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copertina numero 65 la bassa

la bassa/65

anno XXXIV, n. 65, novembre 2012

Estratti di
articoli e saggi
della nostra rivista

In copertina:

Particolare della
“CARTA / FORI IVLII ACCURATA DESCRIPTIO”
dal “Theatrum Orbis Terrarum
di Abram Oertel, Anversa 1573.

Laguna di Marano Lagunare, Isela:
la struttura con pavimento a mosaico in evidenza nel 2010
(Archivio Progetto "Storia del Mare").

Sommario


L’archeologia sommersa.
Vecchie e nuove scoperte nella Laguna di Marano
RITA AURIEMMA, PAOLA MAGGI

La laguna di Marano, la più antica della nostra regione, rappresenta un’area molto ricca di testimonianze archeologiche, fino a poco tempo fa scarsamente note e valorizzate.

L’allestimento nel 2007 del museo archeologico da parte del Comune di Marano Lagunare e le sistematiche ricerche svolte tra il 2010 e il 2011 nell’ambito del progetto Storie dal mare. Archeologia subacquea in alto Adriatico, promosso congiuntamente dall’Università di Trieste e dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici del Friuli Venezia Giulia, permettono oggi di conoscere meglio la storia più antica di questo comprensorio e di ricomporre entro un quadro d’insieme i dati derivati dai numerosi rinvenimenti archeologici del passato, soprattutto per quanto riguarda il periodo romano.

Tali ritrovamenti risalgono già agli inizi del secolo scorso, quando il Circolo Speleologico e Idrologico Friulano effettuò in laguna una serie di esplorazioni, rivolgendo particolare attenzione all’isola dei Bioni, già allora identificata come sito frequentato dai Romani.

La quantità e la varietà dei manufatti antichi recuperati, che ora si conservano nelle raccolte archeologiche dei Civici Musei di Udine e dei quali fu subito compreso l’interesse per la ricostruzione“della storia, della geografia antica della laguna e delle terre lagunari” quantunque non presentassero “valore artistico e commerciale di sorta”, stimolò pochi anni dopo l’intervento della Regia Soprintendenza. Fu così che nel 1911 il direttore del Museo di Este Alfonso Alfonsi fu incaricato dal Soprintendente ai Musei e agli Scavi del Veneto Gherardo Gherardini di condurre nell’isola delle indagini di scavo. Queste, seppure allora non considerate particolarmente proficue, confermarono in realtà la rilevanza del luogo dal punto di vista storico-archeologico grazie alla scoperta di alcune strutture, di più sepolture e di varie testimonianze materiali di epoca romana: frammenti di vasi in ceramica e in vetro, anfore, lucerne, monete, chiavi e un campanellino in bronzo.

Fu riconosciuta la presenza di reperti anche in altri siti lagunari, come l’isola di San Pietro e le Piere di Ficariol.

Nel corso degli anni Ottanta un’intensa attività di ricerca e di recupero fu svolta nell’area lagunare e perilagunare dal gruppo Archeo-sub di Marano che individuò numerosi contesti archeologici, segnalando, tra l’altro, i resti del ponte della Via Annia nel fiume Stella, l’imbarcazione con carico di laterizi naufragata nello stesso corso d’acqua all’inizio del I sec. d.C. e il relitto della Iulia Felixpoi scavato a largo di Grado.

Questa attività fornì un fondamentale contributo non solo alla conoscenza del patrimonio archeologico del territorio, ma anche alla sua conservazione: grazie alla creazione di un antiquarium locale nel 1984, cominciò a costituirsi il nucleo della raccolta che ora afferisce al Museo Archeologico della Laguna di Marano.

Molti dei siti riconosciuti dall’Archeo-sub furono poi reindividuati e ricogniti alla fine degli anni Novanta da Susanna Mauro, che svolse in laguna sistematiche ricerche subacquee in occasione della sua tesi di laurea, dedicata all’elaborazione di una carta archeologica del territorio.

Alla studiosa spetta il merito di aver posizionato con precisione sulla cartografia le evidenze e di aver raccolto ulteriori materiali utili per il loro inquadramento cronologico.

Il paesaggio che doveva contraddistinguere la zona costiera tra il Tagliamento e Porto Buso non doveva essere in età romana troppo dissimile da quello attuale: gran parte dell’area costituiva già uno specchio lagunare, anche se l’estensione delle isole e delle terre emerse doveva essere più ampia. Infatti, secondo i dati scaturiti dai più recenti studi geoarcheologici, sembra che da 2000 anni fa ad oggi il livello delle acque si sia progressivamente innalzato di circa 1,5-2 m.

La particolare conformazione del comprensorio e la sua collocazione “sospesa” tra mare e terra rendono immediatamente percettibili le ragioni della sua rilevanza storico-archeologica: nell’antichità dovettero rappresentare degli elementi di forte attrazione per una capillare occupazione e per un intenso sfruttamento a fini commerciali. L’area era naturalmente dotata di un ruolo centrale nello scambio di merci e prodotti, trovandosi in corrispondenza dello sbocco di alcuni tra i principali corsi d’acqua navigabili della regione (Stella, Corno, Zellina, Aussa), in diretto collegamento con il grande porto di Aquileia tramite il Canale Anfora e nel punto di connessione e cerniera tra due diversi sistemi di navigazione: quello per acque interne e quello per mare aperto.

La documentazione archeologica conservata al Museo della Laguna di Marano, derivata per lo più da ricognizioni o scoperte fortuite non associabili a precisi contesti stratigrafici, e le nuove scoperte effettuate durante le indagini attuate nell’ambito del progetto Storie dal marerivelano con particolare evidenza per l’età romana la pluralità degli insediamenti, il loro elevato livello economico e sociale, nonché la vivacità e la vitalità dei flussi commerciali che li interessarono.

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Il restauro di una pregevole coppia di statue lignee policrome, del sec. XVII, raffiguranti S. Teresa e S. Elisabetta appartenenti alla chiesa di S. Spirito di Pertegada.
ELISABETTA MILAN

Il restauro delle due pregevoli sculture lignee policrome raffiguranti S. Teresa (h. cm 83) e S. Elisabetta (h. cm 81) è stato eseguito nel 2005 da Elisabetta Milan. Le due sculture si trovavano da tempo in un deposito della Chiesa, attualmente non vi sono rilevabili notizie storiche o indicazioni di altari dedicati alle due Sante all'interno della Parrocchia.

Una scultura rappresenta S. Elisabetta in figura verticale con la mano sinistra posata sul petto; la mano destra prima del restauro si trovava disgiunta dal complesso scultoreo e non si poteva determinare con certezza la posizione originale. La Santa è vestita con una lunga tunica legata in vita da una cintura, mentre un mantello le cinge elegantemente le spalle e scende sulla schiena.

La coroncina dà regalità al volto della Santa che è incorniciata da lunghi capelli mossi cadenti sulle spalle. Il volto è inclinato leggermente verso sinistra. Dalla tunica si intravedono appena i piedi posti sopra alcune pietre dorate a porporina, mentre un basamento rettangolare con l’effige della Santa fa da piedistallo.

Per quanto riguarda l’iconografia, si tratta certamente di S. Elisabetta d’Ungheria, infatti gli attributi quali la coroncina e gli abiti principeschi ci riconducono a tale soggetto religioso.

Si esclude che rappresenti l’altra S. Elisabetta, moglie di Zaccaria, perché altrimenti sarebbe stata raffigurata anziana e accompagnata da Giovanni Battista Bambino.

Elisabetta era figlia del re d’Ungheria Andrea II, trascorse la sua giovinezza in Turingia e nel 1221 sposò Ludovico IV divenendo langravia; fu un matrimonio felice, nacquero tre figli e lei seguì una vita dedita ai bisognosi, elargendo elemosine e fondando ospedali.

Nel 1227, in seguito ad una crociata con il re Federico IV, il marito morì di peste, Elisabetta credette di impazzire dal dolore per la perdita del coniuge e rifiutò un nuovo matrimonio, perse così i suoi averi e nel 1228 si trasferì a Magdeburgo vicino al suo confessore Corrado di Magdeburgo, qui entrò nel III Ordine Francescano e visse in povertà tra ammalati e bisognosi.

L’altra opera scultorea invece rappresenta S. Teresa in figura verticale con le braccia incrociate sul petto, si suppone che in origine dovesse reggere forse un suo attributo, andato perduto, quale la freccia, il cuore con il nome di Gesù o la colomba dello Spirito Santo, ciò è dedotto dalla presenza di un foro all'interno della mano destra.

Dalla tunica si intravedono i piedi posti sopra alcune pietre, mentre anche qui un basamento rettangolare con l’effige della Santa fa da piedistallo. Per quanto riguarda l’iconografia si tratta certamente di S. Teresa d’Avila, poichè è vestita con il saio delle monache carmelitane.

