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copertina numero 57 la bassa

la bassa 57

Articoli e saggi nella nostra rivista

“la bassa/57” - dicembre 2008

In copertina

Particolare della CARTA / FORI IVLII ACCURATA DESCRIPTIO dal “Theatrum Orbis Terrarum”, di Abram Oertel, Anversa 1573;

Foto: Caorle, 9 marzo 2008. Il campanile di Santo Stefano Protomartire. (Foto di Enrico Fantin)



Amore e morte in Friuli nel 1511
GIANFRANCO ELLERO

Il 5 febbraio, martedì grasso, a Udine, nella Galleria del Girasole di Enzo Bernava è stata inaugurata una mostra di pittura di grande interesse non soltanto per il valore degli artisti espositori, ma anche perché le opere sono ancorate alle vicende evocate nel titolo: “Amore e morte in Friuli, 1511”.
In sette quadri, liberamente creati da altrettanti artisti, appare l’infelice amore fiorito, nel tragico Carnevale udinese di quell’anno, fra Luigi Da Porto, ufficiale della cavalleria veneziana, figlio di padre vicentino e di madre friulana appartenente al ramo di Antonio Savorgnan del Torre, e Lucina, figlia di Maria, vedova e cognata di Girolamo Savorgnan del Monte.
I sette artisti coinvolti in questa geniale operazione culturale, tutti associati nel Centro Friulano Arti Plastiche, hanno condiviso l’emozione del racconto letterario e poi scelto l’episodio più adatto allo stile personale di ciascuno, accettando il formato comune di cm 100x120 (con la sola eccezione di Altieri) e l’inserimento di elementi di ambientazione, ove necessari, tratti dal paesaggio urbano udinese (nel 1511 già esistevano la loggia del Lionello, ad esempio, e la chiesa di San Francesco, nei pressi della quale fiorì l’amore di Luigi e Lucina).
La mostra, diventata poi itinerante, è stata accolta a Campoformido, Ariis di Rivignano, Gradisca d’Isonzo, Isola d’Istria, ed è già stata richiesta da Brazzacco e Tolmezzo. Dall’elegante catalogo riproduciamo lo “schema narrativo” scritto da Gianfranco Ellero, storico e presidente del Centro Friulano Arti Plastiche, indicando fra parentesi i titoli delle opere ispirate dai singoli episodi e i nomi degli autori.

Nobiltà veneziana a Latisana
STEFANIA MIOTTO

La storia artistica e religiosa del Latisanese si intreccia ripetutamente con le maggiori famiglie nobili di Venezia, quelle per intenderci che diedero alla Serenissima Dogi e Procuratori.
E’ vicenda ormai nota che al mecenatismo dei Mocenigo si deva la costruzione del convento annesso alla chiesa di Santa Maria della Sabbionera.
...

Itinerario tra gli antichi molini ad acqua del Veneto orientale. Alvisopoli, Cinto Caomaggiore, Pramaggiore (III° percorso)
LAURA PAVAN

Si conclude con la terza parte l’itinerario nel Veneto orientale, iniziato nel numero 55 de “La Bassa”, alla scoperta degli antichi opifici idraulici ancora presenti sul territorio. Dopo Portogruaro e Gruaro, con le relative frazioni, è la volta di Alvisopoli, in comune di Fossalta di Portogruaro, Cinto Caomaggiore e Belfiore di Pramaggiore.

Desideri
SANDRO NAIARETTI

Le sepolture nelle chiese a Latisana prima di Napoleone
ENRICO FANTIN

Non è da meravigliarsi se ancora ai nostri giorni durante lavori di manutenzione nelle chiese vengono scoperte, sotto il piano di calpestio, sepolture singole di famiglie nobili e camere sepolcrali di membri delle varie confraternite. Nel mese di giugno 2008, infatti, un articolo di un quotidiano regionale aveva dato ampio spazio ai ritrovamenti di una ventina di sepolture durante i lavori per la realizzazione dell’impianto di riscaldamento del Duomo di Palmanova. Non fu rinvenuto nessun resto di corpi poiché il pavimento attuale in pietra bianca era stato posizionato nel 1846 e in quell’epoca, evidentemente, tutte le sepolture furono svuotate e solamente le lapidi sono state lasciate sul posto, ma voltate per una loro preservazione e testimonianza.

