del XVII secolo1. Numerosi furono i membri della casata che lasciarono memoria di sé, anche se non sempre in modo positivo. Fra questi ultimi Eusebio, cui si deve la redazione di molti dei documenti presi in considerazione ma ricordato soprattutto perché protagonista di una fosca vicenda - vero e proprio noir autoctono di metà Cinquecento - che rimase a lungo nella memoria dei friulani.

I Vanni in Friuli: l’arrivo e l’affermazione economica
I Vanni giunsero in Friuli intorno al 12802, data ricorrente all’interno della documentazione presa in esame3. Il capostipite del ramo famigliare che fu costret- to ad abbandonare Firenze perché facente capo al partito espulso (probabilmente i guelfi ‘bianchi’ è un certo Benzio o Benuzio Vanni da Firenze5, ritenuto, da molte fonti, il primo fra i Vanni ad essere giunto in terra patriarcale.

Già nel XIV secolo, la famiglia era pienamente inserita nella società bene di Udine: difatti, dopo la metà del Trecento, i Vanni si stabilirono in via Mercatovecchio - strada situata al centro della città, nella zona più prestigiosa di Udine poiché a ridosso del colle castellano e a stretto contatto dei maggiori operatori economici ed artigiani -, ove Pietro Vanni possedeva una bottega di panni e tela.

A partire dagli inizi del XV secolo, Filippo e Giacomo, figli di Pietro Vanni, giacché allevati dalla madre Onesta Bartolini, furono detti “di donna Onesta” e da ciò derivò il cognome completo della famiglia, ‘Vanni de Honestis’ o ‘Vanni degli Onesti’.
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Segnalazioni


Latisana vista, raccontata, vissuta dai ragazzi.

È questo il titolo di un opuscolo composto dagli alunni della Scuola Media Statale “Cesare Peloso Gaspari” di Latisana.

Il testo è stato realizzato dagli alunni Bortolini Davide, Carillo Virginia, Codognotto Gioia, Mazzega Manuel e Zanon Ilaria, della IIa D e coordinato dall’in- segnante Maria Cristina Falcomer, nell’anno scolastico 2008/2009.

L’opuscolo, dopo la presentazione del diri- gente scolastico, dott.ssa Chiara Zulian e la pre- fazione della prof.ssa Maria Cristina Falcomer, presenta un disegno di Latisana con le strade e le relative denominazioni. Segue il Profilo geo- grafico e artistico dove si colloca geograficamen- te la cittadina e il Comune di Latisana all’in- terno della provincia di Udine e della regione Friuli-Venezia Giulia con diverse notizie che le riguardano. Sono poi segnalati i più importan- ti monumenti: Duomo, Palazzo del Munici- pio, Palazzo Molin-Vianello, Palazzo del Magi- strato delle Acque.

Un capitolo è dedicato anche alla Zelkova, un olmo del Caucaso, presente nel giardino Rossetti fin dal 1790 e crollato il 16 gennaio 2008 dopo aver raggiunto l’altezza di ben 38 metri.

Segue il Profilo storico ed economico, con notizie che partono dal 333 d. C., per arrivare ai nostri giorni dove la cittadina ha assunto “una dimensione multietnica”.

Un altro capitolo elenca i Servizi e le attività ricreative, culturali e sportive, seguono le tradi- zioni e feste locali come le foghere, l’Asparagor- go, le ricorrenze religiose e naturalmente la festa più attesa: San Martino.

L’opuscolo, ha anche un capitolo dedicato alle Esperienze personali, alle Proposte “per mi- gliorare la vita di tutti noi latisanesi”. Chiudono l’opuscolo le Conclusioni e la Bibliografia e i materiali iconografici utilizzati.

La bassa si complimenta con gli alunni e le insegnanti della Scuola Media Statale per la rea- lizzazione di questo opuscolo, ben scritto e ben illustrato.


Ada Del Piccolo dei Canzian.

Segnaliamo con piacere la Mostra personale di pittura, presso una galleria d’arte fiorentina, della signora Ada Del Piccolo, friulana di nascita (Muzzana del Turgnano) e veneziana di adozione. Per l’occasione è stato dato alla stampe un bel catalogo con le sue opere più significative. Nella prefazione si legge… Pur profana di arte, ha inteso rappresentare una realtà interiore collegata a sentimenti e stato d’animo di natura emotiva e romantica.

Guardando i suoi quadri si deduce che la pittrice astrattista senza saperlo, ha tratto ispirazione dal mondo che la circonda anche se poi, per esprimerla, non ha raffigurato gli oggetti della realtà. I suoi disegni astratti non sono un prodotto improvvisato, capriccioso e ingiustificato, ma il desiderio di affermare la sua autonomia lungamente compressa per una infinita serie di ragioni contingenti…

la bassa augura tanti successi artistici alla Signora Ada, sorella di due nostri affezionati soci: Luigi (Vigj) e Virgilio Davide Del Piccolo.



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Recensioni


Il Friuli cinquecentesco rivive in un libro di Jacopo Stainero, a cura di Alessandro Pesaro. Messaggero Veneto, 17 gennaio 2007, pagina 15 sezione: CULTURA - SPETTACOLO di FULVIO SALIMBENI


Udine, 23 febbraio 2010, Salone del Consiglio di Palazzo Belgrado. Presentazione della guida “Musei e Collezioni nella Provincia di Udine. Percorsi di Storia e Arte”.



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