Teresa de Cepeda y Ahumada nacque ad Avila nel 1515 da una famiglia aristocratica, a vent’anni entrò nel convento carmelitano. Ammalata di malaria dovette lasciare il convento per un certo periodo per essere curata; al suo ritorno lo trovò ingrandito a frequentato da molti laici. Perciò si isolò e si dedicò alla preghiera e alle letture dei Padri della Chiesa. In questo periodo iniziarono esperienze mistiche e visioni estatiche. Nel 1560 iniziò a rielaborare la riforma dell’Ordine riportando la Regola delle origini e fondò il monastero di S. Giuseppe, dove si trasferì con tredici sorelle. Nonostante le opposizioni iniziali al suo progetto, l’osservanza della Regola venne approvata dal Generale dell’Ordine ed estesa anche al ramo maschile nel 1568. Morì ad Alba de Torres nel 1582.

Le statue nel corso dei secoli avevano subito interventi di riparazione non idonei a un buon restauro, tra cui l’inserimento di perni lignei di rinforzo, di ancoraggi realizzati con numerosi chiodi, poi arrugginitisi, utilizzati per unire i basamenti alle figure. Inoltre erano state eseguite molteplici ridipinture, che in alcune zone arrivavano fino a sei strati, ed era stata anche effettuata una pesante gessatura; il tutto aveva occultato l'originale e preziosa cromia.

Quest’ultima operazione fu probabilmente effettuata nel corso del XIX secolo, con intenzione di imitare il marmo, che all’epoca rappresentava il supporto ideale per la realizzazione delle sculture rispetto alla vecchia essenza lignea.

La gessatura aveva notevolmente compromesso l’identità originale delle opere: infatti aveva alterato la freschezza e la naturalezza dell’intaglio del panneggio delle vesti, della minuziosa fisionomia del volto e della delicatezza delle mani. Sopra la gessatura erano poi stati stesi altri due strati di colore bianco. Come si può dunque ben intuire lo stato di conservazione prima del restauro risultava assai precario e problematico.

Nella statua raffigurante S. Elisabetta vi era anche una parte disgiunta, ovvero il braccio destro di cui manca ancor oggi una parte.

Notevoli inoltre erano le lacune del supporto ligneo, queste sono ancora visibili in S. Elisabetta nella parte destra della coroncina e del capo della Santa, nella parte destra bassa del mantello, sul retro e sotto il gomito sinistro.

La scultura raffigurante S. Teresa comprendeva invece alcune lacune del supporto ligneo sulla parte bassa dei panneggi del manto e del mantello, sul velo, sul braccio destro e sulla corona.

Le due statue avevano subito numerosi attacchi di insetti xilofagi e apparivano piuttosto friabili, ciò lo possiamo ancor oggi dedurre dall’osservazione delle lacune, in cui compare il legno, privo di preparazione e di policromia. Si è deciso di non ricostruire tali parti per non creare un falso e per aderire alla filosofia di un restauro conservativo che possa lasciare intravedere il vissuto delle due statue. Lo stato di conservazione dello strato preparatorio, localizzato sopra il legno, realizzato con gesso di Bologna e colla di coniglio, era caratterizzato da numerose cadute poste su gran parte dei mantelli, dei volti, dei capelli, delle mani e delle corone delle Sante.

Il retro delle sculture non prevedeva la presenza di strato preparatorio, infatti la policromia era stata stesa direttamente sul supporto ligneo, quindi questo appariva ancor più delicato e in precario stato conservativo, viste, anche qui, le numerose perdite di colore.

Tutta la superficie ridipinta era inoltre interessata da uno strato di polvere, depositi organici, muffe e gocciolature di cera, provenienti da candele votive, localizzate nelle zona del basamento.

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Il pegorâr
LUIGI CICUTTIN

Il Signor al è un Pastòr
Ch’a ni mena a passón
T’un biel prat fresc
Tant vert e tant bon

Se a passon ni mena
Ienfra radiâs e bissabovis
Nencia i varin pora
Di scontraduris novis

Tu ti sos me bagulina
Tu ti sos il mio sciaras
O Signor fami vivi
I mió ultin dî
Cun Te sempri in pas
).

Post scriptum

Questi miei poveri e semplici versi sono scaturiti, in un momento particolare di riflessione dettata dalla lontananza dalla mia terra natale, e dalla consapevolezza che per la mia vita sta arrivando il punto di fare l’esame di coscienza delle mie azioni e prepararmi con serenità ad affrontare un passo naturale come quello della nascita.

Ringrazio il Signore per tutte quelle grazie che mi ha concesso e lo ringrazio anche i miei vecchi che nella loro semplicità estrema mi hanno indirizzato nei sentieri della mia vita.

Sicuramente loro non conoscevano il Salmo 22 -23: “Il Signore è il mio Pastore” ma conoscevano i termini friulani della mia Bassa, che in questo momento mi sento mancare.

Luigi Cicuttin (Gigi da li’ Selvis) Latisanotta - Teresina (Brasile)

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L’innalzamento del ponte ferroviario di Latisana.
Un'imponente opera d'ingegneria civile sulla linea Venezia - Trieste.
ENRICO FANTIN

Un'imponente opera d’ingegneria civile sulla linea Venezia - Trieste: è quanto è stato eseguito a Latisana a partire dal mese di giugno 2010 fino alla notte del 14 ottobre 2010, con il completamento dei lavori per l'innalzamento del ponte ferroviario sul fiume Tagliamento.

Così come le travate del binario pari, già portate al livello definitivo a fine giugno, anche le sezioni del binario dispari sono state ricollocate 110 cm più in alto rispetto al livello originario, sono state adeguate le rampe d'accesso e, finalmente, è stato tolto il cantiere e ripristinata la circolazione sul doppio binario.

Alla nostra associazione fu richiesta la collaborazione, da parte dell’ingegnere Nicola Di Palma, curatore del sopralzo delle pile del ponte e delle spalle, per la ricerca e l’invio di documenti e notizie riguardanti proprio la storia e la cronaca dei lavori del ponte nel 1888. Documenti che inviai il 25 marzo 2010. (1)

In seguito anche la Direzione Territoriale di Trieste della Rete Ferroviaria Italiana, attraverso l’ing. Giuseppe Iaria (2), ci chiese l’autorizzazione alla pubblicazione di alcune foto apparse nelle nostre edizioni riguardanti il ponte e il fiume Tagliamento per un prossimo articolo da pubblicare nella rivista tecnica delle ferrovie.

Ci sembra utile, pertanto, riportare a futura memoria, alcune note e corredo fotografico di questa straordinaria opera di ingegneria. L'opera, programmata da alcuni decenni, è parte delle misure preventive previste per limitare il pericolo di esondazioni a danno dell'abitato di Latisana.

Oltre all'intervento sul ponte sono stati già eseguiti e sono in corso di realizzazione la diaframmatura degli argini, la ricalibratura dell'alveo. Sono state inoltre progettate, in una fase successiva, la creazione di casse di espansione a monte. Progetto, quest’ultimo, sempre oggetto di accanite contestazioni e forse non sarà mai realizzabile.

La linea Venezia - Trieste attraversa il Tagliamento con un ponte a cavallo tra i comuni di Latisana (UD) e San Michele al Tagliamento (VE); le stazioni più prossime sono quelle di Latisana e Portogruaro (VE). La struttura attuale è stata posta in opera nel 1947, in sostituzione dell'originale, danneggiata ed abbattuta dai bombardamenti aerei della Seconda guerra mondiale.

Il ponte è costituito da due strutture gemelle (una per ogni binario di corsa), ognuna formata da tre elementi di travature reticolari in acciaio, poggianti sulle spalle degli argini e su una coppia di pilastri fondati in alveo; un disegno classico nell'ingegneria ferroviaria italiana del dopoguerra.

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Giobatta Pittini artist furlan
ANITA SALVADOR - LUIGI COLLOVATI

Se o vin cheste testemoneance, contade di Aristide e Franca: fi e brût dal artist Giobatta Pittini, bisugne ringraziâ l'amì e paisan Luigi Collovati di Teôr. Al è stât lui che mi à puartade a fâ la interviste a Tarcint il 2/07/2010 in cjase di Franca e Aristide Pittini.

Ma al jere un parcè. Luigi par onorâ i cincuante agns di predi dal monsignôr Giuseppe Burba (gno cugnât), nassût a Teôr tal 1935, al stave lavorant par meti dongje un pocje di storie, no dome dal monsignôr, ma ancje de nestre glesie, dolà che a fasin biele mostre tancj lavôrs di Giobatta Pittini. Luigi al à volût coinvolzimi in chest lavôr savint che a mi mi plâs fâ cognossi la storie e i personaç dal nestri Friûl.

Al è stât biel fevelâ cui familiârs di chest artist che a àn vivût insiemit a lui e ae femine in armonie e rispiet.

Un fruçon di storie di Giobatta Pittini

Aristide si presente disint:

«Jo o soi fi di Giobatta Pittini, che al jere un decoradôr. Al jere nassût a Glemone il 27/11/1905 intune famee modestissime. Un so fradi al à scugnût emigrâ; al è lât in Argjentine e sô sûr in Svuizare».

E so pari cemût mai al è deventât decoradôr?