Pure in altre località della Carnia sono state trovate sepolture con i resti di personaggi che in vita erano stati importanti o addirittura personaggi misteriosi, come circa tre anni fa, durante i lavori di restauro nella chiesa di Osais di Prato Carnico, fu trovato un corpo mummificato, con addosso ancora vestiti cerimoniali quasi intatti, si dice fossero di tessuti pregiati del ’600 e con diversi oggetti preziosi. Fin dal Seicento, ed era diventata una consuetudine, i nobili e le personalità carismatiche o agiate disponevano che, alla loro morte, i corpi venissero sepolti nelle chiese.

Ci pensò Napoleone Bonaparte a mettere fine a queste abitudini.

Le radici religiose della Bassa: Caorle e Aquileia, distanze e vicinanze
ROBERTO TIRELLI

Una delle pagine meno conosciute e più interessanti della storia del cristianesimo si è scritta nel bacino dell’Alto Adriatico, lungo le coste e a meridione della via Annia, ove, dalla matrice Aquileia, sono fiorite numerose Chiese, da Chioggia all’Istria, generalmente in centri già di origini romane, scelti come insediamento umano per la loro posizione difendibile dalle invasioni. “Post multarum urbium destructionem magna pars populi timore correpta, cum in paludibus et in insulis paganorum fugientes insidias diu habitaret” (H.V.).

Una di queste chiese fu Caorle: “Sextum autem episcopium in Caprulis fieri jussit, ubi castellum constituit, in quo aecclesiam in honore sancti Stephani protomartyris fundavit, iuxta quam episcopalem domum secundum loci posicionem sat honorifice aedificare precepit”.

Il culto di Santo Stefano è più tardo rispetto agli altri titolari delle chiese suffraganee della matrice aquileiese e denota già l’influenza del mondo cristiano orientale che esercita in quegli anni un effettivo primato.

Momenti così
ANTONIO NOVELLINO

Il "tac" dì una goccia distoglie la mente dal nulla.

È pioggia.

Lo sguardo all’ orizzonte incontra immagini confuse imprigionate in uggiose coltri.

dì fumosi umori celesti profusi su grovigli di sentimenti, Greve battito di ciglia.

Lacrime.

Torpore.

Estasi?

No! Momenti così:
incontrollabili voli sospinti da intricati pensieri; ricerca di refoli d’ amore per lievitare oltre le nebbie, verso il sole, per librarsi nel vento come essenze disperse, felici, lassù.

“Contis di Torse”. “Messe grande”
PAOLO MONTE

Don-don, don-don, don don…

Renzo Vueli e Amedeo Barel a àn bielzà fermât la mezane e la piçule. Mario Gazete al cîr di fermâ la grande cjapant la cuarde plui adalt che al pues ma, cui siei trente chilos, al partìs par aiar come une fusete fin cuasi a tocjâ il sufit di bree li che al è il bûs pe cuarde; po al torne jù e danûf sù e la cjampane don.don..don…don e ralente, ma dome di pôc.

Alore Renzo Vueli, cuant che la cuarde cun Mario tacât e ven jù, le grampe cu lis dôs mans e, pontant i pîts e fasint leve sui siei setante chilos …don…don…….don………le ferme di colp.

E je sunade la tierce, intal zîr di un cuart di ore e scomence Messe grande.

Disavventure di zatterai carnici nella Bassa Friulana
BENVENUTO CASTELLARIN

Il fiume Tagliamento con i suoi affluenti, But, Fella, Degano, Moscardo, ed altri, fu per secoli il mezzo più conveniente e rapido per la fluitazione del legname dalla Carnia fino al porto fluviale di Latisana.