«Parcè che i plaseve piturâ; al è lât a fâ il garzon di tancj pitôrs, famôs. Ricuardi un che si clamave Tite Gori e lôr viodint la capacitât che mio pari al veve, lu àn proponût come insegnant. Par une cuarantine di agns al à insegnât a Glemone inte scuele di "Arte e mestieri". Lui nol veve nissun titul di studi e il Stât talian lu à ecuiparât a un professôr. Ultimementri al insegnave "Tecnologie e applicazioni tecniche". A jere cuasi ore di lâ in pension, cuant che il Stât i fâs la propueste di lâ a insegnâ des bandis di Trento, ma lui al pense ben di fermâ».

Aristide al continue disint che so pari:

«Intal periodi de scuele al insegnave a Glemone, ma in istât, cui sôs arlêfs (che ur insegnave a decorâ e ancje a piturâ) a lavin a piturâ tes Glesiis ator pal Friûl».

Si ricuardie il non di cualchi arlêf di so pari:

«Al è stât un so arlêf Carlo Faleschini (president dai artesans); Giovanni Seravalle; Ermete Carnelutti, restauradôr che al è ricognossût ancje "Dalle belle Arti" e tancj altris che o ai pierdût…».

A interven Franca, brût dal decoradôr Giobatta, disint:

«Lui cuant che al insegnave nus contave: "Jo a scuele o vevi 40 fruts e a buinore prin di scomençâ lis lezions ur fasevi une specie di romanzine, ur disevi: - Viodêt che no sês chi a scjaldâ i bancs, viodêt che i vuestris gjenitôrs a fasin sacrificis par mandâus a scuele - e dut al lave ben"».

Ma chei fruts ancje se il lôr insegnant ur faseve la romanzine, cuant che il mestri al è vignût a mancjâ, ae famee i àn dimostrât tante ricognossince. Franca cussì e ricuarde:

«Chei arlêfs deventâts grancj, sposâts e lâts pal mont, cuant che mio missêr al è muart i àn scrit a mê madone par ricognossince di chel che il lôr mestri ur veve insegnât».

Ur domandi a Aristide indulà che so pari al à lavorât e lui al dîs:

«Ben… chi ator al à decorade la glesie di Billerio; chê di Sedilis; a Treppo Grande; a Madonna del Gilio di Tarcento; a Trasaghis; a Godie; inte capele dal Cimitieri di Lovarie; inte capele dal Cotonificio Udinese; tal cjstiel di Tresesim, de Madone Missionarie; inte glesie di Talmassons; in chê di Teôr; a Salin in Cjargne; la façade de glesie di Illegio; a Santa Margherita del Grugnano?, parsore Ceresêt e tantis altris che jo purtrop…».

Franca e ricuarde un fat:

«Une domenie, jo e il om o si lâts a fâ une gjite su in montagne, des bandis di Salin. Tornant a cjase Aristide al viôt la insegne di chest paisut e pensant ae piture di so pari o sin lâts a Salin. La glesie e jere sierade e plene di armaduris. Mi visi che li che a stavin restaurant, so pari al veve piturât la aparizion di Fatima, che i trê pastorei a vevin lis sembiancis dai siei fîs e che in bande al veve pituradis lis pioris. Al passe un siorut e nus dîs che la glesie e je in restaur. Savût che il pari al veve piturât il coro ur à dit: “Che al spieti chi”, al è vignût dongje cuntune des ultimis vegjutis dal paîs. Cheste persone, dopo tancj agns, ancjemo si ricuardave che so pari (indicant l’om) al leve su a lavorâ e nus à contât che ogni dì une famee dal paîs i puartave il mangjâ».

Franca a proposit dal mangjâ e conte:

«Ancje so pari (simpri indicant l’om), mi visi che al contave: “Une sere e jere polente e formadi, une sere cjar o dome polente e lat” e mi visi che un siorut al à dit che to pari al à piturade ancje une capele plui su, tal bosc. Mi ricuardi cuant che al lave su al lunis e al tornave dongje… e lì al jere di bessôl e al diseve che al durmive suntun stramaç, dûr. Ogni dì la int e lave a puartâi di mangjâ e lui par no pierdi timp al mangjave su la armadure e su la armadure al faseve ancje il pisul. Lui nol à mai molât di fâ il pisul sul misdì».

Franca cun nostalgjie e ricuarde lis pituris che il missêr al veve fat su la façade de lôr cjase.

«Nô o sin a stâ intune cjase che cuant che e je stade costruide, lui a la veve dute piturade. No lis pituris di cumò! O ai ancjemò intai voi lis pituris che al veve fat tal ingrès esterni: al jere il cîl celest e i nûi, tal cjanton al jere un nît di cisilis e dopo al jere… li che al jere il nît. Tal interni, in ogni cjanton a jerin piturâts vâs di canelons, ros, che a someavin che a vignissin ju a plen, di une biele balconade. Une robe che jo… Lis personis anzianis a si visin ancjemò di chês pituris. Logjichementri cul taramot la cjase e je stade ruvinade, al è stât butât ju dut e cuant che e je stade comedade nol è stât pussibil recuperâ lis pituris».

O domandi a Franca, che di so missêr, ormai in là cui agns, jê e jere deventade la sô "garzone", cemût che i faseve preparâ i colôrs.

« Gno missêr al veve simpri chê dai colôrs, dai imbinaments dai colôrs, nol jere facil fâju, par me nol jere facil. Lui si sentave inte jentrade suntun bidon di colôr, al vierzeve chei altris e mi diseve: "Met cussì, un tic di chel li, messede, torne fâs” e jo cualchi volte i disevi che par me cierts imbinaments no lavin ben e lui mi rispuindeve: “Tu fâs e dopo tu vedarâs” e al à vude simpri reson lui».

Mi pâr che so missêr nol lavorave dome cui colôrs, ma ancje cul aur.

«Si, si si, al indorave… oro zecchino. Cuant che si jentrave tal so studi mintri che al stave lavorant: che l'oro zecchino al jere lizerissim, fin, fin fin, in sfueis. Cuant che o lavi su, magari par domandâi alc, vierzevi la puarte e lui mi diseve: "Sta atente di chê puarte che l'aiar a mi puarte vie dut!". Oh si, parcè che lui al lave cul piç a cjoli e magari une folade di aiar… a son i sfueis talmentri fins, impalpabii, a son».

Aristide nus conte alc de famee

«Jo o ai altris cuadris fradis o sin in cinc. Mê mari e jere buteghire, parcè che jê e jere nassude “daûr il banc” (un mût di dî), intune ostarie, li che a fasevin ancje ristorazion, a Biliris li de siore Nene. Cuant che o sin lâts a stâ a Prât e veve cjapât la buteghe di alimentârs e tabachin. Gno pari cuant che al vignive a cjase, dopo fate la inaugurazion di cualchi glesie che al veve decorât o piturât, i diseve a mê mari: "Oh Armide se tu savessis ce sodisfazion che o ai vude… i à plasût a ducj e ducj mi àn fat i compliments" e mê mari i diseve: " Dîs po Gjovanin, viôt che tu âs cin fruts e chei no mangjin sodisfazions"».

Mi pâr che ancje lui, Aristide, al à cjapât alc di so pari

«Si! Jo o soi dal '41 e tal 1957 gno pari mi à dite, (viodint che no lavi ben a scuele): "Viôt che tu puedis vignî su a Glemone, alì che o insegni jo" e jo ur ai rispuindût: "Viôt papà che ti fâs fâ brute figure". Tal doman mi à cjapât par une orele, mi à cjariât sù la giardinetta e mi à puartât li di un so grandissim amì che al faseve l'intaiadôr e al faseve mobii. A si clamave Ricci Salvatore e ulì o soi stât 14 agns e o ai imparât a intaiâ e a fâ mobii. Tal ’71 il papà mi à disegnât il capanon che jo o ai costruît a Tarcint e in societât cun gno cugnât o ai tirât indenant fin tal 2002».

Fasint?

«Fasint mobii e lavôrs ancje di intai, ma o ai fat ancje lavôrs di restaur o ai colaborât inte glesie de Madonna del Giglio, i ai fat il Pastorâl al vescul monsignor Pecile. O ai fat ancje dai biei lavôrs».

Ah! Ma la storie dai Pittini no si è finide cun so pari?

«D’accordo, ma dopo di me, ca… si siere barache».

Al contave che cuant che al veve di costruî dai mobii…

«Cuant che o vevi di costruî une sala da pranzo o une cjamare nuviçâl a cualchidun che al veve di sposâsi, no! I disevi: “Papà la cjase e je cussì… i miôs clients a voressin…” e lui mi faseve i disens dai mobii. O ai ancjemò ducj i disens dal papà. Mi faseve lui i disens dai mobii, certo!».

Però so pari nol faseve i disens come che i vignivin ordenâts, ma secont…

«Certo daûr dal puest, daûr de persone… Si, si, al cjalave in muse la persone e lui al saveve, o pôc o trop ce che i plaseve vê». O vin capît che Giobatta Pittini nol jere dome un brâf pitôr e decoradôr, ma al veve ancje tante sensibilitât.

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L’Istituto S. Filippo Neri per i figli della guerra a Portogruaro
ROBERTO SANDRON

La problematica della violenza perpetrata ai danni della popolazione civile durante le guerre è una triste costante. Una delle forme maggiormente obbrobriose di tale violenza è quella nei confronti delle donne. Molte volte il risultato della violenza carnale è il concepimento e la nascita di un figlio. Questo problema, che è sempre stato presente in tutte le epoche e in tutte le nazioni, ha avuto risvolti particolarmente sentiti in occasione della Prima guerra mondiale. Tutti i governi si erano posti la questione di come risolvere le situazioni che si erano create, ma senza approdare a risultati validi.

La problematica dei figli nati o per violenza subita dalla madre, o perchè la stessa, come succede talvolta in tempo di guerra, aveva ceduto alle proposte di qualche altro uomo – il più delle volte militare – in assenza del marito, aveva interessato particolarmente le regioni orientali dell'Italia.

Era noto che mons. Celso Costantini, all'indomani della fine del primo conflitto mondiale, aveva fondato a Portogruaro un'opera di assistenza per i figli della guerra, della quale tutto sommato si sapeva poco.

Ci è quindi parso opportuno approfondire questo argomento, facendo conoscere l'origine di quella che si può definire una delle più belle pagine della storia dell'assistenza alla prima infanzia non solo italiana, ma internazionale, nata e sviluppatasi qui a Portogruaro.

Nel frattempo quest'opera, unica nel suo genere, è stata oggetto di altri studi.

Iniziamo il nostro studio entrando direttamente nell'Istituto San Filippo Neri, ascoltando dalla viva voce di mons. Celso Costantini come sia nato e abbia mosso i primi passi questo Istituto.

Fin dai primi giorni della liberazione si delineò chiaro il grave problema dei figli adulterini, nati in questi paesi per la violenza del nemico o per la acquiescenza di qualche disgraziata donna stremata dalla fame o abbattuta dallo smarrimento.
Era imminente il ritorno dei mariti reduci dalla guerra, e urgeva di togliere dalle famiglie gli intrusi, ricoverare le gestanti fuggite di casa, e contribuire tra tante rovine materiali e morali, alla ricomposizione delle famiglie.
Gli Istituti pubblici non potevano provvedere a questi figli della guerra, perché di fronte allo Stato i bambini erano legittimi; d’altronde in tutto il Veneto mancavano i Brefotrofi. Fu perciò che Donna Emma Manacorda e il sottoscritto, coadiuvato dagli egregi sanitari dottori Tasca e Moscatelli pensarono di aprire, rompendo ogni indugio burocratico e ispirandosi a un senso di carità umana e patria, un ospizio per i Figli della guerra. Fu diffusa una circolare nei paesi liberati fin dal 2 dicembre 1918. Il primo bambino è stato ricoverato il 23 dicembre 1918. L’Ospizio si iniziò in un riparto dell’ex Ospizio per i profughi [a] S. Giovanni di Portogruaro. Datane notizia alle Autorità militari e civili, l’Opera fu approvata con plauso e fu validamente aiutata. Da S.A.R. il Duca d’Aosta, dal Comando Supremo, dai Prefetti, e dal Ministero delle Terre Liberate e di molti privati, vennero i primi importanti soccorsi, tra cui notevolissimo quello datoci dal R. Esercito, che tenne in sussistenza l’Ospizio, per parte dei viveri, presso un Ospedale da campo. Dobbiamo inoltre ricordare la Croce Rossa Americana e i Comitati pro Liberati e Liberatori.
Nel Congresso tenuto in Campidoglio per gli Orfani di guerra fu resa nota la istituzione di questo Ospizio e nella seduta del 15 marzo 1919 fu votato un plauso che S. E. l’Onor. Luzzatti, comunicò con telegramma. L’Opera ingrandendosi doveva assumere un carattere pubblico e legale, perciò il sottoscritto è stato chiamato a Roma dal Ministero delle Terre Liberate, ed è stato accompagnato da S. E. l’Onor. Luzzatti al Ministero dell’Interno, dove è stato formulato lo Statuto dell’Opera Pia, che poi è stata eretta in Ente Morale con R. Decreto 10 agosto 1919 col titolo di ISTITUTO S. FILIPPO NERI PER LA PRIMA INFANZIA!
L’Istituto nel maggio 1919 si trasportò nel Seminario di Portogruaro, nel dicembre in questi ampi locali del grande Seminario pure in Portogruaro. L’Istituto ha accolto tutte le domande dei figli della guerra e così ha assolto, in un primo tempo, il nobile scopo per cui era sorto. Ha ricoverato 110 gestanti, e 284 bambini. Ha restituito alle famiglie, dove già si era ricomposta la pace domestica, n. 46 bambini.
Si è pure affacciato il problema dei figli della guerra nei paesi redenti, frutto non della violenza, ma del disordinato amore dei nostri soldati e del libero acconsentimento di donne dimentiche dei loro doveri di mogli verso il marito lontano. L’Ospizio ha ricoverato n. 20 di questi bambini, accogliendo anche per le terre redente tutte le domande che sono state rivolte allo Istituto. L’Ospizio, compresi i bambini presenti e gli altri già accettati, ne conta ora n. 70.
Per risolvere esaurientemente il problema dei figli della guerra si dovrebbe arrivare al centinaio; perciò nel preventivo si considerano cento, i bambini. Questi dati si possono riscontrare esattamente con gli elementi che abbiamo nel nostro archivio, in cui si conservano tutti i documenti e registri dello stato civile dei ricoverati.
Le condizioni di salute dei bambini sono buone. Ma purtroppo nel primo anno abbiamo avuto una certa mortalità che ci ha addolorato e che non è stato possibile scongiurare malgrado le più solerti [cure] da parte dei sanitari, di noi e delle suore addette all’Ospizio. Su questo argomento cedo la parola al Direttore sanitario cav. dott. Pietro Tasca.
La mortalità ha colpito i nostri ricoverati in modo speciale lattanti e trova le sue cause presumibili e verosimili in ragioni intrinseche riferibili al modo di nascere dei bambini, ed in ragioni relative alle insormontabili difficoltà nei sistemi di alimentazione nei primi periodi di vita dello Istituto.
Frutto di gestazioni angustiate da ogni genere di traversie e spesso condotte a termine malgrado il cattivo volere della donna, prodotti di uomini fra individui minorati nelle loro riserve organiche per le privazioni e spesso indeboliti da malattie che infierivano nell’esercito austriaco stremato, come fra le popolazioni di un paese rovinato dalla invasione, questi bambini recavano spesso in se stessi il germe della loro labilità.
In sulle prime noi non potemmo, per le difficilissime condizioni in cui si svolgeva la vita in questi paesi, offrir tutte quelle risorse e quei presidi di difesa che la scienza moderna suggerisce, e dello allevamento del lattante fa uno dei compiti più delicati della arte medica; con tutto ciò la mortalità non fu nel nostro Ospizio superiore a quella ordinaria dei Brefotrofi organizzati, 60%, né valse ad aumentarla oltre a questa media una epidemia di morbillo che, corrispondentemente al manifestarsi di tale malattia in tutta la regione, si presentò anche nel nostro Ospizio.
Le madri reclamate dal marito e dai figli lasciati a casa, non poterono rimanere a lungo nell'Ospizio ad allattare il proprio nato, né fu possibile sostituirle con nutrici, perché, data la assenza dei mariti, era assai diminuita la natalità.[Le mucche mancavano affatto, trafugate dal nemico. Il sottoscritto, dopo lunghe pratiche ritardate dall’afta epizootica che infieriva ai primi tempi della liberazione, è riuscito ad avere due mucche dal R. Esercito, sostituite da altre comperate e avute dal consorzio zootecnico provinciale].
Oggigiorno le migliorate condizioni di vita e le maggiori e meglio disponibilità di locali ci danno modo di organizzare efficacemente la difesa dei ricoverati contro le cause morbose di natura diffusibile che potrebbero penetrare dall’esterno; abbiamo un reparto [separato]dal corpo del resto dello stabile servito da personale distinto, munito di stanzette di isolamento nel quale i piccoli ospiti soggiornano per un periodo di venti giorni dal loro ingresso prima di passare in reparto comune; tale periodo di contumacia dà modo di garantirsi contro le sorprese di eventuali malattie introdotte nell’Istituto allo stato di incubazione. Oltre a ciò nel corpo stesso del reparto principale siamo forniti di locali di isolamento per tutti i bisogni della profilassi delle malattie infettive.
L’alimentazione dei bambini, passati i primi tempi corrispondenti al periodo più difficile di vita in questi paesi, fu sempre regolata con le norme più scrupolose ed in ordine ai dettami della moderna pediatria. Vada a questo proposito un ringraziamento da parte nostra all’illustre prof. Berghinz che volle senza compenso offrirci il conforto prezioso del suo consiglio per la organizzazione ed il disciplinamento di quanto concerne l’alimentazione e la cura dei bambini.
Ormai il numero dei lattanti privi del seno materno, per ragioni di necessità insuperabili, è ridotto al minimo; dove non sia possibile assicurare al bambino l’allattamento materno abbiamo modo di provvedere con balie. Molti, la gran maggioranza anzi di ricoverati, sono bambini divezzi sui quali i pericoli delle varie morbilità sono certamente molto inferiori che sui lattanti; è quindi lecito sperare che ci sia dato senza ulteriori danni di portare a salvamento la nostra famiglia.
In quanto all’assetto economico, fino a qui l’Ospizio è costato lire 78.533,38. Questa spesa relativamente modesta, si spiega col fatto che noi abbiamo avuto fino al 15 dicembre 1919 il beneficio di essere stati in sussistenza presso un Ospedale da campo. Cessato questo beneficio, per due o tre anni si deve preventivare una spesa assai considerevole per il funzionamento dell’Istituto; in seguito, quando i bambini cresceranno e sapranno tenersi puliti, si sminuirà considerevolmente la spesa, diminuendo il personale di assistenza, e molte e varie altre spese rese indispensabili dalla età dei bambini. Ora sono 38 persone che vivono in Ospizio oltre i bambini, e tutte lavorano dalla prima luce del giorno fino a tarda sera. Col costo attuale della vita avremo una spesa annua di lire 200.000 in cifra tonda. Tale risulta dal bilancio preventivo le cui voci sono state ridotte al minimo possibile.
Quando fui al Ministero dell’Interno, mi incaricai di raccogliere dalla pubblica carità 50 mila lire all’anno. Per quest’anno esse superano questo importo. Il di più va accantonato come indispensabile riserva; al resto è necessario che provveda il R. Governo, il quale ha provocato un Regio Decreto appunto per far fronte ai primi bisogni della prima infanzia nelle terre liberate e redente.
Il Ministro dell’Interno e il Ministro delle Terre Liberate hanno attentamente e premurosamente seguito il grave problema umano, sociale e patriottico dei figli della guerra. Noi abbiamo svolto la nostra modesta opera alacre e volonterosa seguendo fedelmente le loro direttive.
Ci affidano nelle provvidenze per l’Istituto l’appoggio premuroso ed efficace di S.A.R. la Duchessa d’Aosta e di S. E. l’On. Luigi Luzzatti.
Intanto cominciamo il nuovo anno con un fondo di circa 90 mila lire. Ci proponiamo poi di realizzare tutte le possibili economie allogando i bambini presso buone famiglie secondo il costume e con le norme praticate dai Brefotrofi.
Chiudendo questa rapida relazione sento il dovere di rivolgere un pensiero di gratitudine e di omaggio a tutte le gentili anime che hanno compreso quale opera di santa carità umana e patria è rappresentata in questo Istituto, e hanno dato il loro aiuto morale e materiale.
Particolarmente devo segnalare le efficaci sollecitudini di S. E. l’On. Luzzatti, di D. Antonia Nitti, di D. Fernanda Oietti, della contessa Marazzani Visconti e di tutta la vasta famiglia degli Amici dell’Istituto. Ringrazio a nome dell’Assemblea gli egregi sanitari per la opera indefessa e gratuita.
E invito l’Assemblea a rivolgere un plauso a D. Emma Manacorda che, dopo di avere assistito i soldati per tutto il tempo della guerra, si è chiusa nelle stanze di questo Istituto per essere madre amorosa e illuminata a questi poveri figli della guerra che non hanno madre
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Questo è il testo della Relazione morale e finanziaria dell’Istituto S. Filippo Neri per la prima infanzia di Portogruaro fatta dal presidente alla prima assemblea dei soci convocata il 22 gennaio 1920. La relazione del presidente, mons. Celso Costantini, ci fa comprendere direttamente, con le parole del fondatore stesso dell’Istituto, che cosa fosse e per quali motivi fosse sorto il S. Filippo Neri: far sì che bambini innocenti, frutto il più delle volte di violenza da parte di soldati nemici, ma anche di accondiscendenza da parte di donne, i cui mariti erano assenti perchè in guerra o emigrati, verso soldati italiani, potessero trovare una sistemazione tale da assicurare, da una parte la ricomposizione delle famiglie, mediante l'eliminazione della causa dei dissidi, e dall'altra la loro stessa sopravvivenza.