Dell’arrivo di legname al porto della cittadina della Bassa, si ha notizia fin dal 1261 quando il 1° agosto di quell’anno, fu stipulato un patto doganale tra il conte di Gorizia, rappresentato per l’occasione da Berenzio Capitano di Belgrado (di Varmo) e Glizoio di Mels signore di Venzone. Tale patto stabiliva che gli uomini di Venzone per i loro commerci dovevano servirsi solo del porto di Latisana.

Il patto stabiliva, fra le altre imposizioni doganali, “frisancesi” (denaro coniato nella zecca vescovile di Freisach in Carinzia), doveva pagare chiunque avesse condotto zattere di legname per il corso del fiume Tagliamento.

La maggior parte del legname che arrivava per fluitazione al porto di Latisana veniva mandato per nave a Venezia, ma non era raro che partite di tavoloni venissero spedite in altri porti dell’Alto Adriatico o in altre parti d’Italia.

Lusignis
FRANCA MIAN

Cul cil plen di stelis
lis lusignis
a profumin tai praz.
Al gno pas a mil
A si scjassin sui fros
come scais di lune
semenadis te gnot.
Gnot magiche
cuanche il cil e la tiare
cidins e trionfadors
a si cjatin a bracecuel
in t’une pas misteriose
coronade di biel.
Franca

Salviamo le varianti del friulano
ROBERTO TIRELLI

Nel mese di luglio dello scorso anno, intervenendo a due importanti appuntamenti culturali, il Presidente della Provincia di Pordenone, De Anna, ha spezzato una lancia a favore di quanti da tempo sostengono una sinora perdente battaglia contro il tentativo di fare del friulano una lingua standard, talora inventata di sana pianta.

L’errore fondamentale fu il decreto Cecotti (allora presidente della Giunta regionale) che motu proprio e senza sentire alcun parere assennato sul problema decise di rendere uniforme la lingua friulana e, quindi, di valorizzarne solo la forma che ne sarebbe uscita dall’OLF allora e dall’ARLEF adesso.

In questi organismi s’annidarono subito dei personaggi non con una visione moderata dei problemi linguistici, ma dei radicali, i quali con metodi assolutistici decisero quale friulano si sarebbe scritto e parlato sia come lessico sia come forma. A dire il vero la Società Filologica Friulana l’unica che in questo campo avrebbe dovuto lavorare (con la ovvia deposizione del suo corredo standard) tentò di opporsi, ma a più miti consigli fu portata dal fatto che chi imponeva la lingua standard era anche il suo maggior finanziatore. Alzò bandiera bianca e si adeguò rinunciando al suo ruolo di leadership prontamente scippato sia dagli organismi “linguistici” regionali sia da quelli di una Università sempre più invadente.

In questi anni tutti hanno imposto il modello standard del friulano non di rado basato su parole inventate e su forme stravaganti: i cartelli stradali in lingua sono l’esempio più visibile di come si possono cambiare le cose. A centinaia sono usciti libri in una forma “normalizzata” illeggibile e si sono salvati solo quelli che hanno conservato la schiettezza della parlata materna, com’è il caso delle opere di pre Toni Beline.

Meglio pochi ma buoni
GIULIANO BINI

Quando mons. Angelo Battiston, pievano di Palazzolo, nel 2006 festeggiò il 50° anniversario delle sua consacrazione sacerdotale, in un cenno di auguri gli ricordai che la cura d’anime che al momento gestiva da solo, cinquant’anni prima vedeva operare ben nove sacerdoti. Nel 1956 infatti tre erano i sacerdoti a Palazzolo, il pievano Tarcisio Forte, i cooperatori Aldo Antonioli e Giovanni Stocco, che proprio in quell’anno veniva sostituito dal novello sacerdote Pio Borgna; due a Muzzana, l’economo spirituale padre Iacopo degli oblati e il cooperatore nonché aspirante parroco Vittorino Canciani (1); due a Precenicco, il nuovo parroco Turribio Pertoldi e un cappellano di cui non ricordo le generalità; uno a Piancada, il parroco Bruno Turolo; uno a Rivarotta, il parroco Dino Di Lorenzo. I nove sacerdoti inoltre erano tutti friulani, penso anche tutti formatisi nel seminario di Udine.

Ora la situazione, si sa, è ben diversa, non solo a Palazzolo e nelle altre parrocchie citate, ma credo anche in tutto il Friuli. Fra i pochi sacerdoti presenti alcuni provengono da altre diocesi, anche di altri stati se non di altri continenti.

A livello popolare il fenomeno viene considerato e valutato nei modi più disparati, nei quali prevale, fra il preoccupato e l’ironico, il senso dell’espressione “No jè plui religjon!”.

Non intendo assolutamente addentrarmi nell’effettivo merito della questione, vorrei solo rassicurare i preoccupati che il fenomeno si è già manifestato più volte nel corso della nostra storia, che non è necessariamente, come pur si dice, un segno della fine dei tempi, altrimenti “i tempi” da tempo sarebbero finiti.

Annibale (Nibile) e il fegato di vitello*
FEDERICA RAVIZZA

Nell'inverno del 1944 c'era la guerra e, di sera, di notte, c'era l'oscuramento. I nostri paesi, le nostre piazze erano ancor più bui di sempre, queste piazze oblunghe che fanno da strada maestra con le case che si affacciano austere, a volte dimesse, con qualche affresco di una Madonna scolorita sulla facciata.

A Gradiscutta scorreva la roggia, una roggia molto bella. Faceva compagnia. Il suo percorso risaliva a tempi lontani, ai vecchi borghi fortificati con le cente a difesa. L'unico suono nella piazza deserta era quello della roggia. Allora qualche ragazzo era lontano, al fronte, partito con l’ARMIR o in Africa o chissà dove; mancava la sua voce, i suoi discorsi con qualche bestemmione.

Nei nostri paesi c'è sempre stata una sorta di forza centrifuga che svuota le piazze, che lascia le case con imposte e portoni chiusi come quinte immobili e silenziose sia sotto il sole che sotto la luna, ma, da un passaggio laterale che c'è sempre, si può entrare nei cortili e dal cortile nella cucina e allora si scopre che gli abitanti ci sono e sono in tanti, a volte, riuniti per infiniti motivi, e c'è un fuoco acceso, e il vino, e piatti in tavola e le pietanze sono sempre sorprendentemente calde, bollenti, fumanti: ossa di maiale a bollire per ore, polenta sul tagliere, il zuf, il muset caldo e la brovade, e i fagioli che sobbollono. Tutto ferve e fumiga nelle cucine friulane quanto tutto è sopito e silente nelle piazze.

Tanta più fame nel '44.

Arnaldo Mussolini a San Vito ed in Friuli
PIETRO CEOLIN

Arnaldo Mussolini, nasce a Dovia di Predappio nel 1885, da Alessandro e Rosa Maltoni, fratello minore di Benito (1883-1945). Arnaldo, tra il 1896 ed il 1898, terminava le scuole elementari a Meldola, il 16 Ottobre 1899, incominciava a frequentare la scuola media ad indirizzo agrario di Cesena; rimanendovi fino al 1902, anno in cui ottenne il diploma d’esercizio pratico di Agricoltura.

Tra il 1903 ed il 1905, egli peregrinò in Svizzera, specialmente nel Cantone tedesco, lavorando come manovale e giardiniere nei pressi della cittadina di Thun. Da una sua lettera di quell’anno, inviata ad un amico, conosciamo anche la perdita della mamma sua:
Anch’io otto mesi fa, mentre ero in Svizzera, ho perduto la mamma. Oggi, ritornando, non mi è rimasto che deporre sulla sua tomba il fiore della memoria. Essa è morta a soli 47 anni, mentre noi figli sentivamo più forte il bisogno delle sue virtù educatrici. Le convinzioni filosofiche più consolanti non colmano il vuoto che lascia dietro di sé la perdita di una persona che forma parte integrante dell’esistenza nostra...”.