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L’ARCHIVIO STORICO DELL’ISTITUTO SAN FILIPPO NERI PER LA PRIMA INFANZIA (1918-1950)
LAURA PAVAN

L'archivio dell'Istituto San Filippo Neri per la Prima Infanziaè attualmente custodito, presso la sede di via Seminario 31-33, dalla Fondazione "San Giuseppe Calasanzio" di Portogruaro, che ne ha promosso il riordino e l’inventariazione, conclusisi nel febbraio 2012. La Fondazione è erede diretta dell'Asilo Infantile San Giuseppe Calasanzioche, a sua volta, aveva ricevuto il fondo dall'Istituto San Filippo Neri,noto anche come Ospizio per i figli della guerra, all'atto della sua fusione con l'Asilo nel 1947. Una delle clausole contenute nell’atto di fusione tra i due enti prevedeva, infatti, l’obbligo da parte dell’Asilo Calasanzio di custodire integralmente e permanentemente l’archivio del cessante istituto.

Formatosi inizialmente nell’originaria sede del San Filippo Neri, presso il Seminario di Portogruaro, l'archivio è stato molto probabilmente trasferito nella sede operativa di Castions di Zoppola nel periodo in cui l'Ospizio ha lì operato (1923-1928), per essere riportato a Portogruaro dopo l'abbandono dei locali di Castions. Non vi sono, tuttavia, notizie precise sui movimenti e i trasferimenti subiti dalle carte e non risultano neppure precedenti interventi di ordinamento. In ogni caso, il fondo ha mantenuto la sua unitarietà, fatto salvo il fascicolo relativo alla cessione dei beni costituiti dal lascito Favetti, che è stato rinvenuto nell'archivio dell'Asilo Favetti di Castions di Zoppola, beneficiario della cessione che ne ha costituito il patrimonio iniziale. Del fascicolo in questione è stato richiesto e ottenuto il trasferimento per la riaggregazione al fondo di pertinenza.

Complessivamente la documentazione, nonostante sia stata rinvenuta parzialmente frammista a quella dell'Asilo Infantile San Giuseppe Calasanzio, ha mantenuto nel tempo un discreto ordine e una buona suddivisione in fascicoli, pur mancando una struttura organizzativa generale delle carte che è stata ricreata attraverso il lavoro di riordino. La documentazione, infatti, è stata suddivisa in dieci serie che si succedono come segue:

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Il cippo della Trincea delle Frasche.
Un monumento per Filippo Corridoni
ALESSANDRO MORGERA

La glorificazione del mito. I monumenti di Parma e Corridonia Nel 1917, due anni dopo la morte di Filippo Corridoni, dalle colonne del “Popolo d’Italia”, un Mussolini giornalista-soldato già prefigura la monumentalizzazione della memoria guerriera dell’amico sindacalista. Scrive Mussolini: “[…] inchiniamoci sulla pietra che, nella desolazione dell’altopiano di Trieste, segna il luogo dove Filippo Corridoni cadde, in un tumulto e in una invocazione di vittoria. […] Anche noi, in nome dei nostri morti, vogliamo praticare la comunione del sangue. […] contendiamo all’oblio la perennità del ricordo […]”.

In seguito alla prima guerra mondiale, la situazione politica e sociale nel paese muta radicalmente. Il fascismo, dopo l’ascesa al potere, acquisisce le sembianze di una dittatura totalitaria, della quale Mussolini ne è il capo indiscusso. Dopo un periodo iniziale di diffidenza, il regime si appropria del mito corridoniano, assumendolo come uno dei simboli della propria natura rivoluzionaria. Nel 1925, Filippo viene prima insignito della medaglia di benemerenza per i volontari della Grande Guerra e poi, su proposta del duce, il re gli concede la medaglia d’oro al valor militare. Nello stesso anno, Parma - città nella quale Corridoni nel periodo pre-bellico svolge un’intensa attività sindacale - dedica un monumento all’eroe del Carso. Il 23 ottobre 1925, nel decennale della morte, Mussolini è nella città emiliana per la posa della prima pietra del monumento. In quell’occasione il duce afferma che “non basta erigere dei monumenti: i monumenti, se non sono scaldati dal cuore palpitante del popolo, sono pietre di sepolcro, fredde, nude, sterili. Bisogna che attorno a questi simboli della nostra ricordanza perenne sia sempre ardente la nostra fede, sempre siano sicuri e fermissimi i nostri propositi”.

Il monumento viene inaugurato dal sindacalista Edmondo Rossoni due anni dopo, il 30 ottobre 1927. La progettazione dell’opera è affidata all’architetto Mario Monguidi, mentre Alessandro Marzaroli si occupa della parte scultorea. Il bozzetto viene valutato personalmente da Mussolini che così commenta: “Questa statua è superba di movimento e d’espressione”.

La composizione in bronzo, alta più di quattro metri, rappresenta Corridoni colto nell’istante in cui viene colpito a morte, “fissato in tutta la drammaticità plastica del suo luminoso sacrificio”. La figura bronzea poggia su una struttura monumentale costituita da un basamento quadrato in marmo rosa dal quale si innalza un piedistallo scolpito con quattro allegorie che richiamano gli ideali di Corridoni: la Povertà, la Fede, l’Amore e la Vampa. Con queste parole Monguidi descrive la sua opera: “Ho voluto sintetizzare l’anima, il patimento, l’eroismo di una generazione; ed avvicinarmi al sentimento del popolo. Penso che non occorra una montagna di pietra e di metallo per un monumento a Corridoni. Egli se lo è costruito col suo sangue nella trincea delle frasche il Suo Monumento e la glorificazione è già sua. L’opera deve essere, a mio avviso, simulacro di volontà energica, di umanità non rassegnata, ma tesa nello sforzo sublime del combattimento disperato”.