Tisanota
LUIGI CICUTTIN

T'un bus da la mê ciasa,
indurmidida fra li' panolis
e i ciamps di médica, di dí, a duàr
una suita
che, di not, a brama l'ultin suspir
ai piligrin
di chista tiara
buna e grassa.
Pi no m'ingrisulea il siò ciantâ
invidios par
che glàin di vita
ch'a mi tociarâ
di vivi.
J ài di vivi
e po murì,
e sot tiara
ài di zi a Tisanota.
Encia se tal simiteri,
solitaris paradis
dai muars;
pi i ussielus no ciantin
copàs dala siviltàt dai diserbàns.

Le bonifiche in Veneto e Friuli Venezia Giulia fra ’800 e ’900 (seconda parte)*
ANDREA PEDRON

Dopo la pubblicazione dell’introduzione della tesi di laurea e come avevamo anticipato nell’editoriale dello scorso numero, la bassa/56, eccoci ad estendere il lavoro del dott. Andrea Pedron su “Le bonifiche in Veneto e Friuli Venezia Giulia fra ’800 e ’900. Avendo l’argomento “bonifica” occupato ben oltre il cinquantacinque per cento delle pagine del precedente numero, non potevamo anche riproporre in forma anastatica la “Relazione-tecnica-amministrativa del Consorzio di Bonifica di San Michele al Tagliamento”, anche se sarebbe stato, per chi ha ribattuto manualmente i testi (il sottoscritto), assai più semplice darlo così com’era alla tipografia.

E la spiegazione è facilissima per tre semplici motivi; per prima cosa un risparmio dei costi tipografici; secondo un’ economia di ben quarantatre pagine e terza cosa è stata quella di prevenire una eventuale denuncia per il reato di “apologia del fascismo”, previsto dalla legge 20 giugno 1952, n. 645, detta anche “legge Scelba”. D’altro canto la bassa si era già imbattuta, nel gennaio 1989, in una denuncia per l’articolo “La redenzione della Bassa Friulana” una riproduzione anastatica del testo pubblicato nel 1928 dal Consorzio delle Cooperative di Produzione e Lavoro in Friuli, in occasione della Prima esposizione nazionale della cooperazione, pubblicato nel numero de “ la bassa/17”, pagg. 65-82.

Naturalmente la cosa fu poi appianata non senza difficoltà e questo per dovere di cronaca.

Premesso ciò, dopo aver interpellato l’Autore della tesi di laurea, abbiamo il piacere di pubblicare, a più puntate, l’importante studio che oltre ad analizzare il territorio del Veneto e del Friuli descrive dettagliatamente diversi spaccati di vita sociale di allora, simili in ambedue le regioni, e del fenomeno dell’emigrazione come soluzione al malessere rurale.

Casolar bandonat
RENATA VISINTINI

Tal mièz dai cjamps
le modernitât ‘e à fat sì
che ti lassàsin di bessôl
e si ch’e tu sês biêl
cui tôi tancj barcôns,
le lobie i cjârs ‘e riparave
e le tiege plene di fèn
che lês vacjs e i cjavâi
‘e mangjavin cun gust;
le àje biele e grande
cun ducj i animâi di curtîl:
e àrin le compagnîe
di ducj i dîs;
le stale cul sò calôr,
di sere in tal’unviâr
‘e puartave le int
a stà insieme par contasi
chel che tal dì
‘al vignive fat e dit.

Cumò a l’àjar
al svole dentri
in tes tôs stançis,
no ti àn lassât plûi
nancje i scûrs tai barcòns
e jucelùs e fasin dimore
pai sôi picinins.
I tòi mûrs fas di clàps
‘e davin sicurece,
‘e sameave une cjase
che vès di durà par simpri,
tu às vût un sôl difièt:
chel di jessi
tal mièz dai cjamps
e le gioventût
ti à preferît le cjâse in citât.

Vita in laguna tra Quattro e Cinquecento: affitto delle pantiere e di un cason MARIA TERESA CORSO REGENI

Alcuni documenti riguardanti i rapporti fra i maranesi e i latisanesi sono ormai noti. Altri sono stati trovati all’Archivio di Stato di Venezia da chi scrive e sono relativi agli affitti che gli abitanti di Marano pagavano annualmente nel 1494 ai nobili Vendrarnini di Latisana, proprietari di alcune zone lagunari.

Per la zona delle pantiere chiamate di Rivolbin o Rivaltin, un certo Zuan Fabotto sborsava annualmente un ducato (pari a lire 6 e 4) e due paia di mazorini (mazorini dai pìe russi), mentre per le pantiere della Bevazzana pagava dieci paia di mazorini e 27 orate.

Pascolo, un altro cacciatore-pescatore da Marano l’anno seguente (1495), doveva dare ogni anno per l’affitto delle Pantiere dieci ducati, dieci paia di mazorini e due libbre di pesce.

Si presume che gli affitti continuassero negli anni a seguire fino al 1554, anno in cui Nicolò Gavazza da Marano pagò per l’affitto delle Pantiere da Rivaltin lire 6 anziché 8 con una riduzione economica, dovuta forse ai risvolti politici e ambientali in atto tra la Serenissima e gli Arciducali, somma accompagnata sempre da prodotti in natura, vale a dire oselle n. 14 e una lira di cievoli saladi.

La storia del Friuli da un punto di vista della fertilità, della crescita numerica della popolazione
ANGELO BERTOLO

Ad un corso sulla storia del Friuli, dopo di aver parlato di Aquileia, di Venezia, del terremoto del 1976 e della ricostruzione dopo il terremoto, mi viene fatta una domanda interessante: quale sarà il futuro del Friuli? Il futuro di chi? mi chiedo io. Del Tagliamento, del Monte Cavallo, della pianura, oppure il futuro della gente, della popolazione? Se non ne nasce di gente. Se non nascono bambini. Se il tasso di natalità è così basso da rasentare l’estinzione delle nostre famiglie. Fra venti o trenta anni non ci saranno più friulani, non ci sarà più popolazione giovane che contribuisca alla vita, che contribuisca all’economia, al futuro o al presente. Forse ci saranno uomini e donne provenienti da altre parti del mondo, di civiltà differenti, di mentalità differente, con ideali differenti. Succederà come a Costantinopoli e all’Asia minore che era greca e cristiana ed è diventata turca e musulmana.

C’entra la conquista militare turca naturalmente, ma c’entra anche la debolezza, e il basso tasso di natalità di tutta l’Asia Minore dei tempi precedenti la conquista turca.

Dopo l’unità d’Italia nel 1866 e durante la prima parte del ventesimo secolo il tasso di natalità era alto in Friuli e nell’Italia del nord est in genere, con una emigrazione fortissima verso i paesi europei e verso le Americhe, tanto che oggi i friulani nel mondo dovrebbero essere circa quattro milioni, di cui un milione soltanto entro i confini del Friuli attuale. Anche il senso morale e religioso era sano e robusto, e le famiglie erano solide. Queste sono state le generazioni che hanno portato alla civiltà di oggi, al benessere materiale odierno. Benessere materiale che è stato in qualche modo favorito dalle circostanze storiche e politiche più generali del secondo dopoguerra con il Mercato Comune Europeo e con l’appartenenza politica all’Alleanza Atlantica. Altri paesi vicino a noi e simili a noi sono stati meno fortunati, nella vicina Europa dell’Est specialmente, sotto altri regimi. Riguardo alle circostanze, e alla Fortuna intesa in senso machiavellico, oltre alla fortissima emigrazione, ricordiamo che una popolazione vicina a noi, gli Istriani, ha dovuto fuggire dalle proprie terre e disperdersi nel mondo; e che un’altra popolazione ancora meno fortunata di noi, i Cosacchi, era stata fatta stanziare sul nostro stesso territorio, promesso a loro dai tedeschi. Attualmente la provenienza di popolazioni da altre parti del mondo, di fronte al nostro calo demografico, potrebbe portare ad un cambiamento radicale nella vita della Regione. Oggi il tasso di natalità è molto basso in Friuli. Il senso morale e religioso è decisamente meno robusto rispetto all’inizio del secolo, come lo è pure in molti altri paesi d’Europa e dell’Occidente, con un atteggiamento meno positivo verso il lavoro, verso l’iniziativa privata in campo economico, verso l’impegno totale in favore di ideali più grandi: questo è un segno preoccupante per la vita del futuro nostro prossimo.