Nel 1931 persino il nome della città natale di Filippo cambia. Pausula diviene infatti Corridonia. L’operazione commemorativa condotta da Mussolini porta, nel dicembre 1934, al concorso progettuale per la riqualificazione del centro della cittadina marchigiana. Il bando precisa che “il Monumento dovrà costituire il fulcro di tutto il complesso architettonico scultoreo, il punto della rinnovata piazza; il Palazzo Comunale dovrà essere di linee e masse semplici e formare il fondale architettonico del Monumento”. Dei dieci progetti consegnati entro il 28 febbraio 1935 solo cinque vengono giudicati. Al primo posto giunge il gruppo costituito da Dagoberto Ortensi e dallo scultore Oddo Aliventi; al secondo posto si classifica il progetto dello scultore Francesco Barbieri e degli architetti Ivo Battelli, Aldo Burzagli, Lorenzo Faccioli e Angelo Giorgi. Pari merito con il secondo gruppo giunge la proposta di Mario Ridolfi, Franco Petrucci, Giulio Rinaldi e dello scultore Pericle Fazzini.

Mussolini, che segue da vicino la vicenda, dopo aver esaminato i progetti vincitori, decide di respingerli tutti. Il 14 giugno 1935, nella sua seduta conclusiva, la giuria reputa inadeguato il livello delle proposte, probabilmente dopo aver recepito e assecondato il parere del duce. Alla signora Enrichetta, madre di Filippo, Mussolini confida che Corridoni “merita qualche cosa di più grande e di più bello”. La questione viene risolta con una soluzione di comodo, incaricando l’esecuzione della piazza e del monumento a “uomini di fiducia”, insegnanti della scuola tecnica industriale di Corridonia. All’artista pesarese Oddo Aliventi viene affidato l’incarico della scultura, una figura balzante, protesa in uno scatto disperato. All’architetto Giuseppe Marrani e all’ingegnere Pirro Francalancia vengono invece assegnati i progetti per la nuova piazza e per i relativi edifici che fanno da cornice al monumento. La statua bronzea è alta ben sette metri, il basamento cinque. La base del monumento, dalla forma di carena di nave, sintetizza e illustra tre fasi significative della vita di Corridoni: il sindacalismo, l’interventismo e la morte in trincea. In alto sulla balaustra del pulpito, la celebre frase di Filippo: “Se potrò cadrò con la fronte verso il nemico”.

L’inaugurazione della piazza di Corridonia si tiene il 24 ottobre 1936 alla presenza di Mussolini e della madre di Filippo. Per l’occasione da Gorizia viene portata una manciata di terra carsica, a ricordo del luogo in cui riposa il corpo disperso di Corridoni. Dall’arengario ai piedi della statua il duce esclama che il nome di Corridoni “durerà più eterno ancora del bronzo che lo effigia nella piazza del suo paese natale”.

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Gli idronimi come indizi di presenze slave in un’area della Bassa friulana
BENVENUTO CASTELLARIN

Introduzione

Il tema che proponiamo per questo “Terzo convegno di toponomastica locale”, visto anche il suggerimento dato dagli organizzatori, sono gli idronimi come indizio di presenze slave nella Bassa friulana. Spesso si localizzano queste presenze o insediamenti mediante i macrotoponimi o toponimi maggiori che nel territorio che abbiamo censito non mancano di certo. Basti pensare a: Goricizza, Biauzzo, Zompicchia, Lonca, Iutizzo, Gorizzo, Glaunicco, Straccis, Gradiscutta, Belgrado, Sant’Andrat (del Cormor), Santa Marizza, Sella e, in forma dubitativa, Precenicco; inoltre, fuori dell’area indagata, abbiamo: Gradisca (di Sedegliano), Sclaunicco, Lestizza, Sammardenchia, Gonars e altri.

Sono esistiti o esistono tuttora numerosi microtoponimi del tipo: Pogliana, Poiana, Dolina, Pustota, Potoc,Blatta, Cistin, Gumilla, Locca, Slunizza, ecc. Inoltre abbiamo dei toponimi del tipo Sclavons e simili presenti a: Talmassons (a. 1500); Sclavonic a Varmo (a. 1501); Sclavonich, a Belgrado (a. 1504); Sclavoniz (a. 1552), a Gradiscutta;Sclavuta(a. 1552), a Camino;Sclavut(a. 1591), a Bertiolo;Schiavo(a. 1637), a Iutizzo; Schiavetta (a. 1673), a Torsa; Schiao(a. 1811), a Codroipo; Sclave(a. 1811), a Pocenia, che sono classificati come etnici slavi, ossia derivanti dal nome di una o più persone provenienti dalle regioni slave (1). Oltre ai microtoponimi etnici abbiamo anche i cognomi etnici come ad esempio: Sclavon(a. 1471) a Codroipo; Sclavo(a. 1545) e Schiavo(a. 1808) a Bertiolo; Sclaf(a. 1565) e Schiavo(a. 1567) a Muzzana; Sclavuto(a. 1589) a Pozzecco; Schiavo(a. 1627) a Virco.

Raramente però si individuano queste presenze attraverso la idronimiao onomastica fluviale, quindi tenteremo di farlo noi con le nostre modeste capacità, anche perché agli idronimi viene generalmente riconosciuta una formazione risalente ad epoche antiche (a parte quelli di recentissima formazione avvenuti con le bonifiche del secolo appena trascorso e che a volte hanno assunto nomi slaveggianti di riporto), si veda ad esempio il fiume Tagliamento la cui base è considerata un derivato della base prelatina *telia‘tilio’. I corsi d’acqua sono stati e in certi casi lo sono tuttora considerati come limiti confinari civili ed ecclesiastici; quasi sempre hanno delimitato gli antichi territori comunali e in parte pure quelli attuali.

Inoltre la trasmissione di epoca in epoca di generazione in generazione di questi nomi, più o meno ritoccati nell’aspetto formale, è quasi costante, per cui agli idronimi va riconosciuto come fatto peculiare la loro conservazione. Gli idronimi qui proposti sono estratti dall’opera “I nomi delle acque. Studi sull’idronimia del Bacino del fiume Stella e dei territori vicini nella Bassa Friulana” di Carla Marcato (che ha curato la parte etimologica), Giuliano Bini e Benvenuto Castellarin, edito dall’associazione culturale “la bassa” nel 1995 (2). Essi fanno parte di un più vasto repertorio di oltre 9.000 forme toponimiche, che nel periodo di oltre un ventennio abbiamo pazientemente trascritto da documenti depositati negli archivi di Stato di Udine, Gorizia e Venezia, nell’archivio storico provinciale di Gorizia, nella biblioteca comunale di Udine e negli archivi comunali del territorio.

L’area censita comprende le località di: Belgrado (Varmo), Bertiolo, Codroipo, Flambro (Talmassons), Flambruzzo (Rivignano), Flumignano (Talmassons), Fraforeano (Ronchis), Gorizzo (Camino al Tagliamento), Palazzolo dello Stella, Pocenia, Rivignano, Rivolto (Codroipo), Romans di Varmo, Ronchis, Sant’Andrât del Cormor (Talmassons), Santa Marizza (Varmo), Sella (Rivignano), Sterpo (Bertiolo), Talmassons, Torsa (Pocenia), Varmo, Virco (Bertiolo). Tali località sono ubicate in quel settore della Bassa Friulana Centrale (considerando che il Portogruarese è stato storicamente parte integrante della Patria del Friuli) compreso fra il fiume Tagliamento, ad ovest, il canale Cormor, ad est, la linea delle risorgive, a nord e il mare Adriatico a sud, lo stesso di cui ci siamo avvalsi nel 1995 per uno studio sull’idronimia del Bacino del fiume Stella appena citato.

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Paese
MONICA MINGOIA

Odori amici,
pane appena sfornato.
Campane festose
di mille voci messaggere.
Campi imbionditi,
profumi muschiati.
Risa e saluti in volti conosciuti.

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Il sanvitese Giovanni Tullio e la Palestina 1930-1938
GIACOMO TASCA

Giovanni nob. Tullio è nato a San Vito al Tagliamento il 30 Aprile 1881 ed è morto all’età di 98 anni l’8 Giugno 1979 in perfetta lucidità di mente. Il padre, il nobile udinese Vito Tullio, aveva ereditato dalla madre Elisabetta Altan l’antico palazzo Altan di San Vito al Tagliamento e una cospicua proprietà fondiaria. La madre di Giovanni, Anna Maria Pribul, era nata a Marienbad in Boemia e la nascita di Giovanni avvenne insieme a quella del suo gemello Pietro. Il tedesco, lingua materna della madre, che Giovanni conosceva e leggeva nella corrispondenza che riceveva dai parenti e dagli amici di Oltralpe testimonia che non era estraneo a quel mondo e alla cultura materna. Oltre al tedesco apprese bene anche l’inglese e il francese. Di poeti dell’Ottocento tedeschi (Schiller, Goethe, Uhland, Heine e altri) e inglesi (Longfellow, Moore, Brönte), seguendo una moda che aveva fiorito nella seconda metà di quel secolo, tradusse in rima 41 poesie che furono pubblicate nel 1979.

La forte religiosità della mamma, perduta per malattia quando i due gemelli contavano appena 5 anni e 8 mesi, fu però sufficiente a lasciare un ricordo forte e fondamentale nella mente di Giovanni. Gli studi classici a Venezia prepararono i due gemelli a quelli universitari di Bologna, nella facoltà di lettere e filosofia per Giovanni, che ebbe il Pascoli come docente di letteratura italiana, e in quella di medicina e chirurgia per Pietro che divenne docente universitario di fisiologia.

Dal padre, Giovanni ereditò una curiosità molto viva e continua per gli avvenimenti, anche geograficamente lontani, che erano riportati dai mezzi di comunicazione di allora. In casa Tullio infatti non mancò mai la presenza della Revue des deux mondese di altri mezzi d’informazione nazionali e internazionali. Questo spiega perché buona parte della vita di Giovanni Tullio si svolse lontano da San Vito dove trovò rifugio stabile, come unico abitatore, nel vecchio palazzo Altan negli anni Sessanta del secolo scorso.

Tra il 1922 e il 1924 Giovanni visitò l’Estremo Oriente accompagnando ad Hankow il primo Delegato Apostolico in Cina, il suo amico Celso Costantini, con il quale aveva condiviso dopo la fine della I Guerra Mondiale le preoccupazioni e le difficoltà legate all’avventura fiumana di Gabriele D’Annunzio. Fu proprio a Fiume che Tullio servì da tramite nei delicati rapporti fra il Comandante e l’amministratore apostolico Costantini e, alla fine, insieme a quest’ultimo, nel condurre a buon fine, dopo il Natale di Sangue, la pessima piega che aveva preso lo scontro tra i legionari di D’Annunzio e le navi da guerra italiane che dal porto avevano bombardato la città. Una volta giunto in Cina Giovanni Tullio accompagnò l’amico Celso quando la sede di quest’ultimo fu trasferita da Hankow a Pechino e poi volle visitare le regioni settentrionali e centrali di quell’immenso paese senza timore per la situazione di grave instabilità politica e militare di certe province; si recò quindi in Giappone dove visitò Nagasaki, Kobe, Kioto e la città di Yokohama distrutta dal terremoto del novembre 1923. Proseguì con la visita della Birmania e dell’India e soffermandosi anche là per visitare edifici sacri e centri religiosi di pellegrinaggio assumendo informazioni utili ai suoi studi di storia comparata delle religioni. Ritornò per mare a Napoli nel 1924.

La sua forte tensione spirituale e il continuo e crescente interesse per la vita di preghiera, di eremitaggio, di studio e di pensiero dedicato ai vari aspetti del soprannaturale lo spinsero a visitare e soggiornare in conventi e abbazie della Campania e del Lazio con periodi più lunghi al Sacro Speco di Subiaco.

Nel 1926 si spostò in Spagna e da lì in Algeria donde volle andare a conoscere il Sahara. Ritornato in Italia, si imbarcò nel 1927 a Brindisi con meta Costantinopoli e da lì passò al Monte Athos dove visse da vicino la realtà della vita conventuale dei monaci greco-ortodossi e russo-ortodossi, sfruttando l’occasione per approfondire le conoscenze di patristica. Ritornato a Costantinopoli proseguì per la Siria e per il Libano. Nel mese di Marzo 1927 era già a Beirut ospite di una missione di Carmelitani e si fermò lì fino al mese di Febbraio 1929 quando si spostò in Libano a Koabjat dove rimase fino all’inizio del 1930.

Dall’esame della sua corrispondenza – sempre molto fitta – con Celso Costantini, si apprende che nel Febbraio del 1930 era a Nazareth e da quel momento l’epistolario segna un continuo movimento da Nazareth ad Haifa e viceversa finché una lettera dell’Ottobre 1931 rende conto che aveva preso in affitto una casetta a Nazareth dove tutte le lettere successive lo daranno presente anche nel 1931 e 1933, anno in cui si arresta la corrispondenza con Costantini revisionata e pubblicata da Lucia Rossetto. Comunque Giovanni Tullio non lasciò mai la Palestina prima del 1938, anno in cui a Firenze vide la luce presso l’editore Vallecchi il suo libro più impegnativo intitolato Sulle orme del Signore. fig. 1

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Paracadutisti alleati
FRANCA MIAN

Le ansie ad una ad una
si sciolsero nell’ascesa,
si dispersero
fragili memorie.

Un rombo li accompagnò
nel crepuscolo,
tornò solo del loro peso
dimenticato.

Consapevoli d’ogni
suprema illusione
un pietoso colore di terra
li raccolse.

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Don Cristante - Don Delle Vedove
giusti tra le nazioni?
GIANNI STRASIOTTO

riconoscimento di “Giusto tra le Nazioni” ai componenti di due famiglie della diocesi di Concordia-Pordenone: i coniugi Alessandro e Luisa Wiel di Quartarezza (1997) e Elsa Bellio (nata Poianella), il marito Gino e la suocera Giuditta Drigo di Portogruaro (1999).

Lo Stato d’Israele ha definito Giusti tra le Nazioni i non ebrei che durante la Shoah salvarono uno o più ebrei dalla deportazione e dalla morte, rischiando la propria vita e senza avere alcun beneficio.

I fatti che portarono ai suddetti riconoscimenti sono stati pubblicati su “Il Popolo” nei numeri 1 e 2/2010.

Al giugno 2009 i Giusti tra le Nazioni riconosciuti erano quasi 23 mila, dei quali 468 italiani, in buona parte si tratta di religiosi, tra i quali un cardinale ed una beata.

Molti altri italiani meriterebbero di figurare nell’elenco. Ho raccolto la documentazione necessaria per iniziare il lungo iter che potrebbe aggiungere altri due riconoscimenti, alla memoria. Nell’ambito della nostra diocesi. Il primo riguarda don Giuseppe Cristante, nato a San Giovanni di Casarsa il 4 giugno 1904, ordinato sacerdote il 10 luglio 1927. Fu vicario parrocchiale a Sesto al Reghena e San Vito al Tagliamento. Dal giugno 1937 fu parroco di Murlis, e dall’aprile 1942 al dicembre 1971, parroco di Castions di Zoppola; quindi fu cappellano dell’Ospedale di Maniago fino alla fine del 1987. Ospite della Casa del Clero di San Vito, incontrò il Padre il 16 febbraio 1998 e venne sepolto a Castions.

Don Cristante lasciò un’importante testimonianza scritta su come salvò la vita ad un ebreo.

“Poteva essere l’ottobre 1944 (Dominazione Tedesca). Alla Stazione Ferroviaria di Casarsa scendono dal treno un ufficiale ed un sottufficiale delle SS. tedesche col compito di catturare e portare alla famigerata Risiera di San Sabba di Trieste il signor Israel Caimo, che viveva nell’ombra della popolazione di Casarsa. Non è in casa; lo cercano al Municipio, dove per l’anagrafe risulta “sconosciuto”; lo cercano altrove, inutilmente; si avvicina la sera e i tedeschi ripartono. Poco dopo Israel Caimo rincasa da una passeggiata in campagna e i vicini di casa lo avvertono. Egli si fa pallido in volto e corre in cerca dell’avvocato Zefferino Tomè (che nel 1945 sarà sindaco di Casarsa e poi anche di San Vito, deputato al Parlamento e senatore), e lo prega di salvarlo…”.

L’avvocato Tomè era il più autorevole membro della Resistenza della zona ed amico, fin da ragazzo, di don Cristante. Questi gli fa presente di avere in canonica, oltre alla perpetua, altri cinque ospiti, con soltanto quattro camere disponibili. Da lui, infatti, si sono rifugiati: la mamma, la sorella con due figli di 16 e 14 anni e il cappellano militare, dott. Raffaele Mansi di Maiori (SA), liberato a Casarsa da una tradotta diretta ai lager della Germania. A disposizione ci sono solo due tessere per l’acquisto dei viveri, quella sua e quella della domestica, “inoltre nel palazzo di fronte alla canonica si è installato il servizio di spionaggio dell’OVRA” (il servizio segreto fascista).

Il tempo di bere un caffè e don Cristante: io alzo gli occhi al cielo e dico: “E’ un figlio Tuo; nel Tuo Nome lo accolgo, pensa Tu a salvare lui ed anche noi”! L’ebreo Israel “figura piuttosto esile; più spirito che materia”, aveva allora 57 anni. Nato a Rodi nel 1887, dove aveva frequentato il seminario rabbinico, aveva poi lavorato a Smirne, ove lo colse la prima guerra mondiale: qui si era sposato e gli erano nati quattro figli: Beni, Elia, Teodoro e Virginia. Si era poi trasferito a Istanbul, quindi a Parigi, a Padova e infine si era rifugiato a Casarsa. Uomo semplice, con un’intelligenza e una cultura incredibili, poliglotta (conosceva ben sette lingue), mancava però di senso pratico.