Codroipo illuminava pubblicamente il paese già agl’inizi dell’800
PAOLO ZAMPESE - PIETRO CEOLIN

Mons. Degani, ci informa che la Repubblica veneziana verso la metà del ’400 aveva proibito di girare per la città senza un lume, dopo il suono della campana annunciante la notte. Tuttavia dell’illuminazione stradale, si incominciò a parlarne agli inizi del ’700 e solamente nel 1732, il Senato Veneto, mise la pubblica illuminazione a totale carico dei Comuni. Sappiamo anche che nell’anno 1732, la città di Venezia spendeva £. 21:20 per la pubblica illuminazione ad olio; impiegando 843 fanali; mentre nel 1882, nè spendeva £. 250:99 impiegando 3034 fanali a gas e 79 a petrolio. La città di Udine, solamente nel 1794 promosse una sottoscrizione per corredarla di una adeguata illuminazione notturna, grazie all’impegno del Luogotenente Veneto Pietro Canal. Nell’Archivio Comunale di Portogruaro, trovavasi la seguente lettera, inviata dal Canal, rivolta ad implorare una qualche contribuzione utile per illuminare la città udinese: “Nobili Signori Benchè posta in distante parte della Provincia codesta città, pure riconosce Udine per conto ed è affidata la cura del governo di codesta Comunità e questa Pubblica Rappresentanza. Sarà a loro noto, che immaginato da me il proposito dei Fanali per la Città in tempo di notte, l’ho anche posto ad effetto con universale applauso ed approvazione. La grandiosa somma occorrente per la costruzione e mantenimento annuo dei fanali fu da me raccolta col mezzo di volontarie offerte di Privati e di tutti i Pubblici Corpi di questa Provincia, che si prestano a gara ad una sì utile opera. Mi rivolgo ora a codesta Magnifica Comunità a tal oggetto, e noto essendomi quanto sien colti e d’animo nobile codesti Cittadini non dubito, che non vogliano aderire alle mie premure con una generosa contribuzione a profitto di sì vantaggiosa istituzione, proporzionata alla generosità ed alle forze di codesta Comunità. La Terra di S.Vito ha offerto per tal conto £. 8000, nè credo d’ingannarmi, se mi lusingo di una summa molto maggiore da codesta Città. Accompagno però alla presente il mio Cancelliere sig. Giacomo Provini, che portasi costà, per altri pubblici affari, ecc."

Gjornade gnove
RENATA VISINTINI

Tons, saetis e plôe usgnot,
al cjan a l’à pore
si viarç le puarte di besôl
e disore ‘al ven,
sot al liet ‘al si met
e di lì fûr nol ven
matine ‘e je rivade
e al soreli in tal cîl
‘al lûs,
le gjornade
biele e lustre
si mostre
ajar bon si respire,
le ploe netât ‘e à
dut al polvaron
des fueutis
che atôr ‘e svolin
come farfalutis
e le gjonde
tal cûr ‘e ven
a puartami salût e ben.