La moglie Bula e la figlia Virginia avevano trovato rifugio a San Vito.

A Castions il signor Israel - sistemato in soffitta - doveva vivere in modo che nessuno, all’infuori degli abitanti della canonica, potesse vederlo o sospettare la sua presenza. Nel rigido inverno passava alcune ore nella stretta cucina, dopo le 22 o 23, quando i giovani di Azione Cattolica, che vi si riunivano, tornavano alle loro case.

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Scuelârs di vuê e scuelârs di îr
ANITA SALVADOR

Cuant che la matine ju viôt passâ a mi fasin propit dûl. La cjaminade e je strache e la sacoce e fâs pleâ chês schenutis lizeris tant che e semee che si crevin sot chel pês. Mancul mâl che par tancj di lôr e soredut pai plui piçui lis scuelis di chi a pôcs dîs a van in vacance.

Ancjemò cualchi zornade e Caterina (mê gnece) e lassarà l'asîl; a son propite i ultins dîs che e passarà li dentri, parcè che in autun e jentrarà tes scuelis elementârs a fâ la prime. Ogni dì, cuant che e rive dal asîl e puarte dongje une cartele cun dentri disens, storiis pituradis e fotografiis che la imortalin insieme cui amîs, tes variis ativitâts che lis mestris, di an in an, i àn fat scuvierzi. O pensi che e varà un biel ricuart dai trê agns passâts e forsit, ancje par chel i displâs cussì tant che e sedi rivade la ore di dovêlu lassâ. Caterina e à superât i prins scjalins de scuvierte de societât e fin a chi l'asîl al è stât un trampulin positîf, o speri tant che ancje tes elementârs e cjati buine malte par saldâ insieme istruzion e formazion de vite. Se la base e je salde no varà bisugne di sostegns di fum.

Bisugne ameti che vuê i fruts a àn dutis lis comoditâts. Daûr la stagjon e fintremai che a comandin i gjenitôrs, a son simpri ben vistûts e ben scarpâts.

Mancul mâl che ai miei timps i vistîts si ju platave sot il grumâl neri cussì no si veve mût di vergognâsi di chel che no si vedeve. Lis zoculis, chês sì che mi fasevin vergognâ. Varès volût jessi lizere come une plume par no poiâlis sul paviment di bree de scuele che a ogni pas si divertivin a fâ sintî la musiche che la suele plene di brocjis e faseve. La mê sacoce, a diference di chês di vuê, no pesave, no dome parcè che e jere fate di tele di parecjadudis (paracadute), ma parcè che dentri no jere ben furnide.

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Arnaldo Mussolini a Morsano ed il suo busto ritrovato
CARMELA DE CARO

PREMESSA

Negli ultimissimi tempi sono parecchi gli studi e gli articoli pubblicati sulla figura di Arnaldo Mussolini, ma questa ricostruzione che mi accingo a fare, ricca di documentazione, è particolare perché nasce dalla scoperta casuale di una corrispondenza epistolare intercorsa tra una famiglia di Morsano al Tagliamento e la famiglia di Arnaldo Mussolini fratello del più famoso Benito Mussolini, nel periodo della sua permanenza nella provincia di Udine per motivi di lavoro. La corrispondenza tra le due famiglie copre un arco temporale che va dal 1913 al 1920, é tuttora esistente ed è gelosamente custodita dai discendenti della stessa famiglia del piccolo paese friulano.

E’ inedita e testimonia non solo affetti ma semplicità, profonda umanità e partecipazione ai fatti ed eventi di alcuni anni della storia dell’occupazione austriaca del 1917 e del periodo fascista.

A tale scoperta si è aggiunto un verbale del Comando Carabinieri di Cordovado del ’59 in tre pagine, che “precisa” alcuni aspetti riguardanti la famiglia Mussolini, copia di giornali dell’epoca ed il ritrovamento finale del busto di bronzo di Arnaldo Mussolini, scomparso da circa 40 anni, donato al paese di Morsano nel 1934 da Benito Mussolini, per onorare la figura del fratello scomparso prematuramente.

Non è mio obiettivo ripetere date ed episodi particolareggiati della vita pubblica di Arnaldo Mussolini, cosa del resto già fatta in altre pubblicazioni, ma aggiungere dove possibile, ulteriori dati e notizie al fine di inquadrare ancor meglio il personaggio e la sua presenza nel territorio di Morsano, passando attraverso lo studio critico della sua corrispondenza ritrovata e di quella sua moglie Augusta Bondanini. Scoprire, insomma, un Mussolini non “ufficiale”, un uomo che parla familiarmente col suo amico del piccolo centro friulano di vicissitudini, affetti e preoccupazioni. Attraverso questi scritti ricostruiremo fatti relativi all’occupazione austriaca del ’17 di Morsano, la sofferenza dei suoi profughi e la lenta rinascita del paese.

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Dispies
LUIGI CICUTTIN

No èri, propìt bòm di nùia
Nència di fâ dispies.
Ne di trai fiondàdis.
Li’ ciapèvi di dùciu
E se èrin straŝinîs
Si metèvin in doi o tre
Par molàmilis.
Pre Jàcu Baràdel
Una volta mi a vidût
Che cun astigùt di
Ciamaràdaria i smirevi
Li’ oreli’s a Gino Martinel.
Intànt ch’a si é voltat a dî:
“Dòminus vobìscum”
A’ mi a cucât.
Al ven jú da l’altàr grant.
Mi cjâpa pa’ una orèla
E mi mèt in castìgu tal
Scìalin dai zàgus.
E dopu mèssa in canonica in zenòglon
Par do bieli’ oris.
Nuia bèvi nuia mangiâ.
E, a cjâsa podòpu una onta di “vueli Sant”.
Ròbis di stâ tre dis tal jet.

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Santuari del Friuli - santa Maria di Strada a Viscone
ROBERTO TIRELLI

Le strade antiche del Friuli per secoli e secoli sono state percorse dai pellegrini, impegnati nel dare una testimonianza non solo spirituale, ma anche fisica, di fede, conversione, espiazione dei peccati.

Dopo aver attraversato i facili varchi delle Alpi orientali “homo viator” discendeva nella pianura in direzione degli imbarchi per la Terrasanta oppure verso Roma e Santiago di Galizia.

Nella pianura il cammino era più facile, ma anche più insidioso, perché esposto al banditismo, più distraente della solitudine delle montagne per la maggior presenza di abitanti, rallentato dall'attraversamento di fiumi ben più ricchi d'acque di quanto lo siano oggi.

Dopo aver passato l'Isonzo, il secondo guado era quello del Torre, oggi a carattere prevalentemente torrentizio, ma nel Medio Evo un fiume vero e proprio con sempre molta acqua e non di rado tumultuoso. Le strade seguite erano quelle romane, in particolare, provenendo da Oriente, la via Postumia che, da pons Sontii, il ponte sull'Isonzo, permetteva di raggiungere il centro della pianura padana e la Romea.

Lungo la via vi erano, a cura dei cristiani stanziali, delle loro pievi, monasteri o confraternite, degli xenodochi, dei luoghi di culto, degli ospedali e sempre la disponibilità ad offrire al pellegrino di che nutrirsi ed un tetto per trovare riparo. Nei pressi del Torre sulla riva sinistra sorgeva e sorge tuttora, nei pressi di Viscone, una piccola chiesetta, un santuario conosciuto come Madonna di Strada, sede, un tempo, anche di una famosa sagra richiamante gente da tutto il medio e basso Friuli e, a sua volta, meta di pellegrinaggi.

La chiesa della Madonna in origine faceva parte della antica pieve di Trivignano Udinese le cui filiali seguivano il corso del Torre e probabilmente già nel secolo X qui vi era un luogo di culto legato al guado del fiume o, comunque, alla protezione dalle sue acque piuttosto violente ed imprevedibili. È un culto equivalente a quelli che si trovano lungo i corsi d'acqua successivi, il Cormor e il Tagliamento.

Una leggenda vuole che al tempo delle Crociate ed in particolare della prima condotta via terra da Goffredo di Buglione, qui si fermassero in preghiera quanti chiamati alla liberazione del Santo sepolcro al grido di "Dio lo vuole!".

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Il timp just
STEFANO LOMBARDI

Cuantis ridadis cun Lui,
intàl timp beât.
Cumò la vite ‘e jè plùi dure,
le frute, le ciàse e il lavôr;
Son timps dûrs par dùcius.
No tu às 
mai preât il Signôr,
timp piardût.
A vore no lu vin mai fàt,
lu fasin cumò, adun,
intal timp ciatât.
Tìriti cà dòngie,
che il timp al è pûc.
To fradi al è lì,
daûr murì dentri un jèt,
in t’un timp indefinît.
Domandis,
simpri chês
da la gnot dai timps.
La muart a è bastarde,
a lavore simpri, e a rive
simpri t’al timp ledrôs.
Giriti par daûr, cumò,
tu viodaràs cun displasê
ce masse pûc timp, che al è passât
. Mi pâr tant che insom insom
nissun culì al’à vùt, il timp just par sè.